cropped-bruce-springsteen-650x400.jpgdi Pierluigi Lucadei

[Nel 2013 la biografia di Springsteen scritta da Peter A. Carlin, Bruce, ha ottenuto nel mondo un discreto successo. L’autobiografia, Born to Run, è uscita per Mondadori nel settembre scorso, tradotta da Michele Piumini, che pur amando diversi album di Bruce Springsteen non è un suo fan sfegatato. Oltre ad aver tradotto Jack Kerouac, Graham Greene e Agatha Christie, Piumini si era precedentemente occupato delle autobiografie di Herbie Hancock, Moby, Andy Summers, Stewart Copeland e Sting; lo ha intervistato per Le parole e le cose Pierluigi Lucadei]

Hai sentito la pressione di tradurre un bestseller annunciato?

Ero molto emozionato, ma non parlerei di pressione. Quando traduco do sempre il massimo, a prescindere dal libro e senza pensare a quanto si presume che venderà. Certo, ero consapevole che il mio lavoro sarebbe stato esposto al giudizio di un numero di lettori – e in particolare di fan di Springsteen – enorme, ma questo non mi ha intimorito, anzi, ha rappresentato uno stimolo a impegnarmi ancora di più. Ovviamente posso commettere errori, ma finora nessuno mi ha segnalato nulla, ho ricevuto soltanto complimenti, anche e soprattutto dai fan del Boss.

Cosa ha significato tradurre Bruce Springsteen?

Per quanto mi riguarda, ha significato conoscere a fondo un personaggio che dal punto di vista musicale amavo (e amo tuttora) fino a un certo punto, ma di cui già intuivo la straordinaria carica umana. È stato un viaggio indimenticabile nella vita di Bruce e un tuffo nella storia e nella cultura dell’America, un continente che (grazie alle traduzioni e ad alcuni soggiorni, compreso il mio viaggio di nozze) ho imparato a conoscere abbastanza di recente, e del quale ora non riesco più a fare a meno.

Quali sono state le principali difficoltà incontrate durante la traduzione? 

Fra le autobiografie musicali che ho tradotto, Born to Run è senza dubbio quella dal linguaggio più complesso, ellittico, a tratti persino involuto. Forse non c’è da stupirsi, se consideriamo che, come spiega Bruce stesso, l’istinto di scrivere il libro è anche frutto delle sedute con il suo analista.

Da un punto di vista più “tecnico”, non essendo un fan del Boss, ho dovuto prestare la massima attenzione a non lasciarmi sfuggire nessuno dei numerosissimi riferimenti alle proprie canzoni che Bruce ha inserito nel testo. Non è la prima volta che mi capita, e la mia esperienza di traduttore musicale mi soccorre in questi casi, ma devo ringraziare Michele Turazzi, che ha rivisto la traduzione, per l’aiuto e per il lavoro esemplare che ha svolto.

Quali gli aspetti più esaltanti?

 Innanzitutto il piacere di tradurre una storia, o meglio un insieme di storie appassionanti, di volta in volta divertenti o commoventi. Inoltre, come sempre accade traducendo libri di musica, anche Born to Run mi ha permesso di allargare i miei orizzonti musicali, ascoltando le canzoni, non solo di Bruce, che vengono citate.

In che misura l’uomo Springsteen corrisponde al personaggio pubblico e in che misura se ne differenzia?

Stando a quanto racconta, le differenze sono enormi, soprattutto fra il Bruce uomo e il Bruce in concerto: sul palco sembra una roccia, una forza della natura, ma sul piano personale si descrive come un uomo profondamente insicuro, ancora oggi. L’incredibile durata dei concerti è al tempo stesso una terapia e una conseguenza dell’insicurezza: “La mia capacità di reggere tre ore e rotte di spettacolo per quarant’anni come un purosangue – di per sé una dimostrazione del mio timore patologico di non riuscire a fare abbastanza – nasce dalla consapevolezza che, per avere successo, bisogna dare tutto”.

Qual è l’eredità lasciata dalle figure maschili presenti nell’infanzia di Springsteen? 

Il rapporto con il padre è senz’altro il più complesso e irrisolto fra quelli descritti nel libro. Non che manchino gli aspetti positivi – dal padre Bruce ha imparato il rigore morale e l’etica del lavoro –, ma Doug Springsteen non brillava certo come presenza affettuosa e figura di riferimento per il figlio. Dal punto di vista del rapporto con i suoi stessi figli, Bruce ricorda il padre come esempio negativo: per costruirsi una famiglia serena e unita, dichiara esplicitamente di aver fatto tutto il possibile per non comportarsi come il padre. «If I had one wish in this godforsaken world, kids / It’d be that your mistakes will be your own / Your sins will be your own» canta in Long Time Comin’: «Se potessi esprimere un solo desiderio in questo mondo abbandonato da Dio, figlioli / Sarebbe che i vostri errori rimangano solo vostri / Che i vostri peccati rimangano solo vostri».

Quale, invece, l’eredità delle figure femminili?

“Dalle boccucce e dai corpicini di Dora Kirby, Eda Urbellis e Adele Springsteen prorompe una scarica d’energia nucleare ininterrotta. Duecentosessant’anni e rotti in tre, è una vita che mia madre e le sue sorelle urlano, ridono, piangono e ballano insieme”. La madre e le zie di Bruce, come traspare da queste parole, hanno rappresentato per lui un’ancora di salvezza da una vita familiare che altrimenti, gravata com’era dalla depressione del padre, sarebbe stata probabilmente insostenibile. Bruce ha sempre adorato la madre, che ancora oggi, ultranovantenne a dir poco arzilla, lo accompagna ai concerti e a volte balla sul palco insieme a lui.

Lo scrittore Richard Ford ha scritto che “quasi tutti quelli che hanno conosciuto Bruce Springsteen negli anni, dai proprietari del ruvido Upstage Club nella località balneare di Asbury Park nel 1969 fino a Barack Obama, lo hanno riconosciuto come qualcuno di assolutamente speciale”. In cosa risiede, innanzitutto, questo essere speciale, secondo te?

In una carica umana travolgente, frutto di una storia piena di sacrifici, false partenze, fatica e sudore. Una storia che lo ha portato a diventare una delle rockstar più grandi del mondo senza però perdere un briciolo della sua umiltà e della gratitudine verso i compagni della E Street Band (ai quali lo lega un rapporto a dir poco fraterno) e verso il pubblico: a Bruce non costa nulla far salire sul palco i fan della prima fila per ballare o suonare insieme a lui durante Dancing in the Dark, ma per loro rimarrà un’emozione indelebile per tutta la vita.

Hai avuto qualche contatto con Springsteen durante la traduzione?  

Purtroppo no, ho avuto contatti solo con l’editore americano. Spero di riuscire a incontrarlo se verrà in Italia a presentare il libro. Francamente mi stupirei se non lo facesse, visto che l’Italia – è lui il primo a dirlo – è la sua seconda patria.

Pur non essendo un suo fan, avrai trovato, nella discografia di Springsteen, qualche titolo che ti ha colpito più di altri…

I miei album preferiti sono The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle, Born in the USA e Human Touch, quest’ultimo vieppiù stroncato dalla critica, non ho mai capito perché, e più in generale mi piace la sua produzione fino a Human Touch / Lucky Town. Da lì in poi ritengo che si sia fatto ripetitivo, ma ho trovato interessante High Hopes: speriamo sia il preludio a una fase di ricerca di sonorità nuove.

Vista l’aria che tira a Stoccolma, alcuni fan di Springsteen hanno iniziato a parlare di una candidatura del loro idolo per il Premio Nobel. Cosa pensi del Nobel per la Letteratura a Bob Dylan e come vedi l’opera di Springsteen in quest’ottica?

  Finché non esisterà un Nobel per la Musica – e non si capisce come mai non esista: perché premiare una sola forma d’arte? – non trovo nulla di scandaloso nell’assegnare il riconoscimento ai più grandi cantautori della storia, autori di testi dal valore letterario indiscutibile. Springsteen è senz’altro fra questi, come anche Leonard Cohen. Ho trovato francamente squallido il polverone suscitato dal Nobel a Dylan: all’Accademia svedese va anzi il merito di aver saputo rompere gli schemi. Emblematiche le parole su Dylan dello stesso Bruce, scritte ovviamente ben prima che ricevesse il premio:

“Il capostipite era Bob Dylan, il padre del mio Paese. Highway 61 Revisited e Bringing It All Back Home non erano semplicemente dischi fantastici, ma il primo ritratto fedele che io ricordi del luogo in cui vivevo. C’erano le luci e le ombre, e Dylan sapeva squarciare il velo delle illusioni e degli inganni, smascherando l’ottusa e garbata routine quotidiana sotto la quale si nascondeva un mondo corrotto e in rovina. Un mondo che, seppur visibile a tutti nella mia cittadina e nelle immagini che la televisione diffondeva nelle nostre case isolate, veniva tacitamente tollerato. Dylan mi ispirava e mi stimolava, perché era l’unico ad avere il coraggio di porre certe domande, soprattutto ai quindicenni: «How does it feel… to be on your own?». Si era spalancata una voragine tra le generazioni, e d’un tratto ci sentivamo orfani, abbandonati al flusso della storia, bussole impazzite, intimamente alla deriva. Bob era la stella polare, un faro che ci aiutava a districarci in quella giungla che era diventata l’America. Aveva piantato una bandiera, scrivendo e cantando canzoni indispensabili per i tempi e per la sopravvivenza emotiva e spirituale di tanti giovani americani.

Parecchi anni dopo Bob Dylan venne premiato ai Kennedy Center Honors, e durante la cerimonia ebbi l’opportunità di cantare The Times They Are A-Changin’. A un certo punto ci ritrovammo da soli a scendere una buia scalinata nel backstage. Bob mi ringraziò: «Se c’è qualcosa che posso fare per te…». «Stai scherzando?» pensai, quindi risposi: «L’hai già fatto». Era il mio modello, volevo essere anch’io capace di raccontare le esperienze e il mondo in cui vivevo. Nel 1972, questo significava scrivere brani migliori e più personali di quanto avessi mai fatto. Esibendomi qui e là avevo risparmiato qualche soldo, il che mi consentì, per la prima volta nella vita, di smettere di suonare con un gruppo e concentrarmi sulla scrittura. E fu così che, la sera in camera mia con la chitarra e di giorno con una vecchia spinetta sistemata in fondo al salone di bellezza, iniziai a scrivere Greetings from Asbury Park”.

[Immagine: Bruce Springsteen]

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