cropped-Gay-Pride-Torino.jpgdi Mauro Piras

[LPLC si prende una pausa estiva; la programmazione ordinaria riprenderà a settembre. Per non lasciare soli i nostri lettori ripubblichiamo alcuni testi usciti nel 2013 e 2014. Questo articolo è apparso il 30 giugno 2014].

Sono stato al Gay Pride, ieri. Nulla di nuovo, ci sono stato già più volte. Da diversi anni a Torino si tiene un Gay Pride, e se ho tempo ci vado. La prima volta fu in occasione di quello nazionale del 2006, che fu un evento, per la cultura politica di questa città. Quello che colpì, allora, fu la partecipazione collettiva: incontravo a ogni angolo i miei studenti, le mie studentesse, i miei colleghi, le amiche e gli amici del sindacato, persone di ogni tipo; le famiglie si affacciavano ai balconi e applaudivano; coppie di vecchietti sorpresi e incuriositi osservavano, perplessi, ma sorridevano. Da allora il Gay Pride è diventato un rito, qui, più o meno partecipato a seconda degli anni. Riflette gli umori politici della città. Ieri, per esempio, alcuni cambiamenti significativi.

Intanto, la Regione ha dato il suo patrocinio, che era stato tolto dal 2010, cioè da quando si era insediata la Giunta di centrodestra guidata da Cota. Chiamparino, nuovo Presidente dal 25 maggio, ha invece restaurato l’impegno della Regione nella difesa delle differenze sessuali. Poi, era presente uno striscione del Pd, ben grosso e visibile. Fino all’ultimo mi sono detto: il Pd farà la sua solita figura meschina, aderisce, ma poi va lì quasi di nascosto, non manda dirigenti, non ha uno striscione. Invece c’era lo striscione, un carro dei giovani democratici decisamente rumoroso, e Chiamparino in prima fila, nell’apertura istituzionale, con alcuni assessori del comune. Ovviamente, però, mancavano i segretari regionale e provinciale. Che vuoi fare, un po’ di viltà ci vuole sempre.

La partecipazione è stata altissima. Cinquantamila persone, hanno scritto i giornali. Sicuramente moltissima gente, in certi momenti c’era una calca spaventosa, si faceva fatica ad avanzare se non seguendo il movimento del corteo. E si è rivista la qualità della partecipazione del 2006: la presenza di tutte le associazioni e le personalità del mondo LGBT e di tutte le persone che si identificano in esso era immersa in una presenza diffusa di cittadini qualunque, come me, venuti semplicemente a sostenere la causa. Una quantità enorme di ragazze e ragazzi che, come sa chi insegna, vivono ormai con una grande naturalezza la permeabilità dei confini tra le identità sessuali; la vivono costantemente nei loro momenti di divertimento, nelle feste, così come nelle amicizie e negli affetti. E vengono al Gay Pride a riprodurre questa forma di vita, intensificata, nella rappresentazione pubblica dell’esplosione del dionisiaco, della sensualità e dell’affettività liberata. Ma, insieme a loro, anche tante persone di mezza età (sempre come me) che militano in partiti, associazioni, sindacati, occupandosi ogni giorno di altre cose, ma si sentono naturalmente parte della lotta per questi diritti. E anche questa volta, la partecipazione dei passanti, delle famiglie dai balconi, dalle finestre. Dei commercianti, che avevano già aderito nelle settimane precedenti alla campagna “Omofobia no grazie”.

Immerso in questo flusso di forza vitale e volontà di potenza che esplode e ti porta, indebolendo le tue difese, ho fatto però anche qualche riflessione meno banale (spero).

Ho notato due cose. La prima è che questa sensazione di essere portato, quasi pressato, dalla folla, di essere trascinato potentemente dal flusso del corteo, l’ho avuta solo al Gay Pride, ultimamente. E dire che ho fatto tante manifestazioni, qui a Torino. Ogni anno, quella del Primo Maggio, senza eccezione. Poi, sempre, la fiaccolata del 24 aprile per la Festa della Liberazione. E ancora, tutte le manifestazioni politiche importanti, come quelle contro la guerra nel 2003; e quelle per la scuola, alcune, negli anni peggiori della Gelmini, decisamente imponenti. Quella tragica dopo l’incidente alla Thyssen, nel 2007. Ma in quasi tutte ho avvertito l’allentarsi della forza delle manifestazioni classiche. Anche quando erano affollate, il corteo non era mai così compatto e trascinante.

Inoltre, il secondo aspetto riguarda la “liturgia” di queste manifestazioni. Nelle manifestazioni classiche, questa liturgia da anni si sta indebolendo. Una cosa che si nota, da diverso tempo, è che la maggioranza delle persone che partecipano ai cortei non scandisce più gli slogan, o almeno non lo fa più con la forza e la regolarità con cui questo avveniva prima. Si è creata una specie di divisione del lavoro: nei camion e in testa ai gruppi (ma soprattutto nei camion) alcune persone scandiscono degli slogan e fanno dei discorsi; il resto dei manifestanti segue, semplicemente. Raramente accade, come succedeva regolarmente nelle classiche manifestazioni politiche, che la maggior parte dei manifestanti urli degli slogan e canti. Avviene solo nei gruppi più determinati, ma si tratta di solito di frange minoritarie (per esempio i centri sociali).

Invece nel Gay Pride la liturgia è coinvolgente, e la maggioranza partecipa. Ovviamente, è una liturgia del tutto diversa. A causa anche del ruolo guida dei carri, assomiglia molto più a una ritualità da discoteca che a una organizzazione da manifestazione politica. Dai carri viene una musica assordante, scandita dalle incitazioni degli speaker ai microfoni, veri e propri dj, incitazioni che si alternano a piccoli comizi, piccoli discorsi politici. Le incitazioni vanno oltre il corteo, si rivolgono ai passanti, alle persone affacciate alle finestre, a tutti. E grazie alla musica e ai dj, le folle di ragazzi e ragazze (ma non solo) intorno ai carri sono sempre in movimento, cantano, gridano, rispondo alle incitazioni (“saltate tutti”, e saltano; “fate un urlo”, e fanno un urlo; ecc.). È un mondo del tutto diverso, ma funziona. L’impressione è che mentre le manifestazioni tradizionali hanno perso energia, e si ripetono un po’ stancamente, queste invece sono al culmine della loro espressione: portano al massimo la partecipazione e il coinvolgimento dei manifestanti. Molto più che in quelle tradizionali, in questi eventi ci si avvicina alla ritualità come la vede Durkheim: l’io è assorbito dal rito collettivo al punto da esserne totalmente trasceso, rinsaldando così il legame con i valori che fondano quel rito. Ma quali sono questi valori? Proverò a dire qualcosa più avanti.

Prima, ancora qualche considerazione sulla manifestazione di questo rito. La sua forza, in questo momento, deriva forse dal fatto che è in rapporto diretto con pratiche diffuse nella società. Lo sballo indotto dalla musica e dalla discoteca fanno parte dell’esperienza ordinaria di molti giovani, e così anche l’esplosione della sensualità e del dionisiaco, in esperienze erotiche che rifiutano di definirsi in schemi tradizionali. Questo pone la liturgia del Gay Pride in continuità con aspetti della società individualista, edonista e consumista (uso espressamente questi termini, che molti caricano di connotazioni di critica moralistica) che sembrano opporsi allo spirito di giustizia e di solidarietà che anima i movimenti sociali, in generale, e le manifestazioni più tradizionali della sinistra in particolare. E certo, l’occhio, durante la manifestazione non può non essere colpito anche da alcuni elementi di disturbo: alcune presenze estranee, ma che non possono non essere lì. I sottoproletari (napoletani si direbbe), corpulenti, mal vestiti, per niente intonati all’atmosfera, che si aggirano con carrelli improvvisati a vendere “birre, cocche!”, identici a quelli che si incontravano una volta nei treni, che si vedono nei concerti. E l’autista della Mercedes decappottabile che procede sontuosa trasportando due splendide ragazze (ragazzi) vestite di piume, in calze e maglie a rete, su tacchi vertiginosi, che esibiscono il loro corpo levigato, mentre lui, in abito nero, sobrio, pelato, lo sguardo professionale indifferente, guida in mezzo alla folla. Queste presenze sembrano dirci che il Gay Pride è un rito per la classe media planetaria omogenea al sistema, l’ennesima celebrazione del sé che si realizza nella soggettività del desiderio, captato, questo, dal mercato. Un rito a cui i “veri sfruttati” sono estranei. Forse è così. Ma non bisogna fermarsi qui, credo. Forse invece la potenza aggregatrice del Gay Pride viene proprio dal fatto che riesce a trasformare tendenze interne al sistema in forze morali, che agiscono politicamente. Come dovrebbe fare ogni movimento politico.

Ma quali sono queste forze morali? Quali sono i valori che fondano il rito del Gay Pride, come chiedevo prima? Per dirla con toni meno esagerati: che idea di democrazia è in gioco qui?

Parto da un dettaglio. Tra le autorità presenti c’era l’assessore comunale alle pari opportunità Ilda Curti, a fianco di Chiamparino. Ilda Curti è la stessa persona che, quando Chiamparino era al comune, si è impegnata per la costruzione di una Moschea a Torino, in una trattativa lunga e paziente con la comunità islamica, e resistendo tenacemente a tutti i tentativi di boicottaggio, che fossero le resistenze di una parte dell’opinione pubblica e dei partiti, o le cause pretestuose intentate dalla Lega. Alla fine la Moschea si fa. Si vede qui il senso di questa politica: si tratta di realizzare l’idea di eguaglianza dei cittadini attraverso la creazione degli spazi in cui le loro particolarità possano esprimersi liberamente. L’eguale rispetto delle diversità. Questo accade anche nel Gay Pride. Le Drag Queen coperte di piume in cima ai carri sono l’avanguardia di una minoranza che vuole semplicemente essere riconosciuta per quello che è, senza che la sua identità abbia lo stigma del disprezzo sociale o della rimozione dalla dimensione pubblica. L’avanguardia infrange lo specchio della rappresentazione pubblica accettata dei ruoli sociali e, come sempre nelle lotte sociali, con il conflitto e con l’affermazione esasperata di sé contro le resistenze, impone agli altri soggetti sociali di riconoscere che quella forma di vita è legittima e degna come le altre. E così gli altri, dietro, possono seguire. Chi si trova fianco a fianco con le fanciulle (i fanciulli) distesi sul cofano della Mercedes, con i ragazzi seminudi che ballano sui carri, ma anche con le mamme delle famiglie arcobaleno, con i giovani ragazzi gay in camicia e pantaloni ben stirati ecc., sente di partecipare della condivisione di una eticità che si forma nel processo democratico: la forma di vita che si costruisce nel riconoscimento reciproco di forme di vita diverse, non necessariamente condivise nelle proprie scelte di vita, ma sentite come parte del nostro orizzonte sociale, cioè come parte di una società che è disposta a lottare per affermare anche quelle identità che non mi appartengono. E allora le identità che non mi appartengono, perché non sono la scelta di vita che ho fatto io, allo stesso tempo mi appartengono, perché io appartengo a quella società che sceglie di porre tra i suoi fini anche la creazione degli spazi per il fiorire di quelle forme di vita: che siano esse le comunità islamiche tradizionali, che vogliono uno spazio dignitoso per il culto, o le comunità LGBT, che vogliono potersi manifestare senza essere disprezzate.

Qui emergono i valori fondanti di una democrazia che trova la sua legittimazione nell’eguale rispetto delle persone concrete, in carne e ossa, con le loro storie. La discussione sulla democrazia è oggi scissa tra due prospettive entrambi semplificatrici: da una parte la visione “procedurale”, secondo cui la democrazia può rispettare le diversità se si svuota di contenuti etici, rimane indifferente alle differenze e chiede ai cittadini di confrontarsi solo su questo terreno di neutralità; dall’altra la visione “etica” che contesta questo modello “gracile” di democrazia e sostiene che una democrazia può sopravvivere solo se si dà dei fini condivisi, che possono venire unicamente da una storia, da un’identità e da una tradizione comuni. Questa contrapposizione, che ricompare di nuovo nel testo di Charles Taylor La democrazia e i suoi dilemmi (Diabasis, 2014), in parte pubblicato e discusso anche su questo blog, è semplicistica. La democrazia procedurale non esiste. La democrazia che rifiuta di assumere una “identità storica forte” lo fa perché parte dall’assunzione di un punto di vista morale altrettanto forte: il principio dell’eguaglianza morale di individui concreti, posto alla base della legittimità delle sue istituzioni. Questo principio, se rispettato e applicato, porta alla creazione di uno spazio etico condiviso, che non è il guscio vuoto del proceduralismo e della stretta neutralità liberale, ma non è neanche l’eticità densa di una identità nazionale o culturale, che respinge ai margini le minoranze: è lo spazio morale che si crea nel riconoscere come parte della nostra società forme di vita diverse, e nel promuovere gli spazi che permettono loro di svilupparsi liberamente. Questo spazio morale diventa un patrimonio condiviso della società, e quindi diventa la riserva da cui sorgono i fini che la società si pone. I cittadini non LGBT che hanno partecipato alla manifestazione di ieri hanno sentito di condividere la lotta per l’affermazione dei diritti di quella comunità, e in questo hanno sentito di affermare una loro identità morale forte, che alimenta le istituzioni. Il rito è servito a farli sentire parte di questo tutto, a farli tornare al momento sacrale in cui la condivisione dei fini rinsalda le basi della coscienza collettiva.

(Torino, 29 giugno 2014)

[Immagine: Gay Pride, Torino (mp)].

 

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