cropped-12370867_10206762588202229_4513150768668201133_o.jpg[Ho conosciuto Mario Dondero in un paese delle Marche, in occasione di una lettura di poesia organizzata da Adelelmo Ruggieri. La lettura fu seguita da una passeggiata per i luoghi artistici del paese, tra i quali una chiesa. Durante la visita, una guida spiegò all’uditorio che l’autore del quadro alle sue spalle era vissuto fino a novant’anni – così mi pare di ricordare –, per poi scomparire, tanto che nessuno sapeva dove e come fosse morto. Mario Dondero, accanto a me, mi guardò con uno sguardo ironico e leggero che poi avrei imparato a riconoscere, e mi sussurrò: «Forse non è mai morto».
Ho ripensato molte volte a questa frase ogni volta che mi capitava di sentire di una delle proverbiali scorribande di questo instancabile ed entusiasta globetrotter ultraottantenne con la macchina fotografica al collo, oppure di incontrarlo inopinatamente a bordo di un regionale notturno ad Ancona, seduto al suo posto in attesa della partenza, come successe non più di cinque anni fa: Mario Dondero, partigiano, giornalista, fotoreporter e fotografo infaticabile vissuto a Milano, Parigi, Roma, Londra, prima di stabilirsi a Fermo, sembrava destinato a non morire mai, proprio come quell’oscuro pittore.
E invece ieri sera Dondero si è spento a Fermo, a 87 anni. «Chi abbia avuto la fortuna di incontrare Mario Dondero», ha scritto una volta Massimo Raffaeli, «sa esattamente quale sia il significato della parola humanitas». Per ricordarlo e salutarlo, allora, mi permetto di trascrivere qualche stralcio del libro-intervista Mario Dondero, a cura di Simona Guerra (Bruno Mondadori 2011). Spero che questi suoi ricordi e riflessioni rendano ragione di alcuni frammenti della sua ricchissima storia umana, civile e professionale, e che anche chi non l’ha mai incontrato possa riconoscere la sua humanitas e la sua preziosa intelligenza, che ci mancheranno molto (Massimo Gezzi)].

Ho conosciuto molti registi, attori, scenografi, e sono nate amicizie durature. Quella con Pier Paolo Pasolini è stata una delle più importanti. Credo di averlo conosciuto a casa di Laura Betti, o forse me lo presentò Romano Costa, non ricordo esattamente. Era già uno scrittore famoso e un regista affermato.
Pier Paolo era una persona molto franca, chiaramente ispirata dalla passione civile, molto umana, un uomo davvero straordinario. Ricordo che era molto curioso nei confronti degli altri, delle vicende della vita altrui, e, al contrario di molti altri registi, non era mai altezzoso e distante.
Amava giocare a pallone, ne era un appassionato, per cui a volte mi è capitato di giocare a calcio con lui. Parlavamo di questioni serie, di politica, di guerre, di quello che succedeva in quegli anni nel mondo. Parlavamo anche di sport e di casi della vita, o semplicemente ci trovavamo a tavola, a casa della nostra comune amica Laura Betti.
Pasolini non era una persona che io ricordi di aver mai incontrato in uno dei caffè romani […], perché era completamente immerso nel lavoro, nelle tante attività di scritture o di regia che realizzava spesso anche contemporaneamente. Aveva un’incredibile capacità di lavoro. […]
Quando la televisione ha dato la notizia della sua morte violenta, io ero in Francia al Festival del Cinema dei Tre Continenti. Fu uno choc per me, un trauma. A Nantes la notizia destò una grande indignazione, perché Pasolini era molto amato anche in Francia.
Il ritratto che ho fatto a Pier Paolo assieme a sua madre, Susanna, è stato molto apprezzato nel tempo e pubblicato parecchie volte. La trovo una fotografia molto intima, che in parte riesce a trasmettere quello che era il fortissimo legame esistente fra loro.

Pasolini Dondero
Pier Paolo Pasolini e sua madre Susanna fotografati da Mario Dondero

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Tra i set che ho fotografato, ci sono quello di Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci, e quello di La viaccia, di Mauro Bolognini. Luchino Visconti l’ho seguito più volte a teatro, a Parigi. E poi ci sono stati tanti francesi. Seguii anche le riprese del film di Henri-Georges Clouzot Les diaboliques, con Simone Signoret e Véra Clouzot.
Mi dispiace il fatto che ora che queste foto giacciono in qualche remoto archivio di giornale. So che molti trovano sbalorditiva la poca cura che ho nei confronti del mio lavoro passato. Non è intenzionale, solo trovo che il mondo è grande e non ci siamo soltanto io e le mie foto, e poi mi interesso molto di più di quello che farò domani piuttosto che di quello che ho fatto ieri. Mi capita, comunque, di scoprire, nel fondo del mio archivio, cose interessanti che avevo dimenticato.
Lo ammetto, sono molto disordinato e sono sempre stato distratto dalle contingenze e dai bisogni immediati per riuscire a stare dietro all’archivio. Nonostante questo, non mi considero un fotografo mancato. Credo di avere altre frecce nel mio arco: passione, energia, tenacia, amore per la gente ed entusiasmo per la vita. Però sono anche negligente per le questioni pratiche, privo di senso della proprietà (la mia e anche quella degli altri), portato all’improvvisazione piuttosto che ai programmi.

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Il mio percorso è lunghissimo e inserire in un’intervista, anche se estesa, tutti i miei viaggi, gli incontri, le foto è impossibile.
Dalla mia casa di Fermo, nel cuore del centro storico, sono partito infinite volte. Una delle mie mete preferite è Genova, a cui sono molto legato, anche per ragioni calcistiche: sono un antico supporter del Genoa. Andavo allo stadio con il mio amico Amanzio, un grande uomo che purtroppo non c’è più […]
Mi muovo spesso perché ho amici sparsi in tutta Italia e in Europa. Tutti i i miei viaggi hanno qualche progetto, qualche mostra, qualche proposta alle spalle. Come ho già detto, mi piace fare le cose insieme agli altri. Quando mi chiamano io vado.
Una cosa che ho molto fotografato fino a oggi sono state le guerre. Ne ho fotografate sei, in vita mia: nel ’63 il conflitto tra Algeria e Marocco nel deserto del Sahara […]; nel ’65 sono stato nei campi palestinesi in Libano durante i bombardamenti israeliani; poi ho assistito al conflitto greco-turco a Cipro; nel ’70 ero in Africa per la guerra in Guinea-Bissau e poi nella Guinea Conarkry al momento dell’attacco dei mercenari di Bob Denard, e poi nell’80 al confine con la Cambogia.

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Ci sono i duri problemi economici e il fatto, non meno importante, che esiste una gestione capitalistica dell’informazione, monopolizzata in pochissime agenzie. Questo naturalmente è un pericolo. La magnifica varietà dei tanti operatori dell’informazione esistenti al mondo sparisce davanti ai grandi trust, che forniscono notizie preconfezionate. Non più un immenso mosaico variegato, ma uno strumento di profitto e disinformazione.
E’ in questo modo che sono state distrutte le grandi ispirazioni dei gruppi di lavoro associato, che è stato abbattuto l’impegno di gente dedicata a questo mestiere con grande passione e che si trova con quasi più nulla in mano. Anche su questo ci dovrebbe essere una presa di coscienza più netta.
Il giornalismo, purtroppo, diventa sempre meno idealistico, sempre meno motivato dai grandi valori intellettuali, politici, che un tempo erano il motore di questa attività, di cui anche i fotografi erano partecipi.
Non bisogna dimenticare che l’agenzia è un fornitore all’ingresso di immagini, vendute a tanti giornali diversi tra loro, che ne fanno un uso in linea con i loro orientamenti. Oltre alla menzogna, c’è uno strumento per falsare l’informazione, che è l’omissione. […]
Per un fotografo di oggi raccontare secondo una poetica, avere una coerenza nel discorso attraverso i giornali, è sempre più difficile. Molti tendono a scegliere la mostra fotografica, la galleria, territori molto più liberi ma accessibili a pochi. Si tratta di percorsi interessanti, che rispondono a naturali esigenze espressive, ma ritengo che il giornalismo, quello vero, va continuato e difeso in quanto autentica informazione. I fotoreporter sono parte integrante del processo informativo e devono essere partecipi delle lotte comuni, soprattutto in una situazione di dominio autocratico dell’informazione. Non devono mai dimenticare che il loro lavoro è indispensabile al racconto della vita e della storia.

[Immagine: Mario Dondero fotografato da Ennio Brilli (mg)].

5 thoughts on “Per Mario Dondero (1928-2015)

  1. Bellissima testimonianza, caro Massimo! Un saluto e un augurio di buone feste.. Gianfranco.

  2. Il Grande Mario Dondero!…il fotografo al quale scrissi ( l’indirizzo mi fu dato da Italo Zannier suo grande amico e mio professore) per la mia tesi di laurea sulla storia della fotografia e che mi chiamò al telefono da Parigi in un caldo pomeriggio d’estate,…. nei primi anni ’90……un autentico DIAMANTE nel panorama mondiale della fotografia! Pochi sanno che Dondero, negli anni ’50 fu uno dei tanti fotoreporter giunti in Basilicata a documentare quella che era considerata la “vergogna” nazionale di Matera in cui ancora uomini e animali vivevano insieme nei Sassi…..e nel suo viaggio in Basilicata viene attratto – tra le tante cose- dai riti arborei di Accettura documentati in un bellissimo libro che , grazie a mio padre, ritrovo nella mia biblioteca!

  3. “ 18 luglio 1983 – Ecco sull’Illustrazione italiana (giu.-lug. 1983) un servizio di Mario Dondero su una partita di football a Tamanrasset. I ne(g)ri che giocano a calcio: esattamente quello che vidi io dieci anni fa (Parigi, Cité universitaire). Evento visivo indimenticato. Un’apparizione, pensai, che cambiava tutto. Ho un occhio fotografico? “

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