cropped-IMG_6375-1-1.jpgdi Giorgio Vasta e Ramak Fazel

[E’ appena uscito per Quodlibet Humboldt Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel. Ne propongo un estratto].

Diciassette
10 ottobre

Lasciato l’Ufo Museum di Roswell ci dimentichiamo di voler raggiungere il cratere dell’ufo crash, passiamo dal New Mexico al Texas e arriviamo ad Allamoore. Lungo la strada ci siamo fermati in un drugstore dove Ramak e io, furtivi, fingendo che Silva non se ne accorgesse, abbiamo comprato una torta fluorescente e due candeline nascondendo poi tutto nel portabagagli.

Silva ci ha spiegato che Allamoore si chiama così dal nome di un’impiegata dell’ufficio postale, Alla R. Moore, che cominciò a lavorare qui nel 1888; fino ad allora questo luogo si chiamava Acme, che era a sua volta il nome del primo ufficio postale aperto nel 1884. Non si sa se fu la postina a decidere d’imperio che Allamoore prendesse il suo nome, o se a determinare lo slittamento onomastico sia stata invece, più umilmente, la consuetudine per cui chi andava a ritirare la posta da Alla Moore prese a identificare il luogo con la persona. All’inizio la presenza umana ruotò intorno alle miniere di rame e argento; tra il 1960 e il 1971 vennero aperte due fabbriche di talco che chiusero nel giro di pochi anni. Oggi vivono qui venticinque persone, e anche nei tempi migliori gli abitanti non sono mai stati più di cento. Eppure c’è ancora una scuola, la Allamoore School, bianca celeste e vuota, i vetri delle finestre rotti e la porta d’ingresso bloccata da una serratura nuovissima. Ad accompagnarmi intorno all’edificio ci sono due cuccioli di cane che quando poco fa sono passato davanti a una delle poche case abitate mi sono corsi incontro abbaiando innocui. Ce ne stiamo un po’ a giocare intorno a un’altalena rotta, io che tengo un ramo sollevato, loro che corrono saltano e lo afferrano, lo spezzano, lo abbandonano e tornano a supplicare gioco, più e più volte, fino a quando non mi ricordo di Bombay Beach, prendo un pezzo di legno massiccio, mi inarco e lo scaglio così lontano che i cani inseguendolo spariscono nel deserto. A questo punto Ramak mi fa cenno che è ora. Fin qui lui e Silva sono andati in giro a fotografare; adesso, mentre lei continua a scattare, noi due torniamo alla jeep, infiliamo le candeline nella torta fluorescente e le accendiamo, ce la nascondiamo dietro le spalle e chiamiamo Silva. Mentre ci raggiunge, dalle fabbriche di talco abbandonate si solleva una tempesta, le particelle bianche vorticano mescolate alla sabbia offuscando ogni cosa. Lo stesso, inflessibili, appena intravediamo Silva ci mettiamo a cantare Happy birthday to you, la polvere negli occhi, le gole che bruciano, lei che si rannicchia nel tentativo di proteggersi dal vento, e quando le porgiamo la torta le candeline sono volate via così come una parte della fluorescenza, il resto della glassa si sta riempiendo di sabbia. Ugualmente lei soffia sulla torta sfaldata e ci ringrazia, dice che è commossa, ma il luccichio negli occhi è per la polvere; poi Ramak la costringe a montare sul retro arrugginito di un vecchio treno merci, la torta in equilibrio su una mano.

È per lo sponsor, chiarisce comprendendo nello scatto anche la jeep parcheggiata lì accanto.
Infine la tempesta si placa, conserviamo nel bagagliaio ciò che resta della torta e imbarazzati riprendiamo a girare.
Anche ad Allamoore, penso camminando da una baracca all’altra, a imporsi è lo spazio. Qualcosa che non è possibile stimare in metri o in acri perché eccede ogni tentativo di misurazione. Lo spazio nordamericano è dismisura, oltranza, dissipazione orgogliosa e militante, un fenomeno silenziosamente aggressivo che contiene un enigma, una domanda trasparente che giace nella distanza tra un fabbricato e l’altro: perché non li hanno costruiti più vicini?
Entrando in un cortile infestato da erbastra cespugli duri e frammenti di recinto, vedo un canestro da basket appeso a un cartello segnaletico giallo con una freccia curva nera; più in là, affiorante dall’avena folle, l’opalescenza da diafanoscopio di un cavallino a dondolo. Strappando il folto a ogni passo trovo qualcosa di convesso che affiora da un cespuglio, il turchese a brandelli, il marchio Wilson ancora leggibile. Nel giro di un minuto, il paraurti anteriore della jeep a segnare la porta – Silva portiere, Ramak e io uno contro l’altro – cominciamo una partita di calcio anarchica e sfiatata, senza regolamento, senza campo e senza tempo, il fantasma di un gioco che qualche minuto dopo ci fa rientrare in macchina impolverati e in anossia, ma con Wilson incastonato al centro del paraurti come una polena.

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Qualche ora più tardi, in un motel di Marfa, quando ancora prima di cena Silva si ritira in camera Ramak mi dice che allora questa sera io e lui mangeremo le nostre provviste cucinando proprio qui, sul piazzale antistante il motel, usando il fornello a propano. È la rivincita, sempre calma e svagata, che Ramak – il suo culto dell’attrezzatura, il suo mito dell’autosufficienza – si prende su dieci giorni di viaggio conclusi cenando nell’agio indegno dei McDonald’s e degli Starbucks.
Dopo aver preparato un antipasto di alici versate dal vasetto in un piatto di plastica e accompagnate da pancarrè inumidito (che – lo annuso – sa di mela perché nel bagagliaio la frutta deve avere rilasciato il suo siero negli alimenti intorno), Ramak prende una bottiglia d’acqua e la svuota in un pentolino che sistema sul fornello; poi apre un barattolo e versa la salsa di pomodoro in una piccola padella tirata fuori dal suo zaino di stoviglie. Solo che il fuoco è uno; cucinata la pasta, per condirla si dovrà aspettare il tempo di preparare il sugo. Nell’attesa ci sediamo uno accanto all’altro sul bordo del marciapiede e mangiamo le acciughe inzuppando il pancarrè alla mela nell’olio salato. Ogni tanto Ramak esamina la corona azzurra scuotersi sotto il pentolino, si alza a regolare la fiamma, torna a sedersi. Intorno a noi, buio e silenzio. Dopo un poco uno schiocco, poi un bagliore, e ancora qualcosa che stride, un’altra piccola luce che scorre orizzontale, uno scricchiolio tra gli alberi oltre lo spiazzo, di nuovo uno scintillio, lontano e intermittente. Mi alzo in piedi di scatto.

Cosa c’è?, mi domanda Ramak.
Hai sentito? Cosa?
Non vedi i bagliori? Quali bagliori?
C’è qualcuno, dico posando il piatto sul marciapiede, preoccupato ma felice di avere detto una cosa del genere (ero già felice mentre dicevo Hai sentito?, ma avere sviluppato la sequenza fino a C’è qualcuno è inestimabile).
Dopo un’occhiata in giro, Ramak riprende a mangiare. Non facciamo niente?, dico.
Cosa dobbiamo fare? C’è qualcuno.
Non c’è nessuno.
Come fai a esserne sicuro?
Non ne sono sicuro, ma non capisco qual è il problema. Hai presente The Texas Chainsaw Massacre?
Sì.
E The Hills Have Eyes?
Sì.
Cannibal Holocaust?
Anche.
Spider Baby?
Di chi è?
Di Jack Hill.
Non ricordo.
Antropophagus?
No.
I bagliori sono le sclere bianche, dico, e i rumori sono i loro passi.
Di chi?
Della famiglia antropofaga.
Non ti seguo.
Nei film sul cannibalismo arriva sempre il momento in cui gli antropofagi si acquattano pronti ad avventarsi sugli umani; nel buio si riconosce il bianco dei loro occhi e il silenzio della foresta è rotto dagli scricchiolii dei loro passi.
Della foresta?
A volte si trovano in Amazzonia.
Siamo nel deserto del Texas.
Va bene, dico impaziente, finora non ne ho parlato ma adesso devo farlo. Detto ciò fisso ancora la corolla di buio intorno a noi e di nuovo intravedo un barlume luminoso che fluttua, scompare, riappare.
Ci penso dall’inizio del viaggio, dico camminando avanti e indietro. Anzi da prima.
A cosa?
Non è proprio un’ossessione, dico, o forse sì, e lo so che sembra illogico e aberrante, ma non lo è.
Cosa?
L’antropofagia.
Ancora?
La famiglia antropofaga.
Ho capito, ma che vuoi dire?
Riguarda il senso del viaggio, dico. L’idea tradizionale e la sua pratica. Si viaggia per aumentare, per incrementare: per arricchirsi, come si dice. Si vuole portare dentro di sé, inglobare, o meglio ancora incorporare. E cosa c’è di male? Anche noi siamo qui per questo. Prendiamo, tu con la scrittura e io con la fotografia.
Non va bene.
Cosa vuol dire non va bene?
Che un viaggio non è una battuta di caccia, né il catalogo di tutto ciò che si è riusciti ad afferrare.
Perché non può essere così? Nel viaggio siamo predatori, ci appostiamo e aspettiamo, abbiamo bisogno di catturare, che si tratti del Trotter Park o di Mr. ZZ Top.
Non dobbiamo più essere predatori, dico. E che cosa dobbiamo essere?
Prede. Prede?
Solo la preda conosce davvero.
Un brontolio liquido: Ramak si alza, versa i maccheroni nel pentolino, aggiunge un po’ di sale, torna a sedersi.
Allora, dice. Quello che hai visto poco fa non sono gli occhi degli antropofagi ma le cosiddette luci di Marfa, nient’altro che un effetto ottico prodotto dagli abbaglianti delle auto che si riflettono nell’atmosfera.
Ah, dico.
Questo però non risolve il problema. Che problema?
La tua paura della famiglia antropofaga. Non è una paura, è un desiderio: io li vedo. Li vedi?
Sono cinque: un uomo, una donna, due bambini, un vecchio. Il nonno?
Laceri, affamati, fieri.
Ramak si rialza, aggiunge del sale, mescola, va di nuovo a sedersi sul bordo del marciapiede; mi siedo accanto a lui.
Fammi spiegare meglio, dico. Nei film sul cannibalismo ci sono persone in viaggio – quindi noi – che a un certo punto vengono catturate dagli antropofagi. Muoiono sempre tutti, e in modo atroce, tranne uno che sopravvive, fugge e racconta che cosa è accaduto. Ramak annuisce.
Quello è il canone, dico. Io però ho una visione più radicale: sono contrario al sopravvissuto.
Vuoi che muoiano tutti?
Metterla così è sbagliato.
Be’, dice Ramak, sono divorati, quindi muoiono tutti. Sono divorati, ripeto, ci basta questo.
Nessun sopravvissuto e tutti insieme rinchiusi nello stomaco dell’antropofago, riepiloga Ramak.
Esatto.
Bene.
Bolo. Cosa?
Il bolo, ripeto. E poi il chimo e il chilo.
Ramak mi guarda senza capire.
Sono i nomi che prende il cibo via via che si trasforma passando dalla bocca allo stomaco.
L’espressione di Ramak rimane perplessa.
Intendo dire che il senso del viaggio è diventare questo.
Bomo, chivo e chiro? Bolo, chimo e chilo. È orribile.
Anche, ammetto. Ma credimi, è quello che deve succedere. Smetterla di andarsene in giro come soggetti, sempre dritti e presuntuosi, e invece dissolversi, diventare oggetto, cibo, nutrimento. Passare da consumatori a consumati. Essere divorati dal viaggio.
Questo per te è il culmine dell’avventura?, dice Ramak versando i maccheroni in un colapasta di plastica, l’acqua bollente che si perde sull’asfalto. Osservando l’operazione mi viene il dubbio che avrebbe dovuto procedere al contrario, prima il sugo e poi la pasta, ma sto zitto: constatato ancora una volta che la farragine è la nostra unica prassi, lo guardo sistemare il padellino con la salsa di pomodoro sul fuoco, la pasta già nei piatti a intiepidire nella sera.
Sì, dico. È quello che vorrei. Metaforicamente, però.
Se non c’è altro modo.
Non c’è perché le famiglie antropofaghe non esistono.
Non sono d’accordo. Si legge da anni di esperimenti nucleari nel deserto americano, di gas tossici che producono mutazioni genetiche. Ho letto di un villaggio dove gli abitanti sono diventati albini e deformi.
Leggende.
Ma invece potrebbero anche—
Gli antropofagi non esistono, mi interrompe Ramak e questa sua perentorietà mi amareggia. Proprio lui, il dissolutore dei confini tra vero e falso, l’eversore di ogni differenza tra verità e bugia, tra ciò che esiste e ciò che non esiste, colui il quale sa che storia e leggenda sono nozioni complici e ambigue, non dovrebbe adesso affermare in modo così inappellabile che gli antropofagi non sono reali.
Aspetta, dico, e allungando il passo entro nel motel, raggiungo la mia camera, frugo nel trolley, trovo quello che cerco e torno indietro.
Ecco, dico mostrandogli la copertina di un libro.
Guida del cercatore d’oro della California, legge lui e intanto aggiunge il sugo alla pasta ormai fredda, poi del pepe e ancora qualche acciuga, una scatoletta di tonno, un pugno di olive nere.
L’ho letto in aereo, dico. Durante la corsa all’oro dava ai prospectors informazioni sui giacimenti; a un certo punto riporta un articolo del «California Star» sui pericoli che si correvano provando a raggiungere il Pacifico attraverso le Montagne Rocciose. Leggi, aggiugo aprendo il libro alla pagina giusta.
Lui mi guarda, posa per terra il piatto. Ad alta voce?
Gli faccio cenno di sì, prendo il mio piatto, addento: un maccherone salmastro mi crocchia tra i denti.

«È difficile immaginare una scena più spaventosa di quella che si presentò agli occhi della spedizione accorsa in aiuto dei disgraziati emigranti nei monti della California. Le ossa di coloro che avevano reso l’anima a Dio ed erano stati divorati dagli infelici a cui era rimasto un fil di vita, erano sparse attorno alle tende e alle capanne. Ovunque corpi di uomini, donne e bambini, in buona parte spolpati. Una donna seduta accanto alla salma del marito che aveva appena esalato l’ultimo respiro era intenta a recidergli la lingua; il cuore lo aveva già asportato, abbrustolito e mangiato! Si vedeva la figlia addentare la carne del padre, la madre quella del figlio, i figli cibarsi del padre e della madre. L’aspetto emaciato, l’aria stralunata e spettrale dei superstiti contribuivano ad accrescere l’orrore della scena. Impossibile descrivere a parole la terribile metamorfosi che poche settimane di atroci sofferenze avevano operato nella mente di quelle povere creature degne di commiserazione. Coloro che solo un mese prima avrebbero rabbrividito pieni di disgusto al pensiero di assaggiare carne umana, o di uccidere i compagni e i parenti per restare in vita, ora consideravano le occasioni che venivano loro offerte di scampare alla più orribile delle morti come una provvidenziale intercessione in loro favore. Mentre sedevano attorno ai tetri falò, facevano freddamente i calcoli per i pasti avvenire».

Sai quando in The Gold Rush Big Jack, stremato dalla fame, vede Charlot come un pollo e cerca di mangiarselo?, mi domanda Ramak interrompendo la lettura.
Sì.
A Chaplin quella scena era venuta in mente perché aveva letto in un libro di un gruppo di prospectors che si perde nei ghiacci della Sierra Nevada, rimane isolato e si abbandona al cannibalismo.
Quindi ammetti che gli antropofagi esistono?
Qualche episodio causato dalla denutrizione non dimostra niente. Finisci di leggere.

«Le corde che un tempo vibravano di affetto coniugale, filiale, paterno o materno si erano spezzate: sembravano tutti ben decisi a sfuggire all’imminente calamità senza alcun rispetto per la sorte dei compagni. Persino gli indiani delle montagne, selvaggi e ostili, una volta penetrati nei loro accampamenti, si mossero a pietà, e invece di seguire il naturale impulso di infierire contro i bianchi e sterminarli, come avrebbero potuto fare con estrema facilità, spartirono con quelle infelici creature le loro provviste, quantunque scarse.
Ormai gli emigranti erano così cambiati che quando giunse la spedizione di soccorso coi viveri, alcuni gettarono da parte il cibo: a quanto pareva, preferivano la putrida carne umana che era avanzata. Il giorno prima che arrivasse la squadra, uno degli emigranti si portò nel letto un bambinello sui quattro anni, e lo divorò tutto prima dello spuntar dell’alba; l’indomani non era ancora suonato mezzodì che ne aveva sgranocchiato un altro più o meno della stessa età».

Vedi?, gli dico quando richiude il libro e me lo passa. È comico.
Comico?
Senza volerlo, ma lo è.
Io non volevo dire questo.
E cosa?
Che gli antropofagi esistono.
Ci risiamo.
A certe condizioni, per colpa della fame o degli esperimenti nucleari, ma esistono.
Ramak non dice niente, con il palmo della sinistra regge il piatto, con la destra trafigge un maccherone, fa la scarpetta nell’intruglio rossastro e lo porta alla bocca.
Ti ricordi Bill?, domando.
Quello del Bagdad Café?
Sì, quando cantava.
Ramak annuisce.
Era come l’incontro di Ulisse con le sirene.
Bill era una sirena?
Forse era un antropofago.
Ancora?, domanda lui masticando mentre sopra il mio piatto deposto sul marciapiede vortica piano una falena.
Le sirene erano antropofaghe, dico. Quando Ulisse si fa legare per ascoltarle, vede che le rocce tutt’intorno sono cosparse delle ossa dei marinai che si sono gettati in mare per raggiungerle.
Non mangi?, mi domanda Ramak masticando e cacciando la falena da sopra il mio piatto.
Non ho più fame.
Posso?
Sì, rispondo e allora lui fa scivolare la mia pasta nel suo piatto e riprende a mangiare.
Ulisse, dico, sa che il suo desiderio di canto, di incanto, è collegato al pericolo. Perché avere a che fare con la meraviglia spella, spolpa, scarna: divora; la meraviglia imprigiona, prende in ostaggio, si nutre del meravigliato.
Continuando a mangiare Ramak fa cenno di sì con la testa. E noi in fondo cosa chiediamo a un viaggio?, gli domando.
La meraviglia, borbotta lui deglutendo e poi si ferma, posa il piatto, mi guarda fisso. Forse hai ragione, dice.
Io voglio essere divorato dal viaggio, dico.
Ramak si alza in piedi, si allunga nella penombra del bagagliaio. Intanto vuoi un po’ di torta?
Non riesco a capire se il tono della domanda sia ironico, però accetto e lui tira fuori le macerie del compleanno, me ne porge una zolla, la osservo, risollevo lo sguardo verso la ramaglia scura oltre il piazzale, le lucine che sono il bianco degli occhi, i rumori che sono i passi notturni, e poi in un morso spezzo il guscio smaltato e il pan di spagna, sento lo zucchero, la sabbia, il talco, il sapore nero di ogni meraviglia.

[Immagine: Foto di Giorgio Vasta].

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