cropped-Huette.jpg

a cura di Gilda Policastro

[Questa intervista è uscita sul numero 23 di «il Reportage»]

La letteratura nasce come invenzione, fantasticheria, mito. Ci sono, per raccontare il mondo com’è o si crede di vederlo, altri generi, dalla cronaca al documentario. In un’opera d’invenzione si può ancora parlare di cieli, di fate, di sogni. Ed è lecito chiedersi, nell’ottica di un bambino, «che cosa fanno le cose quando noi non le guardiamo». Aldo Nove ha dagli esordi incarnato il puer che riscopre il mondo e le sue forme illusionistiche, dalla caverna platonica allo schermo televisivo: è da questa disposizione all’incanto che nascono i suoi libri più meritatamente noti come Woobinda (1996) o Amore mio infinito (2000), fino all’ultimo arrivato, Un bambino piangeva (2015). Non inganni però la maschera dello sguardo incontaminato: c’è, dietro l’osservazione apparentemente disincantata, un rovello costante sulla comunicazione e sulla presenza nell’esistenza terrena dell’immateriale, dai morti alle merci, con un’anima più che magica propriamente creaturale. «Le storie più belle», scrive nell’ultimo romanzo, «sono quelle senza senso». Dove però l’assenza è ancora una maschera, o l’espediente per scoprire cosa fanno le cose quando non le guardiamo.

  • Nel nuovo romanzo alterni le memorie d’infanzia, spesso divertenti, alle narrazioni riguardanti l’origine del mondo e della convivenza tra gli uomini, dal tono più sorvegliato e alto, quasi da narrazione mitico-religiosa. Dici a un certo punto che i morti non esistono e che nessuno è mai nato e nessuno è mai morto. E in apertura parli delle morti bizzarre di scrittori: nessuno muore mai perché esistono i libri o comunque i racconti? 

«Le storie vengono da un luogo lontano, dove eravamo già stati», ho detto in un libro precedente, citando Milo De Angelis. Il mito (Barthes, laconicamente, sottolineava che “mito” vuol dire “parola”) nella sua dimensione epica, e quindi di storia, specialmente alle sue origini, che sono orali, fonda una tradizione reale e diventa coscienza comune. Le storie universali sono il nostro patrimonio più grande. Sul mito greco si fonda tutta la cultura occidentale. Una storia esemplare, per quanto privata, è sempre la storia di tutti, Gregor Samsa siamo tutti noi. Nello specifico, Nessuno nasce nessuno muore è il titolo di una raccolta di interviste a Sri Nisargadatta Maharaj, saggio indiano morto nel 1981, che ricevuta la “mokhsa” (illuminazione) ha una grande influenza, nell’occidente, sulla speculazione intorno a fisica quantistica e neuroscienze (a lui si ispira, negli USA, la neurologia quantica). Diciamo che “la vita” non muore mai, o meglio è alternanza ciclica di vita e morte, ché tutto è alternarsi di fasi: nel ritmo cardiaco, nella respirazione, nel succedersi delle civiltà in conflitto. Il “Sé” induista (e junghiano) non nasce e non muore mai perché (e mi torna in mente Eraclito) consiste proprio in questo ritmo di nascita e morte (rinascita): i miti (le narrazioni esemplari) fondano la coscienza collettiva di quest’alternanza e generano le culture. Se Marx diceva che la religione è l’oppio dei popoli, mi chiedo che merda stiamo fumando oggi. L’oppio è buono. Su spread e quantitative easing non costruiamo narrazioni. E quando, come diceva Sanguineti, volti la pagina e ci sono i soldi, volti ancora la pagina e non c’è niente, significa che una storia (quella nostra, del grande capitale morente, o meglio già morto, zombie) è finita. E ne nasceranno altre. Dal passato o dal futuro non importa: il tempo è ciclico.

  • La riflessione sul tempo è anche un motivo conduttore del tuo ultimo libro di poesia, Addio mio Novecento, in cui pure si mescolano varie concezioni, da quelle arcaiche alla fisica quantistica. E già dal tuo precedente A schemi di costellazioni (2010) emergeva il tuo interesse verso la scienza e la filosofia: pensi che la poesia possa avere una tensione conoscitiva e porsi in dialogo con gli altri saperi anche nell’irrilevanza in cui la relega il contesto attuale?

La poesia è ricerca. Non ha nulla a che fare con il “poetico” (lo ha teorizzato bene di nuovo Sanguineti) e per me esprime tutta la tensione per la conoscenza che l’uomo, quando non è completamente abbruttito, ha. In versi ha scritto Parmenide, diverse lettere di Mozart sono in versi e Cartesio ha paragonato “l’illuminazione” poetica a quella scientifica. Poesia è dunque sintesi di forme di sapere.

  • Tu scrivi anche narrazioni-inchiesta, se così possiamo definirle. Tra queste, ricordiamo il tuo libro dedicato al precariato, Mi chiamo Roberta…, scaturito da una serie di interviste che realizzasti per il quotidiano «Liberazione»: «storie, sono urgenti, dobbiamo dircele», scrivevi allora. Oggi cosa pensi del precariato, dell’assenza di certezze materiali che limita il presente e minaccia il futuro delle generazioni che hanno seguito e seguiranno la tua?

Quando iniziai a parlare di precariato pochi se ne occupavano. E’ tipicamente italiano nascondere le cose finché non ci hanno travolto. Direi che oggi la precarietà è la condizione ontologica che ci domina. Con relativa percezione del nostro essere nel mondo. E questa partita è forse la sfida cruciale del nostro tempo. Un aneddoto: Qualche mese fa sono stato invitato in un’università, a un convegno sul precariato, per raccontare il mio Mi chiamo Roberta… Poi sono andato a cena con un po’ di prof. precari e ho scoperto che le loro storie erano ancora più assurde di quelle che io avevo raccontato nel mio libro. Non riuscivo a credere che un prof. associato guadagni 1.800 euro all’anno. E che quindi tutti recitano, fingono, in attesa di una specie di palingenesi individuale che poi sarebbe la cattedra. Magari, per sopravvivere, facendo nel frattempo il pizzaiolo o il prostituto part-time. Ma di queste cose non se ne parla. Una finta “dignità” ce lo proibisce, quando dovremmo invece urlarle.

  • Sei stato tra i primi scrittori italiani a confrontarti con l’orizzonte merceologico e massmediatico, alcuni dei tuoi ultimi libri s’ispirano a figure religiose: Maria, Francesco…tra Marx e Gesù Cristo chi credi sia più da riscoprire? In generale, cosa pensi dell’ondata religiosa che travolge le scritture contemporanee (da Houellebecq a Carrère), è un segno della reazione culturale e ideologica che ha investito l’Europa o al contrario una sorta di contraltare al diktat neoliberista che ha definitivamente sottomesso le economie mondiali?

Marx si proponeva l’attuazione dell’utopia cristiana dandogli una concretezza storica attraverso l’analisi delle condizioni economiche e sociali di un presente che di fatto è passato. Credo che “reazione” oggi significhi essere marxisti senza rispettare lo spirito di Marx, e facendone dunque una sorta di statica divinità. È stato questo atteggiamento, oltre alle catastrofi dei socialismi reali, a rendere inattuale il marxismo. Ma non certo Marx. Sulla religione, direi che ciò che parla a ogni uomo, come ogni forma di grande letteratura, è sempre attuale. Rileggere i Vangeli, o le Upanishad, o i Tantra o il Corano non può che arricchire chi lo fa.

  • Non hai mai disdegnato i media di comunicazione di massa e per promuovere i tuoi libri sei stato ospite di molte trasmissioni di successo, dal Festival di Sanremo a Ballarò. Cosa pensi del rapporto tra cultura e comunicazione? Credi sia un connubio possibile (come ha dimostrato, ad esempio, Umberto Eco) o che ci sia un conflitto insanabile tra i due ambiti (come pensavano invece i neoavanguardisti duri e puri)?

Non esistono conflitti insanabili. Come dice una massima buddista, “a ogni problema una soluzione. I media sono, lo dice la parola, un mezzo. A noi farne un uso intelligente. I media fanno parte della realtà attuale, ne sono veicolo e, in parte, la generano: ignorarli significa ignorare la realtà che, a me, interessa tutta.

  • Tra gli scrittori della tua generazione sei sicuramente il più trasversale: piaci alla critica, senza essere disdegnato dal pubblico (o viceversa). Come vivi il rapporto con le dinamiche editoriali, le forme di rappresentazione del sé, i compromessi inevitabili tra la propria autenticità e i condizionamenti del contesto, in cui se non fatturi cominci a essere pubblicato sempre meno e in meno copie e con minori opportunità promozionali?

Cerco di essere estremamente disciplinato attuando ogni giorno la massima di Gurdijeff: “Cerca sempre e comunque e in qualunque situazione di fare il bene degli altri in modo che sia piacevole per te”. In altri termini, scrivo sempre quello che mi piace pensando al piacere di un eventuale lettore, che ovviamente è ideale. Dello schifo dell’editoria attuale non mi curo. Continuo a suonare il violino sul Titanic che affonda. Fino a che mi lasciano lo strumento in mano.

  • Hai pubblicato quasi subito con editori di prestigio e continui a trovare spazio presso i grandi marchi editoriali, ma vieni dalla poesia, che ha comunque una circolazione ridotta e spazi sempre più ristretti: cosa pensi della tendenza attuale alle macroaggregazioni, credi che possa rilanciare la lettura o danneggiare i nuovi autori, rendendo sempre più difficile l’accesso ai canali egemoni per gli esordienti?

Credo che sia un disastro. Me ne sono andato da Einaudi per rifugiarmi in Bompiani che sta per (mi auguro di no) diventare, come Einaudi, Mondadori. Davvero non so come rispondere a questa domanda se non, gramscianamente, con il pessimismo della ragione e l’ottimismo del cuore. E l’ottimismo può derivare dal fatto che in questo cambiamento infinito di scenari nessuno può escludere del tutto che accada qualcosa di davvero nuovo e positivo. La legge di Murphy non è perfetta!

  • Con quale forma d’arte non ti sei ancora confrontato e ti piacerebbe esplorare? Ti interessa il reportage come genere, potresti sceneggiare, scrivere per il cinema o la televisione?

Mi piace TUTTO. Ho solo avuto problemi con il corpo maschile (altrui). Per anni mi sono sentito un minorato (e quantitativamente in effetti lo sono) per il fatto che non provo nessuna attrazione per gli uomini. Anche se da ragazzo un paio di pompini li ho fatti. Nulla di che. Mi piacciono solo le donne. Tornando all’arte, collaboro con musicisti, scultori, cantanti, videomaker. Lavoro per il teatro, la televisione (per Rai 5 ho curato un ciclo di trasmissioni sui classici del Novecento) e ho scritto la sceneggiatura de La vita oscena, il film che Renato De Maria ha tratto dal mio romanzo omonimo e che uscirà presto nelle sale. Voglio fare qualunque cosa prima di morire.

[Immagine: Axel Hütte, Landshaft]

3 thoughts on “Le storie più belle sono quelle senza senso. Un’intervista ad Aldo Nove

  1. Bella intervista, Nove dice cose giuste e interessanti. Una precisazione: a mio avviso Carrére non opera ne Il Regno un reale riavvicinamento alla religione, piuttosto il contrario. Il Regno inocula, tipo flebo e quasi senza parere, un lento scetticismo; e trasforma il messaggio cristiano in qualcosa di leggero, ironico, forse anche buffo. Direi perciò che leggendo Il regno una persona intelligente – e non avvezza ai Vangeli – si allontanerà da un discorso propriamente metafisico; né del resto è chiaro se si tratti d’una precisa scelta poetica dell’autore o di un effetto involontario del suo ipertrofico ego, più erudito che profondo.
    ps: ho amato L’Avversario e Vite che non sono la mia

  2. Aldo Nove è uomo dalla mente libera. Piena di buone, condivisibili idee. Mi ha colpito la citazione di Milo De Angelis: “Le storie vengono da un luogo lontano, dove eravamo già stati.” Pensiero tanto suggestivo da apparirti vero. E quello che dice su Marx e sui testi religiosi… Insomma, mi è piaciuto leggere questa intervista, grazie.

    p.s. (sintetico) per LPLC : felice ripresa pubblicazione pezzi: cucchiaiata vitamine giornaliera!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.