Martedì 21 febbraio 2017, ore 18,00

Fondazione Corriere della Sera

Sala Buzzati, via Balzan 8, Milano

Le rivoluzioni culturali. Apocalittici e integrati nel XXI secolo

Ne discutono Aldo Grasso, Guido Mazzoni, Walter Siti

Coordina Oliviero Ponte di Pino

Diretta streaming sul sito del «Corriere della Sera».

1 thought on “Le rivoluzioni culturali. Apocalittici e integrati nel XXI secolo

  1. “ Mercoledì 3 luglio 1996 – Trent’anni fa una cosa di cui si discuteva parecchio era l’« integrazione ». L’« integrazione » riguardava il rapporto fra gli intellettuali e l’industria, cioè se gli intellettuali dovessero o no « integrarsi » nel sistema della produzione industriale, accettarne le leggi, i metodi, le finalità. In particolare, credo che ciò che era veramente in questione fosse il rapporto fra i letterati e l’industria culturale, stando che, trent’anni fa, il letterato era ancora la figura intellettuale più prestigiosa e diffusa; ciò di cui si discuteva era, all’incirca, se si dovesse scrivere tenendo d’occhio il mercato editoriale, se ci si dovesse sforzare di inventare slogan pubblicitari, confezionare best seller, inseguire il pubblico che, anche allora, aveva i suoi discutibili/indiscutibili gusti. Sonetti o Olivetti?, la questione si potrebbe anche – buffonescamente – mettere così. Comunque è una storia vecchia che, non dico di no, andrebbe anche attentamente rivisitata da chi, per mestiere, rivisita. Per ora mi voglio ricordare soltanto che Umberto Eco ci scrisse sopra un celebre saggio, dal titolo appunto: Apocalittici e integrati, che era anche un’argomentata presa in giro e degli apocalittici e degli integrati. Credo che, sotto la contrapposizione fra chi cedeva alle lusinghe della « comunicazione » industriale e chi si teneva arroccato in ciò che restava dell’antica « torre d’avorio », si celasse una divisione politica, anzi ideologica. La « torre d’avorio » in cui alcuni intellettuali tentavano di « salvarsi » era ancora il comunismo, la prospettiva cioè di una interpretazione del mondo totalmente « altra » rispetto a quella proposta e entusiasticamente realizzata dal sistema capitalistico. Ma il fatto è un altro. Il fatto è che a me, che sì, lo ammetto, un po’ letterato ero, ma soprattutto ero poco più che un ragazzo, sembrò allora che questa storia dell’« integrazione » mi riguardasse. E il buffo, il veramente buffo, è che, nel momento in cui, diventando comunista, aderivo a una prospettiva di severa contrapposizione al sistema capitalistico, io ebbi invece l’impressione di « integrarmi ». Forse dipendeva dalla gente che frequentavo, dai miei nuovi amici, con quelle facce così comuni, con quelle storie scolastiche così disastrate, con quelle madri così casalinghe, con quei padri così poliziotti, con quelle case dove non c’erano mai libri, con quelle barzellette, con quei discorsi di donne, di preservativi, di pompini, che io non mi sarei mai permesso. E poi erano tutti architetti. E quello che diceva la « turris ebburnèa ». E quello che prima era fascista. E quello che si voleva ammazzare. E quello che c’aveva la sorella mignotta. E quello che c’aveva la mamma mignotta. Io ero così abituato a essere « diverso » dagli altri che anche fare sport o giocare a calcetto o ballare il twist mi sembrava « integrarsi ». Anche guidare la macchina, anche sbandare in una curva, anche bocciare a un esame, io che non ero mai bocciato. E soprattutto avere una fidanzata. Che a un certo punto, come se fosse un obbligo, ce l’ebbero tutti. Naturalmente non era questa l’« integrazione », ma io, che, a questo punto si sarà capito, non capisco mai niente, lo credetti. Poi ne sono successe tante. E ancora stamani, seduto su quello che alcuni conoscenti chiamano, con involontaria comicità, il tarallo, ho ammirato un fumetto nel quale Altan ironizza, tramite due donnine dipinte, sulla passione dei maschi per il calcio. E pensare che i fumetti – che gli altri quasi esclusivamente leggevano e che io quasi assolutamente disprezzavo – ancora più che il calcio erano per me, un tempo, il simbolo di ciò che i maschi erano e io, invece, non ero. La mia « integrazione » fu smettere di studiare, fu cominciare a leggere i fumetti, anche se erano quelli – sciccosissimi – di Schultz o di Lunari, fu cominciare a pensare alle donne, fu diventare, insomma, dal mio punto di vista, maschio. Perché invece quelli che io credevo fossero i maschi poi si è venuto a sapere che erano donne. Incredibile ma vero. Prima sembravano apocalittici e erano integrati. Sembrava industria e invece è cultura. Sembrava Rivoluzione e invece è Stato. O viceversa. E ora dicono che sono tutti gay. Boh. Però a me non la danno a bere con tutti questi strani rigiri. Certe cose io, comunque, le so. Per esempio, che per vestirsi da donna bisogna essere uomini, anzi maschi, e io, che maschio non ero, e continuo a non esserlo, non posso che vestirmi da uomo, anche se in questo modo faccio capire di esser solo una povera autentica donna. Mi dispiace per la mamma che ci teneva tanto. (Che cos’è che mi fa paura, nei maschi – perché i maschi mi fanno paura – ? Io credo che sia la faccia. E, in quanto a faccia, anche certe donne per me sono maschi, molto, ma molto più maschi di me) “.

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