cropped-De-Angelis-milo..jpgdi Italo Testa

[Questo articolo è apparso su «Italianistica. Rivista di Letteratura Italiana», XLIII; 1]

Uno sciame nero, un manipolo di lampeggianti creature attraversa come una corrente magnetica i versi di Milo De Angelis. In Quell’andarsene nel buio dei cortili (2010), l’ultima, potente agnizione di questo “drappello di solitari”[1] è costituita da un’“armata di corpi” che ora “attendono nascosti[2], “si stringono a un palo”; ora si disseminano, “dispersi ai bordi della terra”[3]; ora si possono vedere “[…] verso le tangenziali / chiedere silenzio con un dito sulle labbra”; ora, convocati, non rispondono all’appello; ora si annunciano, premono un citofono[4], e vanno oltre.

La pagina-lastra di De Angelis registra così un’esposizione nel tempo:

…allora mi chiamò un drappello
di anime sole… scostarono la tenda, bisbigliando,
si avvicinarono alle grandi vetrate del tempo…
una salmodia di numeri e vento… quello fu l’atto
…il solo consentito…
quell’andarsene dei cortili nel buio…[5]

L’esposizione sulla lastra di Chronos non ha il carattere di uno svolgimento uniforme, di una progressione, ma accade piuttosto come rottura del continuum, cortocircuito che interrompe la sequenza lineare, introducendo un elemento ricorsivo. Questo manifestarsi sulle grandi vetrate del tempo è anche un ritorno al punto d’inizio della poesia di De Angelis, all’esordio di Somiglianze (1978) che fissava le coordinate, il cerchio rigoroso di una fenomenologia poetica.

In Le vendette incerte, un testo di Somiglianze significativamente ripreso in Necessità dell’anatomia (2007) – il libro fotografico di Viviana Nicodemo che De Angelis ha messo in tensione con una scelta antologica di proprie poesie – si leggono i versi seguenti:

(Oppure pensava: apparsi nel tempo
ci siamo visti prima di annullarci. Nient’altro.
Ripetilo in ginocchio) [6]

Il leitmotiv dell’apparizione nel tempo disegna una fenomenologia della caducità, della manifestazione della contingenza dell’esistente, ribadita anche da un altro testo di SomiglianzeParole per il figlio – ripreso in Necessità dell’anatomia. La prima strofa di questa poesia inizia con la sillabazione, talmente evidente da risultare sinora invisibile alla critica, di un passo della Nausea di Jean-Paul Sartre, nella traduzione di Bruno Fonzi – “Esistere è esser lì, semplicemente; gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre[7] – sul tema dell’esistenza finita e della sua gratuità indeducibile:

Gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare…
Questi toccamenti, vedi,
sono un tic nervoso
adesso voglio toccarti
poi vorrò altre cose e non vorrò
nulla
e piangi pure puella si vis,
tanto non cambio.
Così ti dicevo
masticando torrone, quasi dormendo.[8]

Già in Somiglianze la poesia-lastra di De Angelis operava come un dispositivo meta-fotografico: l’apparizione degli esistenti nel tempo come esposizione che buca il continuum. All’altezza di Quell’andarsene nel buio dei cortili l’apparire di quegli esistenti risponde ad una necessità dell’anatomia: è un “drappello di corpi” esposti, colti laddove “l’attimo divenne nudità”[9]. E’ come se ora si avvertisse diversamente la necessità della figurazione corporea.

La nudità esposta in uno spazio vincolato. Un corpo che appare come unità di dolore tra le barriere di un interno. Una nudità che non è unità fissa, bensì fenditura di movimento, colta nel dinamismo di una manifestazione e di una dissolvenza. Questo motivo dominante nel percorso fotografico di Viviana Nicodemo trova una corrispondenza profonda nel secondo tempo della poesia di De Angelis, in una scrittura che con Tema dell’addio e Quell’andarsene nel buio dei cortili stabilisce insieme un ritrovamento della figura (“L’essenza della carne ferita / vagava tra due muri / […]”)[10] e una necessità dell’incorporazione.

Il ritrovamento della figura caratterizza non solo il rapporto di De Angelis con la fotografia, ma anche con l’arte contemporanea in generale. Il primo tempo della poesia di De Angelis era segnato dal rapporto fondamentale con l’action painting di Jackson Pollock, e quindi con Willem De Kooning e soprattutto con Franz Kline e il suo gestualismo: “allora”, sostiene l’autore in un’intervista, “non potevo nemmeno concepire la figura, non riuscivo a vederla. Nella camera di via Rosales tenevo una gigantografia di Porta sul fiume, il capolavoro di De Kooning, ascoltavo in continuazione quell’opera spezzata di Schönberg che è la numero 19…”[11]. Nel “secondo tempo”, continua De Angelis, “ho ritrovato alcune figure che avevo perduto”. Si tratta di Egon Schiele, con i suoi autoritratti, del Francis Bacon “più urlante”, ma anche di Mario Sironi, con i suoi “camion spirituali”, le masse corporee, le periferie mute.

Non è però in gioco un’evoluzione stilistica, un passaggio dall’astratto al figurativo. Anche qui è in atto una legge del ritorno: come se nel ritrovamento della figura si potesse riconoscere qualcosa che era già accaduto in questa poesia; come se così potesse manifestarsi una somiglianza profonda di De Angelis con se stesso.

L’incedere anaforico, la struttura verbale ricorsiva che, in Tema dell’addio e Quell’andarsene nel buio dei cortili, caratterizza il dettato poetico in modo sempre più definito, è un tratto non semplicemente stilistico-formale ma anche conoscitivo. La conoscenza che nella poesia si manifesta è per De Angelis ri-conoscimento già a partire dalla sua prima opera, le cui Somiglianze esibiscono esattamente il “vizio di riconoscere”[12] nella sua struttura circolare di ri-correnza, ritorno, ripetizione di una conoscenza precedente[13].

La circolarità anaforica della conoscenza, con la sua forma riflessiva, ritorna quindi, con una flessione ontologica, nel motivo ambiguo del “grande specchio”, e dell’incorporazione, che s’irradia circolarmente da “T.S.” – il centro magnetico di Somiglianze:

finché il figlio ritorna nella fecondazione
e prima ancora, nel bacio e nel chiarore
di una camera, il grande specchio
il desiderio che nasce, il gesto.[14]

La struttura riflessiva del conoscere – e dell’esistente che così si manifesta – può essere percorsa in una duplice traiettoria. Essa occorre sia come riflesso aberrante del doppio speculare (“«Ancora questo plagio / di somigliarsi, vuoi questo?» […]”)[15], nel rischio dell’”analogia tra figure”[16] e dell’annullamento nell’altro (“«se ti togliamo ciò che non è tuo / non ti rimane niente»”)[17], intrecciandosi con il tema del conflitto, della lotta tra i simili[18]. Ma si diffonde anche come luce creaturale, nell’amore, del riconoscimento della singolarità (“Chiunque entri / verrà riconosciuto, con amore”)[19], non senza un rinvio ex negativo al motivo sartriano dell’esser guardati e della vergogna quale esperienza fondamentale della differenza del sé: “… cosa importa la vergogna / di non essere uguali / guardami: non ti abbraccerò mai come oggi”[20]. Questa duplicità costitutiva, insieme ontologica e conoscitiva, è afferrata esattamente, nel chiasmo tensivo e unitivo che la struttura, proprio dai versi de Le vendette incerte che mettono in figura l’apparizione nel tempo dell’esistente caduco: “[…] apparsi nel tempo / ci siamo visti prima di annullarci. Nient’altro”.

Anche la necessità figurativa affermata all’altezza del secondo tempo della poesia di De Angelis porta in luce, fa riapparire un motivo fondante della sua prima fase. L’apparizione nel tempo degli esistenti, infatti, è insieme la manifestazione di un paradigma, di un codice, di un’idea: è la rottura del continuum ma anche il ritrovamento, la ripetizione di un tracciato. Nella sua forma circolare quest’ordine conoscitivo esibisce l’anafora dell’esistente, la sua trama ricorsiva. E quest’ordine è figurale proprio perché si rende conoscibile solo come fenditura nel buio: non è afferrabile come norma puramente intellegibile, astratta dal corpo, ma è piuttosto schema figurale, costellazione riconosciuta a tratti nel buio dei cortili e delle strade, nella sensibilità della carne. E’ “l’idea e lo scisma dell’idea”, per riprendere un nodo fondamentale di De Angelis, ricapitolato nel primo movimento di Biografia sommaria[21]: un’idea colta nel suo scisma, nella sua scissione, attraverso la necessità figurale della sua esposizione e incorporazione, del dirimersi che ne segna la sua caduta nel tempo, e che proprio così rende sensibile lo schema meta-temporale del suo codice. Lo sciame lampeggiante di Quell’andarsene nel buio dei cortili disegna ancora quello scisma, ne è come la disseminazione plurale. Parimenti, nulla di ciò che così appare si lascia fissare semplicemente in immagine, ma è insieme anche idea che trascende la sua necessaria figurazione, che si lascia vedere attraverso le “grandi vetrate del tempo”.

Questa tensione tra idea ed esposizione imprime un profondo dinamismo all’espressione poetica di De Angelis, facendo sì che in essa ogni figura, per riprendere un verso di Tema dell’addio, “ha già varcato la sua immagine”[22]: essa appare nel tempo e nello spazio ma insieme li fa divampare nel suo schema.

Note

[1] Milo De Angelis, Quell’andarsene nel buio dei cortili, Mondadori, Milano, 2010, p. 46.

[2] Ivi, p. 10.

[3] Ivi, p. 39.

[4] Ivi, p. 51.

[5] Ivi, p. 73.

[6] De Angelis, Somiglianze, in Poesie, Mondadori, Milano, 2008, p. 59. Cfr. Viviana Nicodemo, Necessità dell’anatomia, Spirali, Milano, 2007, p. 21.

[7] Jean-Paul Sartre, La nausea, Einaudi, Torino 1990, p.177.

[8] Somiglianze, cit., p. 68; cfr. Necessità dell’anatomia, cit., p. 22.

[9] Quell’andarsene nel buio dei cortili, cit., p. 14.

[10] De Angelis, Tema dell’addio, in Poesie, cit., p. 246.

[11] Colloqui sulla poesia. Milo De Angelis, a cura di Isabella Vicentini, La vita felice, Milano, 2008, pp. 203-204.

[12] Somiglianze, cit., p. 18.

[13] Su questa circolarità anaforica della conoscenza qua riconoscimento cfr. Colloqui sulla poesia, cit., p. 202: “per quanto riguarda poi il ripetere, è l’essenza della poesia”; ivi, p. 196: “si può conoscere soltanto ciò che abbiamo già conosciuto”.

[14] Somiglianze, cit., p. 6.

[15] Ivi, p. 22.

[16] Ivi, p. 80.

[17] Ivi, p. 58.

[18] Sul conflitto tra i simili cfr. ad esempio Ivi, p. 12: “«fuggono perché qualcuno / potrebbe riconoscerli» […]”.

[19] Ivi, p. 55: Cfr. Ivi, p. 24 “[…] volevano /solo invecchiare / in un tempo uguale, per guardarsi, nel tremore / che l’erba custodisce”.

[20] Ivi, p. 37.

[21] Biografia sommaria, in Poesie, cit., p. 209.

[22] Tema dell’addio, cit., p. 251.

[Immagine: Milo De Angelis].

1 thought on “Lo scisma dell’idea. Figurazione e conoscenza in Milo De Angelis

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