cropped-v12marina03_zoom.jpgdi Durs Grünbein

[Questo scritto è la postfazione a Anna Maria Carpi, Entweder bin ich unsterblich. Gedichte, (Hanser, 2015) (it)].

 Dapprima io scambiavo il suo nome con quello della nota isola del golfo di Napoli, errore che lei mi ha presto corretto. Con la sua nitida pronuncia, col timbro basso, che fa impressione anche la telefono, è bastato che dicesse la erre per rettificare il nome. Così, un giorno a metà degli anni 90 l’ho conosciuta, la Carpi, una poetessa a cui da allora sono legato già perché trasmette i prodotti della lirica a sud delle Alpi.

La lettura delle sue poesie avvince non altrimenti che quella di certi bei romanzi e novelle. Le sue poesie avvincono con la loro problematica umana spesso già al primo verso. Questo primo verso è il tema base di molte delle sue poesie. Colpisce che solo eccezionalmente vi sia un titolo. Il titolo sarebbe un calo di tensione o un mezzo troppo comodo per anticipare il seguito. La C. preferisce attaccare subito a discorrere come se non volesse perdere tempo a presentarsi in modo circonstanziato. Così aggrediti ci si abbandona a lei, e subito si viene ricompensati da più versi d’ingresso che potrebbero essere ognuno un titolo.

Vedi “Voluttà l’ho provata, anche passione”, oppure “Due pezzi, sempre quelli, sono io”, oppure “La fiducia negli altri è stata un’orgia” Sono soltanto esempi. Notevole è che noi veniamo trascinati ad hoc dentro la sua confidenza e al tempo stesso immersi nel flusso dei suoi pensieri che di poesia in poesia viene solo apparentemente interrotto: in realtà cervello e cuore, come è loro proprio in ognuno di noi, continuano a inviare i loro segnali, non ascoltati per gran parte del giorno, al di qua e al di là dei libri. Le poesie sono messaggi di una psiche intermittente che si apre agli altri. Il soggetto diventa afferrabile nei momenti della fuoriuscita da se stesso, prima che torni dentro. Un fiammifero si accende e si spegne – così funziona la Poesia. E Carpi possiede l’arte di fermare questo prezioso momento. A volte bisogna aspettare, ma il momento arriva di sicuro, spesso con uno scioccante understatement. A volte ce lo offre l’ultimo verso. Così in “Se tu mi amassi” da cui è stato tratto il titolo della raccolta tedesca. Se ci si chiede quanto conti, bisogna pazientare e mettersi a cercare. La poesia fantastica che l’amante dia all’amato il senso dell’immortalità, solo nel libro si trova il verso intero “O io sono immortale oppure niente”.

Che la seconda parte sia stata soppressa vuol dire qualcosa. E l’inizio arduo, folle di una speranza che dura una vita e di cui nessuno può assicurare il compimento? Nessun dio, nessun mercato, nessun premio di giuria. Soltanto l’agognato lettore che guarda con attenzione e prende con sé le poesie nel futuro. Voi credete a un futuro personale? sembra domandare questo titolo. L’autrice lascia la decisione al tempo. Anche lei gira intorno a questo teorema che inquieta e agita tante vite di scrittori. Ma la chiave è qua, nel complesso delle poesie – un romanzo in frammenti.

E’ la vita come tale che non conosciamo. Non possiamo decidere in che misura oggi o in altro tempo possa interessare gli altri. Poiché tante cose sono ugualmente importanti in questa nostra vita da cui per caso saltano fuori alcune poesie e in quella degli altri che restando muti vi si riconoscono: questa è una delle domande che “ci sopraffanno restando senza risposta” come dice Gottfried Benn, un poeta che Carpi conosce come pochi altri italiani.

Cos’abbiamo davanti? C’è una biografia e il corpus dei suoi versi. Anna Maria Carpi ha disposto di pubblicare poco. Ha una produzione non vasta. In un’intervista ha dichiarato: “Sebbene si dica di me, ed è vero, che sono un’ironica, la lirica mi riesce solo in stati estremi di sofferenza e di conflitto”.

Ognuno si cerca la sua posizione di battaglia, carattere e demone personale dettano all’uomo i suoi principi. Questa lirica è in ogni fibra lirica di confessione e una scuola della disillusione. Scuola del congedo da tutto ciò che ti è caro e prezioso. Ho imparato il congedo – una scienza, dice un verso di Mandelštam. E Carpi, in qualche modo russofila, volente o nolente l’ha interiorizzato. Le sue poesie sono, come quelle di molti suoi maestri e modelli, verbali di momenti di isolamento che lei affronta con coraggio. Anche sapendo, e nessuno deve rinfacciarglielo, che questi uomini per l’esistenza più comune e più democraticamente regolata sono solo una cifra.

“Ma adesso è sera, sera per sempre”, dice. E la sera è un inizio ricorrente, poi viene un lampo sull’intera vita: questa potrebbe essere la formula di molte delle sue poesie. Quanti anni ha questa poetessa? 70 anni, un secolo, due, tre secoli? Nei poeti non si mai.

Carpi non si è potuta cercare la sua epoca, ma osa affrontare il massimo dell’inusuale, gli abissi della banalità del quotidiano. Qui trova il suo aggancio. Qui trova anche le sue piccole e grandi illuminazioni e scoperte.

Suonano le campane – girato l’angolo può verificarsi il prossimo fatto misterioso. Malgrado le delusioni della ragione la poesia di Carpi è compenetrata di mistero e lei è alla ricerca della porta segreta dalla quale si possa fuoriuscire dalla magra e insipida vita quotidiana – in che direzione? In un’altra vita, in una realtà più grande. La misura è definita dal desiderio del cuore e del cervello.

E qui ci colpisce un’altra particolarità. Il senso di realtà è un nemico e al tempo stesso un fatale alleato. Lei ci si tiene stretta quando i colori della vita diventano troppi e si perde la visione d’insieme, quando la follia dell’esistenza supera la poesia. D’altro canto dice: “La realtà non mi ha interessato”. Ma la questione è qual è il mio contributo all’analisi del presente. Dove posso arrivare nelle gole di una realtà che si fa sempre più complessa e che grida “ora ora ora”? Non occorre conoscere la teoria del superuomo di Nietzsche, noi la viviamo ogni giorno senza saperlo. E Carpi arriva abbastanza lontano nelle sue riflessioni critiche su questi tempi che da buona europea ammorbidisce umanisticamente – con sentimenti della vecchia sinistra: cattocomunista autoironica, nostalgica esistenziale, affascinata dal conflitto fra i sistemi, cattolica disgustata del cattolicesimo papale, geopolitcamente avversa all’americanismo, un’italiana smarrita alla ricerca delle sue radici italo-irlandesi.

Dunque predestinata ai non-luoghi. Gli effetti di utopia e distopia ci sono familiari. La poesia ora si trova a doverci prendere confidenza. C’è il bar sull’angolo, la trattoria, il cimitero, ma fino a quando? I luoghi di Carpi sono Milano, Venezia, la cittadina di Macerata alla cui università ha insegnato da giovane. E poi? La mosca (nella poesia dedicata a Bobbio) che se ha fortuna riesce a evadere dalla bottiglia. Ma che fa un umano sbattuto qua e là dalla professione? Alla fine si cerca un centro e questo centro è per Carpi l’abitazione milanese. “La Stazione centrale alle otto di sera/ brulica di rientri/ e quindi è bene/ se anch’io rientro in via Leopoli – così da sempre/ ci abito/ che i miei conoscenti non potranno/imparare mai altro indirizzo”. La breve odissea di Carpi si svolge fra Milano e Venezia dove fa il professore universitario e il luogo natale dove trascorre il più del tempo e dove scrive. Altre mete si chiamano Volgograd, Mosca o Berlino, ma l’epicentro è quella dimora.

Un’altra delle poesie milanesi comincia, in stile reportage, con la neutra precisazione: “E’ un quartiere di case Jugendstil” e si chiude con una supplica: “Non andate! Restiamo assieme – dov’è chi potrebbe/ uno per uno mai consolarci?” Ma non si tratta di un’abituale tristezza quanto piuttosto di una reale paura del definitivo sparire di tutto ciò che amiamo. Montale, che è la coscienza lirica della nazione, è come se parlasse dalla bocca di lei quando nel “Diario postumo” dice che i sentimenti umani hanno tagliato la corda.

Fin qui la malinconica – una dei milioni di delusi nella nuova Europa occidentale, di quegli isolati osservatori che un esacerbato materialismo ha emarginato. Ma Carpi non sarebbe poetessa se si contentasse di questi luoghi comuni.

Lei sa passare ogni momento al buonumore e cambiare prospettiva e l’orizzonte si apre e va oltre il momento. In una poesia come “Non dovrei lamentarmi” – siamo in un bar sul mare – fantastica di trovarsi in un saloon del Far West, da cui si può partire per tutti gli oceani “ogni sera che Dio ci manda in terra -/ bella quest’espressione fuori uso.” In un battibaleno la lady davanti al suo whisky è diventata il ragazzino che si esalta per storie di praterie e scenari selvaggi.

Qui siamo di fronte al miglior Umberto Saba, che Carpi conta fra i suoi personali maestri. Anche lei può dire di sé che ama le parole consunte. Anche se lei scansa le rime che portarono gli ultimi moderni al di là della quotidiana miseria (accanto a Saba gli spiriti buoni di Montale e di Biagio Marin), anche se si nega l’ultimo mezzo di seduzione, la ripresa di singole parole leitmotiv (il metodo compositivo di Cesare Pavese). Tutta italiana è la sua attenzione alle piccole cose al margine della via. Il trascurato diventa soggetto. Molto prima del neorealismo con cui il cinema italiano fece furore, in poeti come Saba apparve un realismo poetico che solidarizzava col trascurabile e il consunto, il piccolo mondo che comincia fuori della porta di casa e in cui si vede l’infinito. Questo è tipico di una lirica che dopo le sue classiche discese agli inferi e dopo i suoi voli pindarici ha imparato a non fare questione dei suoi oggetti. Padre Montale parla di una dimora che ci portiamo nel bagaglio, leggera e capace di vincere la cecità del tempo.

La poesia italiana spesso comincia in sottotono, da cose apparentemente marginali, per approdare poi con un balzo alle grandi domande dell’esistenza. Anche Carpi possiede quest’arte, al pari dei suoi grandi predecessori e grazie al cielo anche di alcuni dei suoi contemporanei.

E sia pure al supermercato. Fa parte delle conquiste della poetessa il darci notizia dalla prima linea della battaglia. Qui decide di usare le maiuscole, come si trattasse delle elezioni o di opere filosofiche di capitale importanza come ESSERE E TEMPO, per leggerci quello che i clienti hanno scritto sul biglietto-promemoria per gli acquisti: SACCHI PER LA SPAZZATURA, RISO, NESQUIK, 1 VINO, una confezione di ceci, etc. E’ uno sguardo nella vita degli altri che sconvolge, è un pezzo lirico di storia della cultura.

Non poche poesie presuppongono un partner senziente. Soprattutto nelle strofe brevi di “Compagni corpi”. Siamo in medias res. L’armamentario della poesia copre a mala pena i concetti.

“La fiducia negli altri è stata un’orgia”: così incomincia uno dei momenti di confessione. E un altro: “Il mio cuore ha l’accesso stretto”. Un dirompente desiderio si manifestarsi. Ripeto: O io sono immortale oppure niente”.

C’è anche un breve ritratto della madre. Bastano dieci righe, pochi tratti ed eccoci davanti la donna, che amava la figlia ma non ne fu mai spirito protettore. Come da un foro da cui si vede dentro la pancia di una bambola scorgiamo l’intimo di Carpi: “Mai le ho dormito in grembo (….) Così io non ho misericordia di me stessa,/ e non ho niente che mi abbracci dentro”.

E c’è l’audace bilancio dell’attività sessuale, anni passati, e il riconoscere la transitorietà dell’amore fisico. “Voluttà l’ho provata, anche passione”: ecco la tipica sincerità di Carpi che, brusca, dura rinfresca il cuore e disarma l’interlocutore. Una durezza che viene da un pensare per paradossi, che ha la sua bellezza: “Già la parola donna mi atterriva:/ non sono io,/ lasciami andare”.

Si capisce che una persona che si è spinta così avanti nel dubitare delle identità si faccia fatica a raggiungerla con una biografia.

(….)

Se in Italia c’è qualcuno che ora conosce meglio le poesie di Rilke, Benn, Celan, Enzensberger e Heiner Mueller è dovuto a A.M.C….(….) Carpi ha tradotto anche tutte le poesie di Nietzsche. Tradurre è per lei un esercizio di concentrazione inter-umana e il piacere di un’avventura nell’esattezza. Intorno alla poetessa, in un paese che si è spaccato in tanti circoli di lettura, s’incontra un diffuso rispetto. La “Szymborska italiana” l’hanno chiamata sulla stampa. Lei respinge sovranamente il paragone alzando gli occhi al cielo – un gesto che mi piace molto. Si sa cosa vuol dire: tutte chiacchiere svianti.

Il paragone può essere un po’ peregrino, ma si capisce com’è nato. E’ motivato dall’inconfondibile tratto esteuropeo della sua poesia. Numerosissimi i motivi russi nelle sue poesie. Valgano ad esempi la poesia sull’amico poeta, Viktor di Volgograd e l’omaggio al cantautore Vysockij, e soprattutto il testo che dà il titolo al volume “L’asso nella neve”, che narra un aneddoto della battaglia di Stalingrado e si capisce subito perché l’abbia così colpita. Tre soldati tedeschi sopravvissuti giocano a carte in una cunetta di neve. Quando sopraggiungono i russi, uno ha ancora in mano un asso e, prima di esser fatto prigioniero e di perdere tutto, lo fa a pezzi e lo sparge nella neve. La guerra è persa ma non ancora il gioco. E’ una scena simbolica, un’affermazione d’identità: il nemico può avere tutto ma non la carta vincente.

“Scrivere prosa è come combattere in un esercito regolare. Poetare invece vuol dire fare il franco tiratore”.

E lo dice una che sa che significa scrivere romanzi. Sui romanzi c’è stata a lungo, ma ora non ha più voglia d’inventare trame. Le basta osservare ciò che le accade intorno. Ecco perché torna sempre di nuovo all’unica forma espressiva che non la costringe, che non le chiede nulla. “Mie care poesie,/ mie piccole arroganti,/ come gechi nella notte estiva,/ le dita aperte, in agguato sui muri,/ preistoria,/ in attesa di sbadate prede”.

Sono poesie tarde, quasi un lascito in vita. Ma a lei il pensiero del congedo non pesa. Così come non c’è nessuna amarezza a causa della piccola dimensione di questo genere. Carpi sa cosa intende e resta di buon umore. Cosa le importa lo stato della poesia oggi, quando si dice che è diventata marginale. Lo sapeva sin da prima: che il segreto di ogni effetto è, come l’ha formulato l’ultimo Montale: “Solo quelli che camminano da soli si comprendono fra di loro”.

[Immagine: Marina Abramovic & Ulay, Rest Energy (gm)].

 

4 thoughts on ““Così piccole così arroganti”. Sulle poesie di Anna Maria Carpi

  1. “Solo quelli che camminano da soli si comprendono fra di loro”.

    E vabbè, “Ognuno riconosce i simili”…Continuiamo così, con questo pigol-io, io, io!

  2. “Pigol-io, io, io!”, come sigillo alla postfazione di DG, forse, ma non alle poesie di Carpi, un filo continuo presente in tutti i suoi incontri, poesie decentrate, che quasi si dicono da sole, passaggi tra altri e sé, quasi interscambiabili.
    Solo a volte una necessaria reazione:
    “Amore, amore.
    E poi non lo sopporti.”

  3. Concordo in linea di massima con la lettura critica di questo pezzo, e vorrei evidenziare un aspetto della poesia di questa artista che tocca la sfera della spiritualità, della ricerca dello spirito di Dio, della difficoltà e del bisogno di credere, e mi pare che l’ultima poesia, dal titolo ” caro Agostino ” sia tutta tesa a mettere sulla carta la strazio dell’anima che vuole credere e viene in conflitto con la ragione che spinge talvolta a non farlo, e vorrei trascrivere a chiarimento del mio pensiero questa chiusura della poesia citata :
    …………….
    ” A me di Dio m’incanta/
    quand’era solo/
    quando gli venne in mente/
    di dividere l’acqua dalla terra/
    e di far luce e quando ha immaginato/
    l’azzurro le bufere le piante gli animali,/
    la bellezza.
    Proprio lui l’onnisciente/
    perché alla fine ha creato l’uomo ?/
    C’è chi dice/
    che bramasse un par suo, un testimone./
    Ma poi gli manda Cristo per redimerlo/.
    Io non ho che me stessa/
    nulla di te mi piace/
    tutto uno sbaglio tranne questo corpo/
    la sua strana salute/
    e dico grazie.
    Ma a chi a chi ?/
    E allora è al padre/
    che mi rivolgo, come nell’infanzia/
    a quel barbuto volto in mezzo ai membri.

    Ma non è l’amore./
    O è l’amore questo,/
    non me non lui non gli altri/
    solo l’arsura, solo sete/
    di trascendenza./

    Sarà anche un *pigol-io* come afferma Abate, ma leggendo il libro per intero mi sentirei che è meglio dire che si tratta di un * pigol-noi *

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