di Igor De Marchi

«Potremmo andare al Maurizio Costanzo Show».

Stavamo attraversando la piazza deserta dopo la presentazione del libro e la cena, non ricordo che paese fosse. Era marzo del 2003, questo me lo ricordo bene. Aveva appena smesso di piovere, tutti i bar erano chiusi. Stanchi, non vedevamo l’ora di tornare a casa, e YX se ne esce con quella proposta: potremmo andare al Maurizio Costanzo Show.

Con potremmo intendeva potresti, cioè io; lì per lì sperai che stesse parlando con qualcun altro, ma in giro c’eravamo davvero solo noi due. Mi spiegò che c’era la possibilità di andare a promuovere il libro in televisione, che aveva un contatto interessato alla cosa. Ero molto ammirato.

Resoconto su reddito e salute era uscito da un paio di mesi e YX (che aveva organizzato e presentato la serata) fiutava l’affarone. Il momento era propizio: la novità delle tematiche (i versi parlavano di zone industriali e autostrade, di lavoro e soldi) andava a nozze con la sovraesposizione mediatica del Nordest. I brutti e operosi veneti erano al centro del mondo. Le potenzialità commerciali erano evidenti, bisognava battere il ferro finché ancora rovente. Un passaggio in televisione era quello che ci voleva. Al Maurizio Costanzo Show.

Io rifiutai scandalizzato. Già mi vedevo a leggere timido e impacciato poesie di ironica amarezza su capannoni e autostrade in mezzo a Sgarbi, Morelli, Platinette, Alessia Merz e il caso umano di turno – sempre che ce ne fosse stato uno, altrimenti il caso umano sarei stato io.

YX, persona pratica ed esperta, si arrabbiò e mi diede contro, un fiume in piena: che non capivo nulla, che ero il solito snob, il solito triste poeta che gioca a fare l’anima bella, che era per colpa di atteggiamenti come quello che la poesia rimaneva in un angolo e non vendeva come avrebbe potuto. Intollerabile. Era l’occasione della vita e la stavo buttando via.

Naturalmente aveva ragione. Avremmo potuto fare il botto. Cosa c’era di male nel farsi pubblicità in televisione? Pensa a tutte le persone che avrebbero potuto conoscermi, e magari comprare il libro. Io invece vedevo solo che gli spettatori di Claudia Koll e Natalia Estrada avrebbero messo gli occhi dentro le pieghe malsane delle poesie dopo averli insinuati nelle scollature idratate delle soubrette. Io volevo dimostrare fedeltà al pubblico della poesia, ai lettori seri e ai poeti. Fu un errore, lo si capì subito.

Perché ricordo questa cosa? Perché recentemente mi sono fatto una settimana di vacanza a Glasgow, una delle mete turistiche più ambite secondo i trending topics dei siti di viaggi più cool. Città povera di musei e attrattive, offre uno dei climi più suggestivi d’Europa in alternativa al dolce clima mediterraneo. Durante la mia settimana piovevano cani e gatti, come dicono da quelle parti. Oppure il vento gelido tirava esigenti raffiche. Spesso le due cose si combinavano insieme, seminando il panico tra i pochi turisti impalliditi.

Ma lo sapete anche voi che non tutti i posti di vacanze si scelgono per le attrattive culturali; si può scegliere una meta per scoprirne la cucina, specie se siete raffinati gourmet. Infatti ero salito a Glasgow per gustare un buon single malt delle Highlands, e qualche leccornia locale come la barretta Mars panata e fritta.

Comunque, era una sera, ero nel mio albergo a tre stelle del centro, ed ero appena uscito a piedi scalzi dal bagno rivestito di moquette. Mi stavo chiedendo se l’umido che avevo raccolto sotto i piedi fosse l’acqua schizzata dalla doccia o provenisse dal water dopo una mia frettolosa minzione. Uscivo dal bagno stropicciandomi addosso l’asciugamano, e ho acceso il televisore.

C’era questo programma locale in cui, in un salotto vittoriano disegnato da Philippe Starck, c’erano dei tizi (subito mi fu chiaro che erano poeti) che conversavano e si confrontavano sulle poetiche e sulla maniera più appropriata per combinare le rime nelle strofe, e c’era un conduttore molto arguto, e c’era un pubblico in sala, e uno che partecipava da casa telefonando, facendo domande o complimenti.

Sembrava interessante, perciò mi sedetti sul letto davanti al televisore. Mentre vedevo i partecipanti leggere a turno i loro versi allungai dietro di me la mano e afferrai il grosso Teddy Bear con l’ambiguo kilt tartan in bella mostra in mezzo al letto, e me lo strofinai sui piedi per asciugarli.

Da quel che capivo era una delle ultime puntate perché i poeti rimasti in gara erano solo quattro. A fine puntata, spiegò il moderatore, ci sarebbe stato lo spareggio tra gli ultimi due, quelli in nomination, i quali si sarebbero sfidati verso contro verso per decretare quello da eliminare e quello salvato.

I quattro avevano personalità stili e molto diversi. C’era quello che faceva l’alternativo e un po’ lo sbruffone, con una faccia emaciata alla Sam Rockwell, e un vago sentore da agitatore politico. Aveva una gran voglia di andar fuori a fumare. C’era uno con la faccia di John Malkovic da giovane, quando ancora aveva i capelli. Dietro la compostezza del cardigan beige con farfallino, batteva il piede spazientito un ego enorme e deforme; sembrava non curarsi né dei complimenti del pubblico né delle critiche, ma stigmatizzava con cattiveria la scarsa preparazione dei colleghi. C’era uno che assomigliava a Rupert Everett, in maniche di camicia rimboccate sopra i gomiti, che teneva le gambe accavallate e ondeggiava magneticamente la mano quando leggeva e conquistava il pubblico. Il suo sguardo prometteva ferme dolcezze, ambigue e sapienti. Il pubblico era con lui, sembrava mettere tutti d’accordo. Era evidente che il favorito fosse Rupert. E poi c’era lei: la donna notturna e misteriosa, che estenuata gettava in giro svolazzi dagli occhi neri come pipistrelli. La sua carica erotica malsana mi ricordava Helena Bonham Carter ai tempi di Tim Burton.

L’ultimo sulla scena era il conduttore, o moderatore. Aveva l’aspetto a metà tra la figura del regista in Mulholland drive, interpretato da Justin Theroux, e lo scrittore Nicola Lagioia, sarà che spesso li confondo. Con voce neutra e un abito da iena tarantiniana gestiva tempi e concorrenti con autorevolezza.

Quella sera in nomination c’erano Sam Rockwell e Helena Bonham Carter. Quindi John Malkovic e Rupert Everett andavano direttamente in finale. Questo disse Justin prima di lanciare la pubblicità.

Approfittai della pausa per preparare un tè con qualche shortbread. Le camere d’albergo britanniche hanno di buono, a parte la moquette, la presenza di un bollitore e qualche bustina di tè. Tornai in bagno per riempire il bollitore ma dal bollitore veniva un odore selvaggio. Guardai dentro, sul fondo c’era una coltre di muffa verdognola. Con la mano non sarei riuscito ad arrivarci senza il pericolo di rimanere incastrato. Mi guardai attorno in cerca di aiuto. Ci sarei potuto arrivare con lo spazzolino da denti, ma mi sforzai di pensare a un’altra soluzione. Il calzascarpe in dotazione nell’armadio. So cosa state pensando: è disgustoso. Tranquilli, prima di usarlo l’ho sciacquato col sapone. Poi, mentre l’acqua andava in ebollizione, diffondendo nell’ambiente un buon odore di sottobosco settembrino, il programma ricominciò.

Il jingle e il recap della sigla: il logo, la faccia di Shakespeare col sopracciglio alzato, e il titolo del programma in sovrimpressione: The Bold Bard Contest. In italiano sarebbe come “la gara del bardo audace/sfrontato”, ma potrebbe suonare bene anche così: “Il bracco Bardo show”. Passarono i volti di tutti e dodici i partecipanti, e poi rimasero accesi solo i quattro rimasti. C’era quello che assomigliava a Jack Black con una folta barba campestre, una poetessa che era l’incrocio tra Tilda Swinton e Marine Lagarde, un Alberto Tomba caraibico, una persiana uguale a Janet Jackson coi capelli stirati, una Turanga Leela asiatica, un bel ragazzo tale e quale a Twiggy, Wayne Rooney ma con le orecchie a sventola e Sarah Jessica Parker.

Mentre i due in nomination si preparavano per la lettura decisiva e pensavo che non sarebbe stato male proporlo in patria, ecco che Justin fa abbassare le luci in studio e invita Sam e Helena ad alzarsi in piedi.

Toccava a Sam cominciare. Ero sicuro che la spuntasse; a dispetto del suo atteggiamento spocchioso, per una volta stava davvero toccando le corde morali degli spettatori, come aveva notato anche Justin aggiustandosi la nera pesante montatura sul naso. Pareva di essere tornati ai tempi di Margaret Thatcher, con le tensioni sociali, con un forte sentimento di appartenenza e umanità. Grande spettacolo. Helena invece soffriva impacciata con i suoi versi esistenzialisti. Qualche sbadiglio tra il pubblico.

Sorbivo il tè completamente rapito. Il cuore mi batteva forte; e poi dicono che la poesia non emoziona. Avevo messo giù il Teddy Bear col quale mi ero asciugato i piedi e che stavo stringendo tra le braccia senza rendermene conto per stemperare la tensione. Sbirciai sotto al kilt: era un orsacchiotto.

Ogni tanto l’inquadratura staccava sulla gente fuori dello studio. C’era un mucchio di gente che aspettava la fine della trasmissione per poter avere l’autografo del loro poeta preferito. La folla si divideva in varie fazioni e ciascuna inneggiava al proprio beniamino, alzava striscioni come “Rupert rhymes with to flirt!”, “Helena marry me!”, “John: the king of Synecdoche” o “Sam your limerick rocks!”, qualche bottiglia di birra veniva mandata in frantumi contro il portone per simpatia.

Sam procedeva confidente. Aveva preso aria nella lettura, e c’erano perfino dal pubblico degli applausi d’approvazione e qualche sorriso commosso. La Helena invece brancolava, e le tremava la voce. Era evidente che stava patendo la pressione di essere per la prima volta in nomination a serio rischio d’eliminazione.

Ma poi accadde: mentre Helena vibrava come la sua voce, che si stava alzando, il suo braccio scacciò con foga da sé il fantasma evocato in un verso, e un suo pallido seno sgusciò fuori dal nero vestito. Lo studio ammutolì. Justin sdrammatizzò, invitando con un gesto paterno la poetessa a ricomporsi, e nel frattempo chiese alla regia di rimandare la scena in slow motion. Alla fine la Helena prese una valanga di voti e si salvò. Sam lasciò mestamente lo studio.

Guardai il Teddy Bear al centro del letto, per vedere se anche lui aveva visto quello che avevo visto io. Era ora di uscire per incontrare il mio amico Liam. Liam mi aveva promesso che mi avrebbe fatto gustare una specialità scozzese: l’haggis. Lo stomaco di una pecora bollito e farcito con interiora di pecora, cipolla, farina d’avena, grasso di rognone e qualche spezia. Avevo una gran voglia di raccontargli la puntata e chiedergli lassù chi era davvero il più popolare.

 

[Immagine: Poetry Slam].

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