cropped-Cassiopeia3.jpgdi Mirko Lino

[Mirko Lino si occupa di cinema e media; tra i suoi interessi più specifici la pornografia contemporanea, specie quella alternativa o queer (sua la curatela della sezione Queer/Porn studies all’interno del Sicilia Queer Filmfest). Con questo pezzo su Mia Khalifa inaugura una serie di articoli dedicati a profili o tendenze del porno di oggi].

Navigando nell’oceano della pornografia online si è sicuri di una cosa: quella di andare incontro a un piacevole naufragio. Ogni navigante che si mette in viaggio trova una destinazione, un’isola fatta di tag con cui accedere a una ricca polimorfia di desideri e corpi “cliccabili”, archiviati in tipologie di pratiche (blowjob, double penetration, anal, ecc…) e generi (amateur, real, pov, gonzo, gangbang, threesome, ecc…). Il porno online dunque si presenta come un mare digitale dove ogni desiderio immaginabile, dal più tradizionale al più bizzarro, dal più “romantic” al più “rough”, dal più scatologico al più asettico, è già stato mappato, e dove vengono messi in scena i diversi modi di rappresentare i piaceri di ogni sessualità, cultura e subcultura. E in effetti sono soprattutto le pornografie alternative (dimensione della pornosfera al centro del recente libro Porn after Porn. Contemporary Alternative Pornographies, curato da Enrico Biasin, Giovanna Maina, Federico Zecca) che con differenti motivazioni hanno mostrato la possibilità di ricodificare la retorica visiva del porno confrontandosi con la tradizione hard-core etero, inscrivendo sul corpo i discorsi delle sessualità non normate, e arricchendo così il catalogo delle immagini pornografiche con visioni del piacere alternative a quel copione di «donne vogliose e “grossi uccelli”» che, come ricorda Peter Lehman, ha dato corpo all’ideologia dominante nel XX secolo» (2012: 472). E tra l’altro uno dei meriti ascrivibili al porno online è proprio quello di aver creato un fenomeno globale, paragonabile a una vera e propria world pornography che apre delle finestre sulle pornografie dei paesi non occidentali (quel porno tagghizzato come “asian”, “arab”, “latin”, ecc…) che con il loro stile e una grammatica spesso avulsa da «donne vogliose e “grossi uccelli”» ampliano i dialetti di una lingua pornografica parlata e compresa davvero a livello globale.

Ora, in questo “Mondo porno oggi” – per citare il titolo di un mondo movie a tema – popolato da diverse tipologie pornografiche, da video frammentati e casuali, uplodati da utenti sparsi in tutto il mondo con titoli diversi che indicano lo stesso contenuto, conoscere il nome dell’attrice da cercare, magari accedendo all’archivio alfabetico contenuto nei diversi porntube, diventa spesso un modo per fare ordine al caos, alle quasi infinite possibilità di scelta offerte delle piattaforme digitali. Così, i risultati del ranking mondiale delle attrici hard-core – quelle siliconate, atlete di prestazioni ai limiti della normale possibilità umana, regine dell’orgasmo recitato – stilata dal sito Pornhub – il sito porno più visitato al mondo – a seconda delle visualizzazioni ricevute, diventa leggibile come il tentativo di edificare uno degli ultimi baluardi della resistenza di una corporeità ipertrofica che si oppone all’avanzare di un porno fatto di corpi assenti, riscritti e rimappati digitalmente delle recenti sperimentazioni del virtual porn (che recentemente ho provato a descrivere in un articolo, qui) esperibili con i visori per la Realtà Virtuale, (Oculus Rift, Samsung Gear, Morpheus) che oltre a permettere un’esperienza visivamente immersiva, ovvero di vivere in una simulazione virtuale quanto più simile all’esperienza reale, permettono all’utente la possibilità di personalizzare, “scrivere”, “customizzare”, il corpo digitale dell’avatar con cui fare sesso simulato.

In uno scenario in cui il corpo tradizionale dell’hard-core è messo in pericolo da una schiera di equivalenti alternativi, esotici, e personalizzabili, il titolo di pornostar numero uno per visualizzazioni, secondo i dati forniti da Pornhub, e dopo il ritiro dalle scene della famosa milf Lisa Ann, va a Mia Khalifa, una ventiduenne performer americana di origine libanese, che ha iniziato la sua carriera da poco più di un anno comparendo in una dozzina di video (cioè davvero pochi nel mondo delle produzioni pornografiche).

L’aspetto di Mia è quello della tradizionale bomba sexy con curve mozzafiato, seno prorompente vistosamente siliconato, con in più un tocco ironicamente “nerd” per via dei grossi occhiali che indossa; così come gli immancabili deep throat, le doppie penetrazioni e i threesome che la vedono impegnata nei video sono quelli dell’hard-core ipertecnico di “donne vogliose e grandi uccelli” di cui si diceva all’inizio. Oltre a essere la pornostar più guardata sul web, Mia è diventata anche un vero e proprio fenomeno pop (il duo dei Timeflies le ha dedicato una canzone, una melodia hip pop arabeggiante, che è stata un successo su iTunes) soprattutto grazie all’uso dei social (Instagram e Twitter). Un dettaglio che lascia presumere che dietro le preziose forme di Mia si nasconda una vincente strategia promozionale della casa di produzione Bang Bros. Infatti, osservando la costruzione del corpo di Mia nei video in cui è protagonista diventano leggibili le strategie discorsive del desiderio che l’hard-core usa per legare ancora la ricerca del piacere al suo corpo “tradizionale”, ovvero quello della slut, della “donna vogliosa” con un corpo dalle caratteristiche sessuali esagerate quanto posticce, in certi casi vicine a quelle di un immaginario posthuman.

Ma se le ‘opere’ di Mia Khalifa non aggiungono quasi nulla di nuovo alle tecniche performative dell’hard-core on line, quali sono allora i motivi del suo successo mondiale? In cosa i suoi video soddisfano i desideri condivisi da milioni di utenti? Se guardiamo meglio l’oggettificazione del suo corpo nei video, ci si renderà conto come questo rimandi alla costruzione di un desiderio interraziale, sulla cui esplicitazione sembra essere stato impostato il successo mondiale della nostra attrice. Pur provenendo da una famiglia cristiana, e pur vivendo da più di dieci anni negli USA, la giovane Mia ha fatto parlare di sé per via di due tatuaggi che raffigurano la croce e l’inno libanese, e per un paio di video in cui mentre fa sesso indossa uno hijab (tipo di velo indossato dalle donne musulmane).

Il successo mondiale di Mia ha scatenato fortissime critiche e accese polemiche proprio in Libano, tanto da costare all’attrice una fatwa (a cui ha fatto seguito sul web un fotomontaggio in cui viene minacciata dal boia dell’Isis Jihadi John). Questo sebbene tra gli otto dei paesi maggiori fruitori di pornografia ben sei siano paesi arabi: paesi in cui – è ad esempip il caso dell’Arabia – chi produce e diffonde materiale porno rischia la pena capitale. Alle minacce subite non si è fatta attendere la risposta di Mia via Twitter: «Doesn’t the Middle-East have more important things to worry about besides me? How about finding a president? Or containing Isis?». Lapresenza del hijab nei video è ironica, ha aggiunto Mia in un’intervista: «The scenes containing a hijabi are satirical, there are Hollywood movies that depict Muslims in a much worse manner than any scene Bang Bros could produce».

Nel video che le è costato la fatwa, Arab Mom And Girl with her Boyfriend, o in versione “long trailer” Mia Khalifa and Stepmom Compete for Boyfriend (con questi titoli su PornHub, ma esistono diverse versioni dello stesso video con diversi titoli e varianti sceniche negli altri porntube), Mia interpreta una studentessa con il hijab che viene scoperta dalla matrigna mentre si bacia appassionatamente con il fidanzato, un americanissimo byker, sul vialetto di casa. La matrigna, interpretata da Julianna Vega (che invece è di origine ispanica), e anche lei con il hijab, interviene furiosamente – «get off the hands, devil» dice al ragazzo mentre le strappa via Mia – e porta entrambi dentro casa. A un certo punto la matrigna inizia a corteggiare il prestante byker (a seconda delle diverse versioni del video, o con un blowjob sotto il tavolo, o mostrandogli il seno), dando così il via a un coinvolgente sesso a tre (threesome), in cui le due donne si contendono avidamente lo stesso pene, si dilettano in un ironico sesso lesbico, e alla fine si spintonano per ricevere il cumface, passandosi poi lo sperma di bocca in bocca (snowballing). La vicenda continua in un secondo video, Two Monsters One Mia Khalifa, o il “trailer lungo” Mia Khalifas Revenge on his Boyfriend with Two Black Man (entrambi su PornHub). Il video inizia con Mia che discute animatamente con Sean, il fidanzato del video precedente, perché lui le nega il permesso di avere un rapporto tre. Dopo il litigio, Mia esce in lacrime e passeggia vicino a un campo da basket all’aperto, dove ben presto stringe amicizia con due ragazzi di colore intenti a scambiare qualche canestro. Dopo aver spiegato ai nuovi amici il motivo della sua insoddisfazione, Mia si troverà a consumare con piacere la sua vendetta: infatti, dopo un paio di doppie penetrazioni da copione, non senza riferimenti alle grandi dimensioni dei peni di colore, a un certo punto sullo schermo del computer del fidanzato (che si trova a lavoro, ma si capisce che sta spendendo del tempo su un sito porno) comparirà proprio Mia impegnata in un’intensa doppia fellatio. Il hijab torna in un altro video di Mia, solo che questa volta non è indossato da lei ma da un’amica a cui l’attrice insegna le tecniche dell’hard-core esercitandosi con un pene lì a disposizione, anonimo, come se fosse un “simulacro carnale” di un dildo. Merita la menzione anche un quarto video in cui Mia, però senza il hijab, fa sesso con un fan, il classico “nerd” smanettone, mettendo in scena ironicamente la presenza sessualizzata del fruitore “medio” di porno online; il video enfatizza tutta la superiorità sessuale della perfomer che non nasconde risatine o espressioni insoddisfatte per l’incompetenza del partner, articolando così la messa in scena della feticizzazione dei genitali di grandi dimensioni nell’hard-core tradizionale – in controtendenza rispetto a un contesto pornografico che guarda sempre di più verso generi e stili “partecipativi”, tendenzialmente meno ipersessualizzati, come l’amateur, l’homemade, e il realcore.

Nei primi tre video citati il corpo di Mia viene dunque sessualizzato attraverso le forti simbologie richiamanti il suo paese di origine (i due tatuaggi “libanesi”) e la fede musulmana (il velo), al fine di essere letto come un corpo “altro”, “mediorentalizzato”. Obiettivo centrato, come dimostrano alcuni commenti ai video (questa volta presi dalla piattaforma Xvideos): pur essendo consapevoli della costruzione posticcia della mediorientalità, gli utenti rilasciano opinioni che sconfinano nell’attualità della delicatissima situazione politica tra islam e occidente.

Saber 1: Dumb regards these two hoes aren’t Muslim, they just put a scarf on their head. Juliana Vegas is a freaking Hispanic lmao oh man the ignorance.

Bufu69: So funny! No muslim is like this in real life, they would be stoned to death and their heads would be sliced off in Islam

Cumonbible: Good muslims, all muslims should be like them. Worship a big dick instead of Allah. Muhammad would suck a big dick too

Ittastelikechocolate28: I wish those Muslim whores would suck me like that.

Ecc..

Un imprescindibile punto di partenza per l’analisi del successo di queste retoriche del desiderio è il saggio di Linda Williams Skin Flicks on the Racial Border: Pornography, Exploitation, and Interracial Lust (2004; 271-308), analisi del desiderio interraziale costruito in chiave erotica nell’exploitation movie e visualizzato nell’interracial porn. Cioè in un genere pornografico specializzato nel mostrare l’atto sessuale tra due o più performer di razza differente. Williams fa risalire la configurazione voyeuristica del desiderio interraziale tra la donna bianca, l’uomo nero e lo spettatore maschio bianco all’immagine traumatica dello stupro della vergine bianca da parte del nero selvaggio e ipersessualizzato, che ha preso forma durante il periodo delle grandi piantagioni del sud prima della guerra di secessione, a partire dal silenzio attorno all’abuso sulle schiave nere da parte dei padroni banchi. Attorno a questo fantasma, emergerebbero almeno due traumi – se prendiamo in considerazione la configurazione donna bianca, uomo nero e spettatore maschio bianco – ovvero quello della consapevolezza della superiorità sessuale del nero sul padrone bianco, e quella del soddisfacimento del piacere di una donna bianca che dopo il sesso interraziale si scopre vorace di sesso con partner di colore.

Il desiderio interraziale tende dunque a trasformare un’immagine del trauma in un’immagine del desiderio per il maschio bianco che guarda, permettendo anche, ricorda Williams, una comprensione delle dinamiche del desiderio interraziale nella società americana molto più profonda rispetto al “silenzio” sull’argomento del cinema hollywoodiano (271). Il porno interraziale, infatti, a differenza delle altre pornografie che violano i tabù con la sola rappresentazione grafica, inscrive il divieto nel profondo della fantasia sessuale stessa, conferendo alle scene una forte carica erotica che normalmente non è tra le finalità rappresentative del porn movie (275).

Per inciso,  la carica erotica dell’interracial porn debutta in uno dei primissimi film che ad aver portato la pornografia nel sistema dei generi cinematografici: mi riferisco a Behind the Green Door dei fratelli Mitchell – analizzato da Williams nel suo saggio. Nel film, uscito nel 1972 (lo stesso anno in cui è uscito il più noto e ironico Gola profonda di Joe Damiano) una bellissima, bianca e bionda Marilyn Chambers interpreta Gloria, una ragazza che viene rapita e costretta a esibirsi all’interno di un esclusivo locale a luci rosse, il Green Door, davanti a un pubblico sessualmente misto e rigorosamente in maschera. Il film mostra la Chambers alle prese con tre differenti generi pornografici: un lesbian con più donne, un interracial con un uomo di colore e un acrobatico gangbang finale con diversi richiami al bondage, a cui segue l’ovvia chiusura narrativa del porno siglata dal cum shot: l’inquadratura dell’eiaculazione maschile, qui, però, protratta a una durata di ben otto lunghissimi minuti caratterizzati da uno straniante ralenti ed effetti cromatico-sonori psichedelici.

La nudità del performer di colore è presentata con tutto il carico di stereotipi inneggianti a una sessualità animalesca e a una feticizzazione del pene nero: il volto dipinto, le collane, tutto un corredo tribale che fa da sfondo a un pene di grandi dimensioni sempre in erezione (semieretto quando entra in scena e semieretto quando esce dalla scena). Prima il crescendo ritmico sino all’amplesso, sancito da un montaggio che si concentra più sui movimenti pelvici e sui volti dei performer che sulla penetrazione genitale (meat shot),poi le accelerazioni acid jazz che scandiscono l’arrivo dell’orgasmo di Gloria donano alla scena una forte carica erotica che esplode non nella visualizzazione dell’eiaculazione maschile ma nel piacere leggibile nel volto della donna, illustrando, come scrive Williams, un nuovo tipo di fantasia pornografica razziale che trae origine dalla storia delle oppressioni razziali, ma che non implica una mera ripetizione di quei stereotipi: il cliché che in passato ha funzionato per spaventare la donna bianca e tenere al loro posto gli uomini di colore, ora funziona come dispositivo per indurre il desiderio sessuale nella forma di una trasgressiva e pornografica storia (284).

Tornando ai video di Mia Khalifa, potrebbe essere facile leggervi in filigrana quel desiderio tutto statunitense di violare un tabù non legato alla propria origine socio-culturale. Ma come sappiamo le immagini del desiderio sono costruzioni complesse, per cui il hijab porn che ha portato al successo Mia Khalifa si apre a diverse chiavi di lettura. Lo si può considerare una sorta di risposta alle crisi in atto tra Occidente e mondo arabo: ampliamento iconico di una retorica delle barbarie che oltre a usare immagini di atrocità (Abu Ghraib, Guantanamo) e spezzoni di veri e propri snuff movie (le decapitazioni lo-fi di Al Qaeda, le esecuzioni in HD dell’Isis), utilizza adesso il codice pornografico per offendere il nemico. Oppure, si potrebbe semplicemente archiviare Mia Khalifa e il hijab porn come un fenomeno costruito ad hoc da una scaltra strategia di marketing che gioca proprio con le basi dell’interracial lust (“farsi la donna del nemico”). E se invece ribaltassimo la prospettiva, considerando il porno non come un codice ghettizzante, bensì inclusivo? Allora forse il hijab porn di Mia rappresenterebbe una sorta di integrazione sociale dell’altro mediorientale nel tessuto dei desideri sessuali occidentali, attraverso la creazione di un nuovo stereotipo dell’hard-core, come quello della musulmana insaziabile di “grossi uccelli” americani.

Libri, saggi e articoli citati:

Biasin E., Maina G., Zecca F., a cura di, Porn After Porn, Contemporary Alternative Pornographies, Mimesis International, Milano-Udine 2014.

Lehman P., Perché non simulare una carezza? Perché è importante la differenza tra hardcore e softcore -postfazione a E. Biasin, G. Maina, F. Zecca, a cura di, Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media, Mimesis, Milano-Udine, 2012, pp, 461-474.

Lino, M., Sguardi e corpi nelle pornografie del desiderio, in «Between», vol. 3, n. 5, 2013: http://ojs.unica.it/index.php/between/article/view/925

Id., Porno nel virtuale. Wearable Media & Immersive Porn, (2015) in «Doppiozero»: http://www.doppiozero.com/materiali/commenti/porno-nel-virtuale

Id., Recensione di Porn After Porn, Contemporary Alternative Pornographies, in «Betwen», vol. 5, n. 9, 2015: http://ojs.unica.it/index.php/between/article/view/1837

Id., Porno mainstream/porno alternativo. Una mappa per orientarsi nella pornosfera contemporanea, (2015) in «Doppiozero»: http://www.doppiozero.com/materiali/ovvioottuso/porno-mainstreamporno-alternativo

Williams L., Skin Flicks on the Racial Border: Pornography, Exploitation, and Interracial Lust, in Id, a cura di , Porn Studies, Duke University Press, Durham-London 2004, pp, 271-308.

Zecca F., Porn in Trasition. Per una storia della pornografia americana, in E. Biasin, G. Maina, F. Zecca, a cura di, Il porno espanso. Dal cinema ai nuovi media, Mimesis, Milano-Udine, 2012, pp, 27-77.

 

[Immagine: Jonathan Yeo, Cassiopeia (gm)]

5 thoughts on “Strategie del porno/1. Mia Khalifa

  1. l’inclusività della figura di Mia Khalifa si scontra col fatto che lei non porta l’hijab nella vita normale quindi è solo un altro costume di scena come le divise da cheerleader
    sarebbe come se Marylin Chambers invece che con attori davvero afroamericani avesse fatto sesso con Ron Jeremy truccato col blackface

  2. Interessante, ma non sono assolutamente d’accordo con le conclusioni che si traggono dal ragionamento. Perché non definire apertamente che questo tipo di pornografia, in cui Mia Khalifa interpreta questi ruoli, è apertamente razzista? Mi sembra che si tratti chiaramente di un’evoluzione dell’Orientalismo sessista che i paesi europei e gli USA hanno costruito nei secoli: donne orientali sottomesse, ma al tempo stesso l’Oriente come mondo di passione e lussuria, una sessualità prorompente che si nasconde dietro i veli delle donne e le tende di harem immaginati. Tutto ciò esisteva già nell’Ottocento, nei pittori orientalisti. Dopo Edward Said c’è stata una grande presa di coscienza di tutto questo immaginario. Come si può dire che questa pornografia sia “inclusiva”, una forma di integrazione?

  3. Mi sembra che le conclusioni del post e le relative obiezioni provengano da uno stesso discorso, che potrebbe sviluppare alcuni dei temi proposti da Linda Williams riguardo all’interracial porn. Non mi sembra infatti che la critica dell’orientalismo evocata da Fred, pur consolidata e giustificata, possa precludere l’analisi dei meccanismi di inclusione di cui parla Mirko Lino e che possono essere anche lontanamente imparentati all’appropriazione dell’emergente (Raymond Williams). Come ques’ultimo sia appropriato, di volta in volta, mi sembra una questione fondamentale, riproducibile in altri campi del sapere (vedi l’orientalismo e la successiva critica postcoloniale, ad esempio). Il passaggio perturbante sul quale mi soffermerei è la menzione di una integrazione non solo nell’immaginario ma anche “sociale” (essendo improbabile una scissione dei due campi, del resto): si tratta di un aggettivo che andrebbe forse ulteriormente definito, per poterne parlare ancora.

  4. Ringrazio i commentatori per i loro interventi ricchi di stimoli e di affascinanti aperture transdisciplinari. Tuttavia, non sono d’accordo nel definire il porno di Mia Khalifa “razzista”. Il razzismo nel porno viene veicolato – pur sempre come costruzione di un immaginario – attraverso l’umiliazione del corpo e dei genitiali, nell’agonismo/agonia del corpo infinitamente penetrabile (es. i video di Max Hardcore e altri esempi che si leggono nel bel libro di Pietro Adamo “Il porno di massa. Percorsi dell’hard contemporaneo”). Quello in cui è protagonista Mia non è un porno “razzista”: il suo corpo è al centro della scena, “buca” lo schermo, come si è soliti dire; la vediamo orchestrare i diversi sexual intercourse piuttosto che “subirli”. Basta guardare i video che cito nell’articolo. Non ci vedo alcuna sottomissione umiliante, tant’è che nel secondo video Mia si vendica del partner bianco che le ha proibito la sua individualità sessuale andando con due uomini di colore (per le loro grandi dimensioni, sessualmente più appetibili di quelle del fidanzato bianco nel primo video). Sinceramente non credo sia tutto così facilmente riducibile a immagini e immaginari erotico-esotici già esistenti storicamente, poiché tutti gli immaginari pornografici hard-core si reggono sull’insaziabilità della lussuria incarnata dai performer (pensiamo a Marilyn Chambers che in, appunto, Insatiable, urla “more more more…”), ogni immaginario porno spingerà al massimo di visibilità la dimensione lussuriosa, l’osceno, di immaginari preesistenti. Al termine dell’articolo non arrivo a una conclusione univoca ma ne presento alcune plausibili; comprendo che i termini “inclusione” e “integrazione” possano ricultare “scivolosi”, ma neanche tanto se si ragiona, come ho provato a fare, all’interno di un contesto socio-culturale dove la pornografia è un codice assolutamente mainstream, come scrivono diversi studiosi dei porn studies quando parlano di Pornification of the mainstream (McNair, Attwood, Paasonen).

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