cropped-cropped-1988_6_IN211.jpgdi Niccolò Scaffai

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013. Questo intervento è apparso il 19 dicembre 2013]

L’origine e l’essenza del moderno pensiero ecologico risiedono in uno straniamento. Solo quando mettiamo in discussione il punto di vista antropocentrico e percepiamo la relatività della nostra posizione rispetto all’ambiente e agli altri esseri che vi abitano, possiamo davvero capire i luoghi nella loro alterità, vederli al di là delle proiezioni utilitaristiche e ingenuamente localistiche dietro i quali li nascondiamo. Ed è proprio in questo senso, per la capacità cioè di esprimere una comprensione profonda dei luoghi attraverso un doppio movimento di partenza e ritorno, che gli scritti di Andrea Zanzotto sul paesaggio possono dirsi ‘ecologici’. Lo spiega in modo efficace Matteo Giancotti nella bella e intelligente introduzione alla raccolta di quegli scritti, da poco uscita per sua cura: Andrea Zanzotto, Luoghi e paesaggi,Milano, Bompiani, pp. 240, euro 11,00. Zanzotto – osserva il curatore – suggerisce «che per capire i luoghi non abbiamo bisogno di radicarci, ma di eradicarci da essi, addentrandoci così profondamente in loro da riuscire a “bucarli” per arrivare altrove, rivedendoli nuovi, forse soltanto allora “nostri”».

Il rinnovamento dello sguardo sul paesaggio è un tema che attraversa i diciotto scritti ora riuniti: un insieme consistente, di cui la maggior parte dei lettori conosceva solo un paio di esempi (le prose Venezia, forse e Colli Euganei, apparsi a suo tempo nel «Meridiano» Mondadori), qui ricompresi nella seconda parte del volume, Mio ambiente natale. Un titolo, come quelli delle altre quattro sezioni (Una certa idea di paesaggio, Un’evidenza fantascientifica, Quasi una parte integrante del paesaggio e Tra viaggio e fantasia), ricavato dalle frasi dell’autore, ma scelto da Giancotti, cui si devono l’ideazione e l’organizzazione non cronologica della raccolta.

Raccolta peraltro molto coesa, nonostante la distanza degli estremi temporali (lo scritto più antico risale alla metà degli anni Cinquanta, i più recenti agli anni Duemila), e percorsa da ricorrenze tematiche e letterali; in qualche caso, infatti, Zanzotto ha trasferito brani di testo da uno scritto all’altro: ripetizioni che il curatore ha scelto giustamente di mantenere, non solo per salvaguardare l’integrità dei saggi d’autore, ma anche per mettere in risalto la costanza della riflessione che li sostiene.

Proprio quella costanza, unita all’estensione dell’arco cronologico, permette di cogliere le sfumature e lo sviluppo cui Zanzotto sottopone nel tempo la propria idea di paesaggio. In uno scritto del 1967 (Ragioni di una fedeltà), ad esempio, il poeta riflette sul «collocarsi» dell’uomo rispetto al paesaggio in cui s’insedia: «Il paesaggio viene dunque ad animarsi e a meglio splendere nel lavorio umano che vi opera, perché al di sotto della sua apparente insignificanza esistevano elementi che un “giusto” antropocentrismo ha fatto risaltare». È un punto di vista che Zanzotto stesso, con una parola e un concetto usati qui (Il paesaggio come eros della terra, 2006) e nelle IX Egloghe, definisce ‘biologale’: il paesaggio, la natura contribuiscono a formare le creature che l’abitano, ricevendone in cambio un arricchimento spirituale che va oltre il piano biologico. Quest’idea ancora armoniosa e quasi teleologica del rapporto tra uomo e natura, caratterizzato da un «giusto antropocentrismo» capace di far emergere «l’espressività della figura di un territorio», era già presente anche in un testo di pochi anni prima (1962), Architettura e urbanistica informali, nel quale s’intuisce ancora meglio l’origine culturale (letteraria e più ancora pittorica) dell’utopia di Zanzotto. Ma è un’utopia destinata a erodersi nei decenni successivi, frustrata dall’‘ingiustizia’ dell’antropocentrismo contemporaneo. Se i movimenti nello spazio sono anche «spostamenti nella storia» (La memoria nella lingua), Zanzotto non può fare a meno di rilevare come proprio la storia, nel secondo Novecento, si sia mossa travolgendo la geografia ‘umanistica’ del territorio italiano. «C’è stato un tempo – scrive Zanzotto nel 2006, in Sarà (stata) natura?, una sorta di palinodia al sé stesso di quarant’anni prima – in cui ho creduto che la cultura nascesse e si sviluppasse come manifestazione spontanea di un dialogo in atto tra l’uomo e la natura, quasi di un rapporto di mutua e amorosa comprensione tra una madre e il proprio feto […]. A conti fatti, posso dire di essermi parzialmente illuso. Non si è trattato di due realtà in accrescimento reciproco, ma di un rapporto unidirezionale di prevaricazione; tantomeno si può parlare di un vero e proprio “dialogo” […], ma di una monologante e allucinata sequela di insulti.»

Questa constatazione storica non si risolve nella semplice idiosincrasia per il presente; è piuttosto la premessa a un auspicio: che la poesia possa «costituire il “luogo” di un insediamento autenticamente “umano”, mantenendo vivo il ricordo di un “tempo” proiettato verso il “futuro semplice” […] della speranza». La riflessione di Zanzotto sulla natura è paragonabile, per costanza e intensità, a quella di Leopardi (e come quella appare ed è per certi versi antimoderna). Ma direi che il poeta novecentesco inverte i termini del confronto: se la promessa di resistenza è per entrambi basata sul valore e la dignità dell’uomo, il fine di Zanzotto è una difesa della natura, non dalla natura come per l’ultimo Leopardi. E se Leopardi ha sempre immaginato la natura come polo, di segno variabile, all’interno di un’opposizione, Zanzotto tende a una conciliazione tra gli elementi del binomio.

A connotare però gli scritti di Zanzotto sono soprattutto due aspetti. Da un lato il legame stretto con l’esperienza di uno specifico paesaggio, quello veneto e prealpino che fa da sfondo anche a molte sue poesie (qui per esempio, in Verso il montuoso nord, si trovano le coordinate geografiche della situazione evocata in Vocativo dai versi di I compagni corsi avanti). Dall’altro, la mediazione attraverso la storia, la letteratura e, come dicevo, l’arte e la pittura.

Tra gli scritti in cui la relazione tra natura e arte è più sostanziale vi è certamente Un paese nella visione di Cima, pubblicato nel ’62 in occasione di una mostra trevigiana su Cima da Conegliano e strettamente legato – come osserva Giancotti – alla quinta delle IX Egloghe. Nei dipinti di Cima, Zanzotto non cerca una via di fuga estetico-contemplativa, ma al contrario una conferma del proprio impegno verso la natura e soprattutto un rispecchiamento o applicazione di quell’idea biologale che informa la relazione reciproca, il dialogo (all’epoca) ancora possibile tra l’uomo e il suo paesaggio: «Nella vigna sovrabbondante dei colori-natura l’uomo si colloca vendemmiatore, dio, centro di “attività” anche quando è composto nell’armonica quiete che supera la tensione degl’incontri […]: ma pur restando signore e punto di equilibrio, eccolo signoreggiato dal suo stesso regno, riequilibrato veramente per esso e in esso, in uno scambio senza fine di comunicazioni e di allusioni».

Se l’arte vale a mantenere vivo il ricordo di un tempo proiettato verso il futuro, la pittura di Cima può divenire anche l’emblema di un’utopia necessaria: il buon governo che potrà interrompere – scriveva Zanzotto nel suo In margine a un vecchio articolo (2005) – la «marcia di autodistruzione del nostro favoloso mondo veneto ricco di arte e di memorie» (un Veneto che è quasi un’allegoria dell’Occidente intero, in questo caso), giunta, «con le sue iniziative imprenditoriali, ad alterare la consistenza stessa della terra che ci sta sotto i piedi.»

[Immagine: Gerhard Richter, Paesaggio (1988) (gm)].

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