di Mathias Énard

[Mathias Énard sarà nei prossimi giorni a Milano e Firenze, ospite del ciclo Prospettive critiche organizzato dall’Istituto francese.  Per gentile concessione dell’autore e della casa editrice E/O, pubblichiamo un estratto dal suo ultimo e fortunato romanzo,  Boussole (Premio Goncourt 2015), recentemente tradotto in italiano. Ci troviamo all’interno dell’Istituto francese di Teheran, dove alcuni studiosi discorrono di Rimbaud].

Dell’esploratore dell’Harar e dello Scioa, dell’“uomo dalle suole di vento”, Sarah recitava interi brani:

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un sughero ho danzato sui flutti
Che eternamente avvolgono i corpi delle vittime,
Dieci notti, e irridevo l’occhio insulso dei fari![1]

E tutti ascoltavano, in quelle comode poltrone iraniane dove lo stesso Henry Corbin aveva dissertato con altri luminari a proposito della luce orientale e di Suharawardi; osservavi Sarah trasformarsi in Battello, in pizia rimbaudiana:

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l’acqua turchese; dove, come un relitto,
Scende estatico un morto pensoso e illividito[2].

 Le brillavano gli occhi, il sorriso era ancora più luminoso; riluceva, splendeva di poesia, cosa che spaventava un po’ gli studiosi presenti. Faugier rideva dicendo che bisognava “imbavagliare la musa dentro di lei” e la invitava a tenere a bada gli “assalti di romanticismo”, cosa che a sua volta la faceva ridere a crepapelle. Eppure erano numerosi gli orientalisti europei la cui vocazione doveva molto ai sogni di vita coloniale: ventilatori con le pale di legno esotico, bevande forti, passioni autoctone e amori ancillari. Queste dolci illusioni sembrano più diffuse tra i francesi e gli inglesi che fra gli altri popoli dell’orientalismo; i tedeschi, nell’insieme, avevano sogni biblici e archeologici; gli spagnoli fantasie iberiche di Andalusia musulmana e gitani celesti; gli olandesi visioni di spezie, di piante del pepe, di alberi della canfora e di navi in tempesta al largo del capo di Buona Speranza. Sarah e il suo relatore nonché direttore dell’Istituto, Gilbert de Morgan, erano da questo punto di vista assolutamente francesi: appassionati non solo dei poeti persiani, ma anche di quelli ispirati dall’Oriente in generale, i Byron, Nerval, Rimbaud, e quelli che, come Pessoa tramite Alvaro de Campos, avevano cercato un “Oriente a oriente dell’Oriente”. Un Oriente estremo oltre le fiamme dell’Oriente medio, viene da pensare che un tempo l’Impero ottomano era “il malato d’Europa”: oggi l’Europa è il malato di se stessa, un vecchio, un corpo abbandonato, appeso alla propria forca, che si guarda marcire convinto che Parigi sarà sempre Parigi in una trentina di lingue diverse, compreso il portoghese. “Giace l’Europa, sui gomiti appoggiata”[3], scrive Fernando Pessoa in Messaggio, quest’opera poetica completa è un oracolo, un cupo oracolo della malinconia. In Iran si incontrano per strada mendicanti muniti di uccelli, che aspettano i passanti per predirgli il futuro: in cambio di una piccola banconota, il pennuto (un pappagallo giallo o verde, l’uccello più furbo che ci sia) indica con il becco un foglietto piegato o arrotolato, e l’uomo te lo porge, sopra c’è scritto un verso di Hafez, questa pratica è chiamata fâl-e Hafez, l’oracolo di Hafez: voglio provare l’oracolo di Pessoa, vedere cos’ha in serbo per me il portoghese campione del mondo dell’inquietudine. Qualche pagina dopo Oppiario, lasci scorrere il dito a caso chiudendo gli occhi, poi li riapri: “Grandi sono i deserti, e tutto è deserto”, questa poi, di nuovo il deserto, a caso pagina 428, a caso sempre Alvaro de Campos, e allora in effetti ti viene da pensare che tutto è collegato, che ogni parola, ogni gesto è legato a tutte le parole e a tutti i gesti. Tutti i deserti il deserto, “Accendo una sigaretta per rinviare il viaggio/per rinviare tutti i viaggi/per rinviare l’universo intero” [4]. In una biblioteca c’è tutto l’universo, non c’è bisogno di uscirne: perché mai lasciare la Torre, diceva Hölderlin, la fine del mondo c’è già stata, non c’è motivo di andare a farne l’esperienza di persona; ti attardi, con l’unghia fra due pagine (così lisce, color crema) in cui Alvaro de Campos, il dandy ingegnere, diventa più vero di Pessoa, suo doppio di carne. Grandi sono i deserti, e tutto è deserto. C’è un Oriente portoghese come c’è un Oriente in ogni lingua d’Europa, un Oriente in ciascuna di esse e un Oriente fuori – verrebbe voglia, come in Iran quando l’ultimo mercoledì dell’anno si salta oltre un fuoco da campo perché porti fortuna, verrebbe voglia di saltare le fiamme della Palestina, della Siria e dell’Iraq, le fiamme del Levante, per atterrare a piè pari nel Golfo o in Iran. L’Oriente portoghese comincia a Socotra e a Hormuz, tappe sulla via delle Indie, isole prese da Afonso de Albuquerque il Conquistatore all’inizio del xvi secolo. Sei sempre davanti alla libreria, con il tuo Pessoa in mano; sei in piedi alla prua di una nave avida – una nave avida di rimpianti, avida di naufragi, superato il capo di Buona Speranza non c’è più nulla che la fermi: i vascelli europei risalgono verso nord, portoghesi in testa. L’Arabia! Il Golfo! Il Golfo Persico è la striscia di bava del rospo mesopotamico, sudore caldo, liscio, appena turbato sulle rive dalle zolle di petrolio, nere e appiccicose, le cacche delle petroliere, quei ruminanti del mare. Vacilli; ti aggrappi a un libro spesso, a un montante di legno, incespichi in una cima – no, nella vestaglia, vecchia cappa da corsaro, impigliata intorno al leggio. Contempli i tuoi tesori sugli scaffali, tesori dimenticati, sepolti sotto la polvere, un cammello di legno, un talismano siriano d’argento con incisi simboli antichi (ti sembra di ricordare che un tempo questo amuleto illeggibile servisse a calmare, forse addirittura a guarire i pazzi furiosi), una miniatura su legno, piccolo dittico con le cerniere di ottone ossidato, che raffigura un albero, un cerbiatto e due amanti, e non sai esattamente a quale romanzo d’amore appartiene questa scena campestre acquistata presso un antiquario di viale Manutchehri a Teheran.

p.230-233 (e/o 2016)

[1] “Il battello ebbro”, traduzione di Ivos Margoni, in Arthur Rimbaud, Opere, Milano, Feltrinelli 1964.

[2] Ibidem.

[3] Traduzione di Giulia Lanciani, in Fernando Pessoa, Messaggio, Milano, Mondadori 2014.

[4] Fernando Pessoa, “Tabaccheria”, in Poesie di Alvaro Campos, traduzione di Antonio Tabucchi, Milano, Adelphi 1993.

[Immagine: Hôtel de l’Univers, Aden, 1880. RImbaud è il secondo da destra, seduto].

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