cropped-06-5186921.jpgdi Barbara Carnevali

[Questo articolo è uscito sull’ultimo numero di WestEnd. Neue Zeitschrift für Sozialforschung, la rivista legata alla Scuola di Francoforte, che ha dedicato al romanzo di John Williams un dossier intitolato «Stoner: ambivalenze di una figura sociale letteraria». La presentazione e l’indice del numero sono consultabili qui, così come l’introduzione di Axel Honneth. LPLC ha già pubblicato un saggio su Stoner di Daniela Brogi]

La saggezza di Stoner non conosce Dio. È una morale dell’immanenza, che trova il suo fondamento normativo nell’idea di natura istituendo una continuità immediata tra fisica ed etica. Forza ciclica, non storica, la natura ignora gli “Eventi” come la guerra (a differenza dei suoi coetanei che partono volontari in Europa alla ricerca di eroismo, Stoner rifiuta di arruolarsi e continua a insegnare e condurre la vita di sempre; le due guerre mondiali si succederanno lungo il corso della sua esistenza una dietro l’altra, come assurde parentesi irrazionali). La temporalità naturale è quella del ciclo della nascita e della morte, dell’alternarsi delle stagioni, del succedersi periodico della salute e della malattia, dei bisogni fisici, del lavoro e del riposo. L’esistenza degli individui si integra all’interno di questo ordine metafisico che segue leggi ineluttabili e neutre, che agisce con indifferenza rispetto ai desideri umani come agli interessi particolari degli altri viventi. Gli effetti di queste leggi possono apparire ingiusti agli occhi di chi subisce senza colpa o responsabilità propria: il contadino inerme, che vede devastato il suo raccolto dalla carestia, o il bambino che scopre la deformità del suo corpo con vergogna, senza trovarvi spiegazioni, come confida il professore storpio Hollis Lomax nel solo momento di intimità con i colleghi: «the early shame which had no source that he could understand and no defense that he could muster» (p. 100) [1].

Figlio di contadini, Stoner ha imparato a subire la normatività naturale fin dall’infanzia, e vi si adegua senza chiedere ragioni e senza ribellarsi. I suoi genitori concepiscono la loro vita come qualcosa che si iscrive spontaneamente nel ciclo della natura attraverso la necessità del lavoro, della sussistenza e riproduzione materiale, e contano i loro giorni come un ricorrere di gesti rituali e immodificabili: la zappatura, la semina, il raccolto, la nutrizione gli animali. La terra, principale Leitmotiv del racconto, è la sostanza che simboleggia la natura sia come matrice biologica sia come fondamento, origine e suolo, su cui gli esseri umani poggiano e verso cui per lo più guardano, vivendo a testa bassa senza percepire il cielo, ignorando ogni trascendenza. Stoner è affascinato dal mistero della terra come lo sarà da quello della poesia, ed è ad essa che si volge nei più intensi momenti di riflessione sul senso della vita: «He knelt in the field and took a dry clod of earth in his hand. He broke it and watched the grains, dark in the moonlight, crumble and flow through his fingers» (p. 109). Sa che il suo corpo viene dalla terra («Sometimes he thought of himself as he had been a few years before and was astonished by the memory of that strange figure, brown and passive, as the earth from which it had emerged», p. 15); e sa che alla terra ritornerà, secondo il destino che attende ogni essere umano, e che ha già richiamato il suo maestro Archer Sloane, il suo amico David Masters, sua madre e suo padre:

He thought of the cost exacted, year after year, by the soil; and it remained as it had been – a little more barren, perhaps, a little more frugal of increase. Nothing had changed. Their lives had been expended in cheerless labor, their wills broken, their intelligences numbed. Now they were in the earth to which they had given their lives; and slowly, year by year, the earth would take them. Slowly the damp and rot would infest the pine boxes which held their bodies, and slowly it would touch their flesh, and finally it would consume the last vestiges of their substances. And they would become a meaningless part of that stubborn earth to which they had long ago given themselves (p. 110).

Questo fondamento naturalistico conferisce alla virtù di Stoner un riconoscibile tratto stoico. Il tema diviene esplicito nei momenti più tragici della storia, in cui il personaggio fa prova di una sovrumana capacità di sopportazione («[T]he blood knowledge of his inheritance, given him by forefathers whose lives were obscure and hard and stoical and whose common ethic was to present to an oppressive world faces that were expressionless and hard and bleak», p. 226). Grazie alla sua «stoical endurance» (p. 254), Stoner affronta le tempeste della vita con la stessa ottusa tenacia dei suoi antenati, «his head down, his jaw locked, his mind fixed upon the next step and the next and the next» (ib.) Nella sua forza d’animo rivivono gli atavici princìpi della morale contadina: la pazienza, la resistenza silenziosa attraverso il lavoro, la sopportazione della fatica e della sofferenza fisica, la capacità di rinuncia e la rassegnazione alle sventure più incomprensibili: «His mother regarded her life patiently, as if it were a long moment that she had to endure» (p. 2). A questa sapienza ancestrale si oppone idealmente l’attitudine di chi si rivolta invano contro l’ordine delle cose, accumulando frustrazione o risentimento: Edith, la moglie repressa e bovarista, che alterna lunghe fasi di apatia a raptus isterici; e, soprattutto, i due intellettuali handicappati che pretendono di essere risarciti dagli altri esseri umani del danno subito da parte della natura – e che in virtù di questa pretesa insensata diverranno gli antagonisti esemplari di Stoner.

Avremmo torto, tuttavia, a ridurre l’atteggiamento di Stoner a un semplice fatalismo pessimistico, e a interpretarne la vita come una totale sconfitta. Certo, vi sono momenti del romanzo in cui il lettore resta sconcertato dall’inerzia del personaggio; ma allo stesso tempo, proprio dove sembrerebbe soccombere alla passività più disperata, la sua figura trasmette una forma di esemplarità morale, l’espressione di un’indecifrabile virtù che, a differenza di quella incarnata dai due genitori, fa un passo decisivo verso la felicità: essa autorizza infatti il soggetto morale a godere degli aspetti positivi dell’esistenza per le stesse ragioni per cui gli prescrive la sopportazione del dolore. Il segreto di questa saggezza è il rapporto particolare che istituisce tra necessità e contingenza a proposito della questione che la filosofia classica avrebbe definito dei «beni esterni», e che potremmo chiamare beni di fortuna o di grazia – a patto di non intendere quest’ultimo concetto nell’accezione cristiana di dono divino, ma nel senso pagano di bene concesso arbitrariamente dalla sorte[2]. A questa famiglia di beni appartengono la salute, il vigore e la buona conformazione del corpo, la bellezza fisica, gli incontri casuali, i legami affettivi e le esperienze di comunione come l’amicizia e l’amore: tutte cose che gli esseri umani desiderano fortemente, e senza le quali la loro vita non potrebbe mai dirsi davvero felice, ma che per definizione si sottraggono al loro controllo. La possibilità di poterne o meno godere, e per una durata limitata quanto imprevedibile, prescinde dalla buona volontà o dal merito individuale. In questo consiste la loro esteriorità: sono beni che appartengono agli individui solo per ragioni contingenti, nel tempo; sono caduchi, fragili, e un giorno dovranno essere necessariamente perduti.

Un esercizio etico di origine classica, elaborato in particolare dagli stoici per convertire la dipendenza dell’uomo dalla natura in autonomia morale, consiste nell’imparare a rinunciare ai beni esterni al momento opportuno, “lasciandoli andare”: l’atto libero della volontà che riconosce il momento della fine, assecondandolo e anticipandolo con il pensiero, non solo ha l’effetto terapeutico di diminuire l’intensità della sofferenza legata al distacco, ma si afferma come un gesto sovrano. Tuttavia, nell’originale interpretazione che ne dà Stoner, conferendogli una tonalità quasi spinozista, il principio della resistenza alla negatività della vita si trasforma in un inno alla sua bellezza, un’arte della gioia incentrata sull’accettazione della contingenza. Così come accusa i colpi negativi della sorte senza protestare, così Stoner approfitta dei suoi momenti propizi, sapendo riconoscere e accogliere il bene esterno quando questo si manifesta, e abbandonandosi interamente a esso. Intensi momenti di repentino innamoramento scandiscono in modo discreto ma continuativo la sua vita: per la bellezza della letteratura rivelatagli da Archer Sloane: «It’s love, Mr. Stoner […]. You are in love. It’s as simple as that» (p. 19); per la bellezza di Edith, che lo spinge per impulso a corteggiarla e sposarla: «He thought her the most beautiful woman he had ever seen, and he said impulsively: I – I want to know about you» (p. 51); per la bellezza della figlia neonata dal nome emblematico, Grace: «Even at birth Grace was a beautiful child […]. William fell instantly in love with her» (p. 88). Malgrado appaia dall’esterno come un uomo apatico, indifferente, privo di entusiasmo, Stoner è un appassionato. E questa passione lo distingue dagli altri personaggi insoddisfatti come Edith (lei realmente malata di apatia) e come l’alter-ego Lomax, al quale sembra mancare proprio la semplice disponibilità ad accogliere la grazia quando la sorte gli concede di incontrarla[3]. L’arte di saper ricevere il bene che irrompe senza preavviso, e di prendersene amorevolmente cura quasi senza pensarci, per slancio istintivo, lo accompagnerà negli anni, conferendo alla sua esperienza una misteriosa intensità:

[I]t occurred to him that he was nearly sixty years old and that he ought to be beyond the force of such passion, of such love. But he was not beyond it, he knew, and would never be. Beneath the numbness, the indifference, the removal, it was there, intense and steady; it had always been there. In his youth he had given it freely, without thought; he had given it to the knowledge that had been revealed to him – how many years ago? – by Archer Sloane; he had given it to Edith, in those first blind foolish days of his courtship and marriage; and he had given it to Katherine, as if it had never been given before. He had, in odd ways, given it to every moment of his life, and had perhaps given it most fully when he was unaware of his giving. It was a passion neither of the mind nor of the flesh; rather, it was a force that comprehended them both, as if they were but the matter of love, its specific substance. To a woman or to a poem, it said simply: Look! I am alive (p. 259).

Come rivelerà pienamente la storia d’amore con Katherine Driscoll, la cui fine viene anticipata dai due amanti di comune accordo, la consapevolezza della fragilità dei beni esterni accresce proporzionalmente il loro valore e la forza della passione che suscitano. La mise en abyme di questa massima, attraverso cui si deve interpretare l’intero significato del romanzo, si legge nel sonetto LXXIII di Shakespeare, il testo che Archer Sloane fa commentare in classe agli studenti, e grazie a cui avviene l’immediata conversione di Stoner. È il sonetto che parla della brevità della vita concludendosi con il monito ad amarne la fugace bellezza:

That time of year thou mayst in me behold
When yellow leaves, or none, or few, do hang
Upon those boughs which shake against the cold,
Bare ruin’d choirs where late the sweet birds sang.
In me thou see’st the twilight of such day,
As after sunset fadeth in the west;
Which by and by black night doth take away,
Death’s second self, that seals up all in rest.
In me thou see’st the glowing of such fire
That on the ashes of his youth doth lie,
As the death-bed whereon it must expire
Consumed with that which it was nourished by.
This thou perceivest, which makes thy love more strong,
To love that well which thou must leave ere long.

Per questo, il primo oggetto d’amore di Stoner sarà la letteratura, che insegna ad amare ciò che il più banale dei luoghi comuni definisce con giustezza la “poesia della vita”.

*

La scoperta della poesia segna la grande svolta della vita di Stoner, la cui biografia comincia anagraficamente nel 1891 ma simbolicamente nel 1910, l’anno della sua iscrizione all’università, che vale come una seconda e vera nascita. Questa conversione, tuttavia, viene presentata correggendo il tipico schema romantico della vocazione intellettuale, che considera la poesia come un valore incompatibile con la casa paterna. Benché la rottura sia drastica, e benché soffra per l’estraneità che sente crescere tra sé e i suoi genitori, Stoner non smette di amarli e rispettarli, e non rinnegherà mai le sue origini. Del resto, l’iniziativa di iscriversi all’università viene dalla sua famiglia e, almeno in un primo momento, come evidenziano le parole del padre, si presenta in continuità con la loro forma di vita. Studiare agraria è solo una delle diverse forme di labor di cui il contadino ha bisogno per imparare a trarre frutti migliori dalla terra e a non farsi sopraffare dalla sua aridità: «I never had no schooling to speak of […]. But now I don’t know. Seems like the land gets drier and harder to work every year […]. County agent says they got new ideas, ways of doing things they teach you at the University» (p. 4). Quando Stoner comunica loro la decisione di cambiare facoltà, i genitori finiscono per accettare la sua scelta con una docilità che sembra sottintendere la comprensione di una ragione occulta. Ma soprattutto, è chiaro come, nel sistema simbolico del romanzo, si dia un’unità profonda tra gli studi di Agraria e quelli di Letteratura, entrambi scienze del colere, il verbo latino da cui deriva l’ambito semantico della cultura, e che non significa solo coltivare ma anche abitare, prendersi cura, venerare. Elevarsi dalla prima alla seconda natura, e dunque anche dalla prima alla seconda cultura, volgersi dalla cura della terra alla cura dell’anima, dalla comprensione delle combinazioni chimiche del suolo a quella delle combinazioni delle parole, sarà per Stoner un’evoluzione quasi spontanea, per quanto sconvolgente dal punto di vista emotivo[4].

La solidarietà che unisce Natura e Cultura, facendo della seconda tanto l’espressione quanto il luogo della conoscenza e comprensione della prima – al punto che potremmo definire la cultura come una natura in forma riflessiva – spiega perché la concezione degli studi umanistici che si evince dal romanzo non abbia nulla di idealistico. La letteratura, come la conoscenza per Spinoza, fa scoprire un relativo «senso di libertà»[5]; ma non impone di negare o trascendere la dimensione naturale, perché ne rappresenta la continuazione, lo sviluppo coerente. Stoner interpreta le opere letterarie alla luce degli stessi principi del suo naturalismo: la finitezza e caducità della vita, l’appartenenza dell’individuo al tutto, la sua sottomissione alle leggi necessarie del mondo, la valorizzazione della contingenza: «[H]e moved outward from himself into the world which contained him, so that he knew that the poem of Milton’s that he read or the essay of Bacon’s or the drama of Ben Jonson’s changed the world which was its subject, and changed it because of its dependence upon it» (p. 26). Il risolversi della natura in cultura si attua compiutamente nella poesia, dimensione in cui la conoscenza della vita, altrimenti accessibile solo in forma immediata e inconsapevole – come semplice vivere – si dà in una modalità mediata e discorsiva, per mezzo del linguaggio.

È significativo che solo dopo la conversione alla letteratura Stoner cominci a guardarsi allo specchio, in senso tanto reale quanto figurato, scoprendosi come essere autocosciente: «He became conscious of himself in a way that he had not done before. Sometimes he looked at himself in a mirror…» (p. 13). Da questo momento, la sua esistenza sarà scandita dall’alternarsi di due forme di rapporto a sé: il quotidiano lasciarsi vivere, l’abbandonarsi all’esperienza spontaneamente, accettandone la contingenza e scegliendo per amore immediato dei suoi beni, senza progetti e piani di vita (le decisioni di Stoner sono sempre prese per istinto e diventano consapevoli solo a posteriori, quando qualcuno, come ad esempio Archer Sloane, gliene chiede conto); e i rari ma intensi momenti di riflessione, in cui la sua coscienza diventa capace come di staccarsi dal corpo, per guardarsi in modo impersonale, con occhi non propri, e analizzarsi dall’esterno. Questi momenti, come nella scena metafisica della notte innevata, sono esercizi di straniamento spirituale che prefigurano il momento della morte, in cui l’io tornerà a fondersi con la totalità naturale. Essi sollevano il problema del senso di ogni esistenza finita, la questione etica della vita buona: «He found himself wondering if his life were worth the living; if it had never been….» (p. 184).

La letteratura, insomma, è una forma, anzi, la forma più alta di filosofia morale. Essa ha per oggetto la condizione umana, su cui riflette attraverso la scoperta e l’analisi dei suoi topoi –nascere, generare, lavorare, amare, ammalarsi – tutti iscritti nell’ordine naturale e dominati dall’essere-per-la-morte. Alla luce di questi esistenziali, vasti luoghi comuni in cui le singole vite individuali si incontrano e riconoscono le loro leggi universali, le caratteristiche contingenti di ogni esistenza, e i beni specifici di cui essa può godere, si disvelano nel loro vero valore, nella loro potenziale bellezza. In questo senso, la poesia non è altro che una domanda incessante sul significato della vita. Ecco perché Archer Sloane, dopo aver incalzato l’allievo sul significato del sonetto di Shakespeare – «What does he say to you, Mr. Stoner? What does his sonnet mean?» – si dimostra sorprendentemente soddisfatto della non-risposta di Stoner, che è riuscito soltanto a balbettare: «“It means […]. It means”, he said again, and could not finish what he had begun to say. Sloane looked at him curiously. Then he nodded abruptly and said: “Class is dismissed”» (p. 12). Evidentemente, l’allievo ha capito l’essenziale di ciò che doveva capire; ha smesso di leggere le parole impresse sulle pagine senza comprendere che in esse è in gioco il senso della vita umana.

Non deve stupire il fatto che, in questa concezione della letteratura così carica di valenze esistenziali, la tradizione svolga un ruolo determinante. Come emerge dalla scelta dei suoi argomenti di ricerca, in cui si può riconoscere un omaggio all’opera e alla figura di Ernst Robert Curtius[6], Stoner è un antimoderno, agli occhi del quale la storia letteraria è una filiazione senza fratture della tradizione classica. La poesia latina, cui va la sua predilezione perché vi ritrova la sua stessa intuizione della vita, lo porta ad amare il Rinascimento e a concepirlo in continuità con il Medioevo – il Medioevo pagano, fedele alla celebrazione dell’immanenza propria dei latini, e opposto al Medioevo cristiano, dominato dalla trascendenza, che lacera l’anima tra il terrore della morte e il desiderio della vita eterna[7].

Soprattutto, nel “culto” della tradizione Stoner ritrova l’ethos a sé più congeniale. Da lui praticata e difesa con accanimento, la filologia non è erudizione fine a se stessa, una semplice tecnica di accertamento positivistico del dato, ma una pratica etica che pone argine all’arbitrio, all’incompetenza e alla presunzione individuali, in nome dell’incontrovertibile obiettività del sapere: su questo conflitto tra il rispetto filologico minimo per lo spirito oggettivo – titoli delle opere, date di composizione e pubblicazione, elementi linguistici e storici – e la prepotenza ermeneutica di chi violenta l’opera per interpretarne a piacimento il senso, si incentrerà l’interrogazione dello studente Charles Walker per l’ammissione al dottorato. Dal punto di vista morale, la pratica della filologia svolge nell’esistenza quotidiana di Stoner un ruolo comparabile a quello degli esercizi spirituali degli antichi: ridimensiona il finito che si ritiene impropriamente infinito, riconduce l’io all’interno di un tutto più grande – anche da questo punto di vista Natura e Cultura finiscono per assimilarsi – dissolve le pretese narcisistiche ed egocentriche dell’individuo, insegnandogli a riconoscersi parte di una normatività superiore[8].

La filologia non mortifica il coinvolgimento esistenziale del soggetto, perché il suo fine resta sempre quell’incontro con il significato che si traduce in passione – come del resto ricorda la stessa origine etimologica del termine, “amore per la parola”. Solo, questo amore non può darsi al di fuori della mediazione storica, perché, lungi dall’essere la creazione o l’interpretazione ex nihilo di singoli, geniali, anarchici io, il senso è articolazione di significati universali di cui gli individui si appropriano in una dimensione a un tempo oggettiva e intersoggettiva, all’interno di leggi e tradizioni. Stoner ritrova la dimensione naturale della legge nella sua concezione della grammatica, cui dedicherà il suo seminario più riuscito. Erigendo l’antica arte del trivio a disciplina-guida dei saperi umanistici, ingaggiando una polemica apertamente antimoderna[9], egli esalta la natura normativa del linguaggio. Ogni espressione e articolazione di significato è resa possibile da un insieme di regole universali e necessarie, una logica senza di cui non si darebbe nessuna cultura e, di conseguenza, nessuna poesia:

[H}e felt the logic of grammar, and he thought he perceived how it spread out from itself, permeating the language and supporting human thought. In the simple compositional exercises he made for his students he saw the potentialities of prose and its beauties, and he looked forward to animating his students with the sense of what he perceived (p. 26).

A loro volta, poesia e grammatica non sono concepibili senza la tradizione, che garantisce la trasmissione e conservazione della lingua e dei significati poetici, imponendo allo studioso un compito modesto ma cruciale: coltivare l’humanitas prendendosi cura di ciò gli è stato affidato, con scrupolo e competenza, e soprattutto con amore, così da ritrasmetterlo e farlo amare a chi verrà dopo di lui. In altre parole, essere un bravo filologo e ancora prima un bravo insegnante, ruolo in cui Stoner riconoscerà il proprio Beruf, in senso weberiano, una forma di ascesi laica, un lavoro dalla dignità del tutto indipendente dalla vita privata e capace di riscattarne le meschinità e i fallimenti: «He felt himself at last beginning to be a teacher, which was simply a man to whom his book is true, to whom is given a dignity of art that has little to do with his foolishness or weakness or inadequacy as a man» (p. 115).

Intorno a questa concezione della letteratura e del lavoro si polarizzano il conflitto con Walker e l’amore con Katherine, entrambi nati, significativamente, durante il seminario sulla grammatica, e incentrati, come le lezioni di Sloane, sull’interpretazione della poesia di Shakespeare. Katherine, uditrice libera, fa proprio con convinzione il metodo di Stoner («Her concentration was upon Shakespeare’s use of the Donatan tradition, a tradition that had persisted in the grammars and handbooks of the Middle Ages», p. 142); e questa affinità ermeneutica, ribadendo l’equazione tra vita, filosofia e poesia, si converte anche per lei in un ethos, facendo sì che persino il discorso sulla fine dell’amore con Stoner si declini secondo le regole grammaticali, nel rispetto della specifica temporalità di ogni passione: «They revealed that knowledge by grammatical usage: they progressed from the perfect – “We have been happy, haven’t we?”– to the past – “We were happy – happier then anyone, I think” – and at last came to the necessity of discourse» (p. 220).

Walker, al contrario, entra in scena svogliato, in ritardo, interrompendo la lezione e contestando i presupposti fondamentali dell’insegnamento del professore: «“Sir”, Walker said, “pardon me, but I don’t understand. What can” – he paused and let his mouth curl around the word – “grammar have to do with poetry? Fundamentally, I mean. Real poetry”» (p. 138). La disputa letteraria che lo oppone in apparenza a Katherine, ma in realtà a Stoner, va allora letta come un dramma morale in cui si scontrano due visioni antagonistiche dello studio della letteratura e quindi anche dell’essere al mondo. Il contributo di Walker al seminario fornisce il pretesto per esaltare la visione romantica della creazione artistica, che concepisce la poesia come opera dell’individualità eccezionale, del «genius natural and supreme to rule and mundane law»:

Unlike lesser poets, Shakespeare was not born to blush unseen and waste his sweetness on the desert air; partaking of that mysterious source to whence all poets go for their sustenance, what need had the immortal bard of such stultifying rules as are to be found in a mere grammar? […] Genius, unique and a law unto itself, needs not the support of such a “tradition” as has been described to us […] (p. 146).

Anche in questa forma di ermeneutica letteraria è implicita un’intera etica, che, contrariamente all’ethos trasmesso dalla filologia, autorizza l’individuo a credersi unico, speciale, libero e scorporato dal tutto: come l’eterno ribelle, che si pensa sempre come un eccezione alla regola, come l’ignorante che spaccia la sua incompetenza per garanzia di genialità, come l’infelice che pretende di essere risarcito della disgrazia naturale ottenendo uno sconto rispetto alle regole rispettate da tutti. Per questo Stoner si scaglia contro Walker con un accanimento che può sembrare eccessivo. Walker è il nemico esemplare. Non deve entrare all’università perché non potrà mai essere un bravo insegnante e un uomo saggio: non solo perché non sa ciò di cui parla, ma perché rifiuta i principi della grammatica della vita.

*

Oltre al corpo grottesco di Walker, il romanzo concede al romanticismo anche un volto affabile e positivo, nel personaggio di David Masters che si arruola durante la prima guerra mondiale per un moto di nichilismo volontaristico. Stoner ama e ammira l’amico, ma si sente estremamente distante dal suo modo di essere: nella sua morte insensata egli vedrà l’ennesimo gesto gratuito di un soggetto che pretende di darsi la legge da solo, che invece di accettare ed amare le leggi del mondo pretende di affermarsi senza e contro di esse.

Questo rifiuto intransigente dell’individualismo, e di tutto ciò che la rivolta romantica comporta anche a livello politico e sociale, rappresenta probabilmente per noi l’aspetto più disturbante. Insieme all’idea di una soggettività libera, sovrana, creatrice, Stoner finisce infatti per ripudiare l’idea stessa di critica. Agli studenti che partono volontari in guerra per vivere eroicamente l’“Evento” e dare un senso al loro futuro, egli preferisce lo studio in biblioteca e la mite fedeltà all’istituzione. Non è l’individuo a cambiare il corso del mondo, ma è il corso del mondo a trasformare l’individuo, plasmandolo attraverso la normatività della prima e della seconda natura:

But before William Stoner the future lay bright and certain and unchanging. He saw it, not as a flux of event and change and potentiality, but as a territory ahead that awaited his exploration. He saw it as the great University library, to which new wings might be built, to which new books might be added and from which old ones might be withdrawn, while its true nature remained essentially unchanged. He saw the future in the institution to which he had committed himself and which he so imperfectly understood; he conceived himself changing in that future, but he saw the future itself as the instrument of change rather than its object (p. 24).

Quest’etica della trasformazione individuale, del lento e modesto lavoro sul sé, che si affida al lasciar-essere e alla sicurezza garantita dalle istituzioni (il motivo, parallelo a quello della terra, è associato all’immagine del colonnato dell’Università) può essere senza dubbio, e a buon dirittto, accusata di conservatorismo. È un’etica intenzionalmente e risolutamente disancorata dalla storia e dalla politica: concepisce l’individuo come membro del genere umano, non di una comunità etica; non conosce altra dimensione che quella quotidiana, e restringe la sua cerchia intersoggettiva alla sfera degli affetti intimi e familiari. Stoner ignora la Società, la grande Storia, l’appartenenza a una polis; è indifferente a ogni lotta per il riconoscimento, tanto nella forma della carriera universitaria, quanto in quella della gloria letteraria o militare. La sua vita “infame”, senza nome e senza memoria, riassunta in poche righe nella prima pagina del romanzo come sulla lapide di un cimitero o in una scheda d’archivio, non si allontana mai dalla dimensione ordinaria, di cui ripercorre senza alcuna originalità e senza alcun eroismo i topoi accessibili a chiunque: il lavoro, l’amicizia, il matrimonio, la paternità, persino l’adulterio, che, come gli ricorda ripetutamente sua moglie, non è altro che un banale luogo comune, e per questo, agli occhi di lei, «nothing at all».

Stoner è un uomo qualunque, un Everyman (non a caso, l’unica opera letteraria medievale, estranea al canone romantico, di cui persino Walker ha conoscenza): vive come vivono quasi tutti, ordinariamente, e muore come muoiono quasi tutti, non sul campo di battaglia ma in un letto, di malattia e di vecchiaia. Al momento della sua morte, narrata come in controcanto a quella di Ivan Il’ič, capiamo che, malgrado e forse proprio per la sua banalità, questa vita è stata profondamente autentica, e che si è giustificata. Stoner ha saputo accettarla nella sua contingenza e ha saputo percorrerne tutti i luoghi comuni, persino i più squallidi, come se fossero davvero suoi, con slancio e impegno reali:

It had not occurred to him how he must appear to an outsider, to the world. For a moment, he saw himself as he must thus appear […]. He had a glimpse of a figure that flitted through smoking-room anecdotes, and through the pages of cheap fiction – a pitiable fellow going into his middle age, misunderstood by his wife, seeking to renew his youth, taking up with a girl years younger than himself, awkwardly and apishly reaching for the youth he could not have, a fatuous, garishly got-up clown at whom the world laughed out of discomfort, pity, and contempt. He looked at this figure so closely as he could; but the longer he looked, the less familiar it became. It was not himself that he saw, and he knew suddenly that it was no one (p. 208).

In questa affermazione del valore dell’essere se stessi contro l’opinione, il “man”, la saggezza di Stoner sembra trovare un accento esistenzialistico propriamente moderno. Ma questo accento convive con il naturalismo della tradizione classica, facendo sì che l’ideale dell’autenticità si svuoti non solo dell’ambizione eroica che le attribuiscono le più importanti versioni novecentesche, ma anche dell’esigenza espressivistica che le conferiscono le sue origini romantiche[10] , in nome di quello che potremmo definire un “esistenzialismo pagano”. Per vivere una vita buona, l’individuo non deve esprimere la propria identità, creare, lasciare un’opera, un gesto speciale, una traccia personale del proprio unico e irripetibile passaggio nel mondo: la pretesa che ogni io goda di una singolarità irriducibile, di una diversità da preservare e difendere come un oggetto prezioso, è una concezione erronea della natura, un falso mito moderno. Mentre nell’esperienza concreta della vita l’individualità afferma il valore della propria specificità e contingenza, con quella della morte si dissolve nell’ordine universale, rientra nel ciclo della terra, fondendosi nella totalità naturale del genere umano e dei viventi. Proprio come il contenuto del libro, del suo unico libro, che Stoner sfoglia nell’ultimo momento: «[…] he knew, a small part of him that he could not deny was there, and would be there. He opened the book; and as he did so it became not his own» (p. 288).

Note

[1] Tutte le citazioni si riferiscono a John Williams, Stoner. A Novel, London, Vintage, 2012 [1965].

[2] Cfr. Martha Nussbaum, La fragilità del bene. Fortuna ed etica nella tragedia e nella filosofia greca, Bologna, Il Mulino, 2011 [1986] che a sua volta sviluppa in riferimento al mondo greco le idee di Bernard Williams in Sorte morale, Milano, Il Saggiatore, 1987 [1981}.

[3] Lomax, che dalla sorte ha ricevuto una fisicità contraddittoria (un corpo deforme e un viso angelico), è scisso anche interiormente. La sua figura si situa come al bivio tra le due diverse visioni morali: quella di Stoner, con cui condivide l’amore per la letteratura e per il senso di relativa libertà ed elevazione che essa concede (Stoner infatti si riconosce in lui: «the two men were alike» (p. 100) – e vorrebbe diventarne amico); e quella di Walker, che si ribella alla propria disgrazia fisica e pretende di agire fuori dall’ordine naturale. È questo forse il significato del misterioso bacio di Lomax a Edith con cui si conclude l’episodio della festa: un unico omaggio alla grazia, riconosciuta e immediatamente abbandonata a favore dell’invidia e dell’amarezza. Allo stesso tempo, il bacio potrebbe significare una complicità negativa tra i due personaggi di Lomax ed Edith, ribadita anche in altre occasioni, ad esempio quando entrambi rimproverano Stoner di non aver perdonato Walker in virtù della sua deformità.

[4] «The course in soil chemistry caught his interest in a general way; it had not occurred to him that the brownish clods with which he had worked for most of his life were anything other than what they appeared to be, and he began vaguely to see that his growing knowledge of them might be useful when he returned to his father’s farm. But the required survey of English literature troubled and disquieted him in a way nothing had ever done before» (p. 8).

[5] Il tema diviene esplicito nelle pagine che rievocano la formazione di Lomax, parallela a quella di Stoner: «And when he told of the long days and evenings he had spent alone in his room, reading to escape the limitations that his twisted body imposed upon him and finding gradually a sense of freedom that grew more intense as he came to understand the nature of that freedom – when he told of this, William Stoner felt a kinship that he had not suspected; he knew that Lomax had gone through a kind of conversion, an epiphany of knowing something through words that could not be put in words, as Stoner himself had once done, in the class taught by Archer Sloane. Lomax had come to it early, and alone, so that the knowledge was more nearly a part of himself than it was a part of Stoner; but in the way that was finally most important, the two men were alike, though neither of them might wish to admit it to the other, or even to himself» (p. 100, corsivi miei).

[6] Il libro scritto da Stoner a partire dalla dissertazione di dottorato, The Influence of the Classical Tradition upon the Medieval Lyric, riecheggia palesemente il capolavoro Europäische Literatur und Lateinisches Mittelalter, 1948, tradotto in inglese come European Literature and the Latin Middle Ages (New York, Harper Row, 1953). Come Curtius, di cui condivide l’anno di morte, il 1956, Stoner legge la letteratura alla luce della continuità con la tradizione classica e medievale, attribuisce grande importanza alla retorica e allo studio dei topoi (cap. 14), continua a insegnare negli anni della guerra, in difesa della continuità della tradizione e dei valori umanistici.

[7] «He wondered again at the easy, graceful manner in which the Roman lyricists accepted the fact of death, as if the nothingness they faced were a tribute to the richness of the years they had enjoyed; and he marveled at the bitterness, the terror, the barely concealed hatred he found in some of the later Christian poets of the Latin tradition when they looked to that death which promised, however vaguely, a rich and ecstatic eternity of life, as if that death and promise were a mockery that soured the days of their living» (p. 40).

[8] Oltre agli studi di Pierre Hadot (in particolare Esercizi spirituali e filosofia antica, Torino, Einaudi, 1988 [1981]), sul rapporto tra questa tradizione morale e l’umanesimo si veda Juliusz Domanski, La philosophie, théorie ou manière de vivre?: les controverses de l’antiquité à la renaissance, Paris, Cerf, 1996.

[9] «We would be most unlikely to choose grammar. Yet the Roman and medieval scholar – and poet – would almost certainly consider grammar the most significant. We must remember» (p. 137). La concezione cui si rifà Stoner è ancora più estesa di quella classica e sembra ambire a includere, al modo medievale, anche la logica e la retorica: «We must remember that the medieval conception of grammar was even more general than the late Hellenistic or Roman. Not only did it include the science of correct speech and the art of exegesis, it included as well the modern conceptions of analogy, etymology, methods of presentation, construction, the condition of poetic license and the exception to that condition – and even metaphorical language or figures of speech» (p. 138).

[10] Alludo ovviamente alla teoria dell’autenticità di Charles Taylor, che attribuisce grande importanza al valore dell’espressione individuale (Ch. Taylor, Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Milano, Feltrinelli, 1993 [1989]). Per la sua indipendenza da questa dimensione espressivistica, per la sua concezione del rapporto tra bene e contingenza, e per la sua esaltazione della spontaneità, l’autenticità di Stoner è più vicina a quella di Charles Larmore, Le pratiche dell’io, Roma, Meltemi, 2006 [2004].

[Axel Hütte, Bosco (gm)].

4 thoughts on “Stoner: la grammatica della vita

  1. Ringrazio Barbara Carnevali per questo saggio davvero molto bello, che mostra bene come la filosofia morale possa arricchire l’interpretazione dei testi letterari. Non basterebbe un seminario per discutere il saggio, ma vorrei comunque provare a porre due questioni, che nascono forse da un modo diverso di leggere il romanzo – l’ho letto molto tempo fa e la mia memoria potrebbe indurmi in errore.

    Avevo letto il romanzo sul modello delle narrazioni inattendibili, in cui una mente è raccontata in un dialogo ossessivo con se stessa, mentre fa e disfa il filo che tiene insieme la sua sua vita.

    Provo ad articolare le due questioni così. Entrambe riguardano l’alterità. La prima è forse più una questione psicologica e riguarda la presenza dell’altro nella propria mente (o di ragioni esterne per agire). La seconda è forse più una questione morale e riguarda la presenza di altre menti, di altri che hanno ragioni interne per agire.

    Quando lessi “Stoner”, mi colpì che la prospettiva è tutta interna all’orizzonte di senso del protagonista. Certo, la prospettiva è ora dissonante ora consonante, ora è più vicina al sé che racconta ora al sé che fa esperienza. Il lettore ha accesso però solo alle sue ragioni interne per agire. Chi legge non sospetta mai che Stoner possa avere ragioni esterne per agire, di cui non è consapevole – ma ci sono punti in cui si intravedere come possa essere guidato da emozioni che non riconosce ma lo fanno agire, come invidia, paura, colpa, vergogna.

    Il lettore non ha poi mai accesso all’orizzonte di senso degli altri personaggi e non vede mai il mondo dal punto di vista dei genitori, degli amici, dei colleghi, della figlia, dell’amante o della moglie di Stoner. E anche qui il narratore lascia molti indizi che lasciano pensare che gli altri abbiano ragioni per agire che Stoner non riconosce.

    Se avesse tempo, mi interesserebbe molto sapere cosa ne pensa Carnevali. Grazie ancora per il bellissimo saggio.

  2. Apprezzo tutto quello che viene scritto o detto su Stoner, un libro con una storia che ho amato per l’originalità e profondità del personaggio. Il saggio di Barbara Carnevali è di un livello straordinario a cui non posso accedere, mi limito a mettere le mie impressioni che ho fermato subito dopo aver finito il libro che dopo le analisi della signora Carnevali varrebbe la pena di rileggere per rintracciare ogni sua intuizione.
    Di seguito il mio pensiero :

    “In “Stoner” c’è una filosofia inespressa, com’è giusto che sia, che rimanda al mistero umano e alla nostra evoluzione. Reputo il libro un testo moderno non solo per la forma, soprattutto per i contenuti.
    Illustra e determina un uomo al di là e al di sopra la natura conosciuta e lo rende quasi preda di un percorso culturale che nella storia è evidente, essendo Stoner, prima uno studente e dopo un professore della stessa università del Missouri. Non si muove da quel luogo in tutta la sua vita eppure conosce il mondo e conosce le debolezze umane, fino a sentire per esse una reale commozione. L’uomo che non c’era e che Williams rende plausibile con pagine scritte in modo asciugato da ogni retorica. La fine stessa del libro, pur avendo una carica emotiva molto accentuata riesce a non essere retorica. Come una scommessa fatta a se stesso, l’autore ci lascia l’immagine dell’ovvietà anche della morte. Ci rassicura attraverso Stoner che tutto è cosa naturale e che gli uomini giocano con la vita che in fondo non va mai presa troppo su serio. Ogni personaggio che lo circonda in qualche modo è ridicolo rispetto al protagonista, al suo inagire, al suo modo di intendere le cose. Stoner non insiste mai più del dovuto, la battaglia è persa in partenza, riconosce i difetti altrui come sintomi di limiti antropologici.

    Grazie per l’interessante opportunità. Cari saluti.

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