di Gianfranco Marrone

A distanza di dieci anni dalla sua prima apparizione presso Einaudi, viene ripubblicato da Guanda La prova di Marco Belpoliti (pp. 218, € 14) con un sottotitolo in più: Un viaggio nell’Europa dell’Est sulle tracce di Primo Levi. Ottima occasione per rileggerlo, o per leggerlo, se non lo si fosse fatto allora, come me, con la dovuta attenzione. E ne vale la pena, perché si tratta senz’ombra di dubbio di uno dei libri migliori, forse proprio il migliore, di Marco Belpoliti, il cui spessore intellettuale, la cui profondità affettiva e importanza politica, il cui valore letterario emergono a poco a poco, uno dopo l’altro, superando lo schermo – motivazione del procedimento, avrebbe detto Sklovskij – del resoconto di viaggio. Forse, dieci anni fa era ancora troppo presto per comprendere a fondo il senso di questo libro: da allora molto è cambiato, oggettivamente, nell’assetto economico e sociale e culturale dell’Europa dell’Est e, soggettivamente, nel nostro modo di guardare a essa, di considerarla come facente parte del nostro stesso continente – geograficamente e intellettualmente.

Accostare le copertine delle due edizioni de La prova, in questo, è significativo: la versione einaudiana presentava la ruota del luna park di Cernobyl in un disegno dell’autore; quella di Guanda mostra il paesaggio innevato che si vede da una finestra di Auschwitz, con le strisce di un filo spinato e, più evidente, una strada con alcuni passanti. Due modi diversi, forse opposti, di dar conto del contenuto del libro. Da una parte lo strazio feroce di un divertimento infantile negato (quel luna park fu inaugurato giusto il giorno prima dello scoppio della centrale nucleare) che emerge con forza, graficamente, sul fondo bianco (colore che unisce e confonde, appiattisce e nasconde, indicazione ambivalente del tutto e del nulla). Dall’altra il raddoppiamento fotografico della medesima tinta (la neve rima con lo sfondo della copertina), ma incorniciato da una finestra nerissima: quel che si vede – ed è poco – è quel che vede un ipotetico osservatore affacciato al davanzale, mentre il vetro della finestra aperta, specchiando il paesaggio, regala un minimo di cromatismo in più, fors’anche un raggio di sole, come dire un filo di speranza.

Si ricorderà che La prova è il nodo costitutivo di una complessa rete intertestuale, che contribuisce attivamente a consolidare, se non a produrre. Il libro racconta dei tre viaggi che l’autore ha compiuto fra il 2004 e il 2005 nei luoghi de La tregua di Levi, dunque da Auschwitz a Torino attraverso la Polonia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Romania, la Slovacchia, l’Ungheria, l’Austria, la Germania, con il regista Davide Ferrario e la sua troupe cinematografica, alcuni amici, gli interpreti locali, in parallelo alla progettazione e realizzazione di un film, La strada di Levi, girato in quella stessa circostanza. Ripercorrere tappa per tappa il lungo e intricato percorso compiuto da Levi dopo la liberazione dal campo di Monowitz fino a casa, narrato appunto ne La tregua, ha molteplici valenze. Innanzitutto, si tratta di esplorare dal vivo quei luoghi, che nel ’45 stavano per essere racchiusi nella cortina di ferro sovietica, e che nei primi Duemila si stanno invece per aprire all’Europa, al mondo occidentale, all’americanizzazione: incontrare la gente, conversare con loro, cercar di capire i loro pensieri, comprendere i loro affetti; ma soprattutto ritrovare edifici, fabbriche, caserme, monumenti, strade, constatandone la progressiva distruzione, lo stato di degrado, ma anche, talvolta, la ricostruzione, la variazione di utilizzo, la risemantizzazione. Così, è tutto un gioco a perdersi e ritrovarsi, a riconoscere e a stupirsi, lungo un tracciato dove il tempo, in alcuni casi, sembra essersi fermato, mentre in altri sembra aver subito fortissime accelerazioni. A Cernobyl, per esempio, la storia ha proceduto in modo infernale (e Levi stesso l’aveva colto): prima la grande trasformazione, l’idea del progresso e della possibile ricchezza; poi il boato, la distruzione, le malattie e le morti, dunque un arresto pressoché eterno. Le figure più frequenti lungo il viaggio sono le statue – di Lenin, Stalin e altri eroi locali – erette durante il periodo d’influenza dell’URSS; buttate giù dopo la caduta del muro di Berlino, a testimoniare l’avvenuta rivoluzione democratica (l’iconoclastia è segno perenne di scosse politiche); ma anche conservate o rimpiante da chi su quella rivoluzione nutre forti sospetti di effettiva liberazione.

In apparenza si tratta di compiere dei semplici sopralluoghi in vista del film da girare, e poi di prender parte al set, decidendo volta per volta che cosa riprendere e chi ascoltare, dove puntare la telecamera e il microfono, dove invece volgere lo sguardo altrove. In effetti, l’esperienza vissuta in quei viaggi è molto di più, perché l’ospite d’onore, in questo frangente, è al tempo stesso assente e presentissimo, quel misterioso Primo Levi di cui si cerca di seguire le tracce, ma che è lì, nell’ombra, per tallonare a sua volta di chi lo sta cercando. Durante il percorso Belpoliti prende molti appunti, traccia degli schizzi sul moleskyne, scatta fotografie: tutto materiale che confluirà nel libro, ma che servirà altresì per allestire i corsi universitari dove la figura di Levi, anno dopo anno, viene scandagliata a fondo: per entrarci sempre più dentro, per capire il nostro presente, fors’anche il futuro.

Ecco allora ricostruita la rete intertestuale: il libro di Levi, il film di Ferrario, il libro di Belpoliti, gli appunti universitari, e sullo sfondo tanti ulteriori testi, a cominciare dalle altre opere di Levi (soprattutto Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati), come anche, in controluce, la Tregua di Rosi o Schindler’s List di Spielberg. Quando pensano ai campi di sterminio, nota Belpoliti, gli studenti (e, possiamo scommetterci, non solo loro) lo immaginano con il filtro del film hollywoodiano, dunque con emozioni forti che però semplificano, e cioè esattamente il contrario del progetto – civile, etico, politico, letterario – di Primo Levi. Scrivere una nuova versione dei fatti, riviverla, filmarla, raccontarla è invece, per Belpoliti, evitare le generalizzazioni, le facilitazioni, le banalità mediatiche. L’interpretazione passa per il racconto, la comprensione per l’esperienza di vita, senza alcuna volontà di concludere, e contro ogni parola che voglia porsi come definitiva. In questo senso, i testi che, tramite La prova, fanno rete non sono affatto chiusi in sé stessi, ma, rimandandosi fra loro, si aprono al mondo, ognuno di essi in modo diverso, ponendosi come altrettanti sguardi sulla realtà umana e sociale, storica e culturale.

Da qui anche il gioco dei titoli. Sappiamo che per Levi la tregua che intitola il libro è duplice: quella personale, ovvero la libertà che intercorre fra l’uscita dal Campo e l’arrivo a Torino; quella storica, e cioè l’intervallo tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Analogamente, scrive Belpoliti, “ci sembrava di avere raggiunto la fine della nostra stessa tregua, cominciata con il crollo del Muro di Berlino e la fine del comunismo sovietico nel 1989 e terminata con l’attacco alle Torri gemelle l’11 settembre 2001”. Gli anni con il doppio zero segnano l’epoca dei crolli. Sopraggiunge l’era delle prove infinite, continue, incessanti, tanto sfiancanti quanto necessarie; anzi della Prova, quella che dà il titolo al libro di Belpoliti e che, manco a dirlo, trova in Levi il suo riscontro forte. Ricordiamo un passaggio in chiusura de La tregua, al momento dell’arrivo in Italia attraverso il Brennero: “Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo più ricchi o più poveri, più forti o più vuoti? Non lo sapevamo, ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore”. Dopo ogni tregua, insomma, una prova. Il cui valore allegorico appare abbastanza chiaro: di contro alla violenza, alla guerra, al terrore, alla follia umana occorre mettersi in gioco, ripercorrere la via di chi ha provato a capire, e provare quel che ha provato lui, per provarlo agli altri. O almeno provarci.

[Immagine: Černobyl’ oggi].

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