di Rino Genovese

[Le prime tre parti di questo intervento di Rino Genovese possono essere lette quiqui e qui]

Sarebbe possibile rilanciare oggi la funzione dell’intellettuale, anche in senso politico, sulla base dell’umanesimo, intendendo con esso la custodia vivente di una tradizione (per secoli simboleggiata dallo studio del greco e del latino e, più in generale, dalla ricerca filologica e storiografica), così come la sua proiezione in un’immagine universalistico-illuministica, punta di diamante di un Occidente messaggero di civiltà sull’intero pianeta? Questo modo enfatico, in certi casi addirittura colonialista, di presentare la “missione del dotto” è morto o no? E se lo è, se l’umanesimo fosse finito da tempo, magari già con la divisione tra le “due culture”, che ne sarebbe dell’intellettuale sempre chino sulle sorti del mondo e di se stesso[1]? Inoltre – questione più decisiva ancora –, si potrebbe considerare una politica intellettualmente connotata, cioè non pura e semplice amministrazione dell’esistente, come umanistica, una politica di rispetto dei diritti umani ovunque, nulla di più e nulla di meno?

Nell’avviarmi a cercare una risposta a queste domande, mi viene da soffermarmi sul libro del giovane amico Antonio Tricomi, La Repubblica delle Lettere[2] (così, con due maiuscole), che, pur essendo limitato all’Italia e a una ricognizione della letteratura italiana contemporanea (in cui ha avuto la cortesia d’inserirmi, ma ciò è secondario), è un buon biglietto d’ingresso alla questione. Il nesso inscindibile tra l’essere umanisti e l’essere intellettuali in questo lavoro appare scontato. È il presupposto di ogni ulteriore presa di posizione: a cominciare da quella intorno alla condizione di “orfanezza” come la chiama l’autore, e che consiste nel ritrovarsi, trentenni, con una tradizione letteraria e civile alle spalle ormai in pezzi. Che cosa farne, dei cocci? Ridurli «ad ancora più piccoli frantumi?» (e sarebbe il caso, aggiungo io, di una critica fissata al particolare), oppure «incollarli l’uno all’altro pur sapendo che la riparazione, comunque illusionistica, reggerà lo spazio di un istante?»[3] (ed è piuttosto la soluzione di un’estetizzazione midcult). I prodotti dell’ “alta cultura” – ci suggerisce Tricomi – si danno ormai solo come scorie: a noi resta il compito di testimoniare la loro caduta e di rivisitare, da critici, i loro frammenti.

Ciò che colpisce è la sintonia di fondo tra le idee del giovane Tricomi e quelle di uno come Asor Rosa[4], quarant’anni e passa più di lui. Certo, il secondo ha dietro di sé un passato operaista tinto di nichilismo, e forse neppure da anziano sottoscriverebbe a cuor leggero la disarmata professione di umanesimo che emana dalle pagine del primo (Tricomi, del resto, influenzato da Gramsci e dalla sua lettura della storia italiana, operaista non avrebbe potuto esserlo, pur prescindendo dalla differenza di età), nondimeno il punto di accordo tra i due è vistoso: non esiste più, è stata cancellata, soprattutto in Italia, la funzione civile e pubblica dell’intellettuale o dello scrittore intellettuale, come Tricomi lo definisce facendo sua un’espressione rafforzante di Romano Luperini. Oggi, ben più che ai tempi di Liala, sembra si possa scrivere senza capire un’acca del mondo in cui si vive, solo per gioco o per cercare di far soldi con la cosiddetta letteratura. Le cause del disastro sono pressoché le stesse per Asor Rosa e Tricomi. Il primo parla di un “intellettuale collettivo”, la televisione, che avrebbe scalzato la funzione svolta dagli intellettuali un tempo[5]; il secondo evoca la “società dello spettacolo”, quella della mercificazione dispiegata secondo Guy Debord, che avrebbe distrutto la possibilità stessa di una critica della cultura.

In Tricomi, tuttavia, c’è in più l’accusa neanche tanto velata al Sessantotto (su questo punto opera lo scarto generazionale rispetto ad Asor Rosa) di avere preparato il terreno, sia pure involontariamente, alla successiva eclissi dei valori e, per quanto riguarda l’Italia, anche al berlusconismo televisivo, prima, e a quello politico dopo. La cattiva modernizzazione degli anni sessanta e settanta avrebbe fatto da prologo alla successiva catastrofe culturale italiana. Due i punti di riferimento per tale giudizio: da una parte, certo, l’influsso del Pasolini critico del movimento studentesco; dall’altra, la sostanziale continuità che Tricomi vede tra il Sessantotto e il Settantasette, con il passaggio attraverso gli “anni di piombo”, quando parla di un unico “Movimento” con la maiuscola (e qui agisce su Tricomi piuttosto l’opinione di Nanni Balestrini). A uno sguardo maggiormente differenziante, però, la stagione’68-’69, quella delle lotte operaie e studentesche, appare qualcosa di molto più circoscritto e diverso dai tempi che seguirono, fatti d’interminabili controversie tra gruppi politici tutti più o meno dogmatici, di una completa perdita d’influenza del Pci sui movimenti, di una nuova leva militante, che in parte entrò nelle organizzazioni terroristiche e in parte diede vita alla radicalizzazione priva di sbocchi del ’77. Cosicché, senza timore d’irritarlo, mi sentirei di definire Tricomi, per il modo in cui legge la storia italiana recente, un conservatore di sinistra, riecheggiando la sua definizione di Pasolini come un “reazionario di sinistra”.

In realtà il Sessantotto fu l’ultimo momento in cui un’intellettualità progressista (adopero a bella posta questo aggettivo generico e secondo molti ormai inutilizzabile), in maggioranza giovane, prese la parola collettivamente. E lo fece a Est come a Ovest rompendo gli steccati in modo indisciplinato: ciò che a qualcuno alla ricerca di nuove regole, come Tricomi, non va giù. Arriverei a sostenere che Pasolini, nonostante il suo sadomasochismo mediatico, vi rientra a pieno titolo. Nessuna delle sue provocazioni – dalle prese di posizioni a favore del “passato” e delle culture “altre”, allo scandalo dei primi nudi maschili al cinema, fino a quelle più inattuali come la contrarietà a una legge sull’aborto – può essere compresa senza il Sessantotto, che evidentemente poteva prevedere il suo stesso rovesciamento anticonformistico. Perciò, sebbene il manifesto cinematografico sessantottesco italiano sia stato firmato piuttosto da Marco Ferreri con Dillinger è morto, e la sua rabbiosa anticipazione da Marco Bellocchio con I pugni in tasca, è piuttosto nell’attività di Pasolini che va ricercato il significato di quella indisciplina: che consisté in una fame di spostamento dei punti di vista rispetto a una visione delle cose bloccata, e rispetto a una politica internazionale chiusa nella divisione del mondo in zone d’influenza.

Non si può allora sostenere, come pensano taluni, che il Sessantotto fu l’ultimo trionfo dell’ideologia (intendendo con il termine una fusione di passione e intelletto): perché fu invece un momento di modificazione ideologica, sia pure mediante l’intervento di miti che alla lunga, o anche a breve, si rivelarono illusori come tutti i miti. L’esaltazione del “terzo mondo”, delle sue possibilità liberatorie (in cui era compresa la rivoluzione culturale cinese, per quello che allora se ne sapeva o se ne voleva sapere), della resistenza vietnamita all’aggressione statunitense, la stessa mitologia operaistica, o la lotta contro le istituzioni compresa quella psichiatrica, sono da vedere come altrettante mosse per un rinnovamento dell’ideologia della sinistra fuori dalla gabbia imposta dalla guerra fredda e dalla coesistenza tra le superpotenze. Sono spostamenti del punto di vista che solo a posteriori possiamo considerare limitati oppure sbagliati; a quei tempi, però, servirono a smuovere le acque.

Tra le acque che si smossero, ci furono quelle “classiche” dell’umanesimo, che peraltro anche in precedenza difficilmente si sarebbe potuto considerare come un unico blocco di valori compatto. Persino nella versione socialista, quella certo più vicina allo spirito del Sessantotto (che tra l’altro fu l’anno della “primavera di Praga” e della sua repressione), l’umanesimo aveva conosciuto la corruzione stalinista. Come ha detto una volta Michel Foucault, che da giovane era stato iscritto al Pcf, «Stalin era umanista». Ciò non poteva che indurre il sospetto intorno all’umanesimo. Per questo il pensiero del Sessantotto (ammesso che se ne possa parlare in termini univoci), rompendo con il passato, fu implicitamente o esplicitamente critico dell’umanesimo. E appare oggi del tutto coerente che il giovane Tricomi, che si riallaccia alla sua tradizione, metta in un solo fascio la sua caduta e il Sessantotto, chiamando di volta in volta a testimoni, o collocandoli sul banco degli accusati, gli autori di cui discorre.

Sebbene con l’imputare al Sessantotto gli anni sciamannati che ne seguirono, Tricomi faccia un po’ come quelli che considerano Marx il primo responsabile degli orrori del cosiddetto socialismo reale, il suo libro, tuttavia, ci parla di un aspetto decisivo della questione: perché l’umanesimo si dà ancora nel Novecento solo per essere distrutto, senza che una sinistra intellettuale, nel frattempo delusa e dispersa, sia riuscita a elaborare un pensiero di ricambio al di là di un antiumanismo teorico reattivo quanto di breve durata. Così il secolo è tramontato, un altro se n’è aperto, senza che quel sentimento della fine che aveva accompagnato l’avventura intellettuale novecentesca sia riuscito a finire.


[1] Cfr., da ultimo, J. Habermas, Il ruolo dell’intellettuale e la causa dell’Europa, trad. it., Roma, Laterza, 2011, p. 8: «[…] non dovrei sottacere l’occupazione favorita degli intellettuali: essi indulgono sin troppo nel comune lamento di rito sul tramonto dell’intellettuale. Confesso di non andarne del tutto esente neppure io».

[2] A. Tricomi, La Repubblica delle Lettere. Generazioni, scrittori, società nell’Italia contemporanea, Macerata, Quodlibet, 2010.

[3] Per le citazioni, ivi, p. 8.

[4] Si veda la “puntata” precedente di questo lavoro.

[5] Cfr. la già menzionata intervista sugli intellettuali: A. Asor Rosa, Il grande silenzio, cit., pp. 95 sgg. È appena il caso di segnalare che “intellettuale collettivo” è l’espressione con cui Gramsci designava il partito comunista: prendere in considerazione la televisione in questi termini, significa attribuirle una funzione politica di organizzazione del consenso.

14 thoughts on “Il destino dell’intellettuale /4. Il Sessantotto e la cultura di massa

  1. Condivo la tesi di fondo dell’articolo e le perplessità riguardo alla genealogia critica di Tricomi, nonostante la serietà indiscutibile del suo lavoro. Tricomi scambia, leggendo la storia di quegli anni, l’effetto per causa. Più che dare la colpa al ’68 io sarei propenso a leggere gli anni che sono seguiti come un vero e proprio capolavoro politico delle oligarchie economiche e politiche italiane: sono riuscite attraverso lo scatenamento potente di una reazione violenta (strategia della tensione) e insieme sofisticata (inflazione/sciopero degli investimenti/riorganizzazione produttiva in distretti/ salto tecnologico/ tv commerciale) ad annullare la spinta di quegli anni capovolgendone la direzione. Da anti-autoritarismo come lotta per la giustizia sociale all’indisciplina come strategia di controllo. E’ in realtà una trasformazione che avviene in tutto l’Occidente, in modo più o meno blando; in Italia assume però una dimensione tragica, perché il movimento del ’68 è particolarmente forte ed esteso e si muove in uno dei più importanti teatri della guerra fredda mondiale. Se può valere quest’ipotesi interpretativa, la visione di Tricomi va letta come inconsapevole identificazione con l’aggressore. Quegli anni indisciplinati e anti-umanistici (ma erano proprio così? non dimentichiamoci che sono anni di un’incredibile acculturazione di massa e per leggerli con un po’ di equilibrio non andrebbero scambiate le punte più visibili e vistose con le forme comuni e invisibili di acculturazione) tragici e violenti, sono stati anche gli anni della conquista dello Statuto dei Lavoratori, della riforma del fisco e della sanità, della Legge Basaglia, etc… Dopo vengono gli anni ’80, ma in tutto il mondo, non solo da noi. Oggi ci troviamo alla fine di questa storia che inizia proprio tra il ’69 e il ’72. Va decifrata bene, perché è un vero e proprio geroglifico; lavoro intellettuale compreso.

  2. Io oggi parlerei di Ruffianesimo, non di umanesimo.
    Oggi gli unici intellettuali che sanno porsi al pubblico sono gli intellettuali perbene, che parlano di onestà, meriti sociali, dicotomie elementari tra ordine e mafia ecc… (mi riferisco ovviamente a ciò che producono Saviano, Eco, i filosofi dirigenti di Repubblica evvia di corsa) e che non spostano una pietra né in un dibattito socio-politico-intellettuale, né tantomeno nel sistema estetico imposto dal piccolo marketing editoriale. Insomma, fanno i ruffiani col pubblico, tirandogli l’ossetto che chiedono di riportargli, dandogli quella frotta di luoghi comuni, semplicisticmente articolati, dentro cui è scritta la realtà dominante del paese.
    Pasolini invece non diceva le cose che il paese voleva sentire, né confermava la realtà che il paese e la sua classe dirigente volevano che venisse confermata. Tra il Pasolini intellettuale e il Pasolini scrittore, però, io preferisco il primo, e mi tengo gelosamente spillata negli occhi la penna dell’umanista (o antiumanista che è meglio dire) Manganelli, che era anche un grandissimo intellettuale.
    Pasolini, d’altronde, aveva anche dato ai dissenzienti e agli scettici (sempre della realtà fabbricata dai dominanti) la possibilità di non essere presi a pesci in faccia dal primo fascista di turno che passa, così come Gadda ha creato, sulla scorta di Joyce e Céline, uno spazio di libertà estetico-espressiva che in Italia mancava e dentro cui anche Pasolini si inserì.

    Temo però che tra intellettuali e pubblico i contatti siano sempre stati scarsi, lo dice lo stesso Sciascia parlando della Sicilia come metafora del mondo, denunciando la deportazione alienante che l’intellettuale scrittore doveva soffrire, come un esilio non voluto sulla torre d’avorio, dalla gente. Il fatto è che Sciascia poteva denunciarlo questo respingimento, perché Sciascia a differenza di altri scrittori, scriveva e parlava alla gente, con una parificazione chiara tra intento etico ed estetico.

    Con ciò voglio dire che anche io sono contro l’autoreferenzialità degli intellettuali, e tifo per un tentativo da parte di costoro di parlare alla gente (che tra l’altro in massima parte se ne frega), così come tifo (e questo succede molto più spesso vedi Celati, Rugarli, Montesano, Bolano ecc) che gli scrittori fabbrichino delle estetiche più inclusive, che poi equivale ad essere anche intellettuali più comprensibili e NON NECESSARIAMENTE più CONDIVISIBILI.

  3. Il Sessantotto prese la parola collettivamente per dire che? E’ questo il punto. Perché anche il fascismo come movimento di rottura aveva preso la parola collettivamente, con modalità non molto dissimili, rompendo steccati e capocce in modo indisciplinato, qualche decennio prima, per dire ben altro. Il motivo principale per cui la parola progressismo, applicata al Sessantotto, può non voler dire nulla è il fatto che la parola rivoluzione è applicabile anche all’opposto fronte ideologico. Che poi Pasolini sia anticonformista rispetto all’anticonformismo, mi sembra un gioco di scatole cinesi in regressus ad infinitum che non dice altro da sé. Pasolini aveva un fondo ruralista e cattolico, lo diceva da sé di sé stesso. La sua posizione contro l’aborto era un impeto poetico criptonarcisista, non era una posizione politica, come tutti pensarono in quell’epoca, nella secca castrante dell’ideologizzazione onnipervasiva di cui quest’ultima s’è fatta vanto e che oggi si vorrebbe negare. La verità è che inattuale, oggi, non è altro che il Sessantotto. Dimostrazione sia il fatto che oggi, i progressisti, sono in realtà i più reazionari e conservatori (delle tradizioni, dei costumi, del buon senso umanitario, delle leggi, della Costituzione…Dell’idea di Sessantotto!). Come Pasolini, progressista – conservatore lui per primo, aveva capito benissimo.

  4. A premessa, vorrei precisare che mi guarderò bene dall’usare la categoria “umanesimo” perchè non concordo con la definizione maggioritaria che se ne da’, e non vorrei nel contempo affrontare uan discussione che potrebbe alla fine risultare nominalistica.
    Dirò come io vedo il ’68, da osservatore ma anche nel mio piccolo da protagonista (essì, c’ero anch’io).
    Partirei da un duplice aspetto che è possibile distinguere in quei movimenti, da una parte l’aspetto più propriamente politico, e qui in Italkia ciò significò senza dubbio alcuno sinistra, anzi estrema sinistra, una sinistra che oggi non sarebbe possibile neanche in linea di principio resuscitare.
    L’altro aspetto che io distinguerei nettamente, è quello relativo ai costumi di vita. a quello che allora definivamo (ma solo per negarlo) privato.
    Detto sinteticamente, questa dicotomia si manifestò nella maniera più evidente nel momento in cui la politica svoltò a destra: insomma, l’aspetto politico fallì miseramente lungo una strada assai complessa non priva di convulsioni di ogni tipo, ma alla fine fu evidente che fallì.
    Al contrario, l’aspetto privato non fallì affatto, come presto dimostrarono i risultati dei referendum sul divorzio e poi sull’aborto, la persistenza di un certo femminismo ed infine i movimenti gay nelle loro varie forme. Da allora, è come se il frutto del ’68 sia rimasto ciò che io chiamo libertarismo di sinistra, che ion effetti di sinistra non ha pressocchè nulla, e che probabilmente rimane legato al concetto di sinistra politica proprio dalla concomitanza con cui tali due distinti aspetti crebbero in quegli anni.
    Una discussione interessante ma certo difficile da svolgere qui è quella di come certi comportamenti consumistici, certe tendenze politiche (tipicamente il berlusconismo) siano strettamente correlate a tale libertarismo.

  5. Premetto che purtroppo non ho ancora avuto il tempo di leggere le tre “puntate” precedenti di questa riflessione sul ruolo dell’intellettuale, e me ne scuso perché penso che vada fatto un discorso generale.
    Sole due parole sull'”umanesimo”.
    Se per umanesimo si intende la cultura umanistica occidentale, in cui letteratura e filosofia hanno un ruolo centrale, non può essere la base per definire il ruolo dell’intellettuale. Devono essere ben chiari i limiti della letteratura e della filosofia come strumenti per leggere la realtà sociale; parlare di questi limiti non vuol dire negarne le possibilità, ma semplicemente circoscriverle. Analizzare ora tali limiti richiederebbe un discorso troppo lungo. Solo questo: prendere posizione, oggi, sui conflitti sociali richiede competenze specifiche in ambiti delle scienze sociali, e soprattutto competenze specifiche in ambiti pratici (che so, il mercato del lavoro, la scuola, ecc.) così complessi da rendere superficiali le posizioni degli “umanisti” di turno. L’intellettuale sarà uno specialista di un ramo della conoscenza che cerca anche di proporre delle prospettive culturali più ampie, ma non necessariemente sulla base di un orizzonte costituito dall'”umanesimo”; questo orizzonte va ricostruito con ben altri materiali, economici, sociali, scientifici e tecnici (oltre a quelli letterari e filosofici, ovviamente). Da questo punto di vista, il libro di George Steiner “Nel castello di Barbablù”, anche se troppo attraversato dal solito tono lamentoso per la perdita della cultura classica bla bla bla, offre però indicazioni interessanti nelle parti finali.
    Se per umanesimo si intende un progetto politico-sociale di emancipazione, le cose stanno diversamente. Bisogna però pensare questo progetto come frutto di una analisi sociale e culturale complessa, adeguata al sapere della nostra epoca, e non come “frutto della cultura occidentale”. Questo progetto si sprovincializza, diventa non-occidentale, ma rivolto anche all’esterno, se si libera in parte dalla sua genesi. E se si pensa in termini disincantati, senza coltivare ossessivamente le proprie mitologie. Non c’è bisogno di tirare fuori sempre Atene quando si parla di democrazia, per capirci. Questo progetto secondo me è il progetto della modernità, che non è più solo occidentale, se ci guardiamo intorno.
    Sulla questione del ’68 non mi pronuncio. Dico solo che dovremmo però smetterla di guardare sempre all’indietro con nostalgia ai grandi intellettuali tipo Fortini, Pasolini (un tipo antimoderno che amo poco), ecc. Basta, quella storia è finita. Pensiamo al ruolo dell’intellettuale nel nostro presente. La coscienza storica divora le energie di questo paese.

  6. Rispondo, o almeno ci provo, a Sonia Caporossi che pone una questione decisiva (tra parentesi, in sintonia con Antonio Tricomi, che da critico intransigente della cultura di massa si rifiuta però di prendere parte a discussioni in rete).
    Allora: è vero che anche il fascismo si presentò come una “presa di parola” collettiva; ed è anche vero che tra un movimento dei punti di vista – non parliamo di una “rivoluzione” – in una direzione o in quella opposta apparentemente non c’è differenza, in quanto entrambi movimenti. Eppure proprio la vecchia dicotomia progresso/reazione deve orientarci in proposito. Al suo interno, inevitabilmente, fa capolino una filosofia della storia. Volete voi, con il vostro movimento, innovare o restaurare, collegarvi, anche spezzandola, a una tradizione o a quella contraria? Se si perde questo riferimento, non c’è più davvero alcun criterio di giudizio tra un movimento e un altro: tutti indistintamente appaiono rompere “steccati e capocce”, come scrive con acume Caporossi. A questo riguardo, però, c’è bisogno di una precisazione (che va nel senso dell’intervento di Balicco). Fino al dicembre 1969, cioè fino alla strage di piazza Fontana, il movimento è essenzialmente non violento: piuttosto è oggetto della violenza avversaria. Dopo, le cose cambiano. Una parte della generazione del ’68, sull’onda di insegnamenti che provenivano dalla storia delle “rivoluzioni” del Novecento e cadendo nella trappola della “strategia della tensione” disposta ad arte dal potere, imbocca la via della lotta armata, o di qualcosa a essa vicina. Ma ciò avviene in un secondo momento. A quel punto, non c’è più affatto movimento dei punti di vista: c’è invece sclerosi, dogmatismo.
    Solo nei confronti di questa sclerosi sempre ricorrente vale il riferimento a intellettuali che non vi si rassegnarono. L’anticonformismo nei confronti di un conformismo, che tende a ristabilirsi dopo una qualsiasi scossa, non produce “regressus ad infinitum” se è consapevole di volta in volta della posta in gioco, se non è pura “posa”, se sa collocarsi in un contesto. Alcune prese di posizione di uno come Pasolini seppero in quel momento collocarsi criticamente nel contesto; altre no (per esempio quella contro la legge sull’aborto). Nell’insieme, la sua condizione ambigua di “vedette” mediatica, da protagonista perseguitato, non lo salvò; però, qua e là, ci fu in effetti una funzione critica di Pasolini (per parlare di lui, ma potremmo parlare di altri intellettuali del periodo…).

  7. “Se per umanesimo s’intende un progetto politico-sociale di emancipazione…” (dal commento di Piras)… Mi sembrano condivisibili le parole del professore di economia Andrea Fumagalli pronunciate ieri a una presentazione della rivista Alfabeta2 presso la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano: l’intellettuale oggi non aspira a collocarsi un gradino sopra gli altri ma sta in mezzo agli altri, nei luoghi collettivi di studio e di lavoro, cercando d’interpretare, fornendo i propri strumenti per cercare d’interpretare i fenomeni di oppressione, di sfruttamento e d’ingiustizia che si perpetuano nell’età contemporanea. Una specie di “andata al popolo”, come per la prima fase dei movimenti rivoluzionari russi di fine Ottocento-primo Novecento.

  8. La Resistenza e il Movimento Studentesco sono le due uniche esperienze democratico-rivoluzionarie del popolo italiano. Intorno c’è silenzio e deserto: il qualunquismo, la degenerazione statalistica, le orrende tradizioni sabaude, borboniche, papaline. (21 settembre 1968) Pier Paolo Pasolini

  9. Ho l’impressione che Mauro Piras si riferisca, laddove parla di Atene e democrazia, ai lavori di Luciano Canfora, che da anni ormai va all’assalto delle retoriche democratiche – giusto per parafrasare il titolo di un suo libro. Penso che però Canfora, essendo uno studioso serio, voglia in qualche modo dire ciò che asserisce Piras in altri termini: il mito di Atene e del suo sistema politico (oggetto tra l’altro del suo ultimo libro ‘Il mondo di Atene’) sono una cosa che andrebbe distinta dalla forma democratica elaborata dalla modernità, per quanto di quel mito se ne faccia spesso, appunto, un totem.
    Ciò detto, mi pare che però si ponga, nel suo intervento, forse un po’ troppa enfasi sulle “competenze specifiche in ambiti delle scienze sociali”. Non che il ragionamento non abbia una sua valenza intrinseca se si pensa, come peraltro è ben noto, all’estrema complessità che tali ambiti hanno raggiunto, ma io ci andrei cauto a tessere l’elogio dello specializzazione, un po’ perché in effetti non mi pare che si sia raggiunto ancora una status epistemologico – né metodologico – universalmente riconosciuto come indiscutibile, un po’ perché si rischia sempre di vedere della foresta solo gli alberi e non la foresta nel suo complesso. Dico questo pensando soprattutto alle scienze sociali che si occupano di economia, e che molti guasti – e qualche vantaggio – hanno fatto ogniqualvolta se n’è voluto mettere in pratica i dettami. Fare della “fisica sociale” rivestendo di molti strati matematici delle semplificazioni antropologiche forse un po’ azzardate (penso all’homo oeconomicus) – o detto in altri termini rivestire un’ideologia di abiti da “scienza dura” – non mi pare essere stata una buona idea scientifica. È vero che ci sono poi state potenti critiche a tale impostazione, ma i limiti di fondo, secondo me, rimangono… e lo stesso si potrebbe dire di altre scienze sociali.

  10. Ho letto le parti precedenti, e mi pare che complessivamente sfugga un aspetto tecnologico che secondo me sarebbe errato sottovalutare.
    Se partiamo dal presupposto che l’intellettuale è quantitativamente più un divulgatore che un creatore di idee, allora si può agevolmente comprendere come i nuovi mezzi tecnologici dell’informazione globale, in primis la televisione, ma con importanza gradualmente crescente anche internet, abbiano molto ridimensionato tale ruolo di divulgazione. Nel mondo della comunicazione impedita, in cui anche spostarsi di poche decine di chilometri risultava gravoso, le poche informazioni disponibili richiedevano nel gran parte dei casi il mezzo scritto che è selettivo (la lettura è un’attività non praticata da tutti, vedi l’analfabetismo di ritorno), e non è un mistero che per la gran parte delle persone sentire o meglio ancora vedere una persona che parla è molto più gradevole.
    Potremmo dire che un intellettuale seduto sul divano ad assistere a un talk-show televisivo non è distinguibile dda un non intelelttuale in questa funzione.
    Le conseguenze di questa scomparsa del ruolo di mediazione è molto importante ed ha effetti su molti aspetti della nostra società, ma questa discussione ci porterebbe lontano.

  11. il problema è che comanda la tecnica,la scienza,non le lettere.le piattaforme da cui esce la cultura sono reversibili,come lo schermo,il veicolo principale del remix che è oggi la cultura post moderna.remix di media,di foto video e altro.un flusso continuo da cui ognuno sceglie la vetrina,il palco,aspetta che arrivo,in silenzio,mi raccomando,guardami,lo voglio,lo desidero,lo devo avere per non farci nulla.oggetti e oggetti?sono quegli oggetti che creano la cultura.iphone,sms,schermi,migliaia di schermi,acceso spento,repliche di repliche.da remix nasce remix.68?polvere che non significa nulla se non per notare come quelli di allora siano ancora lì,al comando.ah,lo schermo altrove costruisce dfw,qui sortino.(indicibile ?ma no,furbo piatto e noioso).ik validatori antichi sono finiti,è solo la “fama” che conta per il “mercato”…

  12. umano è biologia,economia,scienza applicata,rete elettrica,quindi modificato.ah,ma lo strumento per capire sono sempre le regole auree,sono gli intellettuali?no,non più,o meglio ,non quelli antichi.umanesimo prossimo?lo scienziato che ,non ontologicamente,riflette sulla sua “opera” falsificabile e reversibile e che ha dubbi e che,nel gettare il suo prodotto sul mondo, riflette.e riflette anche sul e nel mercato.due giorni senza web e crolla il mondo come lo “vediamo”…e altro che demoni escono.

  13. un processo automatico meccanico,informativo,statistico di estrazione di “senso” da 183984943 post di fb è “cultura”,perchè “interpreta” il reale(linguaggio, schermo,rito,gossip,cazzeggio).ossia,affidarsi alle macchine.orrore,per gli umanisti,di solito..(ah,è quella che è la politica già adesso,estrazione di senso dalla rete…) e quei dati sono poi mattoni per un remix successivo.altro orrore..(ma si arriva alla pura interpretazione senza sopra e sotto?si,per ora.poi nella nuova era teocratica,arriveranno altri validatori..)

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