di Paolo Maccari

[È uscito il nuovo libro di poesie di Paolo Maccari, Fermate (Elliot)].

Come quando qualcuno di te più grande,
che ammiri tanto da nemmeno
sperare di diventargli un giorno simile,
ti chiede consiglio, addirittura
ti domanda cosa fare,
e tu sei preso da stupore,
da disorientamento
un po’ fiero un po’, ma oscuramente,
abbattuto…

così capita di arrossire
se affiora inavvertita la coscienza
che mentre disperavi
di riuscire a vivere
non meno di chiunque hai vissuto.

***

Era luglio e fu l’unica volta che andai al mare da solo. Passai la giornata a leggere e a fare qualche breve bagno che mi convinse che fare il bagno in solitudine non è divertente. Poi, avevo diciott’anni, e anche se allora non l’avrei ammesso avevo vicina l’infanzia e ancora il mare era un’acqua in cui ruzzare. Abbozzavo qualche capriola in avanti e indietro, nuotavo in apnea, toccavo il fondo. Ma presto mi annoiavo e tornavo a riva, al mio romanzo russo. Verso le sette, dopo un sei ore dal mio panino, mi venne fame. Siccome avevo diciott’anni, avere fame significava dover mettere qualcosa nello stomaco, quale che sia, e mi sembrò più virile comprare una birra e un pacchetto di patate piuttosto della cioccolata che mi aveva fatto gola. Con i viveri da quel tossico che vagamente ammiravo in me, tornai al mio ombrellone. Il bagno stava sfollando. Le famiglie già erano tornate verso le case o le pensioni. Mi alzai di nuovo, e mi accostai a una rete da pallavolo. Una decina di ragazze, a occhio della mia età, giocavano svogliatamente. Erano così tante e, mi pareva, così belle, che non temetti il loro giudizio: non potevano pensare che avessi tutto il coraggio necessario a provare, da solo, a corteggiarle, men che meno a puntarne una. Dopo aver provato tutto il giorno a essere tranquillo, a farmi un po’ compagnia con i pensieri, finalmente ci stavo riuscendo.

§

Ero piuttosto bendisposto verso il mondo. Un paio di volte la palla ruzzolò verso di me e io la raccolsi e la ritirai, né troppo veloce né troppo lento. Le ragazze ringraziavano civettuole e io rispondevo con un sorriso. Stavo andando bene. Quando smisero di giocare una ragazza, una tra le più belle, si staccò dal gruppo e a passi veloci venne da me. Mi chiese una sigaretta. Gliela detti senza batticuore. La feci accendere riparando con la mano la fiamma dal vento. Un po’ di vento c’era, e lei mise la mano sopra la mia per riparare meglio. Poi mi chiese se ero in campeggio lì vicino, come loro. Dissi: forse sì. Poi sorrisi, ed ero rilassato. Lei mi chiese se il giorno dopo sarei stato sulla spiaggia. Certamente, dissi, e fui io a incamminarmi verso l’ombrellone, mentre lei stette un po’ ferma, credo, e poi sentii che ripartiva verso il suo gruppo. In fin dei conti, non ci voleva molto a tornare, il giorno dopo. Dal mio paese a questo mare, in macchina, ci vuole poco più di un’ora. Ma sapevo che non sarebbe stato facile persuadere i miei a un’altra mia fuga al mare.

§

Intanto non me lo dicevo e rimanevo ad assaporare il gusto di quell’incontro perfetto. Ripensavo la ragazza e mi piaceva anche mentre iniziavo a scordarne i lineamenti.
La spiaggia ora, a parte qualche passante sul bagnasciuga, era deserta, anche se il sole non si decideva al crepuscolo e continuava, giallo e largo, a stazionare abbastanza in alto.
Mentre leggevo, con la coda dell’occhio percepii un movimento vicino. Un movimento di un essere più piccolo di un uomo. Un bambino?
Era un gabbiano.
Credo che fosse la prima volta che ne vedevo uno al passo. Delle cinquanta poesie che avevo letto, una era l’Albatro, e me lo figuravo come un grosso gabbiano. Di conseguenza, mi figuravo i gabbiani come albatri un po’ più piccoli. Fui stupito dal suo passo. Oltre a non essere ridicolo, non era nemmeno esitante. Era un passo padronale, sdegnoso. Così gli occhi, assurdi come quelli di tutti gli uccelli, ma influenzati nella durezza dalla ferocia del becco. Un becco giallo e gelido, arcuatissimo, dilaniatore.

§

Le ragazze di poco prima, anche se non ero disposto a confessarmelo, mi avevano trasmesso un sottile entusiasmo. Il gabbiano mi parve un’altra avventura da cogliere. Una seconda chiamata all’azione. Ma cosa potevo fare? Provare a avvicinarlo? Sarebbe volato via, un volo breve per atterrare a qualche metro e continuare nel suo passo (ma cosa cercava?). Lo stesso se gli avessi tirato qualcosa. Decisi di temporeggiare: finii la birra in una lunga sorsata, mi accomodai sulla sdraio, pensai che fosse un buon compromesso tra azione e inazione chiudere gli occhi e stare immobile. Magari, se avesse creduto che dormissi, si sarebbe avvicinato abbastanza da provare a prenderlo (perché provare a prenderlo? Per avere qualcosa da ricordare, credo). Chiusi gli occhi. La birra mi faceva girare un po’ la testa. Avevo anche fumato troppo. L’ombra delle palpebre pulsava e ogni tanto il nero era invaso da toni cangianti di grigio, come se piccoli, smorti fuochi di artificio esplodessero a breve distanza di tempo e senza rumore. Cominciai a sudare, ma non ebbi l’idea di aprire gli occhi. Pensai al ritorno in macchina, nella strada buia. Ai fari aggressivi nello straziante anonimato delle auto che avrei incrociato. Nessuno mi avrebbe visto mentre guidavo, e nemmeno l’autoradio avrebbe saputo farmi la compagnia materna di cui sentivo crescere il bisogno. Mi sentii codardo e derelitto. Non credevo bastasse una birra. Provai a scuotermi aprendo gli occhi. Mi ricordai del gabbiano, che avevo dimenticato. Guardai sbadatamente in giro, ma non c’era. Allora guardai meglio, tra gli ombrelloni, sulla battigia, verso il bar del bagno. Niente. Alzai gli occhi, scrutando il cielo sempre più attentamente. Qualche nuvola leggera mi mise il dubbio, ma poi la riconobbi. Nessuno solcava il cielo. Quanto tempo era passato? Poco, pochissimo se ancora la famiglia che avevo intravisto, poco prima del gabbiano, incamminarsi dalla spiaggia verso l’uscita del bagno era ancora visibile, lontana due o trecento metri.

§

Fui veloce a prendere la mia roba: misi i pantaloni sopra il costume ancora umido, la maglietta, presi marsupio e asciugamano. Salii in macchina e guidai coi nervi allarmati. Arrivato a casa avrei voluto ridere di me e del gabbiano, e progettare con calma la nuova gita del giorno dopo. Ma di fronte al cancello di casa mia, invece di entrare presi per la piazza del paese. Trovai due amici. Gli raccontai che ero stato al mare da solo, per non saper che fare. Mi rinfrancava dire che mi annoiavo a stare sempre con loro. Mi parve che, senza dirlo, un po’ mi ammirassero. Allora raccontai del gabbiano, di come camminava e di come, senza sapere perché, gli avessi tirato un asciugamano addosso e poi lo avessi pestato rabbiosamente. L’asciugamano avevo dovuto buttarlo via, era macchiato di sangue. Sei un pazzo, mi dissero. Andai a letto contento e nemmeno mi venne in mente, il giorno dopo, di tornare dalla ragazza che forse mi aspettava.

***

Noi due vicini e la reciproca
perlustrazione degli occhi
supplicando un indizio
di peste sulle guance
dei giorni senza numero.

L’età di mezzo,
con le sue foreste rigogliose e i suoi draghi,
assottiglia le feritoie
mormora in vasti silenzi
miniature di eventi.
E noi due, signori
di terre spopolate.

Rapiti i nostri amici,
il tempo e le sue erbe volitive
hanno ingoiato le sagome delle strade.
Siamo tornati cacciatori.
Cercatori di radici.

Ogni sole muore in intense luci tremanti:
ci affacciamo sui balconi
davanti
agli umidi rossi dei tramonti.

Mi domando chi tra noi due vicini
oggi o mai
se ne andrà via
inerme leggero nel ventre della foresta.
O chi tra noi due per primo
avrà il pensiero forte di morire.

***

Mi dice che è felice, più o meno,
e io non gli credo perché è adulto
intelligente e senza dio.
Me lo ripete e quasi mi convince
perché non lo vuole dimostrare e resta calmo.

Non sei felice, né più né meno,
dico io mentre circola
tra noi un affetto straordinariamente vero,
ma sei forte della forza che serve,
né stoica né lisergica:
avresti molto da opporre
alle diffamazioni della sorte
ma non credi ai discorsi
che prevedano esempi.

La felicità, dopo molto cercare,
ti appare la forma
meno volgare, cioè più autentica,
di eleganza.
però, in fondo, sai che ti sorregge
soltanto la tua docile forza.

Sorride mentre ribatte
che se è forte
è forte in quanto felice
e che io non posso capirlo.
Sorrido anch’io, per finirla,
per rimanere vicini e perché è giusto.
Distruggo l’arsenale di dubbi
che saprei scaraventargli contro,
e sento anch’io per questo
crescermi dentro un po’ di forza.

 

[Immagine: Foto di Riccardo Varini].

1 thought on “Fermate

  1. “ Martedì 4 aprile 2017 – Per riuscire a scrivere quella deprecabile cosa che si chiama autobiografia, io ho, probabilmente, cominciato troppo presto. Per scrivere la propria vita, infatti, bisogna averla vissuta e, quando ho cominciato a pensare di doverlo/volerlo fare, io ero ancora troppo giovane per avere una vita da raccontare. Eppure no: quando lo pensai sapevo di avere assolutamente ragione. Sapevo che, per breve che fosse stata, io la mia vita l’avevo già vissuta. Che non avrei potuto viverne un’altra. Che il massimo che potevo sperare di fare era scriverla etc. “.

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