cropped-6a00d83451e6f169e20133f220118d970b.jpg[Babel, il festival di Letteratura e Traduzione che si è concluso nel fine settimana scorso a Bellinzona, ha festeggiato con quest’ultima edizione dieci anni di attività. Dieci anni di dibattiti, di incontri tra scrittori e traduttori, di workshop, che hanno visto il festival imporsi come uno tra i più interessanti e articolati di oltreconfine. Abbiamo chiesto al suo ideatore e direttore, Vanni Bianconi, di parlare con noi del festival, facendo un primo bilancio di questi anni]. 

di Isabella Mattazzi

Come è nato Babel?

Babel è nato da un’intuizione molto semplice. Abbiamo iniziato a pensarci nel 2004, in piena era berlusconiana, quando la televisione, i media non fornivano più alcun servizio letterario e il bisogno della gente di parlare, di fare cultura si era spostato tornando nelle piazze. Erano gli anni della grande fioritura dei festival, Mantova stava diventando un fenomeno di massa, e in moltissime altre città italiane gli eventi culturali strettamente legati al mondo della scrittura si stavano confrontando con un pubblico via via sempre più ampio. Ci è venuta così l’idea di provare a portare un festival letterario anche in una città come Bellinzona. Una città che stava esattamente in mezzo tra due realtà, due mondi – Milano e Zurigo – estremamente diversi e che già aveva un tessuto culturale solido su cui potevamo appoggiarci (diverse librerie, una casa editrice piuttosto importante per la Svizzera italiana come Casagrande…). Il punto fondamentale del nostro progetto però è che accanto alla letteratura in quanto tale il nostro festival avrebbe parlato anche e soprattutto di traduzione (probabilmente noi, essendo svizzeri e quindi esposti a un plurilinguismo costante, sentiamo il problema della traduzione come qualcosa di estremamente vivo e radicato). In quegli anni la traduzione era un’attività quasi del tutto ignorata, se oggi sui giornali troviamo quasi sempre ad accompagnare un libro gli aggettivi di rito: “nella bella traduzione di…”, “nella sorprendente traduzione di…”, quando abbiamo iniziato a immaginarci Babel i traduttori non venivano assolutamente mai menzionati nelle recensioni e spesso e volentieri si potevano trovare in libreria romanzi pubblicati senza neppure il nome del traduttore.

Abbiamo pensato quindi a un festival “nuovo” che potesse fornire sia strumenti pratici di aiuto alla traduzione (Workshop, una biblioteca, incontri con le scuole) che momenti di riflessione più specificamente letterari in cui un autore e il proprio traduttore si ritrovassero a discutere insieme del loro lavoro.

Più che un festival, una vera e propria missione formativa ed educativa del pubblico. È possibile parlare di un valore “politico” della traduzione (e quindi anche di Babel)?

 La traduzione è una metafora direi fondamentale per leggere il presente.

Una delle definizioni più importanti della pratica traduttiva l’ha data Paul Ricoeur indicando la traduzione come “ospitalità linguistica”. In poche parole, tu devi prima andare verso l’altro, uscire fuori dal tuo mondo, dalle tue conoscenze, cercare di capire l’altro, imparare la sua lingua, conoscere la sua cultura e solo quando conosci la lingua e la sua cultura puoi invitarlo a casa tua, farlo entrare nel tuo mondo e di conseguenza accoglierlo nella tua lingua. L’anno scorso qui a Babel è venuto Patrick Chamoiseau, una delle figure più importanti per quanto riguarda il discorso contemporaneo sulla creolizzazione e a tutti gli effetti il portavoce della “poetica della relazione” di Édouard Glissant. Secondo Chamoiseau-Glissant all’interno di un mondo che sembra offrirci sempre e solo due vie radicali e contrapposte – arrendersi alla globalizzazione rinunciando a qualsiasi peculiarità individuale identitaria / irrigidirsi in un campanilismo xenofobo senza speranza – la poetica della relazione può offrire un nuovo modello praticabile, un modello in qualche modo vicino al lavoro del traduttore secondo l’idea di Ricoeur dal momento che il traduttore di fatto si mette sempre in relazione con l’altro, e ogni confronto con la diversità è per lui un’occasione per mettere in dubbio le proprie radici.

Del resto,  l’anno scorso con Chamoiseau e la letteratura delle Antille abbiamo assistito a un vero e proprio “farsi politico” del discorso culturale. A Babel avevamo invitato diversi scrittori – provenienti da tutte le isole dell’arcipelago – che prima di incontrarsi qui non sapevano nulla l’uno dell’altro, non si erano mai letti, non conoscevano neppure uno la lingua dell’altro (durante i dibattiti del festival era stato abbastanza difficile farli dialogare tra loro proprio per la diversità linguistica, per il meticciato estremo che caratterizza la cultura delle Antille). Non avendo una lingua comune, tutti questi scrittori, prima di Babel, non si erano accorti di star facendo in realtà un discorso comune, di dire e volere cose estremamente simili. A fine festival, proprio attorno a questo tavolo, con noi svizzeri che facevamo da tramite linguistico, da crocerossine del linguaggio traducendo da una lingua all’altra, questi stessi scrittori hanno deciso di stilare un manifesto in tre lingue, un vero e proprio manifesto di rivendicazione politica – più promozioni, più pubblicazioni di libri, più rapporti, più reti culturali – da sottoporre al loro governo. Babel si è fatto promotore di questo manifesto e tutti gli scrittori lo hanno firmato.

Babel è un festival strutturato su una tematizzazione di tipo geografico. Dall’Ungheria nel 2006, fino alla Svizzera – nazione di riferimento per questo festival 2015 – si sono avvicendati uno dopo l’altro dieci paesi, dieci culture diverse. In base a quale criterio avviene ogni anno la scelta della nazione da ospitare?

Un criterio di meticciato, di contaminazione della lingua. Per l’Ungheria, nazione ospite per il primo anno del festival – eravamo nel 2006 – il vero motivo della scelta era stata la scoperta e la pubblicazione da parte di Casagrande di un libro di Ágota Kristóf “L’analfabeta”, diventato da subito un piccolo caso letterario. Ágota Kristóf non scriveva già più e l’avevamo contattata per chiederle se avesse testi inediti da mandarci, cose dimenticate nel cassetto e mai pubblicate. Lei ci aveva mandato i testi che scriveva quando era appena arrivata in Svizzera e parlava in un francese stentato, “sporco”, io ero in contatto con lei e speravo che sulla spinta del libro venisse a Babel per parlare di questi lavori, ma poi alla fine non è venuta. l Balcani li abbiamo scelti perché c’era una lingua che copriva diverse culture e una storia che era praticamente esplosa. Per quanto riguarda l’anno degli “Inglesi Uniti d’America”, abbiamo chiamato scrittori delle maggiori comunità di immigrati in America, invitando qualche caraibico, un cinese, un indiano, una messicana che scrivono in inglese e così via.

Quest’anno la scelta è caduta sulla Svizzera perché da qualche tempo a questa parte si stanno muovendo parecchie cose qui in ambito linguistico. In Svizzera c’è una polemica che va avanti da secoli sull’uso del tedesco come lingua standard a discapito di una rivalutazione anche letteraria dei dialetti. Secondo molti la letteratura deve essere scritta in Hochdeutsch e non in Switzerdeutsch (c’è anche da aggiungere che da parte di quasi tutta l’intellighenzia svizzera, l’uso dello svizzero-tedesco è sempre stato giudicato da un punto di vista ideologico, legandolo a posizioni di destra, xenofobe, di forte chiusura; quindi, semplicemente, in Switzerdeutsch “non” si scrive). In questi ultimi anni invece stanno nascendo movimenti (un esempio tra tutti il gruppo Bern ist Überall) in difesa di tutte le lingue orali, secondo l’idea che qualsiasi lingua parlata è una lingua viva che ha pieno diritto di esistere con pari dignità rispetto a qualsiasi altra. Quest’anno abbiamo deciso di mettere al centro del festival proprio questa nuova spinta di “creolizzazione svizzera” (di continua ibridazione tra l’italiano, il francese, il tedesco, i suoi dialetti, il romancio e adesso le lingue dell’immigrazione) perché a mio avviso è uno dei fenomeni più interessanti da osservare per quanto riguarda la contemporaneità linguistica europea

Come sarà il futuro di Babel, ci sono cose che vorresti cambiare rispetto alla struttura che il festival ha oggi?

Più che cambiare qualcosa del festival vorrei fargli cambiare orbita. Abbiamo in programma per giugno un’edizione di Babel a Londra. Sarà una specie di prova per vedere quanto funziona questo modello di festival, così frastagliato e misto, in una grande capitale europea con una presenza forte di diverse comunità di migranti e dove forse le persone possono sentirsi più coinvolte dal nostro tipo di discorso.

Un altro grande cambio di orbita che si sta attuando è la creazione della rivista online “Specimen” in programma per giugno. Sarà una rivista organizzata in maniera molto asistematica, in cui si potranno trovare testi letterari pubblicati in russo e tradotti in italiano e francese, reportages pubblicati in cinese e tradotti in inglese, traduzioni di traduzioni… tutti sullo stesso piano, come se fossero tanti “specimen” (non più tipografici, ma concettuali) di caratteri e pesi diversi. Sarà una rivista di impostazione molto tipografica, plurilingue, internazionale, a cui vorremmo collaborassero tutte quelle persone con una concezione affine della letteratura – autori e traduttori – con cui siamo entrati in contatto nei dieci anni di Babel.

[Immagine: Anish Kapoor, Sky Mirror (gm)].

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *