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di Franco Cordelli

[Nelle scorse settimane la collana fuoriformato delL’orma editore ha ripubblicato Proprietà perduta di Franco Cordelli, il diario-memoir-saggio (pubblicato da Guanda nel 1983) sul primo Festival internazionale dei poeti, tenutosi sulla spiaggia di Castelporziano dal 28 al 30 giugno 1979. Il festival fu ideato da Cordelli insieme ai gestori del teatro Beat 72, una cave della capitale dove già due anni prima si erano tenuti i reading documentati nel ’78 da un altro libro di Cordelli, Il poeta postumo. Manie pettegolezzi rancori (riproposto dalla medesima collana nel 2008, quando era pubblicata da Le Lettere, a cura di Stefano Chiodi): Ulisse Benedetti e Simone Carella. Proprio Simone Carella, regista e performer e trickster di ogni forma di détournement delle arti e delle lettere – ma, dice Proprietà perduta, che lo annovera fra i suoi personaggi, essenzialmente «un land-artista»: cioè un inventore di luoghi – è scomparso a Roma, dopo lunga malattia, lo scorso 28 settembre. In questo modo Le parole e le cose e io vogliamo anche ricordarlo.
Quello che, da allora, è noto al pubblico della poesia semplicemente come «Castelporziano» fu, in molti sensi, un punto di svolta. Forse non solo per la nostra letteratura recente. Il testo di Cordelli – che anticipa la modalità pseudo-diaristica e frammentaria, zigzagante e ritmatissima, del recente Una sostanza sottile – è al contempo un saggio sul significato di quell’esperienza (proseguita e contraddetta dal successivo festival tenutosi l’anno seguente a Piazza di Siena) e un non-romanzo, squisitamente fuoriformato, che a sua volta prosegue e contraddice la «religione del romanzo» praticata dal suo autore nei nove libri rubricati sotto tale etichetta, da Procida all’ultimo Una sostanza sottile, appunto. Si riporta qui un estratto dal primo capitolo della prima delle due speculari sezioni in cui il testo si articola, quella intitolata Il mare della metafora.
Il titolo, come segnala l’esergo, viene da quello del libro che s’immagina scritto da Sebastian Knight nella Vera vita di quello che, almeno allora, era per Cordelli un autore di culto, cioè Vladimir Nabokov. Ma la vera «proprietà perduta» rinvia all’aura sfuggente della “presenza” che nessun testo, neppure audiovisivo (come il non meno mitologico film girato durante il Festival da Andrea Andermann, Castelporziano, Ostia dei poeti), può pretendere di racchiudere – a dispetto della “scatola” di Joseph Cornell che figura in copertina, tanto nella princeps che in questa nuova edizione, e che reca l’allusivo titolo di Giuditta Pasta (la musa del Bel Canto di cui possiamo solo immaginare – dalle cronache estatiche dei contemporanei – la voce ultraterrena). La proprietà perduta – quella che Walter Benjamin chiamava «la cenere lieve del vissuto» – altro non è, allora, che la vita. Il mare di vita che personaggi come Simone Carella hanno visto passare sotto i loro occhi; e che, col chiudersi di quegli occhi, va perduto una volta per tutte (Andrea Cortellessa)].


Proprietà perduta, che Sebastiano Knight aveva
iniziato a quell’epoca,appare come una specie di tappa
nel suo viaggio letterario, una ricapitolazione, un
computo degli oggetti e delle anime perdute nel
cammino.
V.Nabokov

L’occasione è il mio progetto

Il questionario era intricato, labirintico, ricco di domande impertinenti e inconsuete: alcune molto personali, quasi quanto le domande che due o tre mesi dopo furono rivolte ai candidati di un concorso statale. Anche questa volta, in un certo senso, l’arte aveva anticipato la realtà. Nel nostro questionario si voleva sapere se fare l’amore sia o meno controproducente all’attività artistica e, nel caso negativo, quanto l’autore possa avvantaggiarsi di questo beneficio. Proprio come nell’altro questionario, dove si volle sapere (a volere ciò erano gli psichiatri che lo avevano compilato) se i candidati usavano l’automobile come camera da letto… La domanda che più gli piacque fu quella che, in modo elusivo o contorto, chiedeva a chi appartenga la voce dell’autore. Lui rispose con tranquillità e rapidamente: «Appartiene» scrisse «al non-io dell’autore». […]

La cravatta rossa

Siamo sulla spiaggia comunale di Castelporziano, cancello numero nove, dove un palco enorme di quaranta metri per dieci si alza contro il mare, lambito dalle onde della debole risacca notturna. Sotto (è alto circa un metro sul livello della spiaggia) dormono una quarantina di ragazzi, sacco a pelo e camicie e giubbe sgargianti, o logore oltre misura. Qualcuno ha acceso un falò poco distante, e si passano manoscritti o lattine di birra… Il Festival dei poeti è cominciato così, una vigilia inquieta, con molta preoccupazione, qualche perfidia e tutti i partecipanti dispersi tra Ostia, Castelporziano, la spiaggia e lo spettrale albergo Enalc, dove sono alloggiati. L’Enalc è una scuola alberghiera abbandonata da tre anni, ora piena di poeti e di cani molto brutti e molto buoni, tranquillamente addormentati, nella loro cronica denutrizione, sulle poltrone di una hall già toccata dalle stigmate della decadenza. A metà Marienbad e a metà Katmandu, il festival si è subito rivelato essere qualcosa che si trasforma e inganna, qualcosa di misterioso e caotico, somma di volontà potenti e dissipatrici. Qui, l’assessore alla cultura, il comunista Renato Nicolini, è la faccia nuova, con i suoi calzoni sdruciti e le cravatte rosse, le foto sui rotocalchi e l’inseparabile flauto. Questa volta ha dato subito credito a Simone Carella e Ulisse Benedetti, gli uomini del Beat 72 – il teatro che nel giro di due mesi ha anticipato i milioni per scrivere e telefonare a russi e americani, prenotare un biglietto d’aereo e farli venire a Roma. Così, sono arrivati tutti quanti, da Ginsberg a Burroughs, da Corso a Ferlinghetti, i santoni della beat generation, invecchiati, appesantiti, ma sempre, almeno apparentemente, euforici… E i ragazzi e le ragazze che si sono addormentati sotto il palco, arrotolando sigarette, con le loro divise casuali, sono venuti tutti per loro, inseguendo il sogno di una stagione fantastica e quasi intramontabile. Gli americani lo sanno, sanno di essere loro le stars, e non lo nascondono. Saranno con tutta probabilità i dominatori del festival perché sono anche gli unici che abbiano fatto esperienza di vagabondaggio, gli unici beat della situazione, quelli che ridono, gridano, si danno grandi botte sulle spalle, non disdegnano l’hascisc e hanno, a cinquanta, sessant’anni, le mogli giovani e i figli piccoli. Sono gli unici nella leggenda. […]

Il popolo guerriero

Alla spiaggia hanno esposto cartelli con poesie di lotta. Hanno venduto ciclostilati. Erano quasi tutti nudi e molti parlavano di quel piccolo «colpo di stato» fatto da quella che Franco Cordelli ha definito l’ala estremistica della manifestazione. All’ultimo momento è scoppiato un caso: sull’elenco degli invitati sono comparsi alcuni poeti selvaggi, vagabondi creativi e hippies di piazza Navona. Chi era stata la loro quinta colonna? Cordelli, che aveva curato gli inviti, ha dovuto accusare il colpo. Ma la cifra della confusione e dell’appiattimento si rivelerà vincente – nel segno dei raduni giovanili e anarchici e disperati, i ragazzi che vanno ai concerti e che hanno rinunciato per sempre alle molotov. Il fenomeno più importante del festival è già il suo pubblico, questo evanescente pubblico che scrive e non legge, che arriva con lo zaino in spalla oppure, indifferentemente, in taxi e vuole tutto subito: vuole la poesia, vuole il poeta, vuole divorare il suo corpo di parole, vuole bruciare l’esperienza immediata. Per questo ha bisogno soprattutto di cultura orale. Saranno cinquecento e domani, forse, cinquemila. Sono preoccupati di sé, del loro sano egoismo conservativo, della loro immagine pubblica. Inoltre, vogliono stare insieme, ma soprattutto vogliono stare bene, vogliono la loro porzione di oblio. I poeti che leggeranno tra poco non potranno fare altro che offrirsi indefinitamente a questo cannibalismo. La notte non dipende da loro o dai loro testi, ma da quello strano, misterioso e informe ex «popolo guerriero» che si sta radunando, silenzioso e disfatto dal caldo intorno al palco: là, sulla spiaggia della macchia mediterranea nella pineta di Ostia, a poca distanza dal luogo del sacrificio di Pasolini. Anche se Corso, scaramantico e gigione, sghignazza e sibila: «Non sopporto i morti». […]

Il metalinguaggio e la sua fine

Trucioli, mirlitonnades… L’albergo è in disuso, chi ha preparato questo raduno non l’ha neanche fornito di personale, non c’è un bar e i poeti, da un locale vicino, hanno portato alcune bottiglie di aranciate e di vino bianco, si beve in bicchieri di carta e in qualche tazza da tè rimediata chissà dove. C’è anche un cane, una specie di deforme volpino, a scodinzolare e a reclamare la sua parte di qualcosa.

Perdita di fiato

Litigavano sempre, anche là, mentre erano sconvolti dalla sabbia che gli era entrata nelle scarpe; o sulle scale dell’albergo; o in stanza, da dove giungevano le voci dell’alterco. Che fossero tutti e due poeti, forse, era, tra loro, il disastro: scrivevano, si toccavano con troppo vigore, bevevano. Ma tradire è difficile. Bisogna perdere la propria identità, perdere il proprio volto, perdere la voce… E scrivere è, appunto, tradire: benché un traditore non sia ancora uno scrittore. Costui, che sia Elsa Morante, o Lawrence Ferlinghetti, o Ted Hughes, è innanzitutto uno spirito: e non c’è identificazione che tenga, né distanza; non c’è prossimità né allontanamento. Nessuno può parlare al posto di un altro, o per qualcuno. Scrivere non è un colloquio, ma una cospirazione. Non possiamo prevedere nessuna posterità; ma solo voci postume al se stesso che continua a vivere, suo malgrado, dilatandosi, sbriciolandosi, in una fuga continua. […]

Ariele

Odio tutti e amo me stesso. È la morale di oggi? No, non c’era più nessun bisogno di odiare gli altri. Perché sprecare tanta energia? Lui, invece, aveva la mania di contrapporsi al mondo, di definire se stesso in rapporto a ciò che riusciva ad immaginare del mondo; e di definire il mondo in base a ciò che riusciva ad immaginare di sé. Era preda dei suoi psichismi… Sopraffatto dai suoi stessi bisogni, senza desideri, non era avaro perché il suo dare era tutto in perdita: è che non accettava la morale dello scambio (nonostante fosse persuaso che si scrive sempre e solo per commuovere, cioè per avere risposte, per dare aria all’ambiente e dunque riceverne), e dunque era un eroe o, se preferite, appunto, uno scrittore. […]

Un ciccione insofferente

E, soprattutto, io, niente altro, come ieri mi ha definito Guidarello, che un «ciccione insofferente»… Sono costretto a registrare, ancora una volta, la mia insofferenza per il «teatro». Può darsi che si tratti di una idiosincrasia personale; di un che, dunque, di irrilevante. Ma può esserci qualcos’altro, insomma un resto oggettivo. Che cosa fanno gli attori, quasi tutti? Gesticolano, si agitano furiosamente, parlano, straparlano. Essi presumono, manipolando le apparenze del linguaggio e del

comportamento quotidiani, che ci sia una verità oltre le loro apparenze e che a loro sia dato di rivelarcela (ed è in nome di questo beneficio che desiderano la nostra ammirazione). Si rifanno sempre a verità generali, altrui, altrove depositate. Qui si fa della verità una questione (del tutto espressionistica, idealistica) di bellezza… Gli attori non hanno mai visto un performer, che è un tipo completamente diverso. Il performer assume su di sé la responsabilità narcisistica. Ha messo l’amore ingenuo e irresistibile di sé come cardine della propria esperienza esistenziale: è come uno scrittore, che capisce e sa tutto, ma è anche rozzo, sciocco, e dunque distaccato dalla sua materia. Il performer non pretende di essere al centro del mondo (in cui consiste l’egocentrismo) e anzi meglio si trova accovacciato ai margini, nei luoghi abietti e dimenticati, dovendosi comunque salvaguardare da ogni rischio di maledettismo. Il performer, infine, è uno che ha spazzato via dalla scena ogni fastidioso simbolo, per cui c’è sempre qualcuno che pretende di rappresentare qualcun altro o qualcosa d’altro. La sua unica ideologia è la letteralità del corpo e della sua voce, che muoiono. […]

L’arte d’avanguardia

L’artista d’avanguardia è Sartre, è Breton, chi ha trasformato in militanza le proprie scoperte formali: il piccoloborghese che vuole tutto e che, al contrario di Kafka, non sa rinunciare a nulla… Kafka, martire della forma; e noi che, nel modulo del trapianto, cerchiamo di annettere e trasfigurare la sottocultura (cioè la materia, il metallo degli alchimisti), la realtà degradata e mostruosa, per generare mostri nuovi, se non migliori… Majakovski credeva che la società liberata avrebbe creato da sé le sue forme pure. Noi cerchiamo l’epifanizzazione di questo mostruoso, un riscatto di questa povertà infinita – di quel mostruoso peggiore di tutti che è la mostruosità di chi si crede innocente… E io, intanto, tuttavia, non so più dove sono. Non più tra l’evento e la forma. Ma tra l’evento, il teatro e la forma, una gerarchia di forme sempre più pure, volatili, mercuriali…

[Immagine: Simone Carella e Allen Ginsberg a Castelporziano].

 

1 thought on “Proprietà perduta

  1. “ Domenica 19 luglio 2014 – Vado in macchina, da un paese all’altro, per portare i nipoti a fare il bagno, per fare la spesa, per incontrare qualcuno, sotto il sole esagerato di questo luglio. Mentre guido ascolto le radio locali. È tutto un tripudio di feste, di festival, di eventi. Domina l’eno-gastronomia, ma anche la letteratura non manca mai. Io in questi posti non ci sono mai stato – mi ricordo che andai una volta a un festival di poesia, nel ’77, a Venezia, andai anche, a vedere, quello, famigerato, di Castelporziano, nel ’79, poi, mi pare, più niente -, e dunque non so che cosa ci succeda. Non voglio nemmeno immaginarlo, perché, per dirla tutta, non me ne frega niente, cioè non sono un giornalista etc. Sento che ci sono sempre i soliti nomi, parecchi, i nomi di quelli che i media attestano essere gli “ scrittori “. Dev’essere anche faticoso, penso, andare qua e là, su e giù, da Minervino Murge a Casole d’Elsa a San Daniele del Friuli, parlando, mangiando, bevendo. Penso che, fra qualche anno, ci faranno anche un film, se ne saranno capaci, una bella commedia all’italiana etc. Penso anche che ormai è venuto il tempo di scrivere qualcosa che si intitolerà non Che cos’è la letteratura?, e nemmeno, come ho pensato più di una volta, Che cosa era la letteratura?, ma Che cos’è diventata la letteratura? Ammesso che sia la letteratura quello di cui sento parlare da giovani voci, sconosciute, impavide nell’assurdo calore. “.

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