di Adelelmo Ruggieri

[Il primo testo della serie si può leggere qui].

12 febbraio. Oggi non era il giorno migliore per venire a Santa Vittoria in Matenano, 625 mt d’altitudine. C’è foschia; pensavo uscisse il sole e la diradasse. Le montagne non si vedono; solo la Laga, in un lacerto nitido, si vede bene. E bene si sta qui, in trattoria; è accogliente. In paese c’è mercato. C’è l’animazione del giorno festivo e di mercato insieme. Nei giorni limpidi i Sibillini da qui si stagliano all’orizzonte tanto prossimo in tutta la loro compattezza longitudinale, direzione NNW-SSE, dal Valico delle Fornaci a Forca Canapine. Dopo la grande scossa del 30 ottobre sono tornati a eruttare i vulcanelli. Ne è venuto fuori uno nuovo in Contrada San Salvatore. Il fatto ebbe risalto nazionale. Al momento del sopralluogo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, in data 3 novembre, venne misurata in 994 mq l’area interessata, spessore medio delle emissioni circa 7 cm. Lo trovammo a fatica. Stava facendo sera. C’erano parecchie persone ferme al recinto di sicurezza. Somigliava un poco a un mancato incontro ravvicinato con le argille profonde della terra. Due coetanei al tavolo accanto parlano tra loro nella lingua locale, dicono di adesso e di quando si era giovani. Il più loquace dice che non si capisce più niente, che tutto è fuori controllo, che si mettono solo pezze, che prima c’era la speranza e ora no; poi torna all’inizio, ripete che non è come allora; è una specie di “allora evocativo”, un tempo remoto senza data certa. Si ferma. Pausa. Dentro un salto di senso l’altro replica: Un conto è da giovani, altra cosa da anziani, sei più fragile da anziano. Esco dal locale. La neve copiosissima di gennaio si è sciolta quasi per intero. Restano a nord piccoli cumuli ai lati delle strade. Raggiungo di nuovo il belvedere premontano. Guardo il frammento limpido della Laga. Appena sotto, a occidente, ci sono i paesi epicentrali del 24 agosto. Pericolo sismico e rischio sismico non sono la stessa cosa. Alla pericolosità sismica non si può fare fronte, quella è e quella rimane. Abitare in una zona pericolosa sismicamente diventa rischioso se gli edifici sono vulnerabili. È a quella vulnerabilità che bisogna fare fronte. Il punto è la prevenzione, la messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico e privato. Per i paesi dell’Appennino è inderogabile. Sono molto antichi, sono molto fragili, e i monti hanno preso a scuotersi un po’ troppo spesso. Nove giorni fa sono tornati a tremare e a farci tremare. Erano le 4:47. Il primo scrollone di magnitudo 4, il secondo mezz’ora dopo, 4,4. Ma non è stato come a gennaio. Un punto in meno di magnitudo diminuisce di moltissimo lo scuotimento. L’epicentro di nuovo in Valnerina, a Monte Cavallo, a pochi chilometri da Visso. Gli abitanti sono nemmeno due centinaia. È un comune sparso. Le frazioni sono dieci. La principale Piè di Sasso. Un’altra è Valcaldara, con la chiesetta castellare di San Nicolò e gli affreschi absidali di Paolo di Giovanni da Visso, il Rinascimento Umbratile.

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7 marzo. Se si trattasse di capire una cosa soltanto, o due, o tre, tornerei sul valico delle Fornaci domenica prossima e l’altra ancora; ma le cose da comprendere sono tante, e stanno tutte sovrapposte. Non è come sugli altri versanti, dove i limiti orografici del gruppo sono molto definiti. Sui Sibillini di NNW è tutto interdigitato, come mani montuose strette per le dita. Pochi chilometri sotto c’è Visso, e si resta frastornati a vederla dalla transenna, stringe il cuore; e non distante dal valico c’è Piè di Sasso, tutta incassata tra le rocce incombenti; pioveva a dirotto; e una manciata di tornanti sopra il Santuario di Macereto, nel suo esemplare Cinquecento, dal quale, dopo l’ultima demarcazione dell’altipiano, è apparso in una schiarita il Monte Bove, dopo così tanta pioggia, e adesso risplendeva di nevi. Ma non è per niente semplice disgiungere tutte queste immagini. So solo che l’altro ieri, mentre camminavo dalla bella Appennino – si chiama così il borgo – a raggiungere il valico, 815 mt, ero del tutto ammutolito. Nei pressi c’è un minuscolo edificio devozionale. Una sorta di involucro minimo. Ma erano tutti sguardi di sfuggita, come avessi fretta, e non ve ne era alcuna, e era arrivato il sole. Non immaginavo di certo che sarei stato tre giorni di seguito a ripetere in me quei luoghi come fossero ognuno una domanda, e la risposta era una sola, la stessa per tutti: il sisma di questi mesi li ha colpiti in modo profondissimo, hanno bisogno della solidarietà di tutti noi. A metà strada fra il valico e il paese ho incontrato un abitante del posto. La mutezza interiore di poco prima si è dissolta in un istante. Abbiamo parlato un po’. Come va? Ora va meglio, sono tornato, sto in una casa sicura; non ce la facevo più a fare il pendolare fra la costa e qui. Gli ho detto che dovevo tornare sulla 209. Mi ha risposto: Continua questa, è la vecchia provinciale, fai così. Se faccio l’altra che ho fatto a salire? La nuova? Non so se è la nuova, a salire ho fatto quella. Va bene, va bene lo stesso. Ho preso la strada fatta a salire. Ma dovevo fare l’altra, se mi era stata consigliata a quel modo tanto affabile e convinto. Ci ho pensato solo dopo.

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19 marzo. È che dal vivo le cose coincidono con se stesse, non sono immagini, tutto è in scala 1:1, e tu stai lì, in quella stessa scala, le cose sono come sono e tu sei come sei, non c’è scarto, non c’è scostamento, e le parole che ascolti o pensi o dici attraversano questo fatto, lo indicano e lo scavalcano, e non c’è tempo per cercarne di più esatte, ma stamattina credo che la parola sia una soltanto, non va cercata e coincide con se stessa, è : sgomento, e questo di adesso – seduto a un tavolo del “Ponticello” di Trisungo, frazione di Arquata del Tronto – è il primo momento di sollievo; l’ho capito entrando: ho tirato un respiro di sollievo: c’erano molte persone; ero contento entrando che vi fossero molte persone, un segno di ripresa, come di una pianta che si riprende dopo un inverno che più avverso di così non poteva essere. Insieme all’altro, il bar sulla Salaria, credo che siano i soli esercizi pubblici rimasti attivi, almeno oggi è così. Siamo stati fermi venti giorni – mi dice la signora del ristorante –, dopo la scossa d’agosto, e venti dopo quella del trenta ottobre, e delle due non si sa quale è stata peggio, e due settimane a gennaio per la neve; siamo a seicento metri e c’erano due metri di neve; dicevamo sempre, Qui non c’è niente; avevamo tutto, la casa, il lavoro, e dicevamo qui non c’è niente. Volevo andare a Forca Canapine, il valico da cui si vede il Pian Grande di Castelluccio e il versante arquatano del Vettore, con le lunghissime e impressionanti fratture cosismiche sui fianchi della montagna; ma non era possibile, la strada è chiusa. E allora ho fatto un po’ di Salaria. Sono arrivato a Grisciano. È venuto giù per grande parte. C’era uno striscione rivolto a chi passava. C’è scritto: I nostri cuori sono rimasti qui | e qui ritorneranno a battere. In paese non si poteva entrare. Anche ad Accumoli non si poteva salire. Il presidio è a Fonte del Campo, la perla del Tronto. Si vedevano le cime della Laga, erano lì, piramidali e bianche di nevi. Ne è stata così tanta che abbiamo temuto pure le inondazioni. Alcuni avventori stanno uscendo. Altri arrivano. Stavolta non c’è mutezza che devo interpretare a me stesso. Appena prima di Grisciano c’è Pescara del Tronto. C’era Pescara del Tronto, ora non c’è più; ci sono solo moltissimi lutti e macerie. Stanno lavorando alle Sae, le Soluzioni abitative emergenziali. Un altro respiro di sollievo. Quando sono arrivato la prima sosta è stata al bar sulla Salaria. Un chilometro dopo, duecento metri più in alto, venuta via, a terra per grande parte, si vede Arquata. Non è possibile, mi ripetevo, non è possibile. E invece è proprio così. C’erano un po’ di persone a passare un’ora di domenica. Mi hanno detto della difficoltà enorme che c’è, che stanno quasi tutti sulla costa, che fanno la spola, che resteranno. E dove dobbiamo andare? È qui la nostra casa. Erano parole amare, ma c’erano anche sorrisi e motti di spirito per fare fronte a tanta ferita, e lo striscione affisso al container con su scritto: Ricomincia da qui, più chiaro di così e chiaramente espresso di così non può essere.

[Immagine: Macereto. Sullo sfondo il monte Bove].

1 thought on “Tra le montagne, II

  1. Che dire, se non che è tutto vero, e che ci sono cose molto difficili da raccontare. Ma c’è qualcuno che, con discrezione, riesce ancora a farlo.
    Dunque, grazie, Adelelmo.

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