di Raffaele Donnarumma

[Ieri si è chiusa la 54a Biennale d’Arte di Venezia. Questa recensione di Raffaele Donnarumma uscirà nel prossimo numero di «Allegoria»]

I.

La vertigine e a volte la noia che la Biennale ispira sono sempre istruttive. Il calembour Illumi-nazioni cui è intitolata la 54a edizione curata da Bice Curiger, oltre a non brillare per ingegno, non chiarisce certo le idee al visitatore, che vaga nei padiglioni internazionali senza guide, costretto a sommare il proprio impressionismo all’arbitrio degli organizzatori, o tutt’al più indotto a farsi un giro come se fosse al lunapark. Videoarte e installazioni prevalgono pressoché incontrastate. Non mancano fatuità immemorabili, rifritture neo-neo-avanguardistiche, deleghe al fai-da-te, sciocchezze madornali. Il padiglione spagnolo, con il suo cumulo di libri e carte su Joyce e Svevo, è desolante; il simil-bronzo di una statua della gloria deposta in un solarium ad abbronzarsi sembra la freddura di un Bartezzaghi inebetito da un colpo di sole – e invece va attribuito agli statunitensi Allora e Calzadilla, rei pure di un vero bancomat montato su un falso organo a canne che suona tra l’entusiasmo dei turisti americani, mentre cambiano dollari e si fanno riprendere; Norma Jeane (eh sì…) mette a disposizione di tutti pongo bianco, rosso e nero, si diverta ciascuno come può; lo svedese Eriksson appronta un take away di uccelletti fatti con sassi e immondizie. Per fortuna, l’uruguayano Sastre, che balla con un sosia di Obama per denunciare le ingerenze degli Usa in America latina, libera finalmente la risata. L’intelligenza lotta sconsolata con le trovate, e magari riesce persino a vincere. Il belga Vergara dipinge sui video che metaforizzano i sette peccati capitali (Berlusconi incluso); la giapponese Tabaimo immagina uno spazio avvolgente, proiettando su superfici curve e specchi disegni animati risucchiati al centro da un pozzo; il tedesco Schlingensief crea una cappella del dolore dei corpi, nel cui scenario si mescolano voci, suoni, musiche, disegni, filmati in una Gesamtkunstwerk al nero; l’inglese Nelson (ri?)produce con fedeltà un’officina-rispostiglio abitata dalla polvere, dall’usura e dai segni del tempo, ma finta, deserta di uomini e perturbante; il francese Boltanski costruisce una macchina in cui passano come per un rotocalco foto di neonati; invece, le teste parlanti di Mellors surclassano qualunque Rambaldi, ma neppure alla Biennale Cinema ci sono premi per gli effetti speciali. Il sensibile, in ogni caso, è assoggettato al concetto: mentre lo esalta come una via d’accesso al pensiero, quest’arte lo umilia a puro strumento. La pittura è quasi assente, o relegata all’epigonismo (letterale con il canadese Shearer, più sottile e perverso con l’austriaco Schinwald) o al manierismo pop (Foulkes è meglio quando ripensa Bacon, piuttosto che quando riusa i fumetti). Così, le scoperte si impongono ancora di più: gli acquarelli-arazzi di Gedewon risplendono per i colori, l’intreccio dei grafismi, la cura commovente delle mani e dell’intelletto; ma l’artista etiope è morto nel 1995. Un vero manuale, insomma, sulla crisi e spesso l’insensatezza dell’arte contemporanea: sulle sue velleità di denuncia del presente, e sulla sua chiusura nei recinti della committenza pubblica; sulla sua sudditanza al dominio di un multimediale che le ha tolto il terreno da sotto i piedi, e sul suo tentativo di far buon viso a cattivo gioco; sulla spossatezza di un concettuale ridotto a metafora forzosa o a sragionamento bislacco, e sulla lotta per strappare i simboli alla loro consunzione. Non è detto che questo conato a dire qualcosa del presente, svincolandosi dalle secche vetuste dell’autoreferenzialità, abbia successo; e se qualcosa resta della fiera campionaria, è quello che più fa resistenza all’interpretazione. Muti, immobili, i piccioni di Cattelan stanno poggiati sui travi del padiglione centrale, non guardano nulla e nessuno. Forse non sono mai stati vivi, veri.

II.

Un’aria solo in parte diversa rispetto alla Biennale nel suo complesso si respira al padiglione Italia, dove prevale nettamente la pittura. Vittorio Sgarbi, che doveva curarlo, ha chiesto a quasi duecentoquaranta intellettuali, scrittori, registi e personaggi pubblici di indicare gli artisti che preferivano. L’Arte non è cosa nostra, recita il titolo (con la  A maiuscola, temo), per polemizzare con la cricca di critici e mercanti. Però, come dar credito a questa proclamazione di democraticità? Siamo nel privé dei vip, veri, presunti o aspiranti, in un gioco di promozioni incrociate piuttosto provinciale; e come in tutte le feste esclusive, non mancano gli imbucati. Il nostro è pur sempre il paese degli amici, e degli amici degli amici. Riconosciamolo: un tributo al centocinquantenario dell’unità più veridico dell’Italia in croce di Pesce – una penisola rosso-sangue che cola, retorica, ricattatoria e pummarolesca. I bei quadri, affastellati come in un magazzino, si perdono: il Maggiolino di Bartolini, sfasciato, quasi deforme, animato dalla luce e dalla ruggine, galleggia nel vuoto della tela, bianco su bianco; i grandi volti di Francesca Leone parlano corrosi dall’acqua e dalla pittura; un paesaggio di De Concilliis distende le sue varietà di blu notte in tre pannelli; le macchie di pittura e le scolature di Pedretti si trasformano in erbacce e terra a bordostrada… Ma discernere è un’avventura: nella prima sala, lo spettatore deve tapparsi le orecchie e combattere anche con il discorso del Grande dittatore di Chaplin che lo perseguita ovunque, gracidante, implacabile. Fortuna che qualcuno ha un autentico senso del grottesco (come Robusti nella sua cucina vorticosa e trucida) o dell’umorismo (come Gallo con suoi passeggeri-animali in metropolitana). Strano personaggio, Sgarbi: l’egomania che gli gonfia le vene sul collo quando urla paonazzo insulti da scuola media convive, come già nella mostra di Milano sull’Arte italiana 1968-2007, con una vocazione a un ecumenismo da ammucchiata. Anche chi gode a farsi nemici, ogni tanto, vuol farsi benvolere un po’ da tutti: Andrea Zanzotto e Sandro Bondi, Luciana Littizzetto e Annamaria Andreoli, Walter Siti e Camillo Langone. Non che non abbia i suoi pupilli e le sue preferenze, che è appunto quello che gli si chiederebbe di fare, e di spiegare: una sezione si intitola sdegnosamente I clandestini delle Accademie contro le Accademie (ancora con le A maniuscole, continuo a temere);  un’intera ala è destinata dal sindaco di Salemi alla Sicilia, con un museo della mafia in cui accanto alle statue di Inzerillo (intense e terribili le figure mummificate del Compianto, ghiacciate in una luce blu elettrico) convivono pannelli didattici forse un po’ troppo didattici. Ma per il resto, ha lasciato fare, riproducendo in piccolo la logica da fiera dell’intera Biennale. Farsi una idea è peggio che venire colpiti da cento percezioni? il viaggio orientato una noia a confronto del vagare senza meta? la scelta una mortificazione rispetto al catalogo lacunoso e casuale dell’esistente? Alla fine, ce n’è per scontentare tutti. Successo di scandalo? Su una parete, appaiono in pendant i ritratti di Sgarbi e di Berlusconi. Non arrivano neppure al Goya involontario. Ogni epoca ha i cortigiani (e le cortigiane) che si merita.

5 thoughts on “A lume di naso. Gita alla 54ª Biennale di Venezia

  1. Si, il disorientamento dell’arte contemporanea è ancora una volta avvertito e documentato. Come uscirne? E dove uscirne, perché un barlume di comprensione si potrebbe intravedere osservando il contesto in cui sono destinate, se mai, a sopravvivere le opere. Le installazioni sono fatte per essere disinstallate, quindi, invece che in uno spazio, si inseriscono in un tempo più o meno effimero, e questo è il loro vero significato: et in arcadia ego. Credo che le collezioni private alla Gagosian e altre siano una bolla tanto finanziaria che egolatrica. Fuori dai musei le opere dove possono mettersi? A mio parere questa potrebbe essere la domanda preliminare, per cominciare a capire e discutere.
    L.T.

  2. io alla biennale di venezia riesco sempre a vedere cose belle, accettando di girare un po’ nel luna park.
    quest’anno è stato forse il padiglione italiano il luogo che ho trovato più desolante.

  3. Se l’arte è comunque un barometro sensibilissimo della cultura che la produce e della sua direzione (non so se ancora si possa parlare del Kunstwollen di Riegl, ma direi di sì) questo affastellamento desolante della Biennale mi pare sia assolutamente paradigmatico di quanto ci circonda e della direzione che abbiamo imboccato: una sorta di manierismo spento e nevrotico. In questo senso è degno di grande attenzione.
    In fondo, molto di quello che vediamo non è che una diluzione sempre più svuotata del moltissimo che si è fatto e detto nei primi due o tre decenni del ‘900.
    Ma l’arte non è, per fortuna, solo quello che si vede nelle Biennali o nelle grandi kermesse. Come sempre, l’arte non è l’accademia. E tutto questo, nonostante voglia apparire come summa dell’arte contemporanea, non è che accademia.
    Fuori c’è molto di più.

  4. Siccome sopra credo di aver fatto distinzioni a sufficienza, qui provo a generalizzare.

    @ Burchi, Diano
    Certo, cose belle si trovano sempre, fuori e dentro la Biennale. E sono d’accordo con Diano quando lamenta il conformismo di molti artisti – che però è un dato statutario: a me danno il capogiro anche le centinaia di madonne iconizzate, crocioni medioevali e nature morte con cocomero barocco che affollanno tutti i musei del globo (almeno, di questa metà). Qui, però, siamo all’accademia del famolo-strano, al manierismo della trovata bislacca: il che è una contraddizione in termini visto che, a furia di sorprese, uno non si sorprende più di nulla. Non è però scontato che i curatori dovessero stare così chini sull’esistente: un po’ di coraggio in più si sarebbe esercitato nello scegliere, nel lasciar fuori, nell’individuare qualche linea purchessia. Invece, è prevalso o l’agnosticismo signorile di Bice Curiger, o l’affanno demoscopico-clientelare di Sgarbi. Si poteva fare di meglio, anche in un’istituzione tradizionalmente aperta e pluralista come la Biennale.

    @ Terzo
    Lei ha perfettamente ragione a richiamare l’aspetto temporale delle installazioni – sia nel senso che vivono in un decorso di tempo, sottraendosi alla fissità della pittura o della statuaria tradizionali; sia nel senso che sono soggette al montaggio e allo smontaggio. Alcune delle opere che cito sopra, e dentro le quali si è inglobati non come semplici spettatori, ma come interpreti più o meno volontari, mi sono piaciute molto. Parlavano, tanto meglio se in una lingua poco familiare. Però l’andazzo generale era un po’ avvilente. Bastava fare due passi, e migrare a Palazzo Grassi e alla Punta della Dogana, dove ci sono le collezioni di Pinault: magari uno può essere scettico su questo e quell’artista, ma sono entrambi musei straordinari, che si sottraggono all’egolatria esosa dei Gagosian (anche se, mi rendo conto, il paragone è un po’ sbilenco).
    Fuori del museo, quest’arte è inconcepibile. Va bene che Sanguineti voleva fare dell’avanguardia un’arte da museo: ma qui si esagera. Oltretutto, la coazione al nuovo mi pare un segno dell’attardamento delle arti figurative che, per fortuna, non ha corrispettivo in letteratura o al cinema. Una delle cause di questo avanguardismo a tutti i costi è proprio la chiusura del mercato dell’arte che, a differenza del mercato dei film o dei libri, può ignorare olimpicamente il grosso pubblico e funzionare con una logica tutta interna al proprio campo. E così, rinserrate nei loro club per sultani e finanzieri, che cosa hanno da dire queste opere? di cosa stanno parlando? che ce ne facciamo?
    Certo, alcuni artisti tentano la via della denuncia politica e dell’impegno civile. Non è affatto una garanzia di riuscita, anche perché, a volte, è solo il rovescio polemico dell’autoreferenzialità – che poi, a essere corretti, è referenzialità univoca a Mammona. Molte di queste produzioni non posso staccarsi dal circuito minimo dei grandi collezionisti e dei committenti (privati o pubblici: cambia poco): trascinate nelle pubbliche esposizioni, rivelano la loro nullità inesorabile. Bisognerebbe fare uno studio antropologico sulle reazioni del pubblico: a me incuriosiscono soprattutto quelli che trovano «interessante» tutto (e quindi, nulla), o vanno in giro davvero come se fossero al lunapark. La volontà di stimolazione pansensoriale si riduce a un solleticamento abbastanza soporifero.
    Forse il mercato dell’arte è un relitto di ancien régime in una società che, del resto, per l’ancien régime dimostra più di una nostalgia: investimento/intrattenimento per milionari, fatto occhieggiare anche al popolo nella festa del santo patrono.

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