cropped-o-BARANI-TAVERNA-facebook.jpgdi Jo March

Nella sua autobiografia Un grande avvenire dietro le spalle Vittorio Gassman ricorda che tra le sue partner preferite c’erano state certe attricette scadentissime, che però in compenso facevano “pompini magistrali”; e aggiunge “le star in genere sono carenti in questo reparto”. Cose di un’altra epoca. Gassman un po’ coincideva, un po’ fingeva di coincidere con i suoi personaggi: rappresentava ancora l’Italia del boom, del sorpasso, del gallismo, dei maschi latini eccetera eccetera. Oggi, nell’epoca del politically correct, come sembrano lontani quei tempi.

Infatti oggi è tutta un’altra storia. Adesso non sono solo le donne oscure e sfruttate a essere dichiarate utili esclusivamente per i pompini. Adesso le star, e in generale tutte le donne più o meno in vista, non sono più accusate di essere carenti in quel reparto: al contrario; ogni momento è buono per sostenere che sono arrivate dove sono proprio perché in quel reparto bravissime, che occupano posizioni di rilievo, perché tutte in una certa posizione hanno incominciato (a meno che non rientrino assolutamente negli standard estetici ammissibili; in quel caso la canzone è un’altra, ma in fondo è la stessa: sono frustrate e antipatiche, perché manco per quello qualcuno le ha volute).

L’ultimo esempio è il fatto del giorno: il senatore Lucio Barani che nel Senato moribondo mima il gesto della fellatio rivolgendosi alla senatrice Barbara Lezzi; poi dice di essere stato frainteso, porge, costretto, scuse all’altezza (o meglio alla bassezza) dell’insulto, e, visto che alcuni giornali – davvero – lo hanno dichiarato colpevole specie perché Lezzi è “in dolce attesa”, dichiara di rispettare le donne “soprattutto se incinte”.

Certo, Barani – è sufficiente un’occhiata al suo curriculum per constatarlo – non è nuovo a gesti per così dire estremi. Il guaio però è che in ottima compagnia. I 5 stelle, compagni di partito di Barbara Lezzi, sono tutti furibondi; ma un po’ di tempo fa, un deputato loro, Massimo De Rosa, si era comportato in modo molto simile, accusando un gruppo di deputate Pd di ricoprire quel ruolo solo perché “brave a fare pompini”. E persone disgustate da entrambi i casi hanno trovato deliziose certe scene tra le più riprese, tra le più citate degli ultimi film di Sorrentino: quella della Grande bellezza in cui il protagonista impersonato da Toni Servillo ricorda all’amica scrittrice, durante una discussione salottiera, che l’unica sua vocazione giovanile di cui si abbia memoria “aveva luogo nei bagni dell’università”; e quella di Youth in cui il regista Harvey Keitel, dopo che la star Jane Fonda ha rifiutato di interpretare il suo prossimo film, le imputa (tanto per smentire Gassman) di aver fatto carriera “sotto le scrivanie dei produttori”; scene diverse, ma in cui comunque l’attacco sferrato dai personaggi maschili risulta legittimo e liberatorio, e sono le figure femminili ad apparire patetiche e grottesche.

E ancora: ad assaltare il berlusconismo si ha sempre ragione, d’accordo, ma uno dei modi più classici  è asserire che Carfagna, Gelmini, Lorenzin, sono in parlamento o al governo solo perché sempre quello hanno fatto; come se fosse davvero questo il punto: Alfano, tanto per dire, quello verosimilmente non l’ha fatto mai, e probabilmente non se lo è nemmeno mai sentito chiedere, ma di critiche ne meriterebbe pure di più.

Ora, le ragioni di questa incessante, aggressiva ossessione della fellatio, e della sua trasversalità a mondi e sensibilità differenti, sono così palesi, che perdere tempo a commentarle è in effetti inutile. Il maschilismo c’è stato sempre: ma adesso è più impaurito e quindi più rabbioso; prende di mira le donne di successo per provare più furiosamente a ricacciarle nell’inferiorità, le vuole in ginocchio e a testa bassa, in senso figurato, sicuramente, e per stare tranquilli, pure in senso proprio. Vale la pena di protestare, quello senz’altro, e più che mai: ma il discorso in merito è già scontato.

Un’osservazione in più però si impone. Questa tendenza, oltre a essere condivisa da personaggi eterogenei, è pure maniaca, martellante, inarrestabile; difatti – gli episodi parlamentari di cui sopra lo dimostrano – fa capolino continuamente mentre ce ne sarebbero di questioni importanti in ballo; sembra, oltre che arma di offesa, sfogo di un pensiero dominante, e che domina pure quando si dovrebbe decisamente pensare ad altro, ad esempio, tanto per dire, al destino della nazione.

Naturalmente anche qua la storia è vecchia, e non è solo italiana: non è il caso di gettarsi la croce addosso; la colpa non è del nostro brutto paese o dei nostri tempi di decadenza; da sempre i politici dimenticano facilmente le sorti della collettività per concentrarsi sui loro affari privati, nell’accezione più stretta del termine. Basta pensare a due vicende celebri: quella del presidente Faure, che nel 1899 fece la (si fa per dire) morte del giusto mentre in una sala dell’Eliseo stava ricevendo da una escort dell’epoca il favore in questione; e quella del presidente Clinton che un po’ meno di un secolo dopo usava per lo stesso passatempo lo Studio Ovale, e che, se per fortuna non ci perse la vita, ci perse in compenso la faccia, quando una (probabilmente non l’unica) delle stagiste che l’aveva assecondato rese la cosa nota.

Però, per Faure e Clinton si trattava del classico vizio da sfogare clandestinamente con donne già (purtroppo) in condizione subalterna, vizio che quando venne allo scoperto, li fece apparire ridicoli, li espose al pubblico scherno. Nell’era del politically correct, invece, molti uomini sembrano credere che trasformare il pensiero nascosto in insulto gridato sia assai trasgressivo e anticonformista, mentre è rigorosamente conforme alle migliori (in realtà peggiori) tradizioni; che sia il modo più adatto per mettere in ridicolo le donne, mentre è solo il modo più adatto per mettere in ridicolo se stessi; che sia ostentazione di provocatoria scorrettezza mentre è dimostrazione di clamorosa immaturità: tanto che, se tutte le reazioni sono sacrosante, una di quelle che potrebbero venire più immediate sarebbe: “Ma in nome del cielo: pensate a lavorare!”.

cropped-o-BARANI-TAVERNA-facebook.jpg

[Immagine: Paola Taverna e Lucio Barani].

38 thoughts on “Giù la testa!

  1. In merito alle manovre “erotiche” tirate in ballo da uomini che non amano le donne allo scopo di denigrarle o tacitarle, da sempre in uso, posso notare che, rispetto a quando ero giovane io (20-30 anni fa), c’è stata un’evoluzione: all’epoca l’uomo privo di argomenti tacitava (o tentava di tacitare) la donna che controbatteva dicendo nella maggior parte dei casi Fammi una s**a”, oggi e ormai da diverso tempo va per la maggiore il pompino: forse e questo salto di qualità non è casuale ma funzionale al discredito di quella parte del corpo della donna che, sempre di più e sempre meglio, veicola la capacità di esprimere un pensare a cui il maschio intellettualmente e moralmente modesto non sa controbattere. La tattica (inconscia?) è umiliare, oltre all’intera persona, quella bocca dalla quale escono pensieri non sufficientemente soggiogati e/o di maggior valore. Ad ogni modo la sostanza non cambia, siamo ancora lì…

  2. Condivido pienamente. Ma chi c’è dietro Jo March? In ogni caso brava.
    (Caro Abate, ma quindi per lei il maschilismo non è una questione importante? “Nous n’allons pas sacrifier la Révolution à la bagatelle !”)

  3. Anch’io condivido pienamente. E vorrei ricordare a Ennio Abate (e a Simonetti che interveniva sul concetto di rivoluzione in un altro post), che maschilismo e sessismo sono espressioni simboliche di un ordine fondato su quella che è la prima di tutte le disuguaglianze: la divisione del lavoro tra i sessi. Perciò sono convinta, con Simone de Beauvoir e Pierre Bourdieu, che la lotta contro il dominio maschile sia non solo coerente con la visione marxista (benché molti marxisti, soprattutto della generazione di Abate, abbiano legittimato tra le mura domestiche le disuguaglianze che non tolleravano fuori), ma sia anche rivoluzionaria, se si intende per rivoluzionario, come suggerisce Simonetti, una lotta che mette in questione l’intero ordine, materiale e simbolico, della società.

  4. @Barbara Carnevali
    La tua osservazione sul piano teorico è giusta, nel senso che se è vero che nel dominio maschile siamo tutti immersi, allora ogni reale eversione di quell’ordine è rivoluzionaria nel senso che abbiamo detto.

    Ma sul piano della prassi rivoluzionaria – che è quello di cui parlavamo nell’altro thread – “lotta al dominio maschile” è un concetto un po’ vago. Come “lotta al capitale”, del resto. Può esistere una rivoluzione fatta solo di parole? La lotta al dominio maschile, come tutte le lotte, si incarna in diverse forme storiche, anche molto diverse tra loro: alcune letteralmente rivoluzionarie (anche in chiave marxista-leninista), altre rivoluzionarie solo metaforicamente, altre non rivoluzionarie affatto. E quindi dipende. Le donne della generazione di Pecoraro (o Abate) hanno fatto la rivoluzione (“messo in questione l’intero ordine, materiale e simbolico, della società”)? A me non pare. Hanno combattuto (e con successo) per i loro diritti? Questo sì.

    L’eversione reale dell’ordine sessista sta alla rivoluzione come il miglioramento della condizione femminile sta alla socialdemocrazia. Con un possibile corollario a cui preferisco non pensare: la fine di ogni dominazione simbolica è un’utopia – come l’anarchia.

  5. @Simonetti

    « L’eversione reale dell’ordine sessista sta alla rivoluzione come il miglioramento della condizione femminile sta alla socialdemocrazia ». Ben detto. (Mia nonna, però, quando vedeva come vivevamo io e mia sorella e pensava a come aveva vissuto lei, parlava di rivoluzione).

    @Abate & Co.

    II luogo comune che liquida le lotte di riconoscimento (di questo infatti si tratta se vogliamo prendere il problema sul serio, non di ossessione per la correttezza politica) in nome della maggiore importanza delle rivendicazioni materiali, dimentica che gli esseri umani non sono bestie, ma esseri morali, dotati di pari dignità. E che l’uguaglianza morale si esprime nel rispetto, che è fatto di espressioni simboliche, anche e in primo luogo verbali.
    È un luogo comune anche quello per cui le rivoluzioni non si fanno a parole. Tutte le rivoluzioni hanno avuto il loro battesimo simbolico, in cui si è sentita l’esigenza di inventare nuove forme di dignità – «cittadino», e non più duca conte o marchese, «compagno» e «compagna» – e di rinominare e ricategorizzare il mondo secondo un ordine rigenerato e più giusto: nuovi nomi per le strade, le città e le regioni, persino per i mesi e i giorni della settimana… Il rivoluzionario materialista obietterà che tutto questo seguiva e non sostitutiva le grandi riforme economiche e politiche, ma è evidente che si tratta del recto e del verso della stessa cosa (non si rivoluziona il mondo senza averlo ridisegnato e rinominato, e viceversa).
    Quello di cui stiamo parlando in questo post, mi sembra, è qualcosa di simile: oltre che per la fine delle discriminazioni salariali, oltre che per un’equa divisione del lavoro domestico, oltre per le condizioni di accesso alla sfera pubblica, le donne combattono per il rispetto della loro dignità morale e si incazzano se la cultura in cui sono immerse continua a umiliarle nel linguaggio, nei gesti, e nelle abitudini. E oggi non stiamo parlando di articoli determinativi e doppi cognomi, ma di una parlamentare trattata da pompinara! Tutto questo è semplicemente osceno, e importante come le sue preoccupazioni veteromarxiste, caro Abate.
    Infine, una precisazione: quella per il riconoscimento dovrebbe essere una lotta politica a tutti gli effetti, non una cortese o lamentosa richiesta di « correttezza » e buona educazione.

  6. @ a Simonetti che scrive: “La lotta al dominio maschile, come tutte le lotte, si incarna in diverse forme storiche, anche molto diverse tra loro: alcune letteralmente rivoluzionarie (anche in chiave marxista-leninista), altre rivoluzionarie solo metaforicamente, altre non rivoluzionarie affatto” chiedo: ma sono state tutte lotte maschili, o no? forme che conosciamo di opposizioni democratiche, rivoltose, del pensiero, in società a dominio maschile da parte di altri gruppi maschili.
    Le donne si sono sottratte all’ordine simbolico maschile con un atto iniziale di separatismo dai luoghi dove si perpetuava il simbolico maschile di dominio (anche nella forme dell’uguaglianza astratta o della parità), procedendo poi a costruire rapporti simbolicamente significativi tra donne.
    Questa strada ha portato a svuotare di contenuti molte istituzioni e molta cultura maschile che sono diventate, negli scorsi decenni, campi di continua contendibilità per affermazioni di significato. La gender theory è un buon esempio di questa lotta di senso, di questo incrociarsi di “valori” astratti, che dovrebbero essere in quanto tali riconosciuti da tutti, come uguaglianza e diritti, con altri come differenza, corpo e cultura, introdotti e perseguiti dal femminismo.
    Contemporaneamente l’estendersi della coscienza di sesso tra le donne in altre parti del mondo, e le conseguenti lotte per l’affermazione della libertà femminile, a me sembrano in effetti lo svolgersi di una rivoluzione in corso.

  7. Io partirei da una constatazione, che gli epiteti e i gesti concernenti la sfera genitale, nel duplice senso di parti anatomiche e di attvità che le coinvolgano, sono ormai purtroppo entrati nel linguaggio comune, e vengono usati indifferentemente da maschi e femmine, e sono anche rivolti verso individui del proprio stesso sesso. Indicare i propri genitali come ha fatto D’Anna, è gesto certamente fatto soltanto da maschi, ma anche rivolgendosi ad un altro maschio.
    Ciò mi porta a dubitare della natura sessista di quanto è accaduto, ed in generale che persista un uso del turpiloquio che abbia connotazioni davvero sessiste. Non v’è infatti dubbio alcuno che la sua origine sia sessista, meno ovvio che continui ad esserlo ed a svolgere questa specifica funzione.

    Sogno ancora il momento in cui le femmine decideranno di usare un linguaggio simmetrico ai maschi, ad esempio dando una connotazione negativa agli organi genitali femminili, e positiva a quelli maschili (quindi opposta a quella dominante di ispirazione maschile e tuttavia usata ed abusata anche dalle femmine): sarebbe un bel segno di autonomia culturale.

    Fatta questa precisazione, nessuno più di me è convinto che la battaglia politica centrale sta nel mondo simbolico del linguaggio e della cultura in generale, ma mi pare che proprio per quanto riguarda le questioni sessiste, tra rivendicazioni di parità materiali e teorie gender, si sia sbandato parecchio, rispetto a qualsiasi ipotesi di rivoluzione di mentalità sessiste (maschiliste), perchè diventa un difficile esercizio di equilibrio rivendicare parità e sostenere una propria specificità.

    A (s)proposito, sentivo ancora ieri sera quel buontempone di Mentana includere gli attacchi politici alla Boschi nella categoria sesssista, come se essere femmina dovesse significare non subire critiche di nessun genere.

  8. Gentile Cucinotta, lei ha un’idea simmetrica dei sessi che chiuderebbe la differenza sessuale in una coppia di opposti come sarebbe destra e sinistra, più e meno, notte e giorno, ecc.
    Infatti lei scrive “Sogno ancora il momento in cui le femmine decideranno di usare un linguaggio simmetrico ai maschi, ad esempio dando una connotazione negativa agli organi genitali femminili, e positiva a quelli maschili (quindi opposta a quella dominante di ispirazione maschile e tuttavia usata ed abusata anche dalle femmine): sarebbe un bel segno di autonomia culturale.”
    Sarebbe autonomia culturale… comportarsi come i maschi!
    Veda, il femminismo ha sempre ripetuto che questa parità tra opposti ha solo il senso di un’uguaglianza *con differenze al suo interno*, siamo sempre nel regno dell’uno, non crede? Il giorno ha in sé il dì e la notte, destra e sinistra sono nella simmetria laterale del corpo, e più e meno fanno sempre uno. Appunto.

  9. @Barbara Carnevali
    Quello della nonna è un ottimo esempio di uso metaforico del concetto di rivoluzione. Perché se è vero che le condizioni delle nipoti sono incomparabilmente migliorate rispetto alle sue, è vero anche che il dominio simbolico (e materiale) maschile vige ancora.

    Che poi le rivoluzioni non si facciano soltanto (e sottolineo soltanto) con le parole non è un luogo comune, ma un dato di fatto. Lo dimostrano proprio gli esempi che fai tu: le rivoluzioni francese e russa non si sono limitate al battesimo simbolico. Ed è questo, della rivoluzione, che fa più paura (e che la rende così difficile per noi): il suo non limitarsi ai simboli.

    @chris
    Se mi chiama in causa, devo confessarle che non sono d’accordo praticamente su nulla di quello che lei scrive. Tutte le rivoluzioni che conosciamo hanno avuto luogo in società a dominio maschile, per la buona ragione che la storia umana è stata, ed è, a dominio maschile; questo però non vuol dire che le donne non abbiano partecipato attivamente alle rivoluzioni. Anche in Italia (basti pensare alla Resistenza).

    Quanto all’oggi, ripeto, non mi pare che le donne si siano sottratte al dominio maschile; credere questo mi sembra un errore soprattutto per le donne. Certo, vedo più uguaglianza e più diritti, molte “lotte di senso”, e un grande “incrociarsi di valori astratti”. Il fatto che “dovrebbero essere riconosciuti da tutti”, come lei scrive, dimostra che ci troviamo in una pacata dialettica democratica. Quindi non rivoluzionaria.

    A me comunque interessava il post di Pecoraro, in cui si parlava di rivoluzione percepita. Su questo thread non ho molto da dire. Non mi convincono gli uomini che discettano di femminismo e del sesso orale ho troppo rispetto per parlarne in un blog.

  10. Che lei, gentile Simonetti, non sia d’accordo quasi su tutto non mi meraviglia.
    In effetti lei non ha precisato cosa intende per rivoluzione, salvo negare che ci sia (stata) una rivoluzione femminile. Molte donne hanno partecipato a lotte insurrezioni e movimenti, con obiettivi insieme propri e generali, e allora? Questo per me significa che la rivoluzione femminile è un’istanza che c’è sempre stata, e ha molte antecedenti, tra cui le donne della resistenza: è stato evidenziato cosa volevano per sé, e per altre, oltre e più che gli obiettivi generali.
    I “diritti astratti” che secondo voi dovrebbero essere riconosciuti da tutti come tali sono invece continuamente interpellati per concretizzarsi e allargarsi, e non solo dalle donne, che comunque sull’universale e sull’astratto hanno ragionato da un quarantennio.
    Un’altra sua affermazione “non mi pare che le donne si siano sottratte al dominio maschile” come quella non mi pare che abbiano fatto la rivoluzione riguardano appunto solo quello che le pare o non le pare, dato che si riferisce solo a idee personali su rivoluzione e dominio.

  11. @chris
    Effettivamente sono mie idee personali.

    Solo due precisazioni. Lei scrive:
    1) “I diritti astratti che secondo voi dovrebbero essere riconosciuti da tutti”; non secondo noi (noi chi?), ma secondo lei; citavo una sua frase: ” i valori astratti, che dovrebbero essere in quanto tali riconosciuti da tutti”
    2) “In effetti lei non ha precisato cosa intende per rivoluzione”. In effetti l’ho precisato, ma in un altro thread. Ed è lì che vorrei tornare. Con permesso,

    gs

  12. Alcune osservazioni meriterebbero un approfondimento lungo; scusatemi se intervengo troppo rapidamente.
    – Grazie a Daniela Ranieri e a Mauro Piras per i loro commenti.
    – Per Abate: appunto; e io di questo ho provato a parlare; oltre che dell’aggressività sessista fuori luogo, dell’assurdità di sfogare le proprie ossessioni personali, mentre ci sono in gioco fondamentali questioni pubbliche. La sua osservazione deve girarla a Barani e compagnia.
    – Totalmente d’accordo con quanto detto da Carnevali: e circa la sua discussione con Simonetti, aggiungerei solo una cosa terra terra; le lotte femministe hanno avuto, e in più epoche, un senso rivoluzionario; non meno forte perché non si è compiuto del tutto, perché si è fermato a un’acquisizione di (fondamentali) diritti, a un miglioramento della condizione femminile.
    – Circa le prime considerazioni di Cucinotta, d’accordo con la replica di Chris (che apre poi discorsi molto più ampi; posso dire che io ho sempre creduto più nel femminismo dell’emancipazione che in quello della differenza, ma questo sposterebbe la discussione su un altro fronte). Circa l’ultima, invece, ha perfettamente ragione: attaccare politicamente Boschi o qualsiasi altra parlamentare non è sessista affatto; lo è invece se situa a sproposito l’attacco sul piano sessuale.
    – Un’ultima cosa, per Simonetti: se questo thread non la interessa, va benissimo, niente da dire; sono le ragioni a stupirmi un po’. Intanto non vedo perché gli uomini non possano parlare di femminismo, come di qualsiasi altro argomento; poi qua non stiamo parlando affatto di sesso orale, ma della tendenza a tirarlo in ballo in modo sessista e insultante; e infine, via, in questo blog si è parlato di politica, arte, letteratura, filosofia, sociologia, futuro della specie, destini del mondo; va bene, il sesso orale meriterà rispetto maggiore di tutto ciò, ma forse ormai possiamo permetterci di affrontare anche quello,

  13. @Jo March

    “Le lotte femministe hanno avuto, e in più epoche, un senso rivoluzionario”. Sono d’accordo. L’ho anche scritto nella prima risposta a Barbara Carnevali.

    – “Se questo thread non la interessa”: non ho detto che non mi interessa, ho detto che non ho nulla da dire; e non ho detto che gli uomini non debbano parlare di femminismo, certo che possono, ma solo che non mi convincono (di solito) quando lo fanno. Tutto questo perché? Un po’ perché in generale diffido di chi parla troppo delle rivoluzioni degli altri, un po’ perché non mi intendo di femminismo, un po’ perché intravedo un futuro prossimo sostanzialmente “no gender” in cui non so che posto avrà, se l’avrà, il femminismo (specie quello dell’emancipazione).

    Infine: io personalmente ho problemi ha scrivere di sesso, come ne ho a scrivere di storia delle religioni, ma chi se la sente può farlo benissimo, ci mancherebbe. Anzi, colgo l’occasione per annunciare una rubrica di LPLC dedicata alla nuova pornografia. Cominceremo a breve.

  14. @Simonetti

    «Non mi convincono gli uomini che discettano di femminismo», «A me comunque interessava il post di Pecoraro dove si parlava di rivoluzione».

    Provo allora a risponderti con categorie del post fico: gli intellettuali che volevano la rivoluzione non hanno forse discettato fino alla nausea della causa del proletariato, che non era la loro? E i professori non hanno discettato di operaismo, gli studenti non sono scesi in piazza con i lavoratori, che avevano interessi addirittura opposti ai loro? Per le stesse ragioni gli uomini dovrebbero partecipare alle lotte delle donne: perché in realtà non sono interessi particolari e antagonisti ma interessi di tutti. Mi sembra questo il senso di ogni rivendicazione rivoluzionaria (Lukacs).

    Inoltre, ho detto che materiale e simbolico vanno necessariamente insieme, e che distinguerli non ha senso, non che una cosa sia più importante dell’altra (sul fatto che poi il simbolico faccia meno paura… Perché allora tanta ostinazione a conservarlo?)

  15. “ 31 ottobre 1994 – « Treviso – Un agricoltore di Bavaria di Nervesa della Battaglia (TV), Lucio Callegari, ha presentato ai carabinieri una denuncia contro ignoti riferendo che una o più persone sono entrate nella sua stalla, abusando di una vitella. Secondo quanto si è appreso, l’allevatore ha trovato l’animale disteso a terra e legato con spago alle quattro zampe. Accanto al bovino è stato rinvenuto un giornale pornografico. Il veterinario, chiamato dall’agricoltore, ha confermato la violenza subita dall’animale, una vitella di razza pezzata rossa, che divideva la stalla con un’altra dozzina di vitelle e 18 mucche da latte. » (Dai giornali) “ (Tanto per avvantaggiarsi sul ddibbattito à venir)

  16. @Chris

    A me interessava sottolineare la tendenza delle femmine, pur in una fase storica di crescita del femminismo, a copiare parola per parola i maschi, almeno per quanto riguarda il turpiloquio.
    Avrei potuto dire che è triste vedere le femmine che dicono senza apparentemente alcuna autoironia, espressioni tipo “non mi rompere i coglioni”.
    Augurarsi che le femmine si sottraggano a questo tipo di attività verbale, mi sembrava limitativo, come chiedere alle femmine a tornare a ruoli ed abitudini verbali di altri tempi.
    A questo punto, l’alternativa ad essere culturalmente succubi ai maschi, secondo una logica perversa, potrebbe essere che le femmine sviluppino un loro autonomo tipo di turpiloquio, e, per essere totalmente paradossale, scherzosamente, citavo un atteggiamento simmetrico rispetto al tipo di genitali.

    Speravo insomma che si parlasse della situazione di fatto sul turpiloquio, che non so perchè si attribuisce in esclusiva ai maschi quando oggi mi pare di uso abbastanza paritario. Invece, vedo che la mia proposta, malgrado i suoi aspetti paradossali, viene considerata come plausibile e più degna di discussione della situazione effettiva: non si finisce mai di meravigliarsi!

  17. @Jo March, Barbara Carnevali, Gianluigi Simonetti

    In un certo senso, il messaggio più immediato di questo post è scontato e condivisibile: se una donna ha successo non vuol dire che l’abbia data a qualcuno; introdurre un insulto sessuale per denigrare una persona (di qualsiasi genere, in realtà) è sbagliato. Bene. Ma qui siamo nel politicamente corretto, e non penso che qualcuno che sia stato educato in Occidente possa davvero avere da obiettare.

    Quello che proprio non capisco, invece, è perché dovrei sentirmi più rispettata in quanto donna attraverso una neutralizzazione del piano sessuale.
    Dietro qualsiasi teoria gender o femminista vedo spesso il pericolo di ridurre la donna a una vittima senza istinti sessuali, e di demonizzare quelli maschili. Idealmente, io vorrei che dire a una che è brava con il sesso orale NON fosse percepito come un insulto. Certo, non è questo il caso di Lezzi e Barani. Ma la cafonaggine è cafonaggine; la pochezza intellettuale è pochezza intellettuale; non c’è per forza una cospirazione sessista dietro.

    Quando mi sento un oggetto sessuale sono contenta: dovrei mettermi in discussione come donna per questo? E perché? Vuol dire che mi rispetto meno?
    Questo modo di pensare ha inibito molti ragazzi giovani e colti, ormai seriamente convinti che manifestare una attenzione sessuale esplicita possa offendere una ragazza. In qualche modo, dunque, mi sembra di pagare le conseguenze di certa etica femminista e politicamente corretta.

    Quanto al dominio maschile: certo che esiste, ma quello reale è fuori dall’Occidente (l’oppressione materiale della quale parlava qualcuno). Mi pare che nessuno in questo post si riferisse a infibulazione, lapidazione per tradimento ecc… Ora, se rimaniamo nel mondo in cui le persone che hanno commentato qui scrivono, a me pare che il dominio maschile, per quanto riguarda la sfera simbolica, riguardi soprattutto l’estetica. Lì sono d’accordo: viviamo circondati da immagini che ci dicono che un corpo femminile fatto in un certo modo va bene, gli altri no. Non conosco ragazze che non siano ossessionate (a livelli diversi, più o meno gravi) dalla propria immagine ed eventuale inadeguatezza rispetto a un canone che è DEL TUTTO una costruzione maschile. Conosco persone che si rovinano la vita e si autoinibiscono per cose del genere. Ma, su questo, devo dare ragione a Simonetti: nessuna di loro ha minimamente intenzione di cambiare le cose. Quelle che propongo un’estetica diversa e alternativa, in nome di un non chiaro canone femminile, sono di solito una retroguardia o un’avanguardia artistica privilegiata (Lena Dunham). Le donne vogliono solo partecipare al gioco ed essere accettate, come tutti.
    .

  18. Gentile Buffagni, lei guarda da vicino l’uguaglianza dell’arrembaggio.
    Potrei quasi convenire con lei, se lo sguardo resta vicino al prossimo mio come me stesso.
    In effetti che differenza può esserci nell’arrembaggio rispetto alle tattiche? conta solo se sono efficaci. Che bisogno c’è della differenza sessuale e umana? i regolamenti la uguagliano.

  19. “ 15 gennaio 1988 – « D Come cambierà esattamente la sessualità? R Ci sarà sempre meno penetrazione, l’ho detto. Dobbiamo prendere spunto dagli handicappati del mio Integration trust. C’è gente paralizzata che non può fare all’amore in maniera tradizionale e allora si è inventata delle maniere alternative. » (Intervista a Miss Tuppy Owens, ultima maitresse) “

  20. @Angelica Font (bel nickname):

    “Ma qui siamo nel politicamente corretto, e non penso che qualcuno che sia stato educato in Occidente possa davvero avere da obiettare. ”

    Io sono stato educato in Occidente, e al politicamente corretto ho parecchio da obiettare (praticamente tutto).

    @ chris
    Gentile Chis,
    grazie della replica. Sì, concordo nell’insieme con quanto lei dice.
    Preciso però il mio pensiero: non vedo tutto ‘sto dominio del maschile in generale, nel campo del simbolico, per esempio. E’ tutto un “come ti senti? come mi sento? sei felice? sono felice?”; tutto un rivendicare diritti in nome dell’ “amore”, tutto un giustificare qualunque cosa, guerre comprese, in nome della “bontà”, della “eguaglianza”, dei “poveri bambini”, etc.
    Maschile, questa roba? Non c’è bisogno di tirare in ballo Sparta o di fare un tour informativo alla Divisione Folgore, per capire che no, qui il maschile proprio non c’entra niente, siamo in pieno “Piccole donne crescono”.
    Poi va di gran moda il sadomaso, le Cinquanta sfumature, etc.: ma qui siamo nell’antitetico-polare, o volendo spingere sull’acceleratore reazionario nel “naturam expellas furca, tamen usque recurret…”

  21. @Buffagni

    Neanche io approvo molte cose policamente corrente, ma che c’entra? Qui intendevo dire che non credo qualcuno approvi l’insulto per questioni di genere (colgo l’occasione per precisare che, quando ho scritto “di qualsiasi genere” intendevo genere nel senso di gender). Se lo fa, viene considerato un razzista e messo in minoranza, e giustamente.

  22. @ Angelica Font

    Scherzavo un po’. Più che razzista, chi insulta una donna in quel modo è un gran maleducato e un cavernicolo che scambia il Parlamento per lo spogliatoio della partitella scapoli-ammogliati.

  23. @Angelica Font

    Mi sembra che qui si confondano diversi giochi linguistici: ogni ruolo richiede le sue competenze e le sue diverse forme di riconoscimento. Se un uomo fa degli apprezzamenti fisici alla propria amante o a una donna con cui sta flirtando, se a letto le dice sei una vera puttana, il gioco è rispettato e non c’è nessun problema: lui e lei si riconoscono reciprocamente e felicemente come oggetti sessuali.
    Ma se usa le stresse parole con una collega al lavoro o con una parlamentare che sta svolgendo un ruolo istituzionale, evidentemente scatta il cortocircuito, e l’allusione a quelle che suonano come qualità in un campo diventa violenza in un altro. (In questo tipo di cortocircuito è sempre maestro Berlusconi: ricordate le sue ministre e le loro competenze professionali?). Preciso: non è un semplice innocuo slittamento di criteri (gli amici maschi infatti spesso rispondono ironicamente a questo genere di esempi dicendo che loro sarebbero ben felici di essere lodati per le loro qualità virili in situazioni incongrue), perché alle donne, per millenni, non è stato riconosciuto altro che essere degli oggetti sessuali, e ricondurle sempre e solo a questo ruolo significa umiliarle. Il che non toglie che, certo, spesso e volentieri le donne siano complici di tutto questo e sguazzino felici nella loro reificazione.

  24. … “siamo in pieno ‘Piccole donne crescono’”. Sì, crescono, sono cresciute fino a quell’età preadolescenziale in cui si gioca a indiani e cow boy, maschietti e femminucce insieme. Questa è la messa in scena, un palco su ben altri miasmi a cui ci si malprepara.

  25. @ Piras

    “(Caro Abate, ma quindi per lei il maschilismo non è una questione importante? “Nous n’allons pas sacrifier la Révolution à la bagatelle !”).

    Me lo dice per aver io invitato a prendere sul serio le parole (“mentre ce ne sarebbero di questioni importanti in ballo” …) riprese da Jo March?
    Lasci perdere la Révolution, che non le interessa. Ma non le pare che quello che succede nel parlamento italiano (compreso l’ultimo episodio di questo senatore Barani) sia – *politicamente* – ben poco importante?
    Le questioni importanti da discutere (da affrontare) per me sono le guerre a cui l’Italia ha partecipato e partecipa, la controriforma della Buona Scuola, la disoccupazione, il blocco (se non la fine) dei processi democratici, ecc. Tutte cose, tra l’altro, decise “extraparlamentarmente”.
    E il maschilismo?
    Non lo nego, non lo dimentico. Non ne faccio però il simbolo su cui convogliare la nostra rabbia (che vorrei intelligente). Il maschilismo è un “accessorio” nell’esercizio del potere. Ma lo è diventato oggi pure un certo femminismo – diciamo “agiato” – delle donne di potere. A me paiono entrambi maschere di dominio per certi versi complementari e convergenti, che poi vengono replicate a livello di massa in modi più banali o cafoni da quanti (uomini e donne) i potenti hanno come modello.
    Ma poi mi chiedo: come a suo tempo ci si scandalizzò più per i costumi sessuali di Berlusconi che per le sue pessime scelte politiche, ci si può continuare a scandalizzare solo per il gestaccio maschilista del senatore Barani e non per la politica che lui e i suoi alleati al governo portano avanti?
    Gli altri politici, che gestacci maschilisti non fanno, o le politiche, che non fanno gestacci “fascio-femministi”, ma appoggiano le guerre, le controriforme, il jobs act, ecc. ci vanno bene? Perché queste loro *oscenità* indignano meno?
    LPLC ha dedicato un post alla critica del gestaccio di Barani, ma ne arriverà uno sul bombardamento dell’ospedale di Kunduz dei Medici senza frontiere?
    E’ questa mancanza di proporzioni nel trattare gli eventi che è sospetta.
    Per me, comunque, un rifiuto chiaro delle scelte politiche di Barani e soci colpirebbe, indirettamente anche il suo maschilismo. Non l’inverso: una critica *soltanto* al suo maschilismo neppure sfiora le radici che lo alimentano.

  26. @Barbara Carnevali

    “gli intellettuali che volevano la rivoluzione non hanno forse discettato fino alla nausea della causa del proletariato, che non era la loro?”
    Forse c’è un equivoco. La rivoluzionaria sei tu (“in lotta contro l’ordine maschile”); io non mi sento, in nessun campo, un rivoluzionario; perché non credo nella rivoluzione (anche se come tanti ne subisco il fascino); perché vedo che non ce la possiamo permettere, che abbiamo troppo da perdere, che non fa per noi.
    In compenso credo nel cucinare, nel lavare i cessi, nello stirare, eccetera. Che è quello in cui non credono molti rivoluzionari di mia conoscenza.

    “sul fatto che poi il simbolico faccia meno paura… Perché allora tanta ostinazione a conservarlo?”
    Semplice: perché conviene. Ciò che fa paura, in realtà, è il cambiamento stesso. Quello materiale credo anche più di quello simbolico.

  27. “ 28 ottobre 1984 – « Sì, – racconta – ero fornaio. Lavoravo a Feltre. A questo commercio ci sono arrivato a naso. Vedevo che gli amici si vergognavano di comprare profilattici in farmacia. Ho fatto leva su questi rossori. Ho cominciato con un piccolo negozietto di preservativi, propagandato da un pieghevole. Erano anni difficili per la pubblicità del settore. Era il 1969. Sa che soltanto ora hanno accettato il mio “ sex shop “ nell’elenco telefonico? Comunque, siamo decollati. Perché qui a Busche? Anche Leonardo è nato a Vinci e non a Firenze. Poi, mi sono allargato. In Italia, ero un pionere. Sono stato il primo. No, non sono andato all’estero per copiare Beathe Use. Io sono come Salgari che scriveva dell’Estremo Oriente senza esserci mai stato. Ho portato la Scandinavia in Italia senza aver mai messo il piede fuori dai nostri confini. Questione di fiuto. » (Dai giornali) “.

  28. @ Angelica Font: non mi sembra di aver invocato una neutralizzazione del piano sessuale. Certo, una donna ha tutto il diritto di apprezzare un complimento sulla sua bravura nel sesso orale, e magari pure di essere in condizione di ricambiarlo. Ma il punto è quello che sottolinea Barbara Carnevali: il contesto, il rifiuto di accettare le donne come interlocutrici, la volontà di umiliarle.
    Per capirci, se Barani e D’Anna avessero detto a Lezzi (a gesti o a voce) “zitta e pensa piuttosto a prepararmi pollo e patatine!”, se De Rosa avesse gridato alle colleghe “siete qui solo perché bravissime a fare la pasta al forno!”, si sarebbe trattato dello stesso tipo di arbitrio.
    Poi, certo, di solito non è il campo culinario quello invocato, e per varie ragioni: probabilmente anche perché per parecchi uomini – magari soprattutto per parecchi parlamentari, io poi che ne so – il pensiero dominante non è il pollo, non è la pasta al forno. E purtroppo non è nemmeno la politica.

  29. Caro Abate,
    in effetti ha ragione, a me della rivoluzione non interessa proprio niente, e neanche ne subisco il fascino. Credo che sia solo un mito della politica del Novecento. E, inserendomi brevemente nello scambio Carnevali-Simonetti, credo che il problema sia opporsi alle ingiustizie, a partire da una prospettiva normativa (di eguaglianza morale) che fa vedere quelle ingiustizie. Gli strumenti per realizzare questa azione sono da definire nei contesti. A volte è il lavoro nelle istituzioni, a volte è il cambiamento democratico, a volte è la contestazione, a volte la sovversione di codici, a volte la disobbedienza civile, a volte la violenza chi lo sa. Ecc. Non credo nella rivoluzione come tentativo di realizzare un mondo sociale perfetto, senza dominio. Credo nell’azione, sociale e politica, per modificare il mondo sociale reale in cui mi trovo. La profondità di questa azione sarà determinata dalla valutazione della situazione. La teoria in questo non ci può aiutare.
    Ma torno a noi. La sua risposta è molto corretta, e coerente. Però, appunto, è coerente con una visione secondo cui le cose importanti sono quelle che riguardano la guerra e l’economia, e tutto il resto, in un certo senso, è “sovrastruttura”. La sua ultima frase riflette questa posizione, che è sempre quella della “Questione ebraica” di Marx. Io penso invece che le varie sfere della vita sociale abbiano anche una loro autonomia, e che quindi le forme di dominio, o di ingiustizia, che vi si trovano, vadano combattute tutte, con eguale serietà. E il dominio di cui si parla qui è il dominio maschile (per il quale, semplificando nel mio commento-battuta, ho usato l’etichetta riduttrice “maschilismo”). Il dominio maschile è profondissimo, millenario, quindi le sue ingiustizie sono altrettando profonde. Ecco perché è una cosa seria, serissima. Questo non toglie nulla al fatto che la guerra è una cosa serissima, come il mercato del lavoro ecc. Però c’è anche una cosa importante: io, nella mia insignificanza politica, incido ben poco sulla guerra in medio oriente, e anche sul mercato del lavoro; mentre posso fare qualcosa contro il dominio maschile. E questo rende la cosa ancora più importante.

  30. Piras, ma perchè inventarsi un nuovo significato di rivoluzione facendola sostanzialmente coincidere con utopia, e tutto alla fine solo per fare del liberalismo alla Rawls l’unica possibile e concepibile opzione politica? Non smetto mai di meravigliarmi come sul piano teorico i liberali siano i più dispotici, fino a non non riuscire più neanche a concepire altre teorie politiche. E tutto ciò di fronte alla devastazione che settanta anni di regime liberale hanno prodotto nel mondo, avendolo reso prossimo all’inabitabilità per l’umanità.
    E’ tutta colpa dell’individualismo liberale, che parte sempre dall’individuo, senza capire che la società viene sempre prima, strutturalmente, e che considera l’interesse generale come un effetto collaterale che dogmaticamente si ritiene possa essere ottenuto automaticamente, malgrado le evidenze sperimentali opposte.

  31. @ Piras

    Caro Piras,
    avrei preferito che obiettasse , come fa di solito, in modo puntuale alle considerazioni (credo puntuali) che ho fatto sul *dominio* (che per me non è specificamente maschile) o *maschilismo*. Invece mi “inchioda”( pur lusingandomi) al Marx della “Questione ebraica”. No, non voglio addentrarmi in una discussione scolastica su strutture e sovrastrutture. Preferisco, per simpatia e sapendo che lei opera a Torino (se non sbaglio) e avrà certamente conosciuto Renato Solmi, da non molto scomparso, trascriverle un brano di una lettera che gli spedii nel febbraio 2001. Si potrà fare così un’idea di come io vedevo in concreto (e vedo con più distacco forse) il problema del rapporto riformisti/rivoluzionari:

    Caro Solmi,
    […] Certo le nostre esperienze scolastiche e politiche sono state diverse (lascia perdere la misura dell’*autenticità*!) ma non lontanissime e si tratta di vedere adesso se, sulla questione cruciale del *che fare* nella situazione presente in cui vorremmo entrambi civilmente operare, sarà possibile trovare delle convergenze, anche limitate, da privilegiare.
    Ripercorrerò perciò la tua lettera, fermandomi soprattutto sui suoi due punti per me centrali: la passata esperienza nella scuola e la possibilità di dare concretezza anche immediata alla mia *scelta esodante*.

    1. Il tuo impegno nella scuola “in una prospettiva riformistica e unanimistica” non credo sia stato peggiore del mio. Lo dico nella convinzione che riformisti e rivoluzionari “sinceri” (come si diceva una volta) siano da considerarsi fratellastri, litiganti spesso ma inevitabilmente accomunati dalla ricerca di una soluzione agli stessi problemi reali.
    Oggi poi siamo tutti all’angolo come pugili suonati e sarebbe penoso rinfacciarci colpe o abbandonarci a nostalgie. Per parte mia, devo dirti che, persino nel periodo caldo della contestazione, vissuta senza eccessivi toni giovanilistici (anch’io sono entrato relativamente tardi nella scuola, ero già padre di due bimbi, ecc.), sono stato attento alle esperienze di un riformismo pragmatico, non lontano credo da quello da te praticato negli anni d’insegnamento.
    Non c’erano solo le letture di quegli anni (Quaderni piacentini, *Argomenti umani* di Fortini e Vegezzi, De Bartolomeis, testi del MCE) a spingermi verso un “rivoluzionarismo concreto” praticabile sul posto di lavoro, cioè senza saltare le questioni dei saperi specifici e delle didattiche, ma il contatto diretto, per me vincolante, con i bisogni culturali degli studenti. Da qui una “fratellanza agonistica” con molti colleghi anche iscritti al PCI “revisionista” e dichiaratamente “riformisti”. Non credo perciò di essere stato quasi mai uno di quei “rivoluzionari” che disprezzavano l’ipotesi di un “allargamento della democrazia”, misurandola (e squalificandola) dall’alto di una preconcetta idea di comunismo “totale”. Ho cercato davvero di star dietro alle pieghe contorte dell’agire storico-quotidiano. E, proprio come te, anche per autodifesa, per sopravvivere al peso logorante della routine scolastica. Ma – qui forse la diversità delle nostre esperienze – ho sempre sentito a fior di pelle che quel riformismo, anche generoso e spesso più “realistico” della mia esigente passione critica, “arrivava al sodo” troppo presto, annacquando certi suoi assunti anticapitalistici, sottovalutando il peso della burocrazia e sopravvalutando i suoi programmi (belli e giusti, ma solo *in sé*, cioè sempre troppo decontestualizzati dai conflitti sociali, allora più netti e impellenti di oggi). La prossimità perciò fra un certo riformismo e una certa ottica rivoluzionaria stava dunque solo nella “pratica concreta” (così si diceva…). Solo qui i “fratellastri” avrebbero potuto fare più di quello che pensavano nella purezza delle loro contrapposte impostazioni. Attorno al ‘68-’69 questa possibilità di un *salto pratico* a me pare sia davvero emersa dalle nebbie ideologiche (sia riformiste che rivoluzionarie), ma in parte fu cancellata per complesse ragioni e in parte si è dileguata a causa di problemi nuovi venuti alla luce proprio in seguito agli effetti dello svelamento di quella possibilità […].

  32. @ Barbara Carnevali

    Rispondendo a Piras, credo di aver risposto anche alle sue principali obiezioni contro le mie (presunte) « preoccupazioni veteromarxiste». Ma ci terrei a farle conoscere di più quale fu il mio atteggiamento verso il “veterofemminismo” (quello degli anni ’70). Se mi lascia il suo recapito mail a: poliscritture@gmail.com, le farò avere il PDF di una mia riflessione (in poesia) sull’argomento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.