cropped-ambrosoli.jpgdi Corrado Stajano

[Il Saggiatore ha appena ripubblicato un  libro fondamentale di Corrado Stajano, Un eroe borghese. Presentiamo qui l’incipit del libro, e uno scritto di Cesare Garboli, inserito nella nuova edizione]

Le facciate sono state dipinte a nuovo, i tetti sono stati rifatti, gli ottoni sono stati lucidati, la città è un gran cantiere ingombro di gru, di scale, di ponteggi. Le palizzate e i velari coprono blocchi di fabbricati, coi cartelli che avvertono: «Non sostate sotto le impalcature. Pericolo!».

Gli stilisti hanno comprato antichi palazzi, le case di ringhiera sono diventate show-room, le aree di fabbriche dai nomi famosi sono state abbandonate, terra desolata, in attesa di diventare negozi, uffici, supermercati, loft.

È stato ristrutturato il corpo di una città, di un intero Paese, anzi. La grande trasformazione periodica. Ma, se nell’apparenza tutto è mutato, nulla, sotto, è stato sanato e succede così che tra i luccichii delle feste e i mucchi di farina d’oro donati in nome dei santi protettori, si possano intravedere «Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del disastro aveva insalvatichito gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni riguardo sociale!».

Di nuovo la peste. Di nuovo i monatti e gli untori, questa volta untori veri, ben reali, che con ontioni parte bianche e parte gialle hanno imbrattato e incrinato le fondamenta della città. E nessuno, o quasi, s’è accorto del magma putrido che è rimasto dietro le pareti tinteggiate di fresco, sotto i tetti rimessi a posto, a infettare, a lacerare, a insanguinare, a distruggere.

Che cosa è successo negli anni passati, molti se lo sono dimenticato, molti l’hanno coscientemente cancellato dalla memoria. Anche perché la ribellione, il desiderio di rifare davvero quelle marce fondamenta sono stati frustrati e i governanti seguitano a essere gli stessi che in quegli anni di orrore furono complici e sancirono le connessioni tra affari, mafia, politica e azioni criminali proliferate negli anni successivi, e oggi ancora di più, causando sempre nuovo dolore e spargendo altro sangue innocente.

Sono cambiati, da allora, i ceti, le classi sociali, i modi di vita, le professioni, il lavoro. Sono cambiate, moltiplicate, le ricchezze e, anche, le povertà.

Le bandiere non sventolano, il popolo non scende in piazza, forse il popolo non c’è neppure più o, se c’è, sta rintanato coi suoi rancori nei casoni delle periferie.

E i giovani appassionati di una volta non sono soltanto ingrigiti. Presi dal tarlo del disincanto hanno annullato nei ritmi quotidiani le loro speranze impossibili.

Sono cambiate tante cose da quando Sindona era un re di Milano, ossequiato, riverito, e sono passati più di dieci anni da quando un avvocato di Milano, incaricato dal governo di liquidare la banca sindoniana mandata in rovina, fu assassinato da un killer arrivato dall’America.

Questo libro racconta la storia di Giorgio Ambrosoli, uomo libero e solo, eroe borghese che avrebbe potuto vivere tranquillo con le sue serene abitudini e invece, per la passione dell’onestà, si batté contro un «genio del male», sorretto da forze potenti, palesi e occulte, e fu sconfitto.

Ma questo libro – e questo caso – è anche un giallo e un piccolo manuale che racconta la politica mafiosa, la politica nera, la politica sotterranea che i cittadini subiscono e il più delle volte non sanno.

***

Su Un eroe borghese di Corrado Stajano

di Cesare Garboli.

Il libro di Corrado Stajano, Un eroe borghese, ha delle insolite qualità di montaggio narrativo e di stile unite al coraggioso impegno civile e alla non facile capacità di far luce su uno dei più complicati e scandalosi misteri politico-finanziari dell’Italia democristiana. Nel ricostruire la tragica e solitaria avventura di Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore del grande impero bancario di Michela Sindona, Stajano ha fatto ricorso a un metodo narrativo che procede non linearmente, secondo la successione più o meno prevedibile dei fatti raccontati, ma per serie di situazioni fulmineamente accostate secondo nessi e associazioni impreviste, così da riprodurre sulla pagina quella sorta di spirale, di fatale convergenza sincronica con cui i fatti si dispongono nella loro confusione apparente, proprio nel momento in cui il loro sviluppo, il loro succedersi si rivela in tutta la sua coerenza e in tutta la sua chiarezza. Il lettore viene portato per mano, con piccoli, minuscoli accorgimenti, quasi trascurati tratti di stile, al centro della storia, la cui crescente drammaticità ha sede nella realtà raccontata e non nella retorica di chi racconta. Stajano non concede nulla a quello stereotipo di giornalista-scrittore, di giornalista maître-à-penser, di giornalista-solone che ci viene quotidianamente inflitto dalle testate dei nostri maggiori fogli nazionali. Stajano è uno di noi, un cittadino come noi, che si rompe la testa sulla documentazione di un delitto incredibile e si fa le nostre stesse domande. La novità e originalità del suo libro è anche una novità di linguaggio, che prevede l’abbandono delle formule tipo libro inchiesta o racconto giallo, e si cimenta con uno stile senza precedenti e senza modelli: uno stile che ha qualcosa del montaggio cinematografico e della combinazione scientifica di elementi apparentemente disorganici, apparentemente eterogenei, quanto interagenti in un quadro di realtà che ci sfugge proprio mentre lo abbiamo sotto gli occhi.

A questi valori di forma e di stile, si aggiunge nel libro di Stajano una libertà e un’indipendenza di giudizio rarissime e quasi introvabili nel saggismo italiano di tipo politico, dominato o dall’ideologia o dalla sudditanza a gruppi e schieramenti di potere intellettuale e politico già costituiti. Stajano è solo, davanti alla sua ricerca e al suo argomento, né più né meno, fatte le debite proporzioni, del suo Giorgio Ambrosoli davanti al suo tavolo di lavoro. Grazie a questa sintonia tra personaggio e autore, la storia del crack di Sindona, e poi la storia degli ostinati, mai domi tentativi democristiani di salvataggio del «salvatore della lira» – secondo la comica definizione, purtroppo di comicità solo involontaria, che di Sindona fu data da Andreotti in una memoranda occasione – si dipana con logica impressionante. A uccidere Ambrosoli fu non la necessità, ma la vendetta. Ma vendetta di che? Secondo una logica che nel nostro paese trova un senso e un consenso sempre più crescenti e sempre meno silenziosi, il vero colpevole, il cornuto, il piantagrane, lo «scassacazzi», quello che non sta alle regole non era Sindona, responsabile dopotutto d’interpretare solo un po’ più liberamente di altri certi meccanismi di autofinanziamento, ma Ambrosoli, responsabile, lui sì, d’interpretare con irresponsabile, infantile, inverecondo attaccamento alla propria immagine di uomo onesto il mandato che gli era stato affidato. Sarebbe bastata soltanto un po’ di quella corta memoria che affligge i nostri ministri quando si trovano in un’aula di tribunale, per garantire a Sindona le sue banche, e a Ambrosoli la vita. A perdere Ambrosoli, a fargli il vuoto intorno, non fu nemmeno la sua onestà – questa virtù così imperdonabile. Fu lo stupore degli avversari. Ambrosoli era stato chiamato a liquidare le banche di Sindona nella presunzione, e forse nella speranza, che nessuno avrebbe mai saputo né potuto districarsi nei labirinti finanziari ideati dall’ineffabile «salvatore della lira». Ambrosoli ci riuscì – e non bisogna essere così bravi quando si è incorruttibili, non è vero?

[Il testo della Prefazione di Cesare Garboli è tratto dalle motivazioni per l’assegnazione a Un eroe borghese del Premio Pozzale Luigi Russo, 1991]

[Immagine: Giorgio Ambrosoli]

 

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