di Giuliano Tabacco

[Una testimonianza orale vuole che Franco Fortini considerasse la poesia di Milo de Angelis, all’epoca di Millimetri (1983), una specie di “equivalente formale del terrorismo”. La scrittura di Giuliano Tabacco – che proprio alla memorialistica degli anni di piombo ha dedicato un saggio importante pubblicato l’anno scorso da Bietti – deve molto ai primi versi di De Angelis: per la mescolanza di astratto e concreto, per la perentorietà metrica e sintattica, soprattutto per la tensione elettrica della parola, per l’assenza di ironia. Manca invece il “noi” del primo De Angelis, quel vitalismo che faceva in particolare di Somiglianze (1976) un libro drammatico, certo, ma non cupo: la testimonianza di un conflitto ancora in corso. Non così in Tabacco, che esordisce come poeta qui su Le parole e le cose: se alla sua lirica volessimo cercare un’equivalenza, questa sarebbe forse la nostra precarietà presente – la condizione liquida e febbrile di questi anni insensati. Non tanto perché “Il mercato del lavoro” è l’argomento esplicito della prima poesia della serie; soprattutto perché chi parla si sente e scrive come “un cucciolo di lupo”, senza padri né fratelli, abituato a divorare e a divorarsi: la bocca “cingolata”, il corpo esposto alla violenza latente di una quotidianità che mescola i vivi e i dissepolti, “i desideri e il loro esatto contrario” – e che non sa più immaginare un altrove. Arcaico come una necropoli e dispersivo come un ipermercato, questo mondo ha digerito l’ingiustizia e l’ha completamente assimilata, portandola dalla sfera pubblica al cuore stesso di tutti i rapporti umani: “Esseri/ che mangiano ed esseri/ che chiedono di essere mangiati”. Gianluigi Simonetti].

Business Consulting

Chi mi paga ha capito che ho bisogno di poco.
Del resto a Roma gli inverni sono tiepidi; e le notti
intermittenti, quasi brevi; attraversate
appena da luci insensate.
Non chiedo di partecipare alla sua mensa; ho smesso
persino di imitarlo. Da giovane invidiavo le sue giacche,
le sue mani svelte da prete mentre spiegava il Capitale.
Ora oppongo meno resistenza.
La mia cattiveria è maggiormente selettiva,
più efficace; le mie cravatte poco impegnative.

Parliamo del mercato del lavoro, dei salari. Lui seziona
gli schemi, immette dati; mi mostra
la curva di una domanda insicura.
Domani c’è l’incontro col cliente.
Non puoi sottratti al ciclo della catena alimentare. Esseri
che mangiano ed esseri
che chiedono di essere mangiati.
Non è facile gestirla, la paura.

Nelle boutique del centro
le commesse a progetto impacchettano regali di natale. Chi mi paga
mi domanda del mio passato, cose così; quanta gente
ho tradito e per quanto.

***

Le prede

Ne hanno i cani per noi in certe notti:
attimi bui freddissimi tra bocca
e bocca. Fiati,
aliti gettati sugli asfalti.
Oppure: le tue travolte mani aggrappate ai margini
delle cose. Come se poi amare
non fosse altro che questo divorarsi
legittimo di notte, di tane. Questo dimenarsi
cattivo di noi presi in trappola.

***

K.

La grande luna diroccata sparge
ancora inchiostro. Io so
sporcarmici le labbra, capitano,
tenerci l’unghia. Questo dolore
che esige precisione, gli occhi splendidi.
Ma il corpo che manipolo non è
più il mio – la mia condotta – che dimostro
gli anni di un cucciolo di lupo, ma
non ne voglio parlare; ora che allento
i pensieri, che pronostico.

***

Sala operatoria

Luglio basilica di morti
che ritornano a galla con lo stesso nome.

Quelli che addormenti, papà,
esigono un sonno logico: l’alta
quota dei gabbiani.
L’anestesia è un fatto di macchine e di mani
che non conosco.

Le cilindrate il calibro l’acciaio;
la mia bocca cingolata, quando esco.
Quando ti dico ciao.

***

C’è questo piegarsi del vento a nord est
tra passeri bucati e foglie piene. Questo
aumento costante dell’estate. Cosa è tornato indietro
da giorni che sembrarono soluzioni esatte?
Le foglie contratte nel sonno dell’estate.

Uomini trascorrono come tempesta – e grandine
che copre gli acquari.
A definirmi, dico, È stata questa
luce, che è gonfia la mattina e muove
i disastri col dito.

***

Men at work

Qui sorgerà la nuova cattedrale.
Un parallelepipedo di specchi incastonati dentro il marmo.
Quattro piani di parcheggio sottoterra.
Ascensori, scale; e teche dove esporre
i desideri e il loro esatto contrario.

Ogni giorno movimentano tonnellate di materia.
Hanno scavato un altro metro di terreno. Hanno trovato
una bambina, i resti di un tempietto. (Le donne qui
venivano a pregare per i loro legionari
mandati ai confini dell’Impero.)

Sotto c’è una necropoli,
una trafila di neon; morti senza polpa.
Hanno trovato dei gettoni rotti dentro un coccio; ettolitri
di sangue prosciugato.

La dissepolta ora ci guarda furiosa. Chi evoca chi?
Chi rappresenta cosa?

Ai confini del lotto, un funzionario e due ingegneri
camminano in giacca; in controluce con l’elmetto.

***

18 thoughts on “Poesie

  1. Senza pietà, l’occhio di questo autore. Forse, solo pietà per se stesso. Sono tragici e esangui i suoi versi, razionalità sintattica per spiegare l’irrazionale che ci sovrasta. Epica al rovescio, ma epica. Butto lì le impressioni, mi sento coinvolta anche perché parla di alcune atmosfere romane che conosco.
    Non c’è riscatto né speranza, solo realtà. E un senso di perdita.

  2. “Business Consulting” mi sembra una notevolissima poesia sul lavoro oggi. Mettere in versi di tal nitore formale la condizione liquida e flessibile del lavoro postfordista non è una faccenda semplice. Molta prosa recente ha provato a dar forma a questa “cosa” apparentemente immateriale e invisibile che ci attornia e ci pervade, come l’aria che respiriamo. Giuliano Tabacco qui ci è riuscito, con l’arma concentrata e verticale della poesia.

  3. Dei sei testi proposti, l’unico a mio avviso compiuto e fuori della mimesi diretta e’ “Men at Work”, della quale riscriverei il quarto verso come ‘Ascensori, scale; e teche dove esporre i desideri.’ Toglierei infine l’avverbio ‘ora’ dal quartultimo verso.

  4. ps. dimenticato di scrivere: eliminando il quinto verso ‘e il loro esatto contrario’. Scusate.

  5. @Il fu GiusCo

    Non credo che una poesia si possa correggere. Piace o non piace, funziona o non funziona. Mi sembra un po’ pretenzioso dare delle “dritte” all’autore, il quale, tra l’altro, se la cava benissimo da solo. Saluti!

  6. Si, non è questo il luogo per un editing, sono d’accordo, anche se riconosco che la poesia più compiuta è effettivamente l’ultima. Conoscevo Giuliano Tabacco quando anni fa vivevo a Roma. Poi sono partito, per non vedere più ciò che lui descrive bene. Parlavamo di poesia, e lessi i suoi versi. Ricordo la perentorietà deangelisiana (o fortiniana) che mi trovava ottimista quanto al futuro di questo autore interessato al terrorismo (ancora la tesi non era stata pubblicata). L’essenziale, per quanto mi riguarda c’era già, e cioè i suoi versi avevano un’esigenza. Sapevano di poter ferire. E la seconda cosa rara era l’umiltà di chi li aveva composti. Non c’è esibizione. E’ con grande piacere che trovo pubblicate quindi queste poesie e vorrei incoraggiare Giuliano a renderne visibili altre. Sempre levigando, senza che il parlato annacqui l’intuizione forte.

  7. @ Il fu Giusco
    qua si sfiora la mitomania. Proporre delle CORREZIONI, non richiesta, a delle poesie altrui, senza nemmeno argomentare, senza uno straccio di idea o di spiegazione che le sostenga, come se fosse ovvio ed evidente che le proprie minime scelte di gusto appaiano agli occhi di tutti tanto giuste da doverle pubblicizzare, è indice di una supponenza priva di senso della realtà, che sfiora la sociopatia. Correzioni assolutamente inutili, quando non peggiorative, a mio avviso. Ma queste poesie non hanno bisogno di difesa, per l’appunto, chi si voglia scagliare contro a testa bassa o col vezzo della noncuranza può solo fare una pessima figura.

  8. Mi pare che supponenza ed egocentrismo caratterizzino non pochi interventi presenti su LPLC, purtroppo. Eppure le domande non sono male…

  9. Boh, sono testi pubblici a colonnino di commenti aperto, ognuno ci fa quel che vuole e se ne assume la responsabilità. Del resto, sono perfettamente tracciabile e rintracciabile, a differenza delle simpatiche mascherine qui sopra. Non si parlava di collaudo, in qualche post precedente?

  10. secondo me le poesie sono belle, specie la prima, “sala operatoria” e l’ultima. inoltre a me sembra che le cose che ha detto il Fu GiusCo (di cui non condivido l’opinione che le altre poesie siano incompiute) in realtà rendono giustizia all’ultimo testo. Ne confermano la forza e lo rendono più pulito, netto. Se io fossi l’autore non mi sentirei offeso ma grato, nel caso condividessi le ipotesi proposte. O ,comunque, ci penserei su per poi decidere cosa per me funziona meglio. E’ un modo per ripensarsi, rileggersi. Questo è un buon uso dei commenti, molto più che tante polemiche che si possono leggere in rete -aleatorie, generiche, sforanti in questioni altre. Comunque complimenti a Giuliano Tabacco.

  11. Eh sì, effettivamente, ora che ci penso, anche a me certi versi di Montale mi sembrano a volte un po’ troppo lunghi o troppo corti, ci toglierei volentieri della robina connettiva inutile. Possibile che lui non se ne rendesse conto? Mettiamo Morgana, da Quaderno di quattro anni. Perché “Hanno detto hanno scritto che ci mancò la fede”? Non è molto meglio solo un sobrio “hanno detto”, in modo da farne uscire un endecasillabo liscio liscio? Oppure nella chiusa: “ma non per te che uscivi per ritornarvi / dal grembo degli Dèi”, mi ha sempre fatto problema. Io toglierei quel “per ritornarvi” e non andrei a capo. Non vi pare molto meglio?
    P.S: Ho già detto che queste poesie di Tabacco sono veramente interessanti? Passa il tempo e più me ne convinco.

  12. mi pare che l’intento di pubblicare in rete con commenti aperti sia un po’ diverso – non vedo cosa c’entri montale in effetti per. poi magari ho frainteso, e allora mi scuso, certo non voglio essere offensiva o mancare di rispetto verso un lavoro che, come detto, mi pare interssante. Però magari considerare il mezzo e riflettere sugli usi che se ne possono fare… non so, io se fossi stata nell’autore sarei stata contenta. ma non lo sono e quindi chiusa qui.

  13. Non discuto che si possa obiettare e dialogare con gli autori, discutere sull’opportunità di certe scelte o meno, argomentando però magari, dato che è un atto di estrema ingenuità o superbia dare per scontato che il prossimo tuo, in quanto scrittore, possa condividere i tuoi stessi principi estetici. Ma mi fa troppo ridere come è stato fatto qui, mi pare un parossismo dell’atteggiamento commentatorio di questo blog, pieno di antimaestrini con la penna in mano. Altro caso se chi “corregge” è persona nota all’autore e si prosegue un discorso già aperto tra i due, in cui è superfluo citare il quadro di riferimento e i precedenti – ma a quel punto, perché farlo in pubblico?

  14. è vero i commenti sono spesso irritanti. e io sono con ogni probabilità ingenua, guardo ai testi in un modo forse troppo, o troppo poco. non lo so, ad ogni modo sono in buona fede e lungi da me prendere la penna rossa. ripeto che non era una mancanza di rispetto verso l’autore, anzi il contrario. mi sono chiesta se la dissepoltura ci guarda “ora” furiosa, nel contesto di quello scempio preciso, e mi pare che invece no, ci guarda sempre furiosa, e questa cosa è più forte. inoltre il “contrario dei desideri” è aleatorio, un concetto generico (tra l’altro non riesco proprio a capire cosa sia il contrario dei desideri) che sembra più una frase ad effetto e che cozza con la lama e la precisione del resto. avendo inteso, evidentemente per errore, che questa sia una fucina, ho pensato che parlare di queste cose potesse essere uno spunto di riflessione non del tutto da buttare. ma mi sarò sbagliata, e avrai ragione tu che l’effetto è quello di mettersi in cattedra- e me ne dispiace. del resto è vero che la forma del commento è molto riduttiva, trascinando sempre con sé fraintendimenti, saccenterie e facili sarcasmi. se fossi in LPLC li chiuderei, non mi sembra che tenere aperto questo canale porti a molto.

  15. @D’Agostino: ovviamente continuero’ a fare uso del blog e dei commenti secondo le mie inclinazioni e mi auguro lei voglia fare altrettanto, come in questo caso, in uno spirito di servizio ai testi proposti. Gli scemini anonimi, per quel che mi riguarda, possono impiccarsi. Saluti.

  16. @ Giusco
    uuuuuh, c’è bisogno di prendere una nota tanto grave? Chiunque lei sia, si moderi un po’ – lei per me è anonimo quanto me, e non vedo perché dovrei conoscerla, forse perché è una star della commentatura telematica? Mi spiace per lei, non conosco abbastanza il mondo dei blog, al di fuori del quale il suo nome è nessuno. Ma faccia quello che vuole, d’altronde, che con la sua condotta non gioverà né farà danno ad alcuno.
    @ D’agostino
    non tema, dai toni dei suoi interventi è chiarissimo che non intendeva mettersi a fare la maestrina. La mia “satira” non voleva coinvolgere anche lei.

  17. Vorrei ringraziare la redazione di LPLC per avere ospitato questi testi; e anche tutte le persone che sono intervenute con osservazioni e suggerimenti.

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