cropped-141225019-06d69426-ecdd-4c81-9dc0-443364244255.jpgdi Fabien Archambault

[Professore associato di storia contemporanea all’università di Limoges, Fabien Archambault si interessa alla storia politica e sociale, in particolare dello sport. In questi giorni è in Italia per una serie di incontri legati alla rassegna  Prospettive critiche; pubblichiamo un suo intervento legato alle ricerche che Archambault ha condotto sulla storia sociale del calcio italiano dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta, confluite nel volume Le contrôle du ballon: les catholiques, les communistes et le football en Italie , apparso nel 2012 (gs)].

« Il primo goal lo segnò la ” Gagliarda ” e si levò un urlo che fece tremare il campanile. Peppone con la faccia stravolta si volse verso don Camillo stringendo i pugni per buttarglisi addosso. Don Camillo rispose mettendosi in guardia. Mancava un millimetro al cozzo, ma don Camillo vide con la coda dell’occhio che la gente s’era improvvisamente immobilizzata e tutti gli occhi erano fissi su di lui e su Peppone. ” Se ci picchiamo noi, qui succede la battaglia di Maclodio1 ” disse a denti stretti don Camillo. ” Va bene: lo faccio per il popolo ” rispose Peppone ricomponendosi. ” E io per la cristianità ” disse don Camillo. Non accadde niente. Però Peppone, finito dopo pochi istanti il primo tempo, radunò la ” Dynamo “. ” Fascisti ! ” disse con voce piena di disgusto » (Guareschi, p. 72).

Celebre episodio della serie dei Don Camillo, « La sconfitta » fu pubblicata nel maggio del 1947 nella rivista Candido prima di essere adattata due volte al cinema (Don Camillo, 1952 ; Don Camillo, 1983). Giovanni Guareschi vi mette in scena il confronto tra il curato e il sindaco di un paesello immaginario nel parmigiano ; in questo racconto due avversari politici si sfidano alla testa delle rispettive squadre di calcio, la cattolica « Gagliarda » e la comunista « Dinamo ». Su un tono deliberatamente comico, questo passaggio di un’opera immaginaria illustra due fenomeni assolutamente reali dell’Italia del dopoguerra.

Si assiste in quel tempo alla diffusione capillare nella società e nella cultura italiane dell’attaccamento alle squadre di football, un fenomeno sintetizzato in un neologismo forgiato negli anni 1920 e senza equivalenti in altre lingue: il tifo. Questo termine esprime una partecipazione affettiva che sfocia nella malattia, e deriva senza dubbio dall’aggettivo tifico, che qualifica chi è affetto dalle febbri tifoidi. Per estensione, il termine viene progressivamente a designare l’insieme delle forme di incoraggiamento di una squadra, dalla semplice dichiarazione di simpatia alla militanza di coloro che si recano allo stadio. Le manifestazioni esuberanti del presidente della Repubblica Sandro Pertini durante la finale della Coppa del mondo vinta dall’Italia nel 1982 illustrano questa febbre, che pervade persino la più alta carica dello Stato.

Parallelamente alla costruzione di questa cultura, comune a tutti i gruppi sociali, la pratica di massa del calcio è inquadrata dai movimenti politici secondo il modello del « collateralismo », vale a dire attraverso gli Enti di promozione sportiva. La parola « collateralismo » designa il funzionamento di una nebulosa di organizzazioni che, nel mondo associativo, lavorano nell’orbita di uno dei partiti politici. Qualunque sia il loro scopo – educativo, ludico o economico –, i militanti vi aderiscono generalmente a titolo individuale (cf. Manoukian). Emergono in tal modo da una parte l’Unione italiana sport popolare (Uisp), che si integra nelle strategie d’azione del Partito comunista italiano (Pci) e del Partito socialista italiano (Psi), e d’altra parte il Centro sportivo italiano (Csi), che si sviluppa nell’alveo dei movimenti cattolici.

Queste due associazioni esistono tuttora e la passione degli Italiani per il calcio non demorde, al punto che in Italia non è sempre facile sfuggirvi (Lanfranchi, 1998, p. 49-652). Il tifo è una cultura condivisa in tutta la penisola e sembra naturale ad ognuno, uomo o donna, di scegliere una squadra da sostenere per tutta la vita, rivendicando l’appartenenza al gruppo dei tifosi. Nel 1994, Paul Ginsborg cita l’amore per il calcio tra i tratti costitutivi dell’identità nazionale italiana, accanto al cattolicesimo, al peso della famiglia e alla diffidenza verso lo Stato. Secondo lo storico inglese il calcio è « una delle cose che hanno fatto sì che gli Italiani siano quelli che sono » (Ginsborg, 1994). Da qui si pone una domanda fondamentale: quali sono i motivi all’origine dell’importanza del calcio nella società italiana ? Ciò equivale a ricostruire i tratti caratteristici di questa peculiarità italiana. A tale proposito le affermazioni pronunciate da Umberto Eco nel 1973 sarebbero state inimmaginabili nella Francia della stessa epoca:

« C’è una cosa che quand’anche la giudicasse essenziale nessun movimento studentesco, rivolta urbana, contestazione globale o che sia, potrà mai fare. Ed è invadere un campo di calcio alla domenica. La proposta stessa si presenta come ironica e assurda, provate a farla e vi si riderà sul viso ; fatela sul serio e vi si indicherà come un provocatore […] Perché voi potete occupare una cattedrale: e avrete un vescovo che protesta, alcuni cattolici turbati, una frangia di dissenzienti favorevoli, le sinistre indulgenti, i laici storici (sotto sotto) felici. E voi potrete occupare la sede centrale di un partito, e gli altri partiti, solidali o meno, penseranno che ben gli sta. Ma se qualcuno occupasse uno stadio, […] la dissociazione di responsabilità sarebbe totale: la Chiesa, la Sinistra, la Destra, lo Stato, la Magistratura, i Cinesi, la Lega per il divorzio e gli Anarco Sindacalisti, tutti metterebbero alla gogna i criminali » (Eco, 1973, p. 237-242).

In questi commenti ironici di un’intellettuale che giudica artificiosa la separazione tra « cultura delle élite » e « cultura delle masse » (Eco, 19643), il calcio riveste un ruolo politico importante. Indubbiamente il fenomeno del tifo non ha origine nella spontaneità delle masse e, per capire come questa singolare cultura si sia costruita nel dopoguerra, è necessario esaminare le radici dell’inquadramento del calcio da parte dei movimenti politici.

L’emergere del tifo e quello del « collateralismo » sono in effetti due processi intimamente legati. Senza dubbio l’inossidabile Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio fino al 1992, incarna queste due dimensioni. Da un lato, l’ex senatore a vita4 non esitò mai ad affermare di aver professato, nel corso della propria vita, due fedi, Dio e la Roma (« Andreotti benedice Montella », Il Corriere dello sport, 9 agosto 1999) ; dall’altro, in quanto sotto-segretario alla presidenza del Consiglio – nel quale ebbe delega, tra le altre cose, allo sport tra il 1947 e il 1953 –, favorì costantemente lo sviluppo del Csi, pur seguendo da vicino i campionati professionistici. Andreotti è un personaggio emblematico della considerazione e dell’attenzione che le élite cattoliche del dopoguerra hanno portato al calcio, élite al contempo politiche (la classe dirigente democristiana) ed ecclesiastiche. Eugenio Pacelli, al secolo Pio XII, fu per questo nominato il « papa degli sportivi ». Dal canto loro i comunisti non furono da meno. Il futuro segretario generale del Pci dal 1972 al 1984, Enrico Berlinguer, ad esempio, vegliò sui destini dell’Uisp a partire dalla sua creazione nel 1948 e fino al 1956, mentre era giovane funzionario della Federazione giovanile comunista (Fgci) e discreto tifoso del Cagliari (la squadra campione d’Italia nel 1970).

Questo investimento nel calcio da parte di uomini politici non è affatto inedito. A partire dagli anni trenta, come nota Pierre Lanfranchi, i rapporti tra gli stati europei e lo sport avevano generalmente tre motivazioni: « l’inquadramento della gioventù, la salute fisica della popolazione e l’affermazione del prestigio nazionale » (Lanfranchi, 2000). Quello che invece appare eccezionale, come vedremo, è l’importanza che il calcio ha rivestito nella società del dopoguerra. Il calcio ha infatti generato una cultura potente che non poteva lasciare indifferente la classe politica e che essa stessa ha contribuito a rinforzare con i propri interventi. Occorre inoltre ricordare che in Italia all’indomani del secondo conflitto mondiale altri sport, a cominciare dal ciclismo erano almeno altrettanto popolari. Perché dopo la caduta del fascismo venne allora privilegiato il calcio ?

È necessario innanzitutto richiamare il ruolo del calcio nel 1943, la sua organizzazione e le sue caratteristiche nel momento in cui il regime di Mussolini si sgretolò.

Il mondo professionistico si fondava sulla popolarità delle grandi squadre, gli squadroni, che partecipavano al campionato di serie A creato nel 1929, tre anni dopo la legalizzazione implicita del professionismo con la Carta di Viareggio (venne creata una categoria di giocatori detti « non amatori »., Lanfranchi, 1998). La squadra campione d’Italia fece cucire sulla maglia lo scudetto tricolore e da allora i giocatori cominciarono ad essere considerati come veri e propri divi. Nei campionati di livello inferiore le squadre si moltiplicarono (si passò da 400 club nel 1920 a 1120 nel 1923) e diventarono non meno popolari, inserendosi nel tessuto delle rivalità locali radicate in territori forgiati da una tradizione municipale plurisecolare. Queste squadre rimettevano in scena e attualizzavano gli antagonismi e i particolarismi – quello che si è soliti chiamare campanilismo, lo spirito di parrocchia, di cui i club sono divenuti l’emblema. A partire dal 1914 la Federazione italiana giuoco calcio o Federcalcio (Figc) venne così integrata al Comitato olimpico nazionale italiano (Coni), l’organismo di tutela del sistema sportivo italiano, esso stesso sottoposto nel 1942 sotto l’autorità del governo. Il prestigio della squadra azzurra – detta così dal colore della Casa Savoia – due volte campione del mondo (nel 1934 e nel 1938), anche campione olimpica nel 1936, non può essere trascurato.

Eppure, nel 1945 il calcio non era ancora lo sport più popolare. Da questo punto di vista, nel 1934 l’organizzazione della Coppa del mondo di calcio costituisce un elemento rivelatore. Paul Dietschy ha mostrato che la competizione soffriva allora la concorrenza del Giro, che appassionava gli Italiani ben più della squadra azzurra. Infatti, mentre i ciclisti attiravano le masse, i biglietti di ingresso agli stadi erano proibitivi, il loro acquisto era riservato alle classi medie urbane. D’altra parte, solo cinque milioni di ascoltatori su una popolazione di 41 milioni di persone seguirono gli incontri alla radio. Lo stesso Duce, adepto di sport borghesi come la scherma e l’equitazione ( Milza, p. 445-446), si decise a sostenere economicamente il comitato d’organizzazione della Figc solo quando la squadra ottenne la qualifica alla fase finale della Coppa del mondo. Indubbiamente la competizione, ancora recente, non beneficiava del prestigio blasonato dei Giochi olimpici, ma poteva rappresentare uno strumento, seppur modesto, da non sottovalutare per la politica estera del regime (Dietschy, Gastaut, Mourlane,  La Coppa del Duce ? Fascisme et football pendant la Coupe du monde 1934 », p. 92-109).

L’interesse tardivo di Benito Mussolini per il calcio, tuttavia, mette in evidenza come il successo di questo sport non sia legato al regime fascista. A tale proposito, la testimonianza di Lucio Lombardo Radice, matematico e membro del comitato centrale del PCI è illuminante. Evocando nel 1982 il più bel match mai visto, la finale della Coppa del mondo del 1934, Lombardo Radice precisa che « nessuno è mai diventato fascista perché tifava l’Italia di Vittorio Pozzo [l’allenatore della nazionale degli anni trenta] (Lombardo Radice, p. 77-81). Il militante comunista stabilisce poi un parallelo con il fervore che circonda il Palio di Siena:

« O carissimo, non dimenticabile compagno comunista, partigiano senese della Civetta, che in una sera di autunno del 1945 quasi mi costringesti ad andare sotto la pioggia nella sede della tua contrada, per farmi ammirare il « Palio dell’Impero 1936 », trofeo massimo di un totem non frequentemente vincitore. Instrumentum regni, oppio del popolo, corruzione delle coscienze e delle menti ? Ma per favore, non diciamo fesserie » (Lombardo Radice, p. 77-81).

Tutto ciò spiega probabilmente l’assenza di epurazioni nel mondo del calcio dopo la caduta del fascismo. Sulle 169 commissioni create a questo fine con il decreto del 9 novembre 1945, infatti, solo due si occuparono rispettivamente dei giornalisti e dei dirigenti sportivi. A Milano per esempio la prima non condannò nessuno, provocando una nota di scherno del quotidiano del Partito socialista, l’« Avanti ! »: « Si dice […] che la commissione d’epurazione per la stampa sportiva, dopo un diligente esame, ha epurato tutti i giornalisti non iscritti al Partito nazionale fascista » (« Sport Bar », Avanti !, 15 ottobre 1946).A Firenze, nel 1946, il ritorno di Luigi Ridolfi, già capo della federazione fascista della capitale toscana, ma anche fondatore della Ac Fiorentina, il club della città, nel 1926 venne facilitato da Angelo Salvatori, allora segretario della federazione comunista. Quest’ultimo fece sapere che si sarebbe occupato personalmente della sicurezza di Ridolfi, nel caso in cui qualche « imbecille » pensasse di attentare alla sua vita. Si giustificava in questi termini: « Dopo i Medici, se c’è qualcuno che ha fatto qualcosa per Firenze è proprio Luigi Ridolfi » (Cit. da Galluzzo, p. 193). La stessa logica presiedeva alla gestione del Coni nell’Italia liberata: il suo nuovo responsabile, il socialista Giulio Onesti, invocò le competenze dei vecchi funzionari per spiegare i motivi per i quali li lasciavano al loro posto. Il vecchio segretario particolare di Ridolfi, Ottorino Barassi, diventò così presidente della Federcalcio nel 19465.

Nell’ambito della pratica amatoriale e dei giovani, l’Italia ereditò le strutture fasciste. Nel 1926 era stata creata l’Opera nazionale dopolavoro, incaricata di occuparsi del tempo libero dei lavoratori, e nel 1935 il Dopolavoro, forte di 15 000 sezioni sportive, costituiva la più importante organizzazione del tempo libero al mondo, in grado di superare anche la struttura organizzativa dell’Urss (De Grazia). Alla caduta del fascismo, in questo ambito come in altri (Durand), la Chiesa era ormai pronta a prendere il seguito, avvalendosi di un’antica tradizione in materia.

Anche se ovviamente i comunisti non potevano rivendicare la stessa esperienza della Chiesa, ebbero nondimeno l’ambizione di fondare un’organizzazione capace di rigenerare il paese e di acquisire il ruolo della defunta Gil. Nell’immediato dopoguerra si trattò del Fronte della gioventù, il quale si voleva interclassista, unitario e politicamente neutro.

Fin dal 1944 le forme di socialità associativa legate al calcio e inserite nel tessuto delle manifestazioni sportive furono considerate dalle élite politiche italiane come un mezzo privilegiato per promuovere i propri progetti. Nei primi decenni del dopoguerra, infatti, i partiti costituirono i principali agenti della socializzazione e dell’identificazione simbolica. La pratica sportiva, e in modo particolare il calcio, non poteva quindi sfuggire a quest’orientamento. Cominciò così la storia delle associazioni « collaterali », destinata a continuare fino agli anni 1970, momento in tali organismi guadagnarono autonomia rispetto ai partiti e ai movimenti politici e religiosi di riferimento.

Nell’Italia del dopoguerra, il calcio costituì per la Chiesa lo strumento di una mediazione religiosa riuscita. In una lettera del 29 ottobre 1947, un funzionario dell’ambasciata britannica, Jack Ward, commentava così le politiche del Pci e della Dc:

« Entrambi i partiti fanno grandi sforzi per avere l’appoggio dei giovani, ma mentre i comunisti impiegano i loro soldi a costruire sale da ballo per il popolo, concorsi di bellezza e simili iniziative di stampo hollywoodiano, i democristiani sono stati più furbi egemonizzando il mondo sportivo, specialmente quello del calcio e del ciclismo, le due grandi passioni degli Italiani » (Archives Centre, Churchill College, Cambridge, fondo Philip Noel Baker, 4/410. Cit. da Ginsborg, 1989).

Indubbiamente i democristiani ebbero un ruolo di rilievo, finanziando direttamente queste attività o facendo pressione perché altri vi investissero i loro capitali, ma più ancora si rivelò fondamentale la volontà della gerarchia romana di disporre del sostegno necessario per inquadrare la pratica sportiva. In effetti, questa si dotò del Csi, organizzazione nazionale fortemente centralizzata la cui espansione fu intimamente legata alla crescita del calcio. I laici vennero chiamati a collaborare ma sempre all’interno della stretta dipendenza dei vescovi. Ne testimonia la permanenza delle circoscrizioni ecclesiastiche che ebbero la meglio sulle divisioni territoriali dello Stato. La rete degli oratori fu così ampiamente assorbita, ma non senza resistenze e qualche fallimento, anche perché la visione del calcio cattolico era composita. Mentre per alcuni era un modo per favorire eventuali slanci spirituali e propedeutici destinati alla formazione religiosa, per altri era anche un’occasione per promuovere un ordine sociale cristiano. Con il passare del tempo queste divergenze di apprezzamento finirono per acuirsi. Per i salesiani il calcio diventò portatore di una validità propria, capace di dar luogo a una pratica intrinsecamente cristiana, rinforzando le perplessità di quei clericali che, temendo di non ritrovarsi in questa visione, rimasero abbarbicati alle posizioni tridentine.

Questi diversi punti di vista ecclesiastici, tuttavia, si inserivano tutti nel quadro di una specifica politica volontariamente diretta verso i giovani, considerati all’unisono come una forza importante della società. L’attenzione particolare accordata all’orientamento delle loro attività presentava dei tratti tradizionali e novatori. Nell’ambito della tradizione della cultura classica ed umanistica, le distrazioni, come il gioco o il cinema, furono concepite al tempo stesso come divertimenti ed esercizi spirituali. Ma l’apertura al calcio era anche parte integrante del processo di adattamento della Chiesa ai tempi nuovi. Il calcio, infatti, fu in parte ammesso e promosso alla stregua del gioco delle carte, a lungo demonizzato, e poi anch’esso rivalutato, in quanto entrambi suscettibili di contribuire alla moralizzazione della gioventù. Parallelamente la pratica del calcio si legò strettamente all’oratorio, vero e proprio luogo di acculturazione, al punto che l’espressione « calcio d’oratorio » entrò a far parte del linguaggio corrente. In tal senso, si possono quindi condividere le osservazioni di Jack Ward: dal canto loro, i comunisti sono surclassati dall’efficacia dei loro avversari.

La storia della pratica del calcio, che si diffonde a livello nazionale, regionale o locale chiarisce le strategie di inquadramento politico, di radicamento sociale e di fabbricazione del consenso realizzate dalla Chiesa, dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista italiano, dalla caduta del fascismo fino alla fine degli anni 1960. Il calcio ha rappresentato una delle dimensioni dello scontro tra cattolici democratici da una parte, sinistra comunista e socialista dall’altra, scontro vinto dai primi. La specificità del trattamento cattolico del calcio nell’Italia del secondo dopoguerra attiene senza dubbio ad una triplice prospettiva: ecclesiastica innanzitutto, nel quadro dell’Azione cattolica e della vita parrocchiale ; politica in seguito, con riferimento alla Democrazia cristiana al potere ; infine morale e religiosa, nel contesto pastorale più ampio. Che cos’è in definitiva il « collateralismo » visto dal punto di vista del calcio ? Al tempo stesso un’influenza religiosa (la messa prima del match), un’influenza morale (l’esaltazione delle virtù del collettivo), un’influenza sociale (interclassismo) e una discreta ma efficace influenza politico nell’orbita del movimento cattolico e del partito democristiano per i più militanti. Il calcio ha quindi portato molto alla costruzione dell’identità collettiva cattolica nell’Italia del secondo dopoguerra.

Il connubio fra il calcio e la cultura cattolica era divenuto ormai così stretto che neppure il disimpegno progressivo dell’Azione cattolica dal calcio in ultima analisi ha cambiato meno il calcio d’oratorio che il disimpegno del PCI e del PSI l’ha fatto per il calcio popolare: il calcio cattolico poteva appoggiarsi su un sistema generale di interpretazione e di organizzazione più perenne e strutturato, materialmente e culturalmente.


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[Immagine: Enzo Bearzot e Sandro Pertini]

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