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di Francesco Pecoraro

Un romanzo come questo non si vedeva da un pezzo. 52 capitoli di scrittura-scrittura, estrosissima, umorale, linguisticamente iper-colta, multi-dimensionale e super-italiana – nel testo non c’è una sola concessione gratuita all’inglese –: è una specie di compendio dell’idioma peninsulare, quello che Giordano Meacci compone a formare il testo de Il cinghiale che uccise Liberty Valance, uscito di recente per Minimum fax.

Dopo 450 pagine di piacevole (a volte esasperante) lotta con questo libro, la prima (probabilmente la sola) cosa che mi viene da dire riguarda il come è scritto. Forse perché, com’è per i libri degni di questo nome, la sua vera sostanza, il suo per così dire messaggio, sta proprio nel come è scritto.

Cosa succede veramente a Corsignano (paese inesistente del senese, di cui una cartina iniziale, fornisce l’immaginaria ubicazione geografica) e dintorni tra il 1999 e il 2000, e in particolare nella notte tra il 19 e il 20 luglio del ’99 (data che ricorre in nove capitoli) non mi è rimasto particolarmente impresso, data la struttura circolare, o forse a spirale, o più precisamente ritornante, del testo, dove le vicende di uomini, animali e quasi animali, si avvolgono nel tempo senza che se ne colga agilmente e con esattezza non solo il succedersi, ma il rapporto di causa-effetto.

Tutto ciò che accade – qualcosa certamente accade: si muore, si dà la morte, si ama, si fa sesso, si tradisce, si parla molto, blandamente si delinque, tutto secondo il manuale centro-italiano del vivere provinciale tardo-novecentesco – viene riferito da Meacci come fosse desunto da un racconto locale, con le incertezze e i si dice del mormorio paesano, a dare l’impressione che l’autore non conosca esattamente la verità dei fatti. Oppure, conoscendola, si attenga a una qualche regola del silenzio, dell’omissione, del non detto fino in fondo.

Ma qualora la conoscesse, non riuscirebbe a dircela perché troppo impegnato a scrivere degli istanti che la compongono, perché il tempo di Meacci non riesce a scorrere, essendo, per il suo stile, troppe, anzi infinite, le inferenze dell’istante, tutte legittime, tutte riferibili analizzabili evocabili, in una serie di incisi e trattini e punti e punti e virgola che si srotolano forsennatamente uno dentro l’altro, senza sapersi fermare se non per un atto arbitrario, cioè ancora di stile, dello scrivente.

È una sorta di scatenamento a freddo: la mente del Meacci cerca di tenere a bada le connessioni e però lo stesso ne rilascia sulla pagina una buona quantità. Non tutte, perché sarebbe impossibile oltre che inopportuno, ma so che prima o poi, in un libro ancora da scrivere o più probabilmente già scritto, ci proverà. Il suo è davvero un textum, un tessuto complesso e incoercibile, non solo di parole reciprocamente ben disposte, ma di rimandi e allusioni e citazioni di ciò che in quel momento nel periodo non potrebbe/dovrebbe entrare, entrandoci lo stesso.

È come se in ogni quantum narrativo di Meacci fosse contenuta l’intera storia umana e animale e vegetale, la storia del pianeta e dell’universo tutto. Ed è proprio così, nel libro come nella realtà. Solo che di solito noi umani, narrando, scegliamo ogni volta di tralasciare ciò che non ci serve e soprattutto ciò che non sappiamo, ciò che non vogliamo approfondire, ciò che nessuno sa e che forse non si saprà mai. Anche nel Cinghiale le cose stanno così, ma l’ampiezza della strisciata narrativa è più ampia rispetto alla norma e con i margini imprecisi, frastagliati.

È quella che mi azzarderei a chiamare scrittura inferenziale, oppure prosa derivativa: che è quando, come qui, il filo della narrazione produce continuamente i germogli di possibili ramificazioni, accennando partenze in diverse direzioni, variamente connesse con la principale, quando ve n’è una e non sempre accade: nel Cinghiale possiamo anche incontrare, invece della figura ad albero, un rizoma o una griglia di temi.

In ogni situazione umana si affollano e convivono tutte le altre circostanze/esperienze vissute/sognate/sperate, dove ciò che crediamo sia il nostro privato, particolare & intimo, è solo il portato, l’impronta in noi del succedersi degli accadimenti del mondo, cioè dello svolgersi della Storia e delle storie altrui e del nostro essere pura semplice umile zoè.

“Una generazione sfortunata, quella di Carola Giacchetti; che ancora non sa, in questo giugno ventoso dell’anno Duemila, che le ricchezze che di qui a poco, per quasi dieci anni, verranno celebrate in tutto il Nordoccidente (per quello che significa) come magnifiche, e progressive, sono in realtà già finite dagli anni Settanta della prima crisi energetica e del collasso golden standard (per quello che ha mai significato).
Cose che sapevano bene, e con ricchezza di particolari, tanto Ronald Reagan quanto Margaret Thatcher (per quello che significano) quando hanno dato il via all’economia di finzione; in tempi incerti e leggeri e frenetici e aerosi come piume d’oca, saldi come capelli al gel verde che offrano la loro pettinatura all’Uragano Katrina in preparazione pensando di salvarsi con il sorriso ottimistico di Rick Astley; anni in cui ancora Carola non era neppure «un progetto nella mente di Dio» (Marcello), né «un’inesistenza dimostrabile a mezza strada tra gli spermatozoi ancora da produrre di suo padre e un ovocita ancora da espellere di sua madre» (Federica, alla fine della sua convivenza con Marcello: quando rivelargli a voce alta i suoi dubbi sostanziali sull’immacolata concezione, sulla transustanziazione, sulla resurrezione e su qualsiasi altro dogma cristiano in -zione non era già più il peggiore dei mali, per lui).
Cose che sarebbero state ribadite altrettanto bene passando agli anni Novanta del loro scontento, alla finanza di finzione (la festa grassa dello zucchero e dell’oro promessa a busse aritmetiche di derivati e di zecchini da innaffiare); fino a questa bambina qui, Carola Giacchetti, che ascolta divertita il mormorio di sua madre – dal basso del pavimento, il viso di Federica a cercare santacaterina – «Santocièlo Carola, e sta’ buona, però… … t’ho detto buona, no?» (dove il no finale ipotizza una speranza pedagogica destinata a fallire sul nascere)”.

Riemergendo dopo la traversata tra i flutti linguistico-emozionali del Cinghiale di Meacci, posso dire di lunghe divaganti, talvolta sorprendentemente sapienziali, conversazioni tra due coppie di ragazzi: Andrea & Durante e Walter & Fabrizio, questi due ultimi mentre vegliano nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1999 – dopo il funerale di Agnese, madre di Walter (e amante del padre di Andrea: gli intrecci di paese di cui il libro è pieno) – e guardano, commentandolo e analizzandolo nel dettaglio, il film di John Ford che dà il titolo al libro.

Non so come e perché sia nata nel Meacci l’ossessione per L’uomo che uccise Liberty Valance*, ma posso dire che si trasferisce pienamente e doviziosamente nella mente di Andrea, che ne disquisisce con assoluta competenza per una notte intera. È un film essenzialmente politico, che (per chi non l’ha visto) racconta il processo di transizione di una regione del Sudovest americano da territorio selvaggio a polis. La vicenda si svolge a Shinbone, cittadina di frontiera e sede dello storico conflitto agricoltori-allevatori, ed è fitta di personaggi calibratissimi, di temi basici come amore, coraggio, amicizia, ordine morale interiore, e molto altro. In più vi regna lo stesso groviglio di caso e determinazione, di tempismo e intempestività che troviamo nel libro.

A Corsignano tutto è più semplice e mesto, come in qualsiasi altro paese del centro Italia. Salvando l’epica della caccia al cinghiale, quella delle grandi perdite al gioco e quella degli amori bizzarri e/o irregolari, si vive e si muore immersi in una quieta confusione mentale, destinati a un oblio che dopo la morte arriva subito (dopo pochi mesi, pochi anni, è come se non si fosse mai esistiti):

“…si riuscisse davvero a capire cosa sono il passato e il futuro, in questa corsa che serve solo a trattenere il fiato per sé, mentre le persone, e i ricordi che ancora non sono neppure stati, sono tutti fermi, e fissi, nella nebbia slavata delle loro ultime pose”.

Dato tutto questo, apprendiamo che nei boschi attorno all’abitato e in contatto con esso – sulle prime casuale, poi volontario – il cinghiale Apperbohr vive l’esperienza sconvolgente della comprensione, frammentaria bislacca comica, del linguaggio umano e allo stesso tempo del diventare (parzialmente?) senziente. Ma quando tenta in tutte le maniere di comunicare alla comunità cinghialesca il suo nuovo status mentale, trova nei suoi simili un muro di scemenza, di oblio e inconsapevolezza, in altre parole di felicità primordiale.

I cinghiali dell’immaginaria, ma assai concreta e realistica, valle boscosa del Nardile, posseggono già, come tutte le comunità animali, una loro lingua (fatta di grugniti articolati), di cui si serve Apperbohr per provare a trasmettere le sue nuove percezioni e, nella difficoltà disperante a definirli, il formarsi di alcuni concetti. Di questa lingua cinghialese viene fornito in appendice un sintetico prontuario, dove Meacci, linguista formatosi alla scuola di Luca Serianni, riflette su cos’è un idioma, sugli elementi fondamentali della comunicazione, sull’oggetto astratto/concreto del linguaggio, e così via: tutte questioni che con altri mezzi, cioè poeticamente, solleva in ogni pagina del romanzo.

Così come talvolta erige lastre quasi impenetrabili di scrittura magistrale e inconsueta, come a sfidarti nella continuazione della lettura, come a domandarti ironicamente (tutto il romanzo è profondamente ironico, etero-riferito, anti-egotico, quasi del tutto privo di esibizionismo: nessun virtuosismo, solo una insopprimibile necessità di scrittura) con il Sean Connery di Brian De Palma: «e adesso, cosa sei disposto a fare?».

Comprendere davvero cosa accade in queste pagine richiederebbe più letture e ben mirate. Poi una dose di indispensabili appunti, elenchi di nomi assieme alle reciproche relazioni, in parte già forniti in premessa dall’autore stesso con schemi genealogici chiarificatori dei rapporti di parentela tra le figure principali. Ci si mette un po’ a rendersi conto che non serve molto capire cosa sta succedendo. È possibile farlo ma non è determinante. Perché è proprio la complessità del textum che va scorsa parola per parola e goduta per ciò che è (o che sembra): un tentativo magnifico (e disperato) di restituzione multidimensionale dello stare al mondo di un gruppo di creature umane/animali conviventi in una civitas dell’Italia centrale

“vecchia (…) dei secoli stanchi del Medioevo più trito, messe in fila tutte le vite che l’hanno preceduta in questo cambio di passo del secolo, alla fine del Novecento difficile, triste, sconsiderato e bellissimo che le si sta per spezzare dentro non solo nel nome”.

Difficile mettere in fila tutte le questioni, per così dire letterarie, che apre questo libro, né credo di esserne del tutto capace. In primo luogo il Meacci è come se ci dicesse che se proprio vogliamo usare l’italiano, allora ecco, questo è l’italiano. Una lingua dove ricompaiono accenti apparentemente superflui con lo scopo appunto di accentuare una cadenza, dove trovi molti corsivi attenzionali e un uso libero della punteggiatura. È una prosa che rende meglio se detta ad alta voce piuttosto che in lettura privata: con tutte le sue durezze e le sue duttilità, le varianti le scorciatoie i passaggi segreti, le salite/discese, le contraddizioni di una lingua non-ostante-tutto ancora deliziosamente vivente, le parole abituali e quelle desuete (ma sempre pienamente legittime), il letterario e il parlato – magnifici i dialoghi, in una resa naturalistica pienamente e invidiabilmente raggiunta –, le figure retoriche (una dovizia di metafore ironicamente iperboliche, assolutamente fantasiose, talvolta geniali) –, eccetera. Da linguista, ma soprattutto da scrittore, Meacci ci ripete che l’italiano è ancora agli inizi e attende di nutrirsi, di crescere e arricchirsi su ogni nuova figurazione, su ogni doverosa trasgressione e scorrettezza, come su ogni recupero di rarità e arcaismi, come su declinazioni inedite, neologismi, stranezze, dialetti, gioco.


* L’uomo che uccise Liberty Valance (The Man Who Shot Liberty Valance) è un film del 1962 diretto da John Ford, con John Wayne, James Stewart, Vera Miles e Lee Marvin. Giordano Meacci si dichiara ancora oggi innamorato di Vera Miles. Durante una recentissima visione anche chi scrive ha avuto qualche cedimento.

[Immagine: Katsushika Hokusai, Cinghiali.]

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