cropped-Mueller_Herta_hf_HM_2009.jpgdi Andrea Bajani

Un’indicazione di lettura è sempre, in qualche modo, un travisamento e una gogna. E quella che Herta Müller si porta addosso dal giorno del conferimento del Premio Nobel per la Letteratura, nel 2009, pesa più di altre. Non c’è contesto, infatti dove non si citi la motivazione che fu alla base del più prestigioso dei riconoscimenti letterari: “Ha saputo descrivere il panorama dei diseredati con la forza delle poesia e la franchezza della prosa”. E sebbene compaia la parola poesia, in quella frase, è sulla prima parte che ci si è concentrati. Da quel giorno in avanti i suoi libri sono stati condannati ad andare in giro con appese al collo le istruzioni di lettura. Da qui la più tremenda e naturale delle conseguenze: la complessità intrinseca della letteratura soffocata in una frase, l’apertura alare della sua prosa costretta nella gabbia di un giudizio storico. Herta Müller è così diventata la scrittrice dei totalitarismi (avendo la Romania vissuto entrambe le varianti), ed è su quella strada che sono stati invitati a incamminarsi i suoi lettori, con il conforto della segnaletica stradale e la perdita, però, di tutte le altre possibilità. E così Il paese delle prugne verdi (Keller, traduzione di Alessandra Henke, a oggi il suo libro più intenso) è diventato il libro sul suicidio ai tempi della dittatura, Oggi avrei preferito non incontrarmi (Feltrinelli, traduzione di Margherita Carbonaro) il romanzo sugli interrogatori sotto il regime di Ceaucescu, L’altalena del respiro il romanzo sulla deportazione nei campi di lavoro sovietici. Si è applicata alla sua opera quella doppia mortificante semplificazione che è figlia legittima dell’unione di marketing e pigrizia mentale: l’idea che un romanzo debba avere un tema, e che un tema sociale o politico di per sé fornisca un patentino di valore. L’obiettivo è miserando ma banale: disinnescare la portata eversiva di ogni oggetto artistico, farlo scodinzolare ai piedi dei lettori, non affaticarli, non spaventarli. Ovvero, preferire scemi tranquilli che continuano a comprare libri addormentandosi tranquilli. Chi ci rimette sono i libri stessi, che si trasformano in fagiani goffi e ridicoli, per parafrasare il titolo di un breve romanzo proprio di Herta Müller.

Si cometterebbe una semplificazione uguale e contraria, naturalmente, negando la portata politica dei suoi romanzi, così come quel tanto di biografico (nel doppio senso di biografia individuale e collettiva) che sta chiuso come una spina nel fianco di ogni sua storia. Il no di Herta Müller alla dittatura, la censura del suo primo libro di racconti (Bassure, ora disponbile da Feltrinelli nella stesura originaria), gli interrogatori della Securitate, il passato prima fascista e poi comunista della Romania, la decisione di vivere in Germania. Tutto ciò è noto, ed è in qualche modo la stampella su cui si regge il parziale fraintendimento del suo lavoro, o meglio la sua costrizione dentro un recinto. Si aggiunga che La paura non può dormire (Feltrinelli), volume in cui sono raccolti gli interventi teorici e politici di Herta Müller, è la testimonianza di un pensiero lucido e affilato, è l’evidenza di una personalità intellettuale in dialogo perenne, accalorato e provocatorio con il proprio tempo. Si farebbe però un torto ai suoi romanzi se li si riducesse a un contributo di primo livello alla lotta politica. Non è l’unica scrittrice ad avere un afflato anche politico e, sia detto senza volerne sminuire il valore, su quel fronte nemmeno la migliore.

Ad aprire il recinto di quella lettura costrittiva contribuisce ora un libro intervista. Si intitola La mia patria era un seme di mela ed è una conversazione di Herta Müller con Angelika Klammer (Feltrinelli, nella consueta elegante traduzione di Margherita Carbonaro). Se è ampiamente presente, e comunque sempre maggioritaria, la ricognizione del coté sociale e politico dell’opera dell’autrice Premio Nobel, non manca però una parte iniziale di rara potenza emotiva. È lì che diventa evidente quel che nei libri di Herta Müller pulsa. Ovvero che il terreno su cui i suoi romanzi giocano una partita primaria, è il terreno dell’infanzia. “Il paesaggio dell’infanzia – aveva già scritto in un saggio – lascia tracce che per tutti gli anni successivi guideranno lo sguardo nel suo posarsi sui paesaggi. Il paesaggio dell’infanzia socializza senza avvertire. Si insinua in noi”. Pochi scrittori hanno saputo raccontare la solitudine dell’infanzia e il suo dolore con altrettanta intensità. Lungi dal riproporre l’ennesima variazione sul tema dell’innocenza dei piccoli, Herta Müller racconta un’infanzia feroce, urticata, la ricerca impossibile di una complicità con gli altri esseri umani e con il mondo circostante: “Esistono sentimenti, proprio nei bambini, che sono concreti quanto il corpo stesso – né più né meno. Ci sono, semplicemente, e questo basta. È più che sufficiente. In me era l’estraneità, io sono sempre sola con le piante e ancora non faccio parte di loro. Rimango estranea e loro fanno fatica a sopportarmi, sono stufe di me e un giorno, forse presto, la terra mi divorerà. […] Per me la morte ha sempre significato essere divorati dalla terra. E pensavo che la terra è così grassa perché tante persone e animali sono già morti”. È il paesaggio del Banato romeno, racconta Herta Müller, ad avere lasciato il segno sulla sua infanzia, il grano in parata che impediva di vedere tutto il resto, l’isolamento di un villaggio in mezzo alla campagna. “Non ho mai amato il paesaggio, avevo però un rapporto molto stretto con le piante. Ero spesso sola nella campagna e osservare mi aiutava. Dovevo stare tutto il giorno nella valle, e il giorno era infinitamente lungo. Cosa potevo fare allora? Passavo il tempo con le piante. È successo così e basta. Non ne ero consapevole, ma stavo cercando un sostegno.”

C’è qualcosa di infinitamente struggente nel racconto della sua infanzia (“messa per iscritto l’infanzia diventa più brutta di quanto non fosse”): il padre in guerra tra le SS, il suo alcolismo e il suo fascismo introiettato. E poi la madre, le percosse, la violenza materna che non spaventa più perché diventa soltanto uno dei tanti confini che prendono le cose. E ancora, la poesia inconsapevole che sta dentro la lingua dei più semplici, il mistero del dolore che un bambino vede in faccia ai grandi e che confronta con il proprio. E poi, appunto, quella ricerca di conforto, o forse meglio di confronto, nel paesaggio: “Siccome volevo assomigliare alle piante, naturalmente parlavo con loro a voce alta. E per ore accostavo fiori diversi, confrontavo le loro facce e li accoppiavo e li facevo sposare”. Sta lì, in quel senso di estraneità infantile, il nucleo davvero germinativo di tutta l’opera di Herta Müller. È quello sguardo, è attraverso quella ferita portata in processione per il mondo che noi leggiamo il suicidio di Lola, ne Il paese delle prugne verdi, o il lancinante racconto della morte paterna che apre Bassure, senza contare il Leopold Auberg, il diciassettenne (ma con tutto lo stupore di un bambino) che finisce nel Lager de L’altalena del respiro, o l’Amelie di L’uomo è un grande fagiano nel mondo. Ci voleva questo libro, che è anche un utile accompagnamento alla lettura di un’opera complessa, per far fare almeno qualche metro di volo a un fagiano altrimenti costretto alla goffagine di una passerella in maschera. Herta Müller non ha bisogno della mascherata dello scrittore politico per essere letta. Ha – piuttosto – bisogno di recuperare la misura dell’infanzia, e la potenza della sua poesia. Con quella misura si incontrerà anche la violenza di un secolo e la si riconoscerà. La si riconoscerà perché è il ricordo di una violenza che sta dentro l’uomo, e che il bambino incontra appena fa il suo ingresso a questo mondo. Ogni epoca le dà una forma di fronte a cui l’uomo si spaventa.

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