cropped-22022.jpgdi Francesco Pecoraro

Ho visto sei puntate della seconda stagione di Gomorra. Non so se la seguirò fino in fondo, ma suppongo di sì.

Non tanto per sapere come va a finire – la vicenda, anzi le numerose vicende intrecciate tra loro, non possono che seguire un andamento fissato dall’etologia degli animali superiori dotati di vita sociale: a uno stato di equilibrio segue uno stato di conflitto cui segue una negoziazione e un nuovo stato di equilibrio, e così via – quanto per verificare le direzioni che imboccherà nelle continue biforcazioni narrative: ne resterà solo uno? si autodistruggeranno? Non credo, la serie deve andare avanti, si vende in tutto il mondo.

Gomorra descrive un’ipotetica (quali, al di là della verosimiglianza antropologica, gli elementi di verità?) società criminale, che per definizione è una cosa pura e barbarica, cioè priva di diritto e retta da una legislazione naturale, dove sono fondamentali l’espressione del coraggio («tene ‘e pall’»), la regola della lealtà («simm’ frate»), l’etica dell’omertà («è uno a post’»). Mentre il non mostrarsi coraggiosi comporta un’inevitabile sottomissione, la slealtà e la delazione, se scoperte, sono punite con la morte.

L’unica morale riconosciuta da questa messa in scena di una comunità criminale, per così dire «storica», si basa sulla famiglia intesa sia in senso proprio, cioè biologico, sia in senso esteso come gruppo coalizzato sotto un capo assoluto che protegge, dà e toglie in piena onnipotenza.

Il tramare contro il capo dall’interno della sua stessa famiglia, allo scopo di abbatterlo e prenderne il posto, è un procedimento fondante della narrazione criminale, che è sempre, o quasi sempre, storia di una presa di potere, cioè descrizione di una parabola di ascesa e caduta. Memorabile l’indebolimento e la successiva eliminazione del capo nello Scarface prima di Howard Hawks poi di De Palma. Qui il boss Frank Lopez, ormai finito e in preda al terrore, finisce per strisciare ai piedi di Al Pacino-Tony Montana. La sua detronizzazione è totale, Scarface si prende anche Michelle Pfeiffer, la sua donna. È lui il nuovo maschio alfa. Lopez lo scongiura: «Tony non mi ammazzare!». «Io non ti ammazzo. Manny, spara tu a quel figlio di puttana».

Altro elemento drammaturgico fisso è l’eliminazione dell’avversario esterno, che può avvenire su ordine, cioè ad opera di uno scagnozzo (molto curati nel fisico e nel look, talvolta estremo, gli scagnozzi di Gomorra), oppure su commissione, cioè ad opera di un professionista. «Niente di personale», dice il killer dei film americani quando ti spara alla testa.

Ma il tema realmente dominante della serie e in generale nella narrazione criminale è il tradimento: tradire il capo, tradire il sodale, tradire il gruppo di appartenenza, tradire la società criminale. La costruzione drammaturgica si basa quasi interamente sul sospetto di tradimento, sulla progettazione dell’azione traditrice, sulla scoperta e la punizione del traditore/delatore. Il tradimento è sempre relativo a un patto, a un’amicizia, a un’appartenenza, può essere multiplo e può avere un carattere ambiguo, tale da mettere lo spettatore in una posizione eticamente scomoda: l’informatore della polizia che tradisce il clan è un infame, oppure è un benemerito della legalità?

Siamo abituati alla rappresentazione di queste dinamiche – dove tutto si risolve nella dialettica tra valori biologici basali, rapporti di forza e convenienze reciproche –, eppure non possiamo farne a meno. È come se la civitas legale, cui pensiamo di appartenere, non possa prescindere da dosi giornaliere e massicce di narrazione criminale, cioè apparentemente del suo opposto.

Quanto a Gomorra non mi aspettavo niente di diverso da ciò che ho visto, ma prendo atto del raggiungimento di uno status professionale del tutto all’altezza delle serie americane: le immagini sono migliorate (con il digitale le scene notturne diventano non solo plausibili, ma anche molto espressive) e la lingua napoletana viene parlata più stretta, con ottima resa estetica, ma con decisiva diminuzione di comprensibilità: mi piace, ma mi occorrono i sottotitoli.

Leggo di polemiche attorno a una ipotetica esegesi del Male (rigorosamente scritto con M maiuscola) che sarebbe presente nella serie, dove effettivamente mancano figure positive antagoniste del crimine o anche soltanto non interne alla logica camorrista, come giudici, poliziotti, investigatori. Insomma manca il Bene, incarnato dai rappresentanti dello Stato. E ciò, si dice, non sarebbe educativo.

La mia impressione è che in Gomorra si sia voluto accentuare la presenza del Male proprio per de-normalizzare vicende e rapporti e figure della serie, dipingendone quasi esclusivamente la ferocia ultimativa. In questo modo l’associazione a delinquere diventa un inferno invivibile di violenza e paura, priva di qualsiasi principio di lealtà, amicizia e correttezza interne. Mentre sappiamo che nelle società criminali non è così, anzi, non è solo così, altrimenti imploderebbero per auto-disgregazione strutturale. Al di là del familismo e della pura convenienza economica, anche nella camorra deve esistere quel collante di etica criminale di cui parla Giovanni Falcone a proposito della mafia: dignità, rispetto, onore, solidarietà.

Queste serie ci piacciono proprio in quanto dis-educative, cioè proprio per la ferocia ultimativa che le nutre, per la presenza pervasiva del Male che quasi si sostituisce al continuum spazio temporale: tutto lì dentro è il Male, anche la forma del comodino del letto a baldacchino del boss, anche il caffè che beve al mattino guardando la parete di fronte con sguardo truce e vuoto. Un saggio a parte meriterebbe la costanza-dello-sguardo-truce nella recitazione di attori che fanno di tutto per apparire cattivi. Questo sforzo si vede proprio nella mancanza di sfumature interpretative: mai un sorriso, solo ghigni, mai un gesto di simpatia che non sia affettato o palesemente sporcato dalla falsità, in una continua stucchevole esibizione di cattiveria dentro uno spazio fisico e sociale chiuso, da incubo. Dov’è la sua pervasività socio-economica se la camorra vive e si risolve a Secondigliano/Scampia – un salire e scendere da grosse automobili in un turbinio di motorini, un aprire e chiudere porte di ferro, un entrare e uscire da interni che dire tamarri è poco – con qualche puntata a Ostia o all’Eur?

In questa continua esibizione del Male, nella messa in scena di un branco di disperati attanagliati dalla paura della loro stessa ferocia, che vivono in posti di merda prima di morire ammazzati da giovani, si cela la volontà di anticipare l’accusa, del tutto prevedibile, di fare apologia di camorra. E tuttavia tutto questo, a noi ceto medio pervasivo e semi-criminale, piace: ci procura il godimento della paura delegata alla fiction, assieme a un’invidia non confessabile per la delinquenza conclamata, cioè per chi ha il coraggio di vivere l’avventura di essere fuori dalla norma civile e, oltre a incassarne i proventi, è pronto a pagarne il prezzo.

Per questo noi, componenti dell’immenso grande ripieno sociale globalizzato, impoverito, infantilizzato e metro-sessualizzato, non proviamo una vera e propria ripulsa morale. Apparteniamo alla società post-borghese contemporanea, ovvero a una società criminale a bassa intensità, dove le due classi novecentesche portatrici di valori, borghesia e proletariato, sono scomparse, perché da tempo assorbite in un’immensa indistinta amorale poltiglia sociale. Dietro un’etica buonista ufficiale e di facciata, l’unico deterrente che impedisce che si vìolino tutte regole è costituito dalle conseguenze penali: la norma esterna compensa la mancanza di norma interna e ne inibisce le conseguenze.

Viviamo in un paese che è distopia di se stesso, dove l’istanza etica laica (se esiste) viene quasi esclusivamente vissuta nei termini gregari del politicamente corretto, ove è inglobata e sterilizzata. Resta a farla da padrona la morale cattolica, col suo familismo assoluto e la costituzionale doppiezza del pentimento/perdono, ma anche con un’organizzazione di carità talmente estesa ed efficiente da sostituire nei fatti (rendendola inutile) qualsiasi eventuale solidarietà di origine egualitaria e socialista: la condivisione delle risorse non è diritto dei più deboli ma concessione dei più forti.

Se questo grande ripieno sociale si intrattiene prevalentemente con la messa in scena verbo-visiva della società criminale, il paradosso è costituito dal fatto che anche la società criminale si nutre della medesima narrazione per costruire il mito di se stessa, com’è accaduto per film come Il Padrino o Scarface. Mentre la malavita si riconosce e si modella sulla fiction che la riguarda, in un loop resosi più volte evidente (vedi i recenti funerali del boss Casamonica), un ceto medio che si auto-disprezza, ignorante, impoverito, de-eticizzato e annoiato di sé, si ingozza del racconto dell’avventura criminale. Non tanto nella riconferma di valori civili che non coltiva e non possiede, quanto nella segreta e divertita invidia per chi si rifiuta di concedere interamente allo Stato il monopolio della forza. «Ce pigliamm’ tutt’ cose».

[Immagine: Gomorra, seconda stagione]

35 thoughts on “«Ce pigliamm’ tutt’ cose». Sulla seconda stagione di Gomorra

  1. A Pecoraro piace maltrattarci. Si sa, di retori che erotizzavano l’aggressività è piena la storia di quel Novecento che lui tanto ama. Provo tuttavia a resistere a questo suo irresistibile fascino e dico: io sono ceto medio, ma non sono “ceto medio pervasivo e semi-criminale” . Forse perché non provo disprezzo per le mie origini, le conosco e ci sto dentro per quello che sono, limiti e virtù. Non ho bisogno di purificarle, ieri, con la solidarietà proletaria e, oggi, di deformarle con l’estetica del “Male”.
    Quando si contrappone in modo rigido l’oggi al passato, quando da una parte c’è l’attuale “grande ripieno sociale globalizzato, impoverito, infantilizzato e metro-sessualizzato” e dall’altra “le due classi novecentesche portatrici di valori, borghesia e proletariato”; quando la nostalgia e l’idealizzazione offuscano lo sguardo e idolatrano un bel-passato-che-non c’è-mai stato (non ho nostalgia per un tempo in cui tre neofascisti borghesi potevano stuprare seviziare e uccidere due donne perché donne e subalterne, usate come puri oggetti di piacere sessuale e omicida: sto parlando del delitto del Circeo, 1975, un delitto che svelò un intero immaginario), quando si vedono solo discontinuità e non si colgono invece le continuità tra passato e presente, ecco allora si perde anche l’occasione per dare una risposta interessante ad una domanda interessante. Vediamo cosa ci chiede e si chiede Pecoraro: “Dov’è la sua pervasività socio-economica se la camorra vive e si risolve a Secondigliano/Scampia – un salire e scendere da grosse automobili in un turbinio di motorini, un aprire e chiudere porte di ferro, un entrare e uscire da interni che dire tamarri è poco – con qualche puntata a Ostia o all’Eur?” E’ una domanda molto interessante. Ma la risposta non arriva. Eppure una risposta (non la risposta, ovviamente) ci sarebbe e sarebbe pure affine alle categorie di pensiero di Pecoraro: la serie è il frutto di una lucida operazione commerciale, che per motivi di cassetta ha scelto di rappresentare solo una micro-porzione del libro di Saviano (e del film di Garrone) e cioè la guerra di camorra a Scampia. E’ venuto così meno quel connubio che rendeva vitale il reportage come pure il film: la camorra come sintesi micidiale di arcaico feroce e logica imprenditoriale cosmopolita e super-aggiornata. Ecco: il Male diventa il male quando tu fai vedere che il camorrista è una delle figure manageriali del tardocapitalismo, che l’eroina di Scampia la spacciano i borghesi e i piccoloborghesi (questa diffusione capillare iperrazionalizzata fu uno dei cosiddetti “salti di qualità” dello spaccio a Napoli negli anni di Gomorra). Quando racconti la zona grigia: dei corpi, delle menti, dei paesaggi. Era questo che si leggeva nel libro di Saviano. Chi lo ha letto se lo ricorderà. Il Male diventa il male anche quando si tiene conto che quello che è avvenuto nel passaggio tra il libro e la serie è il meccanismo tipico di un Occidente che produce l’Altro estetizzandolo (è incontestabile la perizia formale della serie ma vogliamo provare ad andare oltre D’Annunzio?), riducendolo progressivamente a fenomeno eccezionale, a ghigno mostruoso (giustissima l’osservazione di Pecoraro sui visi dei camorristi). Nel passaggio tra il libro e il film da una parte e la serie dall’altra si consuma la distorsione dell’altro in Altro: ciò che mi mette nella posizione superiore del borghese rassicurato di fronte allo spettacolo esotico. E’ la deriva del folclore in folcloristico, l’intreccio di autentico e inautentico. Ma questa è una vecchia storia, eppure sempre nuova nelle sue forme. La storia di una modernità che ingloba in sé ogni diversità, la mastica e la addomestica (è stata la parabola della riscoperta del popolare in tutto l’Occidente tra anni Sessanta e Settanta: eppure una riscoperta importantissima) producendo però non il catastrofico azzeramento previsto da Pasolini (in Italia, per esempio, i dialetti sono più vivi che mai) ma un riadattamento, un’ibridazione, un manierismo, una parodia. Una magmatica invenzione della tradizione. L’intreccio di folclore e folcloristico, di etnos e gusto diffuso dell’etnico, di mondo popolare e degrado sottoproletario, di verità e finzione, di essenzialismo e commercializzazione, di globalizzazione degli oggetti e tribalizzazione dei soggetti (Debray): questa non è solo la storia di Napoli, la storia di una città straordinariamente vitale, che genera rappresentazione di sé a ciclo continuo ma ha una oggettiva difficoltà nella metanarrazione su di sé, sulla sua oggettiva diversità (come dimostra la difficoltà dei napoletani a situare in un discorso condiviso Elena Ferrante e Roberto Saviano). Non è solo la storia di Napoli. E’ anche la storia dell’Italia: una periferia del mondo che svela però la logica ambivalente del suo centro, l’Occidente globalizzato, rispetto al quale, nel gioco di specchi dell’Altro tutta l’Italia può essere Gomorra. Da questo punto di vista, un punto di vista né moralista né estetizzante né apocalittico, la serie è al tempo stesso un’operazione discutibile e un fenomeno interessante. Perché parla di noi.

  2. Tiziana de Rogatis. Sono in gran parte d’accordo con il tuo commento. Ma obietto: provare a escrivere il mutamento non implica necessariamente nostalgia per il mondo di prima. Se si vogliono porre in evidenza (ovviamente secondo la propria visione, che è necessariamente approssimata) gli elementi della mutazione – in questo caso l’agglomerarsi delle classi novecentesche in un unico blocco sociale, medio e culturalmente informe, su cui non mi soffermo più di tanto, ma della cui esistenza mi giungono continuamente prove – non si può fare a meno di dire un prima e di un dopo. La percezione della contemporaneità pare sia consentita solo a chi non vi appartiene completamente.

  3. Non sono del tutto d’accordo, secondo me Pecoraro prescinde a torto da una fascinazione del male trasversale e non necessariamente legata all’inquadramento socio-culturale. Non si tratta solo del borghesotto nel calduccio rassicurante della sua presunta superiorità morale che si compiace nel vedere i criminali scannarsi tra loro – anche se questo elemento è presente e probabilmente rappresenta il lato ‘catchy’ della faccenda – c’è anche a mio avviso l’esorcismo stesso del male, una volontà di depotenziamento nel vederlo applicato al massimo grado e senza contrasti di sorta; ma questo è un atteggiamento più istintivo e ce ne sono attestazioni da ben prima dell’avvento della società borghese.

  4. Intanto non è vero che nella serie sia rappresentata solo una parte del sistema. Io ho vista la prima serie e c’erano la parte della gestione finanziaria dei soldi della famiglia, come la sortita in Spagna a raccontare la globalità degli scambi delle varie mafie. Ma a parte questo la pervasività della camorra è parziale, e non è affatto vero che questa serie parli di noi, cosi come non è vero che l’Italia può essere Gomorra. Questa storia fa parte della storia italiana poiché Napoli è in Italia, ma non c’entra niente né con la modernità né con una presunta logica ambivalente dell’Occidente globalizzato. E a dire il vero non è neanche la storia di Napoli, è una parte ancora. Non avrebbe senso rappresentare questa storia come vorrebbe Saviano, che nel suo zerozerozero apre con una tirata apocalittica sulla cocaina.

  5. Francesco Pecoraro. E’ vero, “provare a escrivere il mutamento non implica necessariamente nostalgia per il mondo di prima.” Però il tuo modo di raccontare la mutazione è infiltrato anche di nostalgia. Per esempio, quando descrivi “l’agglomerarsi delle classi novecentesche in un unico blocco sociale, medio e culturalmente informe”. A me non pare che sia così. E’ tutto molto più complesso e contraddittorio di così. Inoltre, sì, sicuramente “la percezione della contemporaneità pare sia consentita solo a chi non vi appartiene completamente”, ma questo riguarda tutti noi, perché il meccanismo della globalizzazione è un inesorabile generatore di periferie (fisiche, esistenziali, di ceto). Proviamo a renderle nuovi centri, attraverso la critica dell’ideologia & il lavoro sull’immaginario! Naturalmente però ho potuto criticare certi aspetti del tuo discorso perché tu hai fatto un discorso, hai detto qualcosa sulla serie Gomorra che finora, nel dibattito italiano, non era stato detto.

  6. Mi rendo conto della complessità. Ma credo che in rete si riescano a comunicare efficacemente solo concetti shematizzati. Con questo non affermo di essere in grado di esaurire l’argomento: sono solo uno scrivente che prova a restituire senzazioni & percezioni che gli derivano dal contatto con un presente che appare in movimento ormai da qualche decennio, dove ogni usuale categoria di analisi sembra saltare.
    La realtà non è scindibile dalla sua rappresentazione. Gomorra ne fa parte a pieno titolo con le caratteristiche specifiche cui ho fatto cenno. Mi colpisce però la quantità di vita criminale presente nelle serie tv attualmente in onda. Sembriamo averne bisogno. Da cosa deriva questa dipendenza?

  7. Francesco Pecoraro. E’ una domanda molto interessante quella che tu poni. Ci sto riflettendo. In parte credo che abbia a che fare con quella “tribalizzazione dei soggetti” di cui parlavo nel mio commento. Ma ci devo pensare.

  8. Quando leggo post come questi e un dialogo come quello che stanno intrattenendo Francesco Pecorato e Tiziana De Rogatis sono contento, ma proprio tanto, che ci sia LPLC.

  9. “ Venerdì 26 novembre 1999 – « Raccontar vi vo bel bello / quel che accadde a Proust Marcello / ch’era un vecchio cataplasma / sempre oppresso ahimè dall’asma / e vegliato giorno e sera / da una anziana cameriera. / Ma un bel dì verso le tre / mentre si sorbiva il tè / sentì in bocca un gusto strano, indicibil, sovrumano, / quasi in casa più non fosse, / fiacco e oppresso dalla tosse, / ma di colpo, sai com’è, / si trovasse là a Combray, / quando ancor stretto alla gonna / della mamma e della nonna / si assopiva il poverino / dopo il bacio serotino / (Che attendeva assai turbato / con il cuor tutto alterato, / quasi fosse quel gentil / bacio come un Perequil). / Preso nella gora morta / del ricordo, con la torta / imbevuta ancor di tiglio / nella strozza, caro figlio, / il Marcello in quell’istante / un programma ebbe davante / e decise senza indugio / di cercare il suo rifugio / dalle asprezze del presente / in un atto progrediente / di ricerca del passato / già perduto, e ritrovato / per magia straordinaria / di memoria, involontaria. // I ricordi alquanto lisi / rinfrescò dei Campi Elisi / quando allegro all’aria aperta / vi giocava con Gilberta – / che tradì, la poverina, / per la gota di Albertina, / maliziosa forosetta / che girava in bicicletta. / Siamo onesti, che daffare / quel figliol si diede al mare, / e raggiunse infine il clou / col conoscere Saint-Loup. // Riviveva nel suo sen / il salotto Verdurin, / presso cui faceva il fan / di quel dandy d’uno Swan [sic] / (quante poi se ne son dette / delle nozze con Odette / ch’era sì una concubina, / ma di classe sopraffina… ), / e con molta discrezione / di Charlus la perversione / tollerò col fine insano / d’apparire più mondano, / affiliato alla camorra / di Sodoma e di Gomorra. / Finalmente appaga il voto / ed accede, pio e devoto / nel santuario assai charmant / ove officiano i Guermantes. // Ma codeste son vicende / e narrarle non vi rende / certo il senso sostanziale / di quel viaggio temporale / che Marcello seppe fare / in misura sì esemplare. / Ed il leggere di un fiato / quel romanzo smisurato / vi assicuro, è risaputo, / che non è tempo perduto. » (Dedalus / Umberto Eco, Diario minimo, in «Il Verri», a. 5, n. 2, 1961) “

  10. perdonatemi tutti ma ho un’urgenza .devo assolutamente capire quanti sono quelli che vivono dentro il sig. Francesco Pecoraro . lui , loro scrive / scrivono
    a ) siamo abituati
    b ) a noi ceto medio
    c ) per questo noi
    sig Pecoraro la prego mi risolva il quesito : li da lei in quanti siete ?

  11. Osserva Pecoraro che non possiamo rinunciare alla nostra quotidiana narrazione di violenza – non solo Gomorra, quindi. E se esercitare l’immaginario su una società barbarica e pura, regolata da vincoli biologici e di interesse, fosse la “critica reale” di cui abbiamo bisogno, per capire il post capitalismo in cui viviamo, quello che ha allargato a tutti la mercificazione e mercantilizzazione di tutti gli ambiti di vita?
    E se respirare la quotidiana violenza narrativa ci esercitasse a contare anche su una resistenza biologica, naturale, su un reagire oscuro, di pura vita?

  12. Grazie a Francesco e Tiziana della bella discussione.
    Vi offro un paio di elementi in più, anche se non ho il tempo e in parte neppure le competenze per svilupparli.
    La prima è un’osservazione rubata a un amico che, invece, si intende parecchio di cultura di massa.
    Il record d’ascolto di Gomorra2, che straccia lo share di tutte le altre serie cult, si relativizza parecchio se messo al confronto con il film Rai sulla mamma di Peppino Impastato (ca 5,5 mio in più di spettatori). Chi sono quelli che hanno Sky, quale parte del “grande ripieno” rappresentano? Mi incuriosirebbe saperlo meglio, ma non lo so, di fatto.
    http://www.huffingtonpost.it/2016/05/11/gomorra-ascolti_n_9900626.html
    E poi c’è questo femomeno YouTube che va fortissimo tra i ragazzini di tutt’Italia, ossia gli episodi di parodia di Gomorra; le visualizzazioni sono anche qui infinitamente superiori allo share della serie stessa, tant’è che, vista la popolarità enorme, sia uno degli attori che Saviano stesso, si sono prestati a recitarvi una parte.
    Qui il secondo episodio che è stato visto quasi 6 milioni di volte.
    https://www.youtube.com/results?search_query=gli+effetti+di+gomorra+la+serie+sulla+gente+%231
    Infine credo che il raffronto non vada fatto solo sulla linea verticale, ossia tra libro film e serie, ma anche in orizzontale con le altre serie più famose, in primis quelle americane: con la loro estetica e grammatica narrativa che credo (ma appunto non ne sono abbastanza competente) abbia delle notevoli costanti che oltrepassano mondi e ambientazione: tra le quali in certo modo di trattare il male, la violenza e anche il tradimento. Forse – immagino – ne sa di più proprio Francesco Pecoraro?

  13. Ringrazio anch’io per la discussione. Volevo tornare brevemente sul punto che mi convince di piu’ e che e’ stato sollevato da Tiziana de Rogatis.

    In realta’ si tratta di una domanda. La domanda e’ per quale motivo negli ultimi anni l’Italia ha esportato a livello globale due grandi narrazioni su Napoli – L’amica geniale e la serie TV Gomorra. La risposta non puo’ essere solo il fascino che esercita l’immaginario criminale – anche se questo c’entra – , la cui presenza non e’ centrale nel ciclo di Ferrante.

    Se si considera non l’audience nazionale, ma quello globale, non c’e’ dubbio che il successo della serie TV Gomorra non si puo’ paragonare a quello di altre serie TV italiane.

    http://www.hollywoodreporter.com/news/sky-italia-launches-gomorrah-season-892074

    Qui c’e’ qualcosa d’altro che ha a che fare con le opere d’arte narrative e la posizione dell’Italia in un emergente immaginario globale. E si tratta di una questione complicata e su cui ancora non mi e’ capitato di leggere riflessioni che mi convincano.

  14. Un’altra domanda sull’audience, che e’ stata sollevata giustamente da helena janeczek.

    Sarebbe interessante saperne di piu’ sulla demografia del pubblico delle serie TV della Rai e di quelle in chiaro piu’ in generale. Non ne so nulla, ma mi piacerebbe sapere se a contare non sia tanto il reddito o la classe sociale, ma l’eta’. Infine, sarebbe interessante avere i dati di visione delle serie SKY incluse le visioni in streaming, sia legali, sia illegali.

  15. Ringrazio molto Helena Janeczek e Alessio Baldini, e provo a esprimere qualche pensiero sollecitato dalle loro osservazioni.
    Prima di tutto, sì, queste clip su “L’effetto di Gomorra sulla gente” che Helena ci ha proposto sono interessantissime e divertentissime. C’è la parodia di una ritualità (le parole, le formule, i gesti, stinti fino al non-sense e all’assurdo): ma questo mi fa pensare che ciò che colpisce è comunque la presenza di una ritualità del male, della violenza, del potere. Quindi insisto sul fatto che la tribalizzazione dei soggetti come compensazione e complementarità di una globalizzazione degli oggetti è una delle ragioni del successo della serie. Helena pone la questione molto interessante di una globalizzazione della violenza, come registro che unifica le serie mondiali. Mi piacerebbe tanto saperne di più. Poi c’è il secondo termine del discorso: la parodia. Anche qui, in queste clip segnalate da Helena Janeczek, Napoli si rivela come motore profondo di ibridazioni: ma se la contaminazione è tutto – e comprenderlo oggi diventa più che mai fondamentale – è anche vero che alcune contaminazioni sono progetti culturali e si richiamano in modo più o meno esplicito ad una riflessione sui margini sociali e culturali del mondo subalterno di oggi (Terzo Mondo, migrazioni, Sud del mondo Occidentale) e soprattutto ad una possibilità di espressione diretta di quegli stessi margini, mentre altre sono soprattutto il frutto di una operazione commerciale in larga parte eterodiretta, e in quanto tali portano anche – per esempio rispetto al mondo sottoproletario di Napoli, che ha dei tratti di unicità incredibili nel panorama italiano, ma gli esempi potrebbero essere infiniti – il segno di un imperialismo culturale: quest’ultimo mi sembra per molti versi il caso della serie Gomorra. Che per me è, lo ripeto, un fenomeno discutibile ma comunque molto interessante. Sulla base di questa distinzione, provo a collegarmi anche al discorso di Alessio Baldini. Gomorra (il libro) e il ciclo dell’Amica geniale sono per me esempi del primo tipo di contaminazione. Sono due sperimentazioni interessantissime e ancora molto da capire. C’è un segno convergente che mi interessa molto: in entrambi i casi, sia in Gomorra sia nel ciclo dell’Amica geniale, la voce narrante viene da quel mondo sottoproletario ma ne è al tempo stesso aliena. Il giovane (struggente) ragazzo che esplora e intervista e monta il reportage in Gomorra racconta la marginalità napoletana dal di dentro, è uno che l’ha conosciuta, che l’ha vissuta e subita, ne conosce anche il fascino. Ma il suo sguardo lucido visionario politico lo rende inevitabilmente anche altro rispetto a quel mondo. La voce narrante dell’Amica geniale appartiene ad Elena, una sottoproletaria del rione, che fino ai primi anni del liceo, fino all’incontro con la fobica borghesia napoletana, non ha mai visto qualcuno intorno a sé leggere un giornale, non ha mai preso un ascensore in vita sua, non sa come si pronuncia la parola oracolo, dà per scontato che una madre o una figlia possano essere picchiate dal padre o dal fratello: è tutta dentro il rione, ne è profondamente segnata. Tuttavia è anche una bambina e poi una donna in cerca della sua emancipazione, una donna che si distaccherà dal rione, che spezzerà una lunga catena di analfabeti e semianalfabeti: è una voce che traduce quindi nella lingua straniera (l’italiano) la lingua madre del rione (il napoletano) e il suo mondo di violenza fisica ed emotiva. Il libro di Saviano e quello di Ferrante sono traduzioni dall’altrove fatte da chi ha fondato la sua identità sul conflitto tra quell’altrove e l’area nazionale e globale: ancora una volta, sono due voci che stanno nel margine tra i due mondi e come i loro autori scontano in tal senso una profnda solitudine. In questo senso sono opere di profonda ibridazione: perché sono scritte da soggetti contaminati, un po’ moderni un po’ barbarici, e in questo disorientamento che la loro posizione produce nel lettore sta il segreto del successo cosmopolita delle due opere. In questo caso, voglio dire, non c’è esotismo: Elena a 30 anni è più emancipata di molte sue coetanee americane che hanno comprato il libro. Condivido quanto dice Baldini sul successo internazionale della serie Gomorra: un dato che non deve essere sottovalutato e in base al quale – che lo vogliano o no i napoletani e gli italiani – Scampia diventa Napoli che diventa l’Italia. E’ la globalizzazione, bellezza.
    Infine sì, sempre per dare un minimo contributo alla giusta questione che Baldini pone riguardo alla ricezione e alla sua sociologia: mi dicono che la serie viene vista nei quartieri popolari di Napoli criptando in qualche modo i segnali Sky.

  16. Quando scrivo “noi” intendo noi ceto medio. E quando dico ceto medio intendo non una classe, ma l’immenso gruppo sociale cui sono state condotte, per la prima volta nella storia, le classi sociali storiche, indipendentemente dal reddito. Oggi si può essere ceto medio anche essendo ricchi, anche avendo letto buoni libri. Ceto medio, nella mia visione – che è solo percezione/sensazione e non si fonda su dati socio-numerici – un gruppo sociale essenzialmente eterodiretto (da chi non lo so, ma eterodiretto di sicuro) che costruisce il corpus maggioritario delle attuali democrazie mediatiche. Sopra ci sono i super-ricchi, intesi anche/soprattutto come corporation e finanza internazionale, che se ne nutrono, sotto ci sono i super-poveri che lo stesso se ne nutrono. Di più qui non mi sento di dire.
    Gruppo criminale è quello che non avendo ceduto allo stato il monopolio della forza, come invece siamo stati educati a fare noi granderipienisti, si appropria con la forza delle risorse di cui ha bisogno (potenzialmente infinite) e regola con la forza le proprie questioni “politiche” interne.
    La mia tesi è che dal punto di vista etico, nel senso di propensione alla lesione altrui per il proprio interesse, tra i due gruppi non ci siano molte differenze e che tutte le cose tipo le fiction su Peppino Impastato siano solo alibi morale che serve a darci una parvenza di identità etica, non essendo nei fatti praticamente abili all’esercizio conclamato del Male se non per via delegata.
    Mi fermo qui. Poi, certo, ci sono i nipotini e le creature nostre.

  17. Be’, questa poi… Spacciare per fotografia una visione dell’universale amoralismo umano che fa a pugni con l’esperienza non sembra proprio il modo migliore per persuadere i non convertiti. Definire l’etica “una propensione alla lesione altrui per il proprio interesse” non so se fa ridere o inorridire. Almeno Nietzsche dava l’impressione di avere un animo lacerato. Qui siamo invece alla trasformazione dello spettatore imparziale di Smith nello spettatore anestetizzato dal binge-watching. Non dico Kant, basta leggere qualche pagina di Hume per sospettare che Gomorra non sia l’osservatorio migliore per farsi un ritratto affidabile della condizione umana. (Ma in fondo anche Foucault era divertito dalla passione dei borghesi per il mondo della malavita…)

  18. Non mi pare di aver dato una definizione dell’etica del tipo di quella denunciata da Paolo Costa. Mi arrendo, tuttavia è sempre utile ricevere consigli di lettura. Grazie.

  19. Pecoraro ha scritto “la mia tesi è che dal *punto di vista etico*, nel senso di propensione alla lesione altrui per il proprio interesse, tra i due gruppi non ci siano molte differenze”.
    Quel *punto di vista etico* sarebbe comune ai due gruppi: quello del ceto medio (da lui definito a suo modo) e quello del gruppo criminale.
    Paolo Costa si indigna: Nietzsche aveva almeno un animo lacerato, con ciò significando di non appartenere a *quel* ceto medio né, tantomeno, al gruppo criminale.
    E’ vero quello che suppone Pecoraro, che le narrazioni siano un doppio reale della vita sociale? (O si mostra realisticamente che si agisce per proprio interesse -nel gruppo camorrista come nella mercantilizzazione universale- o si mettono in scena fiction buoniste come “alibi morale che serve a darci una parvenza di identità etica, non essendo nei fatti praticamente abili all’esercizio conclamato del Male se non per via delegata”).
    De Rogatis Janeczek e Baldini hanno introdotto, in particolare con la parodia, una distanza critica tra narrazione e realtà.

    Ma c’è anche un altro tema nella discussione. Pessimismo radicale di Pecoraro sulla natura umana, e la corruzione dei costumi nel nostro tempo storico non è in grado di regolarla.
    Per Paolo Costa pare invece che la condizione umana sia collocabile in autonomi territori etici. In questo caso si discute di Etica.

  20. @ Paolo Costa

    Condivido le sue perplessità rispetto alla lettura che Pecoraro fa della serie TV e della sua idea di etica – qualunque cosa lui intenda.

    E certo, si tratta di una serie TV e come tutte le narrazioni seriali perde spesso di qualità e probabilmente andrà peggiorando – chris su questo ha ragione, si tratta di una narrazione fatta ad arte e bisogna giudicarla anche per quello.

    Eppure le prime dieci puntate sono qualcosa di nuovo e sono moralmente più complesse di quanto non sembri. Persino quando si cerca di immaginare un mondo compiutamente criminale, è difficile immaginarlo come interamente amorale o immorale – come aveva osservato Bernard Williams.

    Ed è molto complessa anche la reazione dei vari pubblici. E mi scusi, ma lei è molto ingeneroso nel liquidare i pubblici delle serie TV in quel modo. Io non ho mai visto persone così diverse per età, gender, classe sociale, appartenenza culturale, nazionalità, ecc., così diverse, interagire in modo così complesso dopo avere visto, che ne so, “Un posto al sole”. Ma forse lei mi dirà che questo è il punto: sembra che l’Italia produca o “Un posto al sole” o “Gomorra”. Non so, forse questo dice qualocosa dell’immaginario morale delle italiane e degli italiani. Ma anche qui, ho più domande che risposte.

    Vi saluto. E voi, state senza benzieri!

  21. La fascinazione del meridione italico per la sociopatia non fa il Male quanto piuttosto la naturalita’ verista, tipo i Misseri di Avetrana. I pazzi veri sono tutti settentrionali, da Pietro Maso a Rosa & Olindo, dai Bossetti ai Sorgato.

  22. “ Sabato 15 luglio 2006 – Poi esco e accendo la radio. C’è un giovane, anzi, giovanissimo scrittore di Napoli che parla di Napoli (Roberto Saviano, Gomorra). E, a un certo punto, dice che la camorra « ha rialzato la china ». Io ne deduco che la camorra c’è, anche là dove potrebbe sembrare che non ci sia. Poi dice anche che il porto di Napoli è « l’ano sfondato d’Europa ». Io ne deduco che la camorra ama le immagini forti ma non sa scriver(l)e. « Perché partire dal porto? », gli aveva chiesto il giornalista. Ma quelli, si sa, non sanno mai quello che dicono. “

  23. “ Martedì 2 settembre 2008 – Ho detto che non mi pentivo di essere andato a vedere Gomorra, ma mi sbagliavo. Bisognerebbe sempre pentirsi di essere andati al cinema. Non tanto per i soldi che gli abbiamo dato, ma perché abbiamo accettato il suo volerli avere, la sua pretesa che il nostro rapporto con lui possa essere solo un rapporto mercenario. D’altra parte, come rapportarsi altrimenti che così con il cinema? Si potrebbe parlarci, ma, come si sa, il cinema è completamente sordo. E poi cosa dirgli? Si potrebbe, forse, chiedergli di avere pietà di noi. Che non sappiamo parlare quella lingua che, a quanto pare, capiscono tutti – o, se non la capiscono, fanno finta, sono disposti persino a pagare per fare credere di averla capita. Gomorra: il cinema è, in un certo senso, (come) le donne. Come il cinema le donne vogliono essere pagate? Io credo che vogliano molto di più, che vogliano, addirittura, essere viste. Non sarà un po’ troppo? “.

  24. “ Giovedì 9 giugno 2016 – « [L’]inferno descritto da Roberto Saviano in Gomorra, un reportage che ha trovato molti lettori che ne hanno apprezzato lo stile “ orribilistico “, realistico e insieme visionario, veritiero e insieme verosimile. » (Raffaele La Capria, 2006) (cfr.: « È la cosa più orribile che abbia mai visto. » (The blob, 1958, poi Blob, 1991)) “

  25. @ Pecoraro e Baldini

    In realtà, il motivo della mia reazione stizzita è molto generale e ha a che fare solo tangenzialmente con la serie Gomorra. Per evocare “La vita in tempo di pace”, è l’insofferenza verso l’idea che la Naegleria fowleri – lo “sputo pulsante, sordo e cieco, che si acquatta nella melma sul fondo delle pozzanghere” pronto a fare strame di tutte le illusioni buoniste dell’orribile specie Homo sapiens – racchiuda in sé in maniera autoevidente il senso profondo dell’esistenza umana. Il che è falso persino da un punto di vista biologico, dato che la lotta per l’esistenza viene affrontata dagli organismi viventi tanto con il conflitto quanto con la cooperazione.
    Il fatto che a Ivo Brandani non vada a genio l’idea di essere terreno di coltura di un parassita che lo ucciderà, non lo autorizza a dimenticare che le sue recriminazioni sono state rese possibili dalla simbiosi con un’infinità di microrganismi magari molto meno interessanti di un’ameba killer, ma non meno reali. È un dettaglio del genere che smette di essere trascurabile quando si leggono le riflessioni di Hume sui sentimenti morali.
    Che poi per il cittadino emotivamente anestetizzato delle metropoli moderne, analizzato con precisione chirurgica da Simmel, sia più allettante il frisson provocato dalla contemplazione di una forma di vita esotica, ma non irriconoscibile, quale quella dei gangster, non dovrebbe spingere a generalizzazioni troppo frettolose. Tutto qua. Personalmente, poi, credo che il punto di vista etico implichi essenzialmente la domanda se la vita che viviamo meriti di essere vissuta. Le conseguenze di questa esitazione tutto sommato banale continuano a sembrarmi non meno rilevanti della “scoperta” che, per creature vulnerabili quali noi siamo, la violenza è e sempre sarà causalmente efficace. Il riconoscimento di questo fatto banalmente triste della vita, a mio avviso, non è di per sé sufficiente a giustificare una risposta pessimista, hobbesiana, al quesito che, per consuetudine, nella nostra tradizione siamo soliti attribuire a Socrate.

  26. “ 25 gennaio 1994 – « Chi vede senza sentire è molto più… inquieto di chi sente senza vedere ». Lo dice Simmel a proposito delle nuove condizioni di vita nelle metropoli. E Benjamin commenta che bisogna studiare la fisiognomica « volgare » in relazione a quella del XVIII secolo. “.

  27. Caro Paolo Costa, Lei solleva questioni generali che lei solleva, sia metaficiche sia psicologiche, sono importanti, ma discuterne ci allontanerebbe da Gomorra – perche’ io non credo che questa narrazione voglia proporre una tesi metafisica sulla natura umana, ne’ una tesi sociologica su cosa sia la modernita’.

    E pero’ per lei e’ anche importante ribadire un giudizio estetico negativo su Gomorra e un giudizio negativo sulla moralita’ o le capacita’ cognitive del pubblico che segue la serie. Se posso riassumere cosi’, per lei guardare Gomorra e’ indulgere a una forma di intrattenimento voyeuristico ed emotivo.

    Puo’ darsi che in parte sia cosi’: in fondo, si tratta di una serie TV. Io risponderei in tre modi. Il primo e’ che la maggioranza della popolazione mondiale vive in ambienti urbani e consuma narrazioni audiovisive. La seconda risposta e’ che le narrazioni funzionano tutte un po’ in quel modo: si immaginano le vite degli altri come se fossero la propria e si provano emozioni per oggetti della nostra immaginazione generati dal racconto. E infine, non tutte le serie TV suscitano domande di questo tipo in persone cosi’ diverse per eta’, estrazione sociale, cultura, identita’ di genere. Ed e’ proprio l’ultimo punto che mi fa pensare che ci sia qualcosa di piu’ in Gomorra.

    Mi scusi la domanda impertinente, ma irresistibile: ma lei la serie la sta guardando oppure no? Almeno Pecoraro ha ammesso i suoi peccati!

  28. “ 18 settembre 1987 – « L’uomo che colleziona è morto, ma sopravvive letteralmente a se stesso in una collezione, che da questa vita lo ripete indefinitamente al di là della morte, integrando la morte stessa nella serie e nel ciclo. » (Jean Baudrillard, Il sistema degli oggetti, 1968 [1972]) “.

  29. La domanda non è impertinente. No, la serie non la sto vedendo. In realtà, le mie riflessioni erano una reazione all’inquadramento teorico di Pecoraro che, si potrebbe applicare senza cambiare una virgola a molti altri prodotti della serialità televisiva contemporanea o del cinema. In questo senso, ha perfettamente ragione, quello che mi ha spinto a intervenire non è il prodotto televisivo “Gomorra”, ma la natura umana o meglio l’immagine che ci facciamo di noi stessi alla luce di ciò che riteniamo essere la nostra natura più profonda.
    Per il resto, le assicuro che non mi è mai passato per la testa di dare un “giudizio negativo sulla moralità o le capacità cognitive del pubblico che segue la serie”. Ci mancherebbe! Quello che stuzzica la mia (scarsa) combattività teorica è l’immaginario hobbesiano che domina le menti di molti intellettuali che stimo (come lo stesso Pecoraro) che, quando scrivono, è come se non mettessero in comunicazione i due diversi emisferi cerebrali e si dimenticano di cose che conoscono e praticano benissimo quando vivono la vita di tutti i giorni.

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