cropped-BlackMirror1x02_1262.jpgdi Federico Bertoni

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013. Questo intervento è stato pubblicato l’11 novembre 2013].

Qualche tempo fa ricevo una circolare dalla scuola media in cui studiano i miei figli: il preside mi invita a ritirare le credenziali per l’accesso al nuovo sistema per la gestione interattiva della vita scolastica. Ovviamente faccio il mio dovere di bravo genitore: vado, firmo, collaboro; mi annetto l’ennesima accoppiata di userid e password ed entro nello spazio arcano del Registro, da sempre precluso ai genitori se non per i segni indiretti che ne giungevano a casa in forma di voti o note disciplinari, sui diari o sui libretti dei figli.

Ma da quest’anno la cartaccia è abolita: solo “onde e radiazioni”, come scriveva DeLillo in Rumore bianco: tutto trasferito sul registro elettronico, perfino le carriere degli anni passati fino alla prima elementare. In classe c’è una scatola di ferro chiusa a chiave di fianco alla lim, la Lavagna Interattiva Multimediale. L’insegnante la apre, ribalta il coperchio, accende un computer portatile e – volgendo le spalle alla classe – si rinchiude nel cyberspazio con le dita che battono a tutto spiano: assenze, ritardi, argomenti delle lezioni, voti, note, compiti a casa. Il fatto che i dati siano accessibili in tempo reale a me, che posso anche prenotare colloqui e non so che altro, non mi è sembrata una semplice innovazione tecnologica, “servizievole” e ideologicamente neutra. Risalendo dal piano dell’aneddoto a quello delle idee, mi sono detto che è proprio il carattere morbido, amichevole e capillare di questo piccolo cambiamento a renderlo insidioso: un ennesimo, insensibile spostamento nella soglia dell’abitudine e della percezione, di quelli che ci stanno cambiando il mondo sotto i piedi senza che ce ne accorgiamo. Viviamo in un’epoca, diceva sempre DeLillo, in cui la tecnologia “fa avverare la realtà”. È indispensabile “perché ci aiuta a creare il nostro destino. Ma è anche subdola e incontrollabile. Può andare in qualsiasi direzione”.

Alcuni giorni dopo ho anche tentato di esporre i miei dubbi nelle riunioni dei consigli di classe, ma ho intuito subito che giocavo la parte del rompiscatole; e se magari leggevo un consenso parziale e prudente negli occhi degli insegnanti, sentivo una greve massa di silenzio intorno a me, la disapprovazione (o peggio l’incomprensione) di genitori elettrizzati all’idea di poter finalmente monitorare l’andamento scolastico del figlio. Magari sono solo paranoico; magari la pensavano allo stesso modo e la mia spocchia repressa da intellettuale si è vendicata di tutte le volte in cui la tratto male. Fatto sta che nessuno ha replicato, e che alla fine l’insegnante ha allargato le braccia: “Tanto ormai è così. Non c’è niente da fare”.

Non voglio abusare della tolleranza altrui per l’autobiografia non richiesta, ma non penso che sia un problema solo mio. Certo, tenterò in qualche modo di consolare il lato anarcoide del mio carattere, intristito dal fatto che i miei figli non potranno marinare la scuola a mia insaputa, o che addirittura (il colmo della diseducazione!) dovranno farlo con la mia complicità. Però temo che in gioco ci sia altro. Non sono un filosofo né un sociologo, e quindi le mie riflessioni non hanno nulla di scientifico. Studio e insegno letteratura; ma da questa “cosa mirabile e immonda”, come la chiamava Manganelli, ho imparato a osservare con attenzione la realtà, a decifrarne miti e formazioni discorsive, a sbrogliare il vischioso double bind tra esperienza materiale, immaginario e condizionamento simbolico. Tento quindi di mettere ordine tra dati empirici e sensazioni, enucleando soprattutto tre punti:

1. Burocrazia. Una delle promesse centrali della rivoluzione informatica è stata la liberazione dalla burocrazia: snellire, semplificare, velocizzare, smaterializzare tonnellate di faldoni e scartoffie, con gran sollievo della foresta amazzonica ed euforia demente di quel Ministro della Repubblica che bruciava cataste di libri in un cortile. Mi sbaglierò, ma temo che fosse la classica promessa da marinaio. Cambiare supporto serve a poco: passare dalla carta al monitor non è una grande semplificazione se poi i dati si moltiplicano, l’informazione si ramifica e stringe le maglie per tendere al miraggio (o all’incubo) dell’archivio totale.

Se penso alla mia esperienza in università ne trovo la conferma più lampante. Ogni anno, in nome della “trasparenza” e degli “indicatori di efficienza ed efficacia”, i tecnocrati della “quality assurance” ci costringono a esibire informazioni sempre più minuziose e articolate: programmi, obiettivi formativi, risultati di apprendimento attesi, metodi didattici, descrizioni dettagliate degli esami e dei criteri di valutazione. Scherzando, dicevo a un collega che tra qualche anno ci chiederanno di indicare il colore delle mutande con cui andremo in aula. Il tutto, ovviamente, nella suprema indifferenza per i contenuti. Tempo fa ho sentito con le mie orecchie una preside di facoltà, accorata, che scongiurava i colleghi di compilare anche la versione inglese dei programmi online, dicendo che tanto bastava inserire qualunque cosa, anche “Pippo e Topolino” (o forse “Goofy and Mickey Mouse”), perché l’importante era che il sistema rilevasse automaticamente la chiusura dell’applicativo e non segnalasse l’inadempienza, portando a una penalizzazione economica della facoltà. E questo è solo amabile folclore rispetto all’escalation a cui assistiamo ogni anno. Se questa è la liberazione dalla burocrazia, preferisco davvero restare prigioniero.

2. Pubblico/privato. L’erosione dei confini e la confusione dei ruoli mi sembrano sintomi di un processo di ormai lunga durata, cioè la crisi profonda delle funzioni e degli spazi istituzionali. Nell’ambito specifico della scuola, il ruolo delle famiglie sta slittando da una partecipazione sensata alla più delirante invadenza, come se la graduale, vergognosa delegittimazione sociale dell’istituzione scolastica e degli insegnanti implicasse una sorta di compensazione, una forma di supplenza abusiva da parte dei genitori. L’istituzione funziona sempre peggio, è trascurata e sottofinanziata, fatica a reggere le sfide e i ritmi del mondo moderno, e allora intervengo io, cittadino di buona volontà. È il tipico caso in cui le migliori intenzioni spalancano la via dell’inferno: manca la carta igienica e allora verso di buon grado il cosiddetto “contributo volontario”, dimenticando che la scuola è gratuita e che deve essere finanziata dallo Stato; mio figlio è sommerso di compiti e allora passo il pomeriggio ad aiutarlo, ostacolando una già complicata conquista dell’autonomia; e ora, con il registro elettronico, posso aprire quando voglio una piccola finestra virtuale per mettere il naso nella classe, ronzando pericolosamente (ma sempre con le migliori intenzioni!) intorno a quel principio sancito dalla Costituzione che si chiama “libertà d’insegnamento”.

È il solito, impercettibile spostamento dei confini. Buona fede e buona volontà sono le maschere di enormi cambiamenti che corrono sotto la soglia dell’attenzione. In un certo senso, il successo del grillismo oggi (e di una certa parte del berlusconismo ieri) è dovuto a questa crisi territoriale, all’erosione delle frontiere tra pubblico e privato: io onesto cittadino (!?), io professionista, io abile imprenditore scendo in campo e saprò gestire la cosa pubblica in modo più efficace dei politici di professione − che tanto sono tutti ladri, signora mia. A volte mi chiedo se le vere crisi, le rivoluzioni epistemologiche, quelle grandi “rotazioni di coordinate dell’uomo nel mondo” di cui parlano i libri di storia siano mai esistite, o se invece siano cesure simboliche mitizzate a posteriori. So solo che da quando sono nato non vedo altro che rivoluzioni silenziose, impercettibili, brulicanti come batteri o radiazioni elettroniche. È l’aria che respiriamo. La sostanza elettrica della cultura. Gli incubi centrali con cui siamo cresciuti, contaminazioni del corpo e del mondo – Aids e fallout atomico in primo piano. La realtà ci cambia sotto i piedi ma non ce ne rendiamo conto; ci chiediamo perfino dove eravamo noi mentre tutto accadeva, e l’unica risposta che troviamo è una sterile nostalgia sentimentale per il buon tempo che fu, quando si telefonava con il gettone dalla cabina o si verbalizzavano gli esami con carta e penna.

3. Controllo. È un processo di questo tipo che ha modificato insensibilmente un altro grande spettro dell’immaginario postmoderno, cioè l’ossessione paranoica del controllo, che sta prendendo una piega molto diversa rispetto alle rappresentazioni stereotipate del senso comune. Ovviamente, in un mondo che sta sgretolando la frontiera tra pubblico e privato il concetto di privacy è automaticamente problematico, esposto a una crisi di statuto epistemologico più che di giurisdizione e di prassi normativa. Di per sé, il fatto stesso che esista un concetto di questo tipo, che siano state codificate leggi e istituiti organismi di garanzia, significa che la privacy non esiste o che è fortemente minacciata nella sua stessa definizione e nel suo campo di applicazione. Ma − ripeto − l’insidia mi sembra più sottile.

Una volta c’era il Grande Fratello. Quello che ci guardava, sapeva tutto, ci teneva sotto tiro. Era l’ennesima riprova delle capacità mitopoietiche della letteratura, del fatto che un romanzo di per sé non eccelso potesse imporre all’immaginario contemporaneo una figura di straordinaria efficacia che intercettava (e in parte profetizzava) alcune inquietudini profonde del nostro tempo. Ma lì, quando è nato, il Grande Fratello era solo una sinistra parodia del Piccolo Padre: era l’equazione tra controllo e potere, la bieca ma in fondo semplice violenza del sistema, tra gelidi apparati biopolitici e squallide scenografie pseudo-staliniane. Si vedeva perfino il suo volto, con tanto di baffoni e sguardo magnetico, ingigantito e moltiplicato da un ingenuo culto della personalità. Forse, per un riflesso condizionato, ci capita ancora di pensare a Lui quando vediamo le telecamere a ogni angolo di strada, quando torniamo su un sito internet che ha memorizzato la ricerca precedente e ci propone prodotti simili che potrebbero interessarci. Ma in fondo è un’analogia fuorviante, il calmiere normativo dei luoghi comuni. Non è tanto il fatto che il genio del capitalismo abbia trasformato questo cupo incubo della Guerra fredda in un orgasmo da autoesibizione, nel miraggio di una rutilante vita in diretta sotto le telecamere, non tra le scenografie del socialismo reale ma tra quelle del mercato globale, con chili di trucco e mobili Ikea. Il punto è l’evoluzione morbida, la delega capillare, la moltiplicazione e la diffusione microscopica dei dispositivi (e dei soggetti) di controllo. A un altro livello, è esattamente lo stesso meccanismo che sta trasformando l’università e la scuola in grandi corporation burocratiche, dove si lamenta una subordinazione dei docenti ai tecnocrati quando invece il processo è molto più sottile, perversamente efficace: sono i docenti stessi che si stanno trasformando in burocrati. Non occorre nemmeno scomodare Foucault per capire che il potere si è minutamente ramificato e che la vecchia paranoia è un falso obiettivo, o forse un apparato di risarcimento simbolico. Per fortuna, o purtroppo, non dobbiamo più temere un Grande Fratello che controlla le nostre vite da qualche occulta centrale del potere. Perché quel controllo viene delegato a noi, alle nostre protesi tecnologiche sempre più invasive e potenti, a un sapere tanto più esteso quanto più incapace di far presa sul piano dell’esperienza. Ormai i piccoli fratelli siamo noi.

[Immagine: Charlie Brooker, Black Mirror, prima serie, secondo episodio (gm)].

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