cropped-0ba8d75d-d484-4d8a-885a-82b60b8cb560.jpgdi Massimo Raffaeli

Il poster che campeggia nel mio studio è l’ingrandimento di una foto sgranata e seppiata dal tempo trascorso, il dono che mi fece anni fa un ex calciatore e dirigente sportivo, Nello Governato, poi divenuto autore di un bellissimo libro sulla vicenda di Sindelar, il fuoriclasse che i nazisti eliminarono per il suo rifiuto di aggregarsi alla nazionale della Grande Germania in seguito alla annessione manu militari dell’Austria. Governato sapeva della mia passione iniziatica per Sivori e a sua volta di Sivori era stato amico ammettendone onestamente la caratura tecnica soverchiante. Tutti sanno che Sivori non si allenava e faceva vita dissoluta (patito com’era del whisky, del tango e del poker), che aveva un solo piede, il sinistro usato tuttavia in guisa di pennello, e perciò meritava la definizione di angelo dalla faccia sporca coniata per lui e i due sodali italoargentini, Humberto Maschio e Antonio Valentin Angelillo, che con lui approdarono in Italia nell’estate del ’57 dopo avere spacciato il Brasile ai Campionati sudamericani di Lima.

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La foto coglie Sivori mentre sta per ricevere il pallone, il quale peraltro non si vede, col suo piede sbagliato che è il destro. La maglia bianconera gli va larga, i calzettoni come sempre sono arrotolati alle caviglie, sua autentica griffe per attirare o provocare l’avversario, nel qual caso Nello Governato stesso, biondo e sdutto, un palmo più alto di lui, che lo pressa da dietro e gli appoggia la coscia sull’anca per sbilanciarlo nel controllo. Quest’ultimo dettaglio è il punctum della foto e la ordisce nel suo paradosso, perché qui è Sivori a sembrare fuori tempo, quasi goffo nella postura, mentre Governato sta sul proprio asse con misurata eleganza d’atleta. (Nello dice infatti che la foto è una vendetta involontaria portata alla classe sovrastante del suo vecchio amico).

Scattata dal basso verso l’alto (è molto probabile il fotografo fosse accovacciato oltre la linea dell’out), sullo sfondo confuso si intravedono, gremite, le gradinate del vecchio stadio Olimpico allora a cielo aperto. E’ una giornata di pieno inverno, ciò è evidente dalle maniche lunghe della maglia dei giocatori, mentre l’Almanacco del calcio asserisce che è domenica 19 gennaio 1964 e che la partita si gioca nel vento, sotto un sole gelido. Si stanno affrontando due squadre mediocri. Ai casalinghi della Lazio (la struggente Lazietta dei miei parenti inurbati, o “burini”, che tante volte ho vista giocare, e tifata con loro, nel bellissimo stadio Flaminio oggi in rovina), insomma a una Lazio che può vantare al massimo l’oriundo Morrone e il centravanti Maraschi, vigoroso ma rozzo, si oppone una Juventus autunnale e orfana di Boniperti e di Charles, zeppa di comprimari (le ali si chiamano Giampaolo Menichelli e Carlo Dell’Omodarme, uno che scattava sempre a testa bassa ma non segnava quasi mai), adorna di calciatori stranieri di seconda fila come lo spagnolo Del Sol, tutto polmoni, e il brasiliano Nené, troppo filiforme per essere efficace sotto rete. Sulla panchina della Juve siede un piemontese anziano e beneducato, Eraldo Monzeglio, già campione del mondo con la nazionale nel 1934, ex maestro di tennis del Duce e dei suoi figli a villa Torlonia. Pare che nonostante l’ascendenza fascista, Monzeglio taccia davanti alle intemperanze di Sivori e rimanga in stato di perpetua soggezione. E’ certo che l’allenatore, in campo e fuori, è Sivori medesimo se l’anno successivo costui verrà platealmente cacciato (svenduto al Napoli) con l’arrivo sulla panchina della Juve di un ex militare paraguaiano, Heriberto Herrera, che ne minimizza il genio, francamente lo detesta e lo considera un esempio malefico per i compagni, anzi un virus letale.

Ma è proprio Sivori quel 19 gennaio del ’64 a chiudere la partita. Passata in vantaggio con una autorete di Mazzia all’inizio del secondo tempo (notare che Bruno Mazzia è un difensore juventino in prestito alla Lazio), la Juve raddoppia a otto minuti dalla fine. C’è un calcio d’angolo sul vertice sinistro battuto alla svelta da Menichelli con un rasoterra verso il limite dell’area dove sornione più che mai, a passi svelti e fitti, compare all’improvviso Sivori: il cuoio è colpito con la mezza punta del piede sinistro e si innalza a pallonetto mentre il giovane portiere laziale, tale Recchia, investito dalla luce di un sole ormai occiduo, non si avvede che la parabola del tiro si abbassa repentinamente e si insacca insieme con lui retrocesso in un volo tardivo per sventarla. Dopo il gol Sivori, suo solito, deve avere alzato al cielo il pugno chiuso alla maniera dei militanti peronisti e con un moto di ordinaria strafottenza. Nello Governato, viceversa, è possibile abbia scosso la sua testa bionda in un misto di civile disincanto e di mesta rassegnazione.

La foto che campeggia nel mio studio è come un testamento affidato alla passione calcistica dove si incontrano, soltanto per me e una volta per sempre, un mito infantile e un amico di oggi. Forse quella foto è un anche un alibi all’interesse per il calcio che ogni giorno io sento più colpevole e vizioso, non saprei dirlo meglio o più precisamente. Comunque essa testimonia il color seppia della nostalgia che molto si attaglia, non lo nego, a chi intanto sta invecchiando. Ma insieme, questo voglio almeno immaginarlo, vi si legge la traccia di una antica e privatissima utopia, il sogno del ragazzo che tanto tempo fa vide nel gioco del pallone come un crisma poetico, l’emblema di un’altra e diversa armonia.

 

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