di Gianluigi Simonetti

[Quest’articolo è uscito sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»].

La storia dell’amicizia fraterna fra un bambino nato e cresciuto in un paese valdostano, Bruno, e un bambino di città – Pietro, il narratore – che in quel paese ci va solo d’estate, in vacanza; la storia del rapporto tra Pietro e suo padre, frustrato nella metropoli e felice nella solitudine delle vette alpine; e infine la storia della montagna in cui questi rapporti si sviluppano, moltiplicando in modo inatteso le paternità e le fratellanze, le separazioni e le riconciliazioni. Nelle Otto montagne, appena uscito presso Einaudi, Paolo Cognetti risolve un incastro narrativo non facile. Al suo primo romanzo – dopo molti racconti – l’autore sceglie di raccontare un tempo lungo e denso di cambiamenti che si svolge però in una relativa unità di luogo: la vicenda copre un arco di circa trent’anni, e si svolge interamente all’aperto, ad alta quota, in mezzo alla natura. Ma come puntualizza il montanaro Bruno, «siete voi di città che la chiamate natura: E’ così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente». La montagna, precisa Pietro, parla una propria lingua, che è più precisa e affascinante di quella dei libri: «Il bosco era disseminato di questi scavi, cumuli, rottami, che Bruno traduceva per me come i segni di una lingua morta. E insieme ai segni mi insegnava un dialetto che trovavo più giusto dell’italiano, come se alla lingua astratta dei libri, in montagna, io dovessi sostituire la lingua delle cose, adesso che le toccavo con la mano».

Sono passaggi rivelatori della poetica di Cognetti: scrittore di città che sente forte il fascino della wilderness – come si capiva del resto da alcuni suoi sforzi precedenti: il diario di montagna Il ragazzo selvatico, il saggio A pesca nelle pozze più profonde – e che arriva a scrivere un romanzo di montagna un po’ per gusto dell’azione, un po’ per forza di letture. Letture non generiche ma circostanziate, legate a una specifica tradizione romanzesca, non nazionale, non vernacolare e non libresca: la narrativa angloamericana d’avventura e grandi spazi che Cognetti ama e studia da anni (e che sembrano amare anche Pietro e Bruno, voraci lettori di Twain, Conrad, Stevenson, London). Così, invece di cercare per i suoi personaggi una lingua che tenga conto della loro estrazione sociale, culturale e linguistica, cioè della loro anima, Cognetti li fa parlare tutti allo stesso modo, e tutti come personaggi di Hemingway. Ne risulta un italiano senza orpelli, senza aggettivi. Un’espressione efficace, concreta, antisentimentale, al servizio di due soli padroni: la macchina narrativa e il paesaggio. Proprio alle descrizioni paesaggistiche sono legati i rari esercizi specificamente letterari presenti nel romanzo. Similitudini che esibiscono ripensamenti («Il lago laggiù assomigliava a una seta nera, con il vento che la increspava. Anzi no, era il contrario di un’increspatura»); emblemi prudenti, talvolta didascalici (il pino cembro salvato e trapiantato, che resiste e che non vuol morire). Né sarà casuale che tra i debiti letterari accusati dal narratore figuri un manuale tecnico di escursionismo («rileggevo le pagine della guida del Cai come fosse un diario, imbevendomi della loro prosa d’altri tempi»).

Applicata a un tema esotico, e per certi versi turistico, come la montagna, l’estrema parsimonia formale di Cognetti presenta vantaggi e svantaggi. Di certo fa delle Otto montagne un esempio riuscito di romanzo da esportazione. Perché parla di sentimenti universali (l’amicizia, la paternità, il destino); perché fa ‘viaggiare’ con poco sforzo il lettore; perché è scritto in una lingua che si presta a essere tradotta. Con consapevolezza strutturale non si sa quanto innocente Cognetti ha costruito il suo libro su istanze glocal, cioè regionali e internazionali insieme: lo suggerisce, al centro del romanzo, la dialettica tra Bruno e Pietro, il primo proletario, ancorato inscindibilmente alla sua terra, il secondo borghese, attratto dai viaggi e dall’altrove (le otto montagne, appunto). Ma sebbene il titolo rimandi a un enigma conoscitivo, evocato da un brillante apologo nepalese, Le otto montagne è costruito per piacere più che per conoscere: i personaggi principali sono tutti positivi, l’inautentico rimane a fondovalle, i fermenti anticonsumistici, ecologici e buddisti sono troppi e studiati troppo attentamente.

D’altra parte, è proprio la costruzione accurata e la sobrietà stilistica del racconto a permettere a Cognetti di evitare il rischio in cui scrittori meno accorti sarebbero caduti. La retorica della montagna (che nel romanzo è associata alla figura del padre) viene neutralizzata da una specie di retorica dell’antiretorica (che invece è associata ai figli). «E’ impossibile trasmettere a chi è rimasto a casa quel che si prova lassù»; «tutta quella bellezza disumana mi era indifferente»; «E adesso?, pensai. C’era un cumulo di sassi sulla vetta». C’è un rapporto preciso, nel libro di Cognetti, tra questi tre aspetti, che definirei metalinguistici: il culto della controeloquenza e della manualità, continuamente ribadito, risulta omologo al radicamento del romanzo in una tradizione di scrittura en plein air, non nazionale e antiletteraria. Ma questo rinnegare di fatto la letteratura italiana a favore di altre strade rima a sua volta con il tema centrale del libro, il difficile rapporto con i padri (mentre le madri sono ansiosamente corrisposte). Il padre che Pietro e Bruno rifiutano o combattono o ricercano invano allude anche alla tradizione narrativa nazionale, che Cognetti sente estranea.

«Sai quegli enormi monumenti crollati, come a Roma, ad Atene?», chiede Pietro a Bruno, di ritorno dal Nepal; «L’Himalaya è come il tempio originale. Come poterlo vedere tutto intero dopo che per una vita hai visto solo rovine». Con la scusa del racconto di amicizia e di avventura Le otto montagne narra forse un desiderio di fuga dalla famiglia, dalla società e dalla storia, radicato nel cuore della generazione dei figli. Un pathos della distanza – incarnato nell’utopia della casa-rifugio che i due amici costruiscono e in cui poi vanno a vivere – che è anche un congedo dalla civilizzazione italiana ed europea. Questo monumento crollato che non serve più a niente.

[Immagine: Il massiccio del Monte Rosa visto dal Breithorn occidentale (gs)].

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