di Guido Mazzoni

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 26 novembre 2016, due settimane dopo la vittoria di Trump].

1. Parole e metafore

Quello che è successo l’8 novembre era in larga misura inevitabile. È accaduto nel centro politico, economico e simbolico della Western way of life, e proprio per questo ci colpisce particolarmente; ma se non fosse accaduto negli Stati Uniti, sarebbe prima o poi successo in un altro grande paese occidentale. È un segno dei tempi e una frattura: occorre capire quanto sia profonda. Se ne possono isolare i tratti specifici e riflettere sull’ascesa delle nuove destre o la si può considerare nel quadro di una metamorfosi più larga che ha cambiato negli ultimi cinque anni l’assetto politico dell’Occidente. La Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, il Front National in Francia, Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, la destra in Olanda, Austria e Germania, il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, l’elezione di Trump negli Stati Uniti sono fenomeni politici molto diversi fra loro e forme di uno stesso evento.

Da quando la crisi ha cominciato ad avere effetti sulla vita quotidiana, una parte crescente delle classi popolari e delle classi medie ha cominciato a votare contro la logica politica ed economica che ha governato l’Europa occidentale e gli Stati Uniti negli ultimi decenni con un consenso largamente maggioritario. Di questa logica circolavano una versione liberalconservatrice e una versione liberaldemocratica, diverse nelle politiche ma unite da un presupposto di base: entrambe accettavano un sistema di valori, un principio di realtà che distingueva fra le cose che si potevano fare o dire e le cose che non si potevano fare o dire. In altri termini accettavano l’architettura di fondo della globalizzazione nella forma che ha assunto a partire dalla svolta neoliberale emersa in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, e poi in Europa continentale fra la fine degli anni Ottanta, il Trattato di Maastricht e la sequenza di accordi che definiscono l’architettura attuale dell’Unione Europea. A partire dagli anni Dieci questo sistema ha cominciato in vari modi a perdere consenso.

La categoria più usata per interpretare questo fenomeno, la più controversa, è quella di populismo. Chi la usa ha in mente, in forma implicita o esplicita, un’idea precisa della democrazia rappresentativa e del suo funzionamento sano. In senso stretto, ogni democrazia contiene un elemento populistico, demagogico e alla lettera volgare, per la buona ragione che si vota a suffragio universale, i voti sono tutti eguali e non si governa senza la maggioranza relativa. E tuttavia la democrazia liberale nella sua forma classica addomestica questo elemento e affida alle classi dirigenti il compito di rielaborare i desideri delle masse alla luce di istanze che le masse, lasciate a se stesse, non sempre rispettano o comprendono. Si potrebbe illustrare questa posizione partendo dalla teoria politica, ma è più interessante partire da quella che Gramsci chiamava la filosofia dei non filosofi – in questo caso della filosofia delle classi dirigenti. In una delle sue ultime interviste Shimon Peres rifletteva sulla crisi della politica contemporanea in questo modo: «la politica è in crisi perché fatica ad adeguarsi al cambiamento della nostra epoca: Trump e Sanders ne sono il simbolo. Le aziende globali, invece, non cercano di governare ma di servire: sono elette ogni giorno dalle scelte dei consumatori»[1]. Mentre le aziende servono i desideri, e mentre Trump e Sanders si comportano più o meno come le aziende, la politica autentica, secondo Peres, non asseconda ma governa. La democrazia rappresentativa non-populista si sforza di tenere insieme due elementi diversi e potenzialmente contraddittori: intercetta i desideri delle masse e li governa, rispecchia gli elettori e li trascende, sia tecnicamente (chi governa deve conoscere la logica dei processi e dei sistemi) sia eticamente (chi governa deve garantire il rispetto di valori che le masse potrebbero non rispettare). Per chi si riconosce in questa idea, accettare la mediazione significa essere qualified per governare, (qualified è un termine ricorrente nel dibattito politico americano: Hillary Clinton era qualified, Trump era unqualified), non accettarla significa essere populista. Una variante di qualified è l’unfit di due celebri titoli dell’«Economist» su Berlusconi: unfit to lead Italy (2001) e unfit to lead Europe (2003). Nel 2013 sempre l’«Economist» avrebbe appaiato Berlusconi e Grillo sotto un unico titolo riassuntivo: Send in the clowns, fate entrare i pagliacci. Da qualche tempo una parte dell’opinione pubblica preferisce i pagliacci alle mediazioni.

Un altro modo di nominare il conflitto è l’antitesi fra forze sistemiche e forze antisistemiche. Mutuata dalla riflessione sui movimenti antagonisti di sinistra, entra nella discussione politica dopo il libro di Arrighi, Hopkins e Wallerstein Antisystemic Movements (1989). A partire dal secondo dopoguerra, e in modo sempre più evidente da quando il neoliberismo è egemone, l’economia-mondo è diventata un sistema sovranazionale interconnesso, una macchina economico-giuridica che sovrasta e controlla le politiche nazionali. Il più celebre degli slogan di Margaret Thatcher, there is no alternative, trasmetteva un’ideologia e al tempo stesso descriveva la realtà: negli ultimi tre decenni del Novecento l’economia, le istituzioni globali, i trattati hanno a poco a poco creato una gabbia d’acciaio neoliberale. Dentro uno spazio simile gli Stati sono attori di una scena che li oltrepassa, la politica economica fa crescere la ricchezza nazionale solo se sta dentro i parametri del sistema, le trasgressioni si pagano. Attraverso decisioni politiche gli Stati hanno ceduto quote sempre più larghe di sovranità politica a organismi sovranazionali, la quantità di denaro in mano a singoli soggetti privati supera il bilancio di nazioni medio-grandi, gli Stati scrivono le proprie leggi finanziarie per attrarre capitali, la sopravvivenza delle istituzioni dipende dalla vendita dei titoli pubblici sul mercato. I partiti che hanno governato gli Stati Uniti e l’Europa occidentale negli ultimi decenni hanno accettato questa architettura: alcuni predicano un’applicazione pura dei principi neoliberali; alcuni cercano di conservare un nucleo di garanzie socialdemocratiche smantellandone delle altre (Blair, Schröder, Prodi, Renzi), magari facendo parte di un’istituzione come l’Unione Europea che limita per legge l’intervento dello Stato nell’economia, difende la moneta e dichiara illegale la politica economica keynesiana imponendo il pareggio di bilancio. Uno slogan come there is no alternative vuole garantire fedeltà all’ordine neoliberale e descriverne la forza: quando nel 2015 Syriza ha vinto le elezioni in Grecia e provato a cercare un’alternativa, il sistema ha riportato l’anomalia all’ordine.

Un terzo modo per definire quello che sta accadendo è affidarsi alle metafore morte del lessico politico. Due delle formule che ricorrono più spesso in questi mesi sono quella del Salotto Buono e del Salto nel Buio: i partiti sistemici occupano il primo, una vittoria dei partiti populisti antisistemici comporterebbe il secondo. La natura del salto cambia a seconda della natura delle forze politiche: Podemos, Syriza e il Movimento 5 Stelle comporterebbero un salto nel buio economico; una loro vittoria, incompatibile con i parametri del sistema, porterebbe i loro paesi alla bancarotta; Trump, il Front National, l’UKIP, la Lega, la destra austriaca, olandese e tedesca getterebbero tenebra sulle garanzie democratiche, sui diritti civili e sulla politica dell’accoglienza. A lungo le classi popolari dei paesi occidentali si sono affidate ai partiti che appartenevano al salotto buono; oggi saltano nel buio. Lo fanno perché pensano di non aver più nulla da perdere e, di fronte a chi continua a dire there is no alternative, cercano un’alternativa. Perché è accaduto? Le risposte sono molteplici e stanno su scale storiche diverse, alcune di breve durata, altre di durata più lunga.

2. Un decennio storico

Nell’ultimo decennio l’Europa e gli Stati Uniti hanno conosciuto un’accelerazione che ha pochi precedenti in tempi di pace: hanno attraversato una crisi economica, hanno subito o percepito le migrazioni, hanno visto crescere un nemico planetario, hanno approvato leggi che ridefiniscono l’idea di normalità e promuovono l’autonomia individuale, hanno visto cambiare la struttura dell’opinione pubblica.

La crisi cominciata nel 2007-2008 ha avuto in molti paesi l’effetto economico di una guerra. Nata come crisi finanziaria e del debito si è rivelata una crisi da stagnazione: l’Europa e gli Stati Uniti non crescono più come prima. Non crescono abbastanza per compensare la distribuzione sempre più ineguale del reddito; non crescono abbastanza per creare lavoro, per ridurre la disoccupazione e la precarietà, per sostenere il debito, per mantenere il posto che occupano da secoli nella gerarchia politica ed economica mondiale. Se a metà degli anni Novanta i paesi del G7 producevano oltre la metà della ricchezza planetaria, oggi ne producono poco più di un quarto. Lo slogan principale di Trump, quello scritto sul suo cappellino, make America great again, allude a questo processo, che è oggettivo.

Nello stesso decennio, la migrazione di poveri da paesi non-occidentali, che esiste da decenni, ha raggiunto un’intensità nuova in Europa ed è stata percepita in modo nuovo negli Stati Uniti, dove pure il fenomeno risale al quindicennio precedente[2]. Ciò accadeva negli stessi anni in cui l’Isis rilanciava il progetto di Al Qaeda e consolidava l’idea che la Western way of life, come succedeva durante la Guerra Fredda, avesse un nuovo nemico planetario, il fondamentalismo islamico, e un nuovo nemico interno, una parte della popolazione musulmana. Le proporzioni sono molto diverse – il conflitto della Guerra Fredda era simmetrico, il nuovo conflitto è asimmetrico – ma produce un effetto simile: nei suoi discorsi elettorali Trump ha parlato dei musulmani americani come McCarthy o Reagan parlavano dei comunisti; nel 2010 Marine Le Pen ha paragonato le preghiere musulmane nelle strade francesi all’occupazione nazista del 1940. Negli anni successivi si è moderata, ma una parte del suo elettorato continua a ricordare quella frase perché in sostanza la condivide.

L’ascesa di un nemico planetario ha avuto luogo negli stessi in cui la legislazioni dell’Unione Europa e degli Stati Uniti ampliavano lo spazio dell’autonomia soggettiva, tutelando la parità fra donne e uomini, garantendo diritti alle persone omosessuali e ridefinendo l’idea di normalità. La cultura dei diritti ha una storia che dura da secoli e che subisce un’accelerazione dopo il Sessantotto. Indipendente dal neoliberismo (che, da parte sua, ha dimostrato di trovarsi bene con Obama come con Pinochet o col Partito Comunista Cinese), si sente comunque a casa nell’assetto neoliberale classico, di cui rappresenta il volto buono e progressista.

Questi eventi hanno avuto luogo nell’epoca in cui la Rete cambiava la struttura dell’opinione pubblica. Con la banda larga, Youtube, i surrogati di Youtube, gli smartphone, Wikileaks e i social network, internet è entrata nella fase propriamente politica della sua storia. L’influenza della Rete su Podemos e sui populismi che sfuggono all’antitesi fra destra e sinistra, come il Movimento 5 Stelle, è decisiva. L’Isis sarebbe impensabile senza internet. Al Qaeda sta alla televisione come l’Isis sta alla Rete: le azioni dei due gruppi sono pensate in relazione alla logica dei due media se è vero che «il terrorismo è un modo di comunicare e che senza comunicazione non ci sarebbe terrorismo»[3]. Se l’ascesa di Trump è legata alla televisione (per molti americani Trump è una celebrity fin dagli anni Ottanta, è il protagonista di The Apprentice e un personaggio di WrestleMania), e se una parte consistente del suo elettorato è più televisiva che digitale (in questo Trump assomiglia più a Berlusconi che a Grillo), il suo uso di Twitter, di Facebook e la collaborazione di Wikileaks hanno avuto un ruolo decisivo nella vittoria. Ma prima ancora che i singoli media, è stato decisivo il modo in cui la Rete ha trasformato la struttura dell’opinione pubblica. Internet distrugge le mediazioni, favorisce il rapporto diretto fra leader e una massa fusionale e instabile di eguali svuotando quello che sta in mezzo, trasforma i partiti in comitati elettorali personalistici, accorcia i tempi per la costruzione del consenso, crea un habitat sfavorevole alla democrazia rappresentativa nella sua forma novecentesca, fondata sugli apparati, i corpi intermedi e la politica come professione. Inoltre accentua parossisticamente la tendenza delle società moderne a dividersi in cerchie separate, in quartieri privi di un’agora comune, in mondi. Trump aveva contro quasi tutta la stampa, anche una parte di quella conservatrice, ha perso i tre confronti pubblici con Clinton, è stato attaccato da tutti dopo il video sulle donne, i suoi programmi venivano distrutti dal fact checking dei giornali e delle televisioni generaliste, ma questo non ha avuto effetto sui suoi seguaci, che non attribuiscono autorevolezza ai media ufficiali perché vivono in una sfera pubblica diversa, attraversata da altri discorsi, abitata da altri miti, gestita da altri media. È la stessa cosa che accadeva a Berlusconi, che non aveva internet, ma controllava la televisione privata. Questa segmentazione incide peraltro al contrario, nell’incapacità che i media di sistema hanno avuto nel capire quello che stava accadendo, come succede da anni a quasi tutti i sondaggi. Infine la Rete, garantendo a tutti la presa di parola nella sfera pubblica, moltiplica la doxa senza fondamento, distrugge i pareri degli esperti, svuota il principio di realtà, sparge cazzate. Le cazzate sono una componente fondamentale dei discorsi di Trump, e ancora di più del Movimento 5 Stelle, e in generale la cazzata è una categoria fondamentale per capire come funziona la discussione pubblica contemporanea: il pamphlet di Harry Frankfurt, On Bullshit, ha segnalato un fenomeno cruciale che resta ancora privo di teoria[4]. D’altra parte le cazzate sono anche il punto di partenza di ogni pensiero di cambiamento radicale: poche hanno una vera forza utopica, molte significano solo la propria idiozia, ma ogni progetto di trasformazione comincia dicendo cose che, agli occhi del principio di realtà, appaiono infondate, pericolose e puerili, perché il loro scopo è precisamente quello di creare un nuovo principio di realtà.

3. Gli effetti del neoliberismo nel tempo

Ma ciò che è successo ha ragioni più antiche. Proviene da decisioni prese negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, è iscritto negli effetti a lungo termine della gabbia neoliberale e non poteva non accadere in qualche forma.

Attraverso scelte politiche degli Stati nazionali, il neoliberismo ha cambiato i rapporti di forza fra economia e politica, rendendo impossibili e mettendo fuorilegge quelle forme di prelievo fiscale e controllo sui capitali e sulle merci che sorreggevano l’economia sociale di mercato del secondo dopoguerra. A partire dal 2007-2008 diventa chiaro ciò che era implicito nella svolta degli anni Ottanta: sulla media o sulla lunga durata il modello che ne nasce porta all’impoverimento progressivo delle classi popolari e delle classi medie europee e americane, sia perché i meccanismi statali di controllo dell’economia e di compensazione delle diseguaglianze diventano insostenibili, sia perché il neoliberismo mette fuori mercato una parte della popolazione occidentale, che fa lo stesso lavoro ma costa di più e ha più tutele degli equivalenti cinesi, indiani, bengalesi, brasiliani, tailandesi o vietnamiti, nonché dell’immenso esercito industriale di riserva che il miglioramento dei trasporti e la libera circolazione dei capitali e delle merci rendono teoricamente disponibile. Nella campagna elettorale americana la presenza di questo processo era tangibile. Trump lo ha trasformato in un tema ricorrente, dalle sue prime interviste del 2015 ai suoi dibattiti televisivi con Hillary Clinton:

One of the big things is we have to take back jobs from China. We have to take back jobs from Japan, and Vietnam, and Mexico, and virtually everybody that’s taking our jobs and ruining our manufacturing base (intervista a MeetThePress, 2 agosto 2015).

I’m going to bring jobs back from China, Mexico Japan, Vietnam. They are taking our jobs. They are taking our wealth (dibattito alle primarie repubblicane, 13 febbraio 2016).

They’re using our country as a piggy bank to rebuild China. We have to stop our jobs from being stolen from us (dibattito televisivo con Hillary Clinton, 27 settembre 2016) [5].

Nello slang americano la consapevolezza che una parte delle classi popolari bianche era marginale e soprannumeraria rispetto al nuovo mondo si è tradotta nella metafora del white trash. Una parte degli elettori di Trump è white trash, spazzatura bianca, piccola borghesia impoverita o classi popolari, poco istruite o mediamente istruite, tendenzialmente provinciali, preoccupate per il proprio lavoro.

Nello schema neoliberale l’impoverimento delle classi popolari e medie si argina in tre modi: abbassando le pretese dei lavoratori occidentali (facendoli produrre di più, con salari più bassi, orari più ampi e flessibili, meno tutele), usando il debito pubblico e privato (la crisi del 2007-2008 scoppia perché le banche americane avevano concesso prestiti a classi di consumatori che realisticamente non erano più nelle condizioni di comprare una casa), ma soprattutto scommettendo sulla crescita. La crescita è stata, per decenni, il fattore che ha nascosto l’evidenza di ciò che stava accadendo sulla media durata: che la disoccupazione o la precarietà erano strutturali, che le diseguaglianze si stavano allargando oltre misura. Tutto questo peraltro è solo l’inizio di un problema che assumerà dimensioni drammatiche quando le generazioni che hanno impieghi precari o nessun impiego, e nessuna sicurezza di avere una pensione, invecchieranno e avranno bisogno di cura. Fino al 2007-2008 lo schema ha retto perché la crescita economica lo ha sostenuto e ne ha mascherato gli effetti negli anni: Stati Uniti ed Europa precarizzavano il lavoro e riducevano i salari reali, l’Europa prendeva atto che il suo modello sociale era diventato insostenibile. L’Unione Europea, che è stata costruita attorno a un’architettura neoliberale, ha cercato di allontanare la contraddizione in due modi: scommettendo sulla crescita e inglobando nel proprio mercato interno territori nuovi, dove il costo del lavoro era basso. L’espansione dell’Unione a Est risponde, tra le altre cose, a questa necessità.

Fra gli anni Ottanta e gli anni Zero le sole forze politiche che hanno apertamente sostenuto politiche antiliberiste erano la sinistra radicale e l’estrema destra. Entrambe avevano poco seguito, la sinistra perché legata a un tipo di organizzazione sociale e a discorsi che sapevano di passato, la destra perché ancora reggeva il bando etico sui fascismi nato dalla seconda guerra mondiale. Solo dopo la crisi le classi popolari e le classi medie hanno cominciato a votare per partiti che si schierano del tutto o in parte contro la globalizzazione. Alcuni sono di sinistra (Syriza, Podemos), altri sono ibridi (il Movimento 5 Stelle), la maggior parte si schiera a destra secondo una Weltanschauung comune.

4. Gated communities

È sbagliato leggere la destra populista alla luce della categoria storica di fascismo. Trump, Marine Le Pen, Salvini non sono fascisti nel senso storico del termine: manca del tutto l’elemento totalitario, la pretesa di sottomettere i singoli e la società civile allo Stato. La Weltanschauung di fondo è una forma di individualismo anarchico di destra, fondato sull’interesse personale e familiare temperato dal rispetto per alcuni principî morali conservatori. Come nel modello liberale classico, la società non è un soggetto etico, ma un aggregato di persone e famiglie che aspirano al benessere e all’autonomia privata. Lo Stato è percepito spesso come un nemico e dev’essere minimo: Trump, come Berlusconi, è un maestro di elusione fiscale oltre che un miliardario, ma i suoi elettori non lo hanno punito per questo; al suo posto avrebbero fatto la stessa cosa, avrebbero cercato di non pagare tasse per diciannove anni consecutivi.

La tecnica di governo cui la destra populista guarda non è il fascismo: sono le gated communities – i quartieri ricchi in cui possono entrare solo gli autorizzati e nei quali in ogni caso vige una distinzione ineliminabile fra residenti e non residenti. L’immagine più potente che Trump ha messo in giro durante la campagna elettorale, il muro col Messico, faceva riferimento a questo modello inconscio proiettato nello spazio-mondo; il mito della Svizzera che la Lega coltiva da molto tempo esalta una nazione ricca e percepita come una comunità chiusa. È già esistito un equivalente politico statale della gated community – l’apartheid. L’Occidente non rischia il fascismo: rischia una forma più o meno blanda di apartheid: una minoranza globale di benestanti (su scala globale quasi tutti gli occidentali lo sono ancora) si proteggerà, con le frontiere e le espulsioni, dall’invasione degli aliens (negli Stati Uniti lo straniero, il non-cittadino si chiama alien – una voce che riporta in vita uno dei significati del latino alienus). Se l’apartheid agisce sulle persone, il corrispettivo dell’apartheid sulle merci è il protezionismo: Trump ha costruito una parte del proprio consenso elettorale attaccando il libero commercio così come è praticato adesso. Questo è un punto difficile da accettare per la sinistra: la destra populista è la prima forza politica con un largo consenso che negli ultimi decenni abbia messo in discussione la libera circolazione delle merci attraverso le frontiere; il programma economico di Trump unisce alcuni elementi neoliberali puri come la riduzione delle tasse, dei controlli sulla borsa, delle tutele sul lavoro, delle tutele ambientali, a un elemento che va contro la doxa neoliberale, il protezionismo. Peraltro il protezionismo dovrebbe anche far parte di ogni programma politico che difendesse la socialdemocrazia in un solo paese, per così dire, purché questo paese fosse abbastanza ricco e abbastanza grande.

Ma se un certo fondo di anarchismo unisce la destra populista al modello liberale classico, ciò che li separa è l’ethos. La destra populista costruisce se stessa attorno a un’antitesi netta, identitaria, fra Noi e Loro. Il Noi si costruisce attorno a un senso comune che, in un equilibrio fondato sul contrasto, unisce individualismo, conservatorismo tradizionale e, soprattutto negli Stati Uniti, principî religiosi (occorre ricordare che gli Stati Uniti sono molto meno secolarizzati dell’Europa: il presidente giura sulla Bibbia, Dio è sulla moneta e nel discorso pubblico; persino Obama, che è cresciuto ateo, si è fatto battezzare quando ha cominciato a fare politica). È una mentalità al tempo stesso paternalistico-autoritaria, particolaristica e trasgressiva. Di solito si aggrega attorno a figure fallico-narcisiste che, pur proclamando principî conservatori, sono l’antitesi del dovere – sia perché hanno comportamenti trasgressivi, sia perché il loro discorso pubblico è costruito contro un Super-Io (dei liberal, della correttezza politica, del salotto buono e della buona educazione). Ad ogni modo è significativo che alla guida dei movimenti populisti di destra ci siano spesso figure autoritarie ma trasgressive, e proprio per questo capaci di interpretare rabbia, risentimento e ribellione. È significativo che il candidato repubblicano fosse Trump, che non sembra credere a nulla se non al proprio ego, e non uno psicorigido come Cruz, che crede davvero in Dio e nei principî.

Il senso comune cui la destra populista si richiama nasce dall’arcaico: è l’ethos dei primi occupanti, che separa i legittimi dagli illegittimi, i normali dagli anormali, gli autoctoni dai barbari. Il gruppo dei primi occupanti trasforma la propria identità nel corso del tempo, includendo gruppi di secondi occupanti radicati, o mostrandosi più tollerante verso identità di genere e comportamenti che fino a qualche anno fa avrebbero portato all’esclusione, ma non viene mai meno l’asimmetria fra chi viene-prima e chi viene-dopo. Gli slogan partono da questo: «America First», «La France aux Français», «Britain First», «Prima gli italiani». Vengono lasciate delle vie per entrare nel primo gruppo (l’assimilazione) o per conviverci (la sottomissione culturale): chi non si assimila suscita invece odio. In questo senso chi non può fisicamente mimetizzarsi, i non-bianchi, quelli che forza di cose portano in giro la propria differenza, sono svantaggiati a priori. C’è sempre un sottotesto razzista nei populismi di destra: è sostanzialmente impossibile per Trump non fare battute sull’aspetto o sull’accento degli orientali o degli ispanici (sugli afro-americani si trattiene, ma solo perché rischia di più). E soprattutto l’odio spetta a coloro che mostrano di non volersi assimilare, i musulmani. Dell’elemento arcaico fa parte anche il sottotesto maschilista che attraversa una parte dei populismi di destra. Ciò che Trump dice delle donne non suscita troppo scandalo fra i suoi elettori e fra le sue elettrici, perché nel loro ethos certe cose sono brutte ma non vanno prese alla lettera: sono chiacchiere da spogliatoio, e comunque gli uomini, i maschi, sono fatti così e vanno accettati, almeno fino a quando non mettono in discussione la famiglia. Trump ha perso qualche voto del suo elettorato femminile ma non troppi. La stessa cosa capitava a Berlusconi.

5. Terra e Mare 

Ciò che accade nella scena politica contemporanea sembra aver riaperto un’opposizione archetipica della politica e della società moderna, quella che Schmitt riassumeva nell’antitesi fra Terra e Mare, e Deleuze nell’antitesi fra territorializzazione e deterritorializzazione, fra luoghi e flussi. I populismi di destra fanno riferimento ai principî di un ethos terrestre: il radicamento, un quadro di valori sottratti al relativismo e alla critica, a un’idea mobile ma persistente di normalità contrapposta a molte forme di anormalità (culturale, di gender e, in modo velato, di razza). La globalizzazione nella sua versione liberal fa invece riferimento a un ethos marino (o aereo, come si dovrebbe dire oggi): l’ethos di chi viaggia, di chi si muove nello spazio-mondo, di chi viene accolto e, in teoria, si predispone ad accogliere[6]. Nella storia della vita psichica e della civiltà, il secondo ethos (tollerante, metropolitano, cosmopolita, multiculturale, fondato sul rispetto dei diritti personali e sul culto della libertà negativa) è ulteriore rispetto al primo. Come tutti i prodotti della civiltà, si fonda sull’educazione, sulla mediazione, su un Super-Io che, negli ultimi decenni, ha preso la forma severa della correttezza politica; come tutti i prodotti della civiltà, genera disagio.

L’antitesi fra Terra e Mare è anche il nucleo del fenomeno sociologico più interessante di questa fase storica, quello su cui insistono molte analisi del voto sul referendum britannico e sulle elezioni americane: la frattura fra due classi medie. La linea di faglia, che non passa tanto dal reddito quanto dal tipo di istruzione e dall’antitesi fra periferia e centro, fra provincia e metropoli, separa la middle class terrestre dalla middle class marina. Mentre la seconda resta ceto medio riflessivo e vota per i partiti sistemici, la prima salta nel buio insieme a una parte consistente della vecchia classe operaia. Il momento in cui la frattura si è manifestata con più chiarezza è il referendum sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea. Ma la faglia passa soprattutto dal modo in cui questi due gruppi si collocano in rapporto alla globalizzazione. La classe media marina la vive come un’opportunità o come un destino; una parte dei ceti popolari e dei ceti medi impoveriti la vive come una doppia lotta di classe – verso l’alto, contro le élites dirigenti cui finora ci si è affidati (l’establishment), e verso il basso, contro gli stranieri che rubano il lavoro e i migranti che impoveriscono quartieri già impoveriti.

6. La scena politica contemporanea 

L’economia sociale di mercato del secondo dopoguerra sarà ricordata come il punto più alto della storia occidentale. Ha garantito alle classi popolari diritti, salari e possibilità che le classi popolari non avevano mai avuto e che in altre parti del mondo e in altre epoche vengono considerati irraggiungibili. Le socialdemocrazie e le cristiano-democrazie europee, in particolare, hanno distribuito alle masse beni di cui oggi percepiamo la rarità: l’assistenza sanitaria per tutti, l’istruzione per tutti, le pensioni, talvolta la casa, talvolta il lavoro trasformato in un principio costituzionale. Tutto questo è stato possibile al termine di un processo secolare per versi aspetti irripetibile, e al quale ha contribuito un insieme di fattori: la pressione che il movimento operaio e sindacale ha esercitato sulla borghesia fra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento; la necessità da parte della democrazia liberale di reagire al socialismo reale e al fascino delle utopie politiche di sinistra; la crescita generata dalla ricostruzione postbellica; il compromesso fra capitale e lavoro che si era creato dopo il 1945 e che permetteva lo sviluppo dei mercati interni; i vantaggi che l’eredità del colonialismo e il neocolonialismo garantivano alle economie occidentali. Questo equilibrio va in crisi nel corso degli anni Settanta: il neoliberismo è la risposta. In tempi rapidi diventa un sistema, una gabbia fatta di accordi e connessioni, dotata di una logica interna rigida, solidissima, più forte dei singoli soggetti politici della scena mondiale. Il neoliberismo sottrae il capitale al controllo politico garantendo libertà di circolazione al denaro e ai prodotti, cerca di difendere a tutti i costi la moneta, trasforma in merce ciò che prima era pubblico. Si potrebbe riflettere a lungo sulle ragioni che hanno portato la parte maggioritaria delle forze che discendevano, più o meno alla lontana, dal movimento operaio ottocentesco e novecentesco a deporre un modello alternativo e a entrare nella gabbia; e si potrebbe riflettere a lungo su quale sia stato l’effetto complessivo del neoliberismo sulla distribuzione della ricchezza globale e sulla giustizia planetaria (è una questione cruciale di filosofia della storia, la più importante oggi), ma non lo si può fare nello spazio di questo intervento. Sta di fatto che nei paesi occidentali il neoliberismo è stato per decenni visto, a maggioranza larga, come ciò che aveva fatto ripartire il capitalismo, come un modello che funzionava; i suoi effetti si sono sommati alla crescita prodotta dalla rivoluzione informatica e hanno contribuito a nascondere per decenni ciò che sarebbe accaduto sulla media durata. La crisi del 2007-2008 ha cambiato la percezione.

Oggi tre gruppi di forze si affrontano sulla scena politica contemporanea. I primi sono i partiti sistemici, quelli che ancora appartengono al salotto buono. Con accenti diversi, vogliono proseguire con ciò che chiamano «le riforme», cioè con provvedimenti che adeguino il mercato del lavoro e l’amministrazione dello Stato alle esigenze del capitalismo. Sperano che le riforme e le produzioni ad alto valore intellettuale aggiunto facciano ripartire la crescita, permettendo alle classi popolari e medie di non perdere ricchezza. Di fatto la loro rischia di essere una gestione razionale della decadenza, che comunque assicura la tenuta del sistema e la protezione dei diritti civili.

Il secondo gruppo sono i partiti antisistemici di sinistra, o i partiti che sfuggono all’antitesi fra destra e sinistra, come il Movimento 5 Stelle, ma includono nei loro programmi, in mezzo ad altre cose, delle idee di sinistra. Alcuni hanno vinto le elezioni, altri possono vincerle; difficilmente possono durare, sia perché non avrebbero la forza di piegare la logica del sistema, sia perché probabilmente non avrebbero la forza di gestire la complessità, sia perché il loro radicamento nel senso comune è debole. Forse la storia della sinistra è finita con la fine del fordismo: i tentativi di prolungarne l’esistenza sono stati flebili o hanno portato ad altri esiti. L’ultraindividualismo contemporaneo non favorisce né la solidarietà, né il tentativo di resuscitare stabilmente l’impegno o la democrazia degli antichi attraverso la rete. Oggi sinistra è il nome che diamo alle nostre anime belle, alla nostra fuga davanti al destino, al nostro rifiuto di agire nel mondo.

Il terzo gruppo sono i populismi di destra. Sono forti, anche perché si richiamano a un sostrato arcaico, a un senso comune che attende di essere resuscitato dalle circostanze, secondo un fenomeno che si verifica da decenni. Didier Eribon lo ha descritto in un libro molto bello, Retour à Reims, raccontando come un quartiere operaio abitato da lavoratori che negli anni Sessanta si riconoscevano nel Partito Comunista Francese («le Parti», il Partito per antonomasia, come nei quartieri operai e nelle regioni rosse italiane) e prendevano la parola come un soggetto collettivo dicendo «nous, les ouvriers», sia passato in blocco, nel giro di pochi decenni, al Front National[7]. Il programma economico del populismo di destra che ha vinto le elezioni è perfettamente capitalistico, è reaganiano: Trump vuole ridurre le tasse ai ricchi, ridurre le tutele sul lavoro, usare il debito pubblico per far ripartire l’economia confidando nello statuto speciale degli Stati Uniti come perno dell’economia-mondo, paese cui sono concessi margini di indebitamento che ad altri paesi non verrebbero concessi. L’elemento di tensione è rappresentato dal protezionismo, di cui per ora non si possono prevedere gli effetti, sia perché non sappiamo che cosa Trump voglia effettivamente fare (non lo sa nemmeno lui), sia perché non sappiamo quali risultati il protezionismo produrrà nel sistema. Ad ogni modo, per ora la macchina neoliberale non teme Trump: non c’è panico sui mercati. Questo lo rende forte. Potrà procedere con i programmi di apartheid (vedremo quanto saranno severi, ma qualcosa dovrà fare, perché è così che ha vinto le elezioni) e potrà rinegoziare gli accordi di Parigi sul clima, cioè annacquare o sabotare la decisione di lunga durata più importante per il futuro dell’economia capitalistica e del pianeta.

7. Democrazia

La logica dell’intervento politico come genere letterario vorrebbe che a questo punto si indicasse una soluzione. Ma proprio una simile necessità retorica sposta il discorso sui problemi di lunga durata che l’ascesa dei populismi pone: la questione della democrazia e il significato complessivo della rottura.

Fra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento l’ascesa del suffragio universale maschile fu accompagnata da una serie di discorsi filosofici sull’irrazionalità delle masse: Nietzsche, Sighele, Le Bon, Tarde, Park, Freud, Ortega y Gasset, T.S. Eliot, Huizinga, Valéry. L’ultimo grande esponente di questa linea di pensiero è Canetti. Posizioni simili rimandavano a una lunga tradizione di contemptus vulgi, a un topos della filosofia politica occidentale che Platone è il primo a sviluppare e le cui prime tracce si trovano già nel secondo libro dell’Iliade, quando Ulisse umilia Tersite per i suoi attacchi populistici ad Agamennone. Sono stati i partiti di massa del secondo Novecento e la loro capacità di governare le masse a smorzare gli effetti di questa linea di pensiero e a oscurarla, confinandola a destra e promuovendo un’idea diversa del popolo e del numero – un’idea che emerge con la Rivoluzione francese e alla quale il pensiero marxista dà una delle legittimazioni più alte quando Engels presenta il movimento operaio come l’erede della filosofia classica tedesca[8]. In effetti molte delle riflessioni ottocentesche e primonovecentesche sull’irrazionalità costitutiva delle masse sono elitarie e di destra – e tuttavia ci ricordano tre cose. Innanzitutto che la democrazia è un dispositivo fragile: Mussolini e Hitler hanno formalmente vinto le elezioni, così come Putin, Erdogan e Orbán, e hanno goduto a lungo del consenso popolare, così come Putin, Erdogan e Orbán. In secondo luogo, che il topos speculare al contemptus vulgi, il vox populi vox dei, non è meno ingiustificato del primo. La democrazia è un meccanismo per regolare pacificamente la guerra civile che sta al fondo di ogni società umana, ma non è di per sé una fonte di verità: da Platone in poi, il rapporto fra verità e doxa è il primo dei problemi che la cultura si deve porre. Infine la democrazia accentua la tendenza, implicita in ogni governo, a pensare al qui-e-ora e non in prospettiva, mentre il mondo interconnesso, che nell’ultimo secolo ha scatenato forze potentissime, avrebbe bisogno di governi capaci di pensare la media e la lunga durata dei processi e di prendere decisioni impopolari, a cominciare da quelle che riguardano il clima e il controllo della tecnica. Ciò però non è possibile, sia perché il pianeta globalizzato rimane diviso in nazioni in concorrenza, in guerra fredda o in guerra aperta fra loro, ed è infantile pensare che possa non essere così; sia perché i governi debbono rispondere a opinioni pubbliche che, come tutte le opinioni pubbliche, sono legate al presente e attraversate da correnti irrazionali. Oggi può sembrare chiaro che le contraddizioni esplose con la crisi del 2007-2008 erano inscritte nell’ordine neoliberale, e che i partiti socialdemocratici degli anni Ottanta e Novanta, entrando nella gabbia, avrebbero finito per consegnare una parte della propria base alla destra; e tuttavia negli anni Ottanta era oggettivamente molto difficile rifiutare i benefici immediati della globalizzazione neoliberale o opporsi.

Infine occorre riflettere sul significato della rottura politica di cui Trump è segno, sintomo e latore. Per gli ambienti liberal anglosassoni ha avuto l’effetto di un trauma filosofico, così come il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. A giudicare dalle reazioni, lo spostamento a destra dell’opinione pubblica in paesi nei quali l’egemonia borghese e liberale non aveva mai subito scosse sta avendo, per la cultura americana e britannica, lo stesso impatto che ebbe, nella cultura marxista continentale, la fine di quella che Calvino chiamava «l’antitesi operaia» – cioè la scoperta che il proletariato lasciato a se stesso non vuole la Rivoluzione, l’uomo nuovo e la giustizia in terra: tutt’al più vuole la socialdemocrazia, ma soprattutto vuole una bolla di autonomia soggettiva e di benessere, vuole il frigorifero, la vacanza al mare, e in prospettiva la Playstation. È il risveglio da un’illusione politica e antropologica, nonché una ferita narcisistica per intellettuali convinti che l’Illuminismo debba rappresentare, per tutti e per sempre, l’uscita degli esseri umani dalla minorità. Se la Rivoluzione non era l’esito necessario della modernità, allo stesso modo potrebbero non esserlo la tolleranza, il mutuo riconoscimento dei diritti, l’apertura all’altro, l’accoglienza, la correttezza politica. Perché lo siano, occorre innanzitutto che sia garantito il benessere; poi occorre che l’abitudine a un mondo marino e il Super-Io ingentiliscano i costumi piegando l’ostilità ancestrale per gli altri, la differenza, il non-identico. La democrazia, l’Illuminismo, ciò che per noi è la civiltà sono edifici instabili e poggiano, come tutti gli edifici umani, su fondamenta materiali.

(9 novembre-24 novembre 2016)

Note

[1] S. Peres, La crisi è mondiale, siamo ancorati al passato, intervista con M. Russo, «La Stampa», edizione digitale, 12 febbraio 2016

[2] Negli Stati Uniti l’immigrazione clandestina ha avuto luogo soprattutto fra il 1995 e il 2005.

[3] M. McLuhan, Contro i terroristi l’arma più efficace è il silenzio, intervista a G. Fantauzzi, «Il Tempo», 19 febbraio 1978.

[4] On Bullshit esce per la prima volta nel 1986 su rivista e viene ripubblicato in volume nel 2005 da Princeton University Press. In italiano è uscito col titolo Stronzate (Rizzoli 2005).

[5] http://www.ontheissues.org/2016/Donald_Trump_Jobs.htm

[6] Cfr. M. Lind, This Is What the Future of American Politics Looks Like, in «Politicomagazine», 22 maggio 2016 e J. Haidt, When and Why Nationalism beat Globalism, «The American Interest», 1, XII, 10 luglio 2016.

[7] D. Eribon, Retour à Reims, Paris, Fayard, 2009.

[8] F. Engels, Ludwig Feuerbach und der Ausgang der klassischen deutschen Philosophie (1886); trad. it. Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, Roma, Editori Riuniti, 1976, p. 77.

 

[Immagine: Donald Trump].

1 thought on “Il salto nel buio. Una riflessione sulla politica contemporanea

  1. Tra gli articoli più interessanti che siano stati pubblicati su LPLC.
    Guido Mazzoni bravissimo.

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