di Emanuele Zinato

I. Dal Teatro Valle di Roma ai Cantieri palermitani alla Zisa, i lavoratori dello spettacolo italiani hanno reagito alla restrizione degli investimenti culturali con atti di ricostruzione dell’immaginario incentrati su una parola d’ordine: cultura come bene comune. Queste iniziative sono nate subito dopo i referendum che nel giugno del 2011 hanno visto milioni di persone pronunciarsi a favore dell’acqua come risorsa pubblica  e sono legate da un filo non sottile a pratiche, flash mob e simboli del movimento degli studenti e dei ricercatori contro la “riforma Gelmini”: in particolare, ai book bloc, agli scudi di  gomma o di cartone con su scritti i titoli  dei grandi libri (da Dante a Miller, da Shakespeare a Saramago). La precarietà dei lavoratori della conoscenza, in via di rottamazione e ritenuti un  mero “costo”,  si è così autorappresentata come scontro tra ideologia della cultura, ben esemplata dalle “copertine-scudo” che alludono ai libri  come  non-merce o bene sociale, e il postulato neoliberista, per il quale l’uomo sarebbe, a ogni latitudine, un animale squisitamente aziendale.

Questo match tra cultura umanistica e aziendalismo becero, sotteso allo slogan cultura bene comune va ridiscusso e problematizzato. La scena  di superficie è la stessa in cui hanno avuto luogo le umiliazioni subite in sequenza, negli ultimi vent’anni, dall’ istruzione pubblica. Da una parte la “Death of the Humanities” sintetizzata da Martha Nussbaum in  Non per profitto (2011): “la mia preoccupazione è che nel vortice della concorrenza corrano il rischio di sparire capacità essenziali per l’integrità di qualsiasi democrazia: la capacità di pensare criticamente; la capacità di trascendere i localismi per affrontare i problemi come «cittadini del mondo»; infine di raffigurarsi simpateticamente la categoria dell’altro” (a questo proposito, rinvio ai saggi Perché gli studi umanistici oggi 1 e 2 di Giunta e Pellini pubblicati su Le parole e le cose). Dall’altra, il campo residuo dei “beni comuni”, e di quelli culturali in specie, che sembrerebbe consentire una nuova critica del diritto e dell’economia politica: in Beni Comuni. Un manifesto (2011) Ugo Mattei, con il concetto di pratiche costituenti, ha tentato di connettere le esperienze del movimento referendario con la proposta di costruzione di un diritto che permetta la gestione diretta dei saperi e la cura per le risorse fondamentali (un’idea ecologica anziché economica dei rapporti fra gli uomini e le risorse).

II. Il momento profondo, di verità, dello slogan cultura bene comune mi sembra tuttavia un altro. La genealogia di questo “culturalismo”  sembra svelare un inconscio politico contraddittorio rispetto all’epoca che si credeva del tutto altra e posteriore al moderno per la conclamata egemonia dei media di consumo e la liquefazione delle classi sociali: uno “spirito del tempo” che già ha abitato l’Europa nell’epoca della sua  matura Modernità,  diciamo, nei dintorni del Congrès International des écrivains pour la défence de la culture (Parigi, 1935). Per verificarne stratigrafia e  precognizione,  occorre insomma leggere il presente insistendo su  nessi, tradizioni, persistenze, fenomeni di lungo periodo, nella convinzione  che “i nostri problemi essenziali siano ancora quelli che emergono fra il romanticismo e il modernismo o, se si preferisce, tra Hegel e Nietzsche, tra Tocqueville e Weber”[1].

Si dirà: ma in quell’epoca c’erano  i movimenti e i partiti operai di massa, il nazifascismo, lo stalinismo, i fronti popolari… E tuttavia: perfino il  postmodernissimo Umberto Eco, di recente, nel corso del seminario Saperi che servono. La ricerca umanistica e sociale in un’età di riforme (Bologna, 14 settembre 2011), ha parlato del rischio di nuove forme di “barbarie” e ha  evocato l’incultura hitleriana:  “Se Hitler avesse letto due libri” – ha detto Eco – “avrebbe capito che non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare a Mosca prima dell’inverno”. Ci sarebbe di che rallegrarsi dell’ignoranza di Hitler, se davvero la sua incultura letteraria (Guerra e pace) avesse accelerato la sua sconfitta: resta il fatto che, dietro la questione del declino delle humanities, sta di nuovo facendo capolino la vecchia dicotomia “cultura  (o civiltà) vs. barbarie”.  Una dicotomia tipica degli anni Trenta, sulla quale Alfred Weber, il fratello del sociologo Max, ha fondato un intero sistema di interpretazione storiografica.  Del resto, il clima degli anni Trenta, da lontano sembra d’improvviso fattosi vicino, con la Grande Crisi, la svolta di estrema destra in Ungheria, il massacro di Oslo, i neofascisti italiani alla testa dei “forconi”.

Il libro di Weber, Kulturgeschichte als Kutursoziologie è del 1935, lo stesso anno del gremitissimo Congresso degli scrittori contro la minaccia del nazifascismo, indetto da Alain, Gide, Malraux, Nizan e da molti altri e tenutosi al Palais de la Mutualité tra il 21 e il 25 giugno. L’appello parigino allora suonava così: “Alcuni scrittori, di fronte ai pericoli che, in un certo numero di paesi minacciano la cultura, prendono l’iniziativa di convocare un congresso per individuare con quali mezzi difenderla. Si propongono di precisare le condizioni della creazione letteraria e le relazioni dello scrittore con coloro a cui si rivolge”.[2]  Dal canto suo Weber riprendeva  la dicotomia fra Kultur (come sentimento di appartenenza etnico-culturale a una tradizione nazionale) e Zivilisation (come cultura cosmopolita, democratica e progressista), sulla quale avevano discusso prima del nazismo i due fratelli Mann, Thomas e Heinrich. Il primo dei quali dovette constatare, dopo l’avvento di Hitler, che i sentimenti di appartenenza nazionale (Kultur) potevano anch’essi generare “barbarie”:  tanto che  oggi  si può parlare tranquillamente di “cultura nazifascista”, (e non più, come tradizionalmente si faceva, del fascismo come incultura), ma è assai più difficile parlare di “civiltà” dei campi di annientamento.

III. Mentre solo fino a pochi anni fa, la parola-chiave “cultura” rinviava prevalentemente all’universo antropologico degli Studi culturali e postcoloniali, che presupponevano una “modernità in polvere” (Appadurai), di colpo oggi sembra ritornata a palesarsi in senso etico e politico, come nel moderno, quale termine opposto alla “barbarie”: in particolare, ciò è avvenuto da quando il capitalismo sembra di nuovo agire contro la democrazia (vedi a questo proposito il saggio di Slavoj Žižek in Le parole e le cose,  che invita a interpretare ciò che si sta realizzando in Cina non come una distorsione oriental-dispotica del capitalismo, ma come la sua stessa essenza  e radice).  Oggi “il liberismo è arrivato a una resa dei conti, a un suo disvelamento come estrema versione della patafisica: quella disciplina che il suo inventore, Alfred Jarry, aveva denominato ‘scienza delle soluzioni immaginarie’. È incapace di auto-correggersi, perché per quanto evidenti siano i disastri provocati dalle privatizzazioni, li imputa sempre al fatto che non ne sono state fatte ancora abbastanza” (Guido Viale). In questa conclamata irrealtà e incapacità, come nel ’29, si apre uno spazio, molto poco “postmoderno”, per le soluzioni di estrema destra e perfino per le guerre nazionali. E dunque: paradossalmente, lo slogan cultura bene comune ci riporta di colpo al Palais de la Mutualité, tra il 21 e il 25 giugno 1935. Tutt’intorno, gli altoparlanti, come maxischermi, permettono di seguire i discorsi degli oratori che si alternano alla tribuna. Il fascismo sta minacciando i diritti dell’uomo, movimenti paramilitari di estrema destra hanno causato morti, feriti e le dimissioni del governo Daladier. In Unione sovietica, Majakovskij si è già ammazzato, Zdanov ha già ufficializzato la formula del “realismo socialista” e Babel’ – presente al Congresso – finirà in un Gulag al ritorno a Mosca.  Benjamin, che pure è a Parigi, preferisce disertare il Congresso concentrandosi, alla Biblioteca Nazionale, sui suoi studi su Baudelaire. Brecht invece interverrà, ma controcorrente, richiamando l’attenzione sui “rapporti di proprietà”.

IV. Ma oggi in virtù di quale mandato sociale prendono la parola quegli ‘oratori’? La nostra epoca non ha detto adieu aux intellectuels? Esaminando fuori dai luoghi comuni il Congresso del 1935 si può notare come, inaspettatamente, molte voci in quella situazione non sostenessero cose così diverse da quelle che Edward Said nelle sue conferenze del 1993 su Gli intellettuali e il potere considera le caratteristiche di una funzione intellettuale concepibile nella nostra contemporaneità. Certo, oltre ai tentativi di strumentalizzazione circolavano in sala molte illusioni, molte ingenuità. Alain, Gide, Malraux, Nizan, Breton, Babel’, Pasternak al Congresso del ’35 non pensavano che la loro pretesa di difendere i valori umani universali sarebbe così miseramente naufragata ad Auschwitz né che l’industria culturale avrebbe reso poi insignificante la loro funzione, e tantomeno che il loro universalismo  sarebbe stato interpretato, a ragione o a torto, come fiancheggiatore del totalitarismo staliniano.

Tuttavia, dalla lettura dei documenti[3] della Mutualité risulta come nel Congresso, alle fanfare “umanistiche” dogmatiche dei fronti popolari e delle scelte politico-culturali di Mosca sulla continuità fra umanesimo borghese e realsocialismo (Aragon), faccia da contrappeso un controdiscorso assai ricco e articolato: Waldo Frank, scrivendo il suo  testo sulla nave che lo portava dagli Stati Uniti, conia la definizione di scrittori come “the specialists in the universal”, l’ucraino Mikitenko, poi vittima dello stalinismo, rifiuta l’etichetta di “ingegnere di anime” facendo appello al coraggio e alla libertà della scrittura, René Crevel, nel discorso che non poté tenere, essendosi tolto la vita pochi giorni prima del Congresso, scrive: “A questi fantasmi si oppongono gli uomini vivi, gli individui che non cercano compromessi con la Società ma intendono trasformarla affinché il loro accordo con essa non sia più infame sinonimo di rinuncia a se stessi”. Come si può notare, non siamo nel perimetro angusto del “realismo socialista” ma in quello assai più variegato e arioso del modernismo occidentale. Il Congresso del 1935 sollevò non solo la questione di un generico impegno ma anche quella delle responsabilità individuali davanti al tritasassi della storia, delle  condizioni della creazione letteraria e delle relazioni dello scrittore con il  “grande pubblico”. Aldous Huxley parlò infatti  dei limiti della funzione degli scrittori,  imposti dai media nelle società liberali e dalla censura in quelle dittatoriali.  E Musil della frontiera che deve dividere politica e cultura (“oggi la politica pretende di insegnarci il solo modo valido di scrivere, dipingere, filosofare”) mentre Tzara concepì il poeta come “elemento di perenne rivolta”.

V. L’umanesimo nella sua forma classica, come si sa, è una mitologia: ipotizza un “uomo universale” astratto, prodotto puro dello spirito e della ragione, frutto di promesse emancipative destinate a restare incompiute o tradite. Così pure la correlata concezione dell’intellettuale come coscienza critica del popolo o come veggente e profeta di verità celate. Tuttavia, la circolazione dello slogan cultura bene comune  mostra, come un segno o un sintomo, il ritorno di un rimosso storico e, al contempo,  il ritorno di questa illusione:  allude, se guardata  in filigrana, non solo alla questione del destino delle humanities  ma anche a quella, ancor più attuale, delle crepe, ormai sempre più vistose, apparse sul vetro dell’acquario postmoderno.  Fa pensare cioè al trapasso dall’impossibilità dell’esperienza al ritorno del trauma: guerre, lotte di classe e fascismi compresi. Yves Citton, che in L’avenir des humanités. Economie de la connaissance ou cultures de l’interprétation? (2010), propugna una riabilitazione  delle humanities  come strumento per ricostruire “culture dell’interpretazione” dopo la desertificazione culturale prodotta da un intera generazione di intellettuali “decostruttivi” da un lato e dal prevalere di una visione economicistica della conoscenza dall’altro, forse si rende conto come l’una e l’altra siano fenomeni di superficie dietro i quali  vi è niente di meno che una crisi del capitalismo (a proposito della quale, rinvio al saggio di Bellofiore in Le parole e le cose ).



[1] G. Mazzoni,  intervista a c. di I. Testa, in “L’Ulisse”, n. 11, 2010, p 68.

[2] Cfr. Per la difesa della cultura. Scrittori a Parigi nel 1935, a cura di Sandra Teroni, Carocci, Roma, 2002.

[3] Cfr. W. Klein, Parigi 1935 e Lyotard 1983 rivisti oggi, in Per la difesa della cultura. Scrittori a Parigi nel 1935, cit., pp. 190-202.

[Immagine: Andrew Beck, Aula vuota (Simulacra I), particolare (gm)]

23 thoughts on “Verifica delle parole: cultura bene comune?

  1. Molto interessante questo intervento di Zinato che crea un cortocircuito tra oggi e ieri. Il problema dell’umanismo, e della cultura intesa come “valore” in sé (o bene comune), è che difficilmente si sottrae alla retorica che l’autodistrugge. Un problema ulteriore è dato dal suo forte universalismo: quando c’è la cultura, spariscono le culture. Contro il fascismo la cultura si rivelò impotente per queste due ragioni: insieme troppo enfatica e troppo ristretta. L’idea dell’intellettuale come uno specialista dell’universale rischia di cadere sia nel difetto dello specialismo sia in quello di un universalismo generico. La soluzione – se di soluzione si può parlare – starebbe nel tenere il più possibile in tensione i due momenti. Nessuno specialismo può chiudersi in se stesso, ma nessun presunto universalismo può sottrarsi a un confronto con il particolare – soprattutto con quel particolare che immediatamente si fa universale, come ai suoi tempi l’idea di nazione per i nazionalismi e i fascismi.

  2. @ Zinato

    Suggerirei un approfondimento e un tentativo di aggiornamento meditato del discorso di Brecht al Congresso del 1935, per evitare che quella “crisi del capitalismo”, accennata nel finale del tuo intervento, venga presa sottogamba o declinata nei solito modi (astrattamente umanistici, piattamente economicisti o “crollisti”).
    Su quel discorso ero tornato in una discussione con amici tempo fa. E l’avevo riproposto, essendo quasi introvabile con una veloce introduzione.
    Trascrivo quest’ultima qui sotto e aggiungo il link per chi volesse rileggere il testo brechtiano:

    – Questo testo di B. Brecht è tratto da Verifica dei poteri di F. Fortini, Il Saggiatore, Milano 1965. Ancora oggi alla prima lettura si coglie l’incisività della sua prosa e la sua volontà politica di misurarsi con le cose storte del mondo con una determinazione che a quei tempi e in lui era saldissima: che «alla brutalità dobbiamo opporre il bene». Un Brecht “buonista”, allora? Niente affatto. Egli non è mai stato nelle schiere di quanti «parlano di educazione al bene» e si adattano a svolgere una funzione ornamentale (mettendo fiori sulle catene, come diceva Marx) o una funzione lenitiva (e embedded), più o meno tollerata in certe circostanze dai sistemi di dominio. Neppure accetta, però, di mettere «sotto processo la ragione» arrivando all’«elogio della brutalità», atteggiamento che fu tipico del fascismo. Brecht, insomma, si poneva realisticamente il problema di difendere l’umanità dall’accusa di essere brutale per natura. Certo, la brutalità era ed è ancora oggi «un buon affare», ma Brecht era ancora fiducioso nella possibilità che essa potesse diventare “un cattivo affare”.

    Ci sono due passaggi nella parte finale di questo bel discorso che vanno aggiornati e senz’altro corretti. Il primo: quando Brecht sostiene che il «grande insegnamento» («la radice di tutti i mali sono i
    nostri rapporti di proprietà») è ormai messo in pratica nell’Urss dei suoi tempi («in un paese che rappresenta un sesto della superficie terrestre, dove gli oppressi e i nullatenenti hanno preso il potere»). Purtroppo noi sappiamo qui Brecht si sbagliava. Il secondo: nell’uso del termine «rapporti di proprietà». Meglio sarebbe oggi dire «rapporti sociali capitalistici». Per aggirare (e senza entrare in discussioni doverose in ambiti specialistici) certi equivoci: che il capitalismo storico sarebbe stato solo “privato” o in mano ai “privati” ( o come , ancora qui ripete Brecht, lo «spietato dominio» solo di «una piccola parte dell’umanità»); che i mezzi di produzione passati in certe esperienze storiche (Russia, Cina) sotto proprietà statale sarebbero d’un tratto diventati “socialisti”. [E.A.]

    – Link: http://www.poliscritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=231:bertolt-brecht-intervento-al-i-congresso-internazionale-degli-scrittori&catid=1:fare-polis&Itemid=13

  3. Bel pezzo. Per forza incompleto, ma bel pezzo. Sembra smontare la retorica del quando c’è la cultura c’è tutto, che con la cultura e ‘n par de scarpe nòve se po’ girà tutt’er monno…

    Purtroppo il rischio di aderire alla cultura universale sacrificando le culture particolari, rischio di cui parla Genovese, è molto forte. Così come è forte il rischio di essere ideologici e funzionali ai totalitarismi (che in genere lo diventano dopo che in tanti gli hanno portato acqua con le orecchie); e come è fortissimo il rischio realismo socialista (reprimende e restrizioni per gli artisti e intellettuali fuori linea, censure a fin di bene, epurazioni, imprigionamenti, fucilazioni… ci siamo vicini, se ne è discusso recentemente anche qui).

    Io non direi cultura contro barbarie, ma, parafrasando quelle frange parigine dei movimentisti sessantottini dell’immaginazione al potere (che però, quando arrivano al potere l’immaginazione se la scordano…), direi cultura e barbarie. Bisogna riuscire ad elaborare modelli inclusivi, sopra di tutto a livello artistico espressivo. Non si va da nessuna parte irrigidendosi nei perimetri dei propri canoni e dei canoni nei quali noi, guarda caso noi, siamo in grado di esprimersi. Bisogna imparare a riconoscere e a fiutare i linguaggi emergenti. In questo senso dico che l’esperienza del teatro Valle è destinata a fallire, o peggio, a disvelarsi come vieppiù funzionale al totalitarismo culturale che ci soffoca, peraltro facendoci credere di resuscitarci. Infatti, una protesta a favore della cultura che non sia basata su una nuova elaborazione della produzione di contenuti artistici, è destinata a rivelarsi ancora più soffocante (faccio notare che i drammaturghi, cioè coloro i quali producono la drammaturgia nazionale che pareva essere l’unico contenuto artistico forte degli occupanti, si sono già dissociati; per non dire che la drammaturgia italiana è poverissima, fatta in genere da elefanti che nulla sanno o paiono sapere di quello che succede nella foresta, per esempio il rifiuto di una drammaturgia preconfezionata su cui si è basato tutto il nuovo teatro italiano, da Carmelo Bene a Danio Manfredini, che elaborò oramai 40 anni fa il concetto a sua volta stantio di scrittura scenica). Non a caso, forse, l’occupazione ha ottenuto indiretto sostegno dall’amministrazione pubblica di centrodestra, che continua a pagare le utenze… E non a caso ha ottenuto centralità mediatica da un sistema politico-editoriale che definire colluso è poco.

    C’è infine il problema dello slogan cultura bene comune. Siamo tutti d’accordo, figuriamoci. Ma i beni comuni debbono essere amministrati dalla politica, come tutte i servizi e come tutte le istituzioni pubbliche, non ci sono cristi. I cittadini volenterosi possono al massimo aumentare i controlli, ma poi, i politici fanno come gli pare a loro (in genere mettono in atto politiche clientelari, che tendono a radicalmente abbassare il contenuto artistico nelle iniziative delle varie istituzioni). Quindi bisogna trovare il coraggio di dire che una cultura bene comune, una cultura che alla fine alla fine legittima la scelta dei contenuti al ribasso, per via che sarebbe il popolo a volerli… una cultura, insomma, che legittima Jovanotti e Arbore come benemeriti della cultura stessa… non la vogliamo. Ne vogliamo un’altra, ne vogliamo altre, il pù possibile lontane dal controllo dei politici e dei partiti. La vedo dura.

  4. In riferimento alla chiusura della riflessione molto articolata di Emanuele Zinato, vorrei ricordare che uno degli aspetti più interessanti della trilogia dello scrittore spagnolo Javier Marìas, “Il tuo volto domani” (tr. it. italiana Einaudi 2003-2010) è l’ambientazione all’interno di un gruppo di virtuosi dello spionaggio internazionale del governo britannico. Non si tratta dell’attività tradizionale e un po’ roboante che talvolta trapela da film e scandali politici, ma di una più sottile, raffinata e probabilmente efficace opera di lettura della società e dei suoi individui, operata da una cerchia ristretta di interpreti, selezionati in base alla loro capacità di osservare, capire e prevedere l’indole e le mosse di chiunque si trovino davanti. Interprete è parola chiave nell’opera di Marìas, e non potrebbe avere accezione più umanistica. Interpretare significa cogliere il particolare di ogni individuo, di ogni situazione e tradurlo in un suo possibile e correlato universale. Capire cosa questa specifica persona o circostanza significa, nell’immediato e nel suo contesto, e a distanza di tempo e spazio, per l’umanità. Interpreti del genere, esistono e operano, al di fuori della trilogia romanzesca. Sono i membri del MI6 (Military Intelligence, britannica), reclutati di norma fra gli intellettuali delle più selettive università inglesi, Cambridge e Oxford, e per quanto ne so provengono, anche oggi, da studi umanistici; è fuori di dubbio che l’MI6 possa avere per fine la cultura come bene comune, ma fa riflettere che si serva proprio della cultura umanistica, ai livelli più alti, per decifrare e forse controllare i movimenti degli uomini su scala planetaria.

  5. Peccato non si stia sviluppando una discussione, questi sono temi decisivi. L’intervento di Alessandra Sarchi, poi, porta la discussione giusto al punto: i profili più alti che il sitema produce se li tiene per sé, a propria difesa; io l’avevo imparato dalla lettura dei testi di Paul Virilio, e dal non ancora superato testo di Lyotard, La Condizione Postmoderna, nel quale è scritto chiaramente che il sapere è una merce come tutte le altre… che la produzione di immateriali, nel sistema capitalistico in cui viviamo, è sottoposta alle regole del sistema economico, come ogni altra cosa.

  6. Ringrazio tutti gli intervenuti. Questo mio saggio ha suscitato interesse più su fb, in forme puntiformi, che su LPLC. Forse a causa del depistante cortocircuito temporale proposto (1935-2012!) e forse anche perché io l’ho formulato in forme troppo allusive e non ben articolate. Partivo da un allarme (ciò che la crisi può prepararci, anche – come mi scrive privatamente Alessandra Sarchi – per l’assommarsi di energie umane e contraddizioni che nei vari tentativi di regolamentarle hanno scatenato da sempre, forze distruttive e repressive molto accentuate). Partivo poi dall’intento di verificare i nessi tra parole e cose, oltre i luoghi comuni, anche quando questi sono rassicuranti. Partivo infine da un’ “aria di famiglia evidente”, nel campo dell’attuale contrasto fra discipline umanistiche e appetiti economici, riscontrabile fra la situazione di oggi e quella del Congresso parigino del 1935, ripercorso grazie al bel libro curato da Sandra Teroni. Nell’aprire il Congresso, Gide, presidente d’onore, propose una definizione di cultura “come un bene comune, comune a tutti e internazionale” (proprio così!!). La crisi dell’umanesimo, minacciato dalle armi del nazismo, e il valore ontologico dell’integrità dell’uomo custodito dalle arti, riprendevano una rete di temi precedentemente diffusi nella storia delle idee in Europa (la crisi della cultura liberale intesa come crisi de l’esprit e dell’Occidente e come ‘decadenza’ delle arti). Questa idea di letteratura come realizzazione o promessa di integrità e unità fra particolare e generale, e rinvenimento della totalità, ossia dell’umano nell’individuale, può sembrare (ed è, forse) ingenua e mitologica, postulata nel secolo in cui il teatro epico di Brecht, le allegorie kafkiane e il pensiero di Freud l’avevano scomposta nel suo campo di forze contraddittorie. Un’altra, più grave, “mitologia” era la “grande narrazione” che circolava, in base alla quale rivoluzione francese e rivoluzione russa, arte grande borghese e realismo socialista, fossero saldate assieme da uno schema genetico e evolutivo: con la conseguente accettazione – con poche e marginali voci di dissenso – che la Russia di Stalin fosse il miglior baluardo per la difesa dell’umanesimo universale. Certo: la voce fuori dal coro di Brecht – riportata da Fortini in Verifica dei poteri – cercò esemplarmente di mettere a punto la differenza fra una cultura idealistica e una cultura materialistica. Ma il caso Serge, appena deportato sui monti Urali, fu emarginato dalla discussione, e il silenzio sui crimini staliniani poté convivere così con l’appello all’autonomia della cultura dalla politica.
    Tuttavia, con tutte le sue contraddizioni, quel Congresso non ci sta più alle spalle: perché non possiamo più (con le sue mitologie, ma anche con le sue passioni, le forze generosamente utopiche che lo abitavano) guardarlo col disincantato sorrisino relativistico e postmoderno. Siamo di nuovo dentro a quel campo di forze. E forse, per comprenderlo, fra tutti gli intellettuali di quell’epoca abbiamo bisogno di Antonio Gramsci, che due anni dopo, mentre Madrid era assediata dai franchisti e l’Italia invadeva l’Etiopia, morirà in carcere, leopardianamente isolato, lasciandoci nei Quaderni (scritti fur ewig, “per l’eternità”) l’idea che “tutti gli uomini sono intellettuali” e che “non si può separare l’homo faber dall’homo sapiens”.

  7. Cultura è la poesia e il teatro, ma cultura è anche avvitare bulloni, e purtroppo anche compiere i cosiddetti famigerati delitti d’onore o le intimidazioni mafiose.
    Come si può allora affermare che la cultura sia in sè un bene? Magari comune lo possiamo dire, perchè o è collettiva o non può essere cultura, ma un bene no, dipenderà dal tipo di cultura di cui stiamo parlando.
    Ed anche umanesimo rischia di apparire come un termine ambiguo, perchè taluni lo vedono come legato alle teorie illuministiche, l’esaltazione dell’uomo inteso come individuo, e quindi inevitabilmente rispetto alla comunità che ne potrebbe compromettere le potenzialità individuali.
    Io sono contrario a tale visione e più banalmente potrei definirmi umanista perchè ritengo che l’uomo debba costituire la misura del tutto, che all’uomo bisogna sempre ritornare, ma l’uomo che intendo è il componente di una comunità umana, umanista non per difendere l’individuo, ma per difendere l’umanità.

  8. Si dovrebbe forse cambiare lo slogan in “Organizzazione della cultura, bene comune”.
    Proprio perché la cultura non ha solamente un significato negativo anteposto alla barbarie, ma è espressione universale di una civiltà e della società ed è un bene tanto denso che è in parte materiale, umano, creativo ed economico (è un bene economico non solo direttamente, come sappiamo, cioè non solo sono utilizzabili economicamente i frutti della cultura, ma anche indirettamente la cultura permea le predisposizioni e le conoscenze di chi è attivo in tutti gli aspetti dell’economia), può trasformarsi in espressione di barbarie, come questo ottimo articolo ci ricorda e per mantenere il suo carattere universale dovrebbe riconoscere le proprie diverse manifestazioni anche scomode; non basta prendere le distanze dalla barbarie, bisogna chiederne conto a se stessi. Il bene comune sta nel mantenere, organizzativamente, la cultura, non solo la particolare ed esclusiva idea di essa, in concreto, in una prospettiva di sviluppo e progresso della civiltà.
    Se la si pensa solo come altro dalla barbarie la si consegna al sistema dei particolarismi in cui soccombe facilmente al cospetto degli interessi più forti.
    L’esperienza del Teatro Valle, forse, può indicare un modo di realizzare la pratica della cultura intesa come bene comune. Ma come altre esperienze del genere che non riescono ad uscire da se per coinvolgere altre parti della società, rischia di arroccarsi in un’autoesclusione di cui non sarebbe la sola responsabile, non alleandosi a lei alcuno.
    Una pratica attiva potrebbe essere intensificare il dialogo e lo scambio interdisciplinare tra le arti e le diverse manifestazioni della cultura come tra le parti della società.
    Convogliare anche in modalità espressive pop che siano di facile autoproduzione e riproduzione, contenuti importanti. Se la cultura alta non ha come fine il miglioramento della civiltà ed una propria forma di diffusione a tutti i livelli, per la società e per la civiltà non è niente e rimane in un angolo finché non entra nel raggio d’azione di un interesse superiore nella forza che ne fa un sol boccone.
    L’interesse della massa per i social network non è interpretabile solo in senso negativo come si fa spesso, per capirsi quello della vita in vetrina in cui si vede, ci si vede e si è visti, è anche un modo semplice con cui le persone condividono la propria cultura e le proprie informazioni. Indica che di questo c’è bisogno, i social network hanno dei limiti dati dal mezzo, ma altre forme di condivisione culturale che non siano solo virtuali potrebbero prendere vita, non in una prospettiva “movimentista”, ma più genericamente politica e umanistica. Mi scuso per la lungaggine e chiudo come ho aperto, con uno slogan alternativo: “Cultura, comunione del bene”

  9. Se verificare le parole significa rovistare tra le rovine della loro storia per farne buon uso (comune!), non sarà inutile tenere ben a mente anche il versante degli studi antropologici che hanno riflettuto in merito al termine chiave ‘cultura’ di cui qui si dibatte. In modo apparantemente paradossale (e senz’altro contraddittorio) rispetto all’intenzione genealogico-demistificande dell’operazione di verifica può ritornare a proposito la riflessione di Geertz proprio perché animata di istanze prettamente ‘ermeneutiche’: articolare la differenza come voleva Geertz per un consapevole studio della/e cultura/e, può essere infatti antidoto ad un universalismo svuotato di possibilità fattiva. La scrittura, letteraria e poetica, in questo senso può dare il necessario conto della singolarità lasciando intravvedere la promessa di una comunanza. Vittorini continua ad essere così uno degli esempi più alti di intellettuale/uomo pragmaticamente umanista (“Io conoscevo questo e più di questo, potevo comprendere la miseria di un malato e della sua gente attorno a lui, nel genere umano operaio. E non la conosce ogni uomo? Non può comprenderla ogni uomo? Ogni uomo è malato una volta, nel mezzo della sua vita, e conosce quest’estraneo che è il male, dentro a lui, l’impotenza sua con quest’estraneo; può comprendere il proprio simile…” in Conversazione in Sicilia) che cerca “un’altra cognizione”, “qualcosa di nuovo nell’anima”, “che gli si chiedesse di compiere altri doveri, non i soliti, altri, dei nuovi doveri, e più alti verso gli uomini, perchè a compiere i soliti non c’era soddisfazione e si restava come se non si fosse fatto nulla, scontenti di sè, delusi” (in Conversazione in Sicilia).

  10. *Ho riletto questo post e gli interventi successivi e aggiungo alcune osservazioni implicite nel mio primo commento. Per punti:

    @ Zinato
    Non credo depistante di per sé il cortocircuito temporale da te proposto (1935-2012). Ma è il modo di ripensarlo che mi suscita riserve. Il clima degli anni Trenta è davvero attuale? E chi, allora, svolgerebbe oggi il ruolo del nazifascismo? Sarei più cauto. Negli ultimi decenni lo spettro nazista è stato evocato troppe volte per manipolare l’inconscio collettivo e per indurre a vedere il Male soltanto dove lo indicano i Grandi Alleati Occidentali, di cui siamo come minimo un Paese subordinato. Saddam, Gheddafi erano forse gli Hitler redivivi? Come mai sono stati abbattuti tanto facilmente con perdite irrisorie per i “nostri”, ma pesantissime (e che grideranno vendetta in futuro) per i loro popoli? Perché mai “i nostri problemi essenziali [sarebbero] ancora quelli che emergono fra il romanticismo e il modernismo o, se si preferisce, tra Hegel e Nietzsche, tra Tocqueville e Weber” e si tace o si salta (sarà una mia fissa!) il nome di Marx? Passi, poi, l’omaggio (rituale) ai “grandi libri (da Dante a Miller, da Shakespeare a Saramago)”, ma vogliamo ricordare che quei libri vengono ( o dovrebbero essere) letti e interpretati alla luce di bisogni diversi? E che, dunque, dividono e non sempre uniscono? Trovo pare patetica e deviante la *boutade* di Eco qui riportata: Se Hitler avesse letto due libri […] avrebbe capito che non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare a Mosca prima dell’inverno”. Finge di credere che la Cultura sia sempre UNA e che, fuori di essa, esiste solo la barbarie o quasi. Ma chi ricorda la lezione di Ernst Bloch, che nella cultura del cristianesimo distingueva quello dei Sacerdoti e quello del popolo e che, anche nel ritorno alla lettera del Vangelo del movimento protestante contro la Chiesa di Roma, vide contrapposti il Lutero dei feudatari e il Müntzer mai s’accontenterà di questo universalismo culturale (occidentale). L’“incultura hitleriana” fu, purtroppo, un’altra Cultura, opposta a quella illuministica, più arcaica, troppo rimossa dalla “dialettica dell’illuminismo”. E mi pare che tu sia avvertito di questa enorme zona d’ombra, se aggiungi: “oggi si può parlare tranquillamente di “cultura nazifascista”, (e non più, come tradizionalmente si faceva, del fascismo come incultura)”. Sì, proprio perché non c’è n’è più UNA di cultura, ma ce ne sono tante e varie e contrapposte e chissà se e quanto conciliabili in una nuova ipotesi universalista (solo umanistica?), dovremmo interrogarci inquietamente. Mi pare che Cucinotta lo faccia quando ricorda che “cultura è la poesia e il teatro, ma cultura è anche avvitare bulloni, e purtroppo anche compiere i cosiddetti famigerati delitti d’onore o le intimidazioni mafiose”, anche se poi ripiega nel fortilizio idealistico, apparentemente intatto, dove l’uomo (o la comunità umana) DOVREBBERO “costituire la misura del tutto”. Ma come tacere che questa, che non esito a chiamare credenza, è stata tante volte smentita dalla storia (e non solo del Novecento) e ha fatto presto a tramutarsi in mera ideologia, occultando eventi tremendi che persistono e si moltiplicano? E la vecchia dicotomia “cultura (o civiltà) vs. barbarie” non è una distorsione ottimistica dello slogan (pur esso ottimistico) di Rosa Luxemburg, che correttamente suonava “socialismo o barbarie” (e il socialismo, allora, non era o non voleva essere solo Cultura…). E, allora, quale cultura potrebbe essere (e chissà quando e solo se si realizzassero certe condizioni non facili né scontate) bene comune? Se ne vedono in giro i segni, in qualche parte della società? Nei social network? Fra gli umanisti più che tra gli “scientifici”? Nei movimenti come quello costituitosi attorno al Teatro Valle di Roma o a favore dell’acqua come risorsa pubblica? Cauti! Anche nella “precarietà dei lavoratori della conoscenza” andrei a distinguere. Come abbiamo, purtroppo, dovuto distinguere nella “cultura del ’68” (ed evito di fare nomi … ). Per me ideologia resta tuttora sia la “cultura ben esemplata dalle “copertine-scudo” sia quella liberista dell’uomo aziendale. Cauti! Le “pratiche costituenti”’ o “l’idea ecologica anziché economica dei rapporti fra gli uomini e le risorse” non costruiranno da sole un (nuovo) diritto, che non sarà possibile se non si abbatte l’autorità del vecchi diritto. L’Eden di una “cultura bene comune” è un mito, che potrebbe anche essere manipolato (com’è capitato all’”immaginazione al potere”). E perciò dico più apertamente ciò che sommessamente ho accennato nel mio primo commento: in quel Congresso degli scrittori del 1935, dove appunto “Gide, presidente d’onore, propose una definizione di cultura “come un bene comune, comune a tutti e internazionale” (proprio così!!)” – il cortocircuito c’è, eccome! – l’unica cosa che si salva è l’intervento di Brecht. Le altre posizioni sono davvero cariche di “molte illusioni, molte ingenuità”. E smentite, come ben ricordi, da quel che venne dopo. E se poi abbiamo dovuto constatare che “l’industria culturale avrebbe reso […] insignificante la loro funzione, e tantomeno che il loro universalismo sarebbe stato interpretato, a ragione o a torto, come fiancheggiatore del totalitarismo staliniano”, perché sorvolare su Brecht? Specie se si ammette che ”la voce fuori dal coro di Brecht – riportata da Fortini in Verifica dei poteri – cercò esemplarmente di mettere a punto la differenza fra una cultura idealistica e una cultura materialistica”? Perciò ho chiesto di rileggere quel suo discorso, comunque necessario di precisazioni e di aggiornamenti. E non gli si contrapponga il “contro discorso” di Waldo Frank. Allo stalinismo o alla “continuità fra umanesimo borghese e realsocialismo (Aragon)” non può fare da contrappeso l’*impolitico” (alla Esposito, etc.). È insufficiente attestarsi sulle ”responsabilità individuali davanti al tritasassi della storia”, quando si sa che l’io quel tritasassi non lo ferma se non si fa io/noi (politico cioè e non impolitico, come capì la stessa Simone Weil…) Meglio, sì, uno sguardo gramsciano. E perciò non seguirei l’obiezione parziale Musil (“oggi la politica pretende di insegnarci il solo modo valido di scrivere, dipingere, filosofare”). Qui da noi non la riprese lo stesso Vittorini, quando si stancò di suonare il piffero della “rivoluzione togliattiana”? E con quali risultati? Inneggiare alla Cultura (o oggi alla “cultura bene comune”) contro la politica o distinguendola come un tutt’uno dalla politica significa ornarsi di umanesimo mitologico, e ridar fiato a un’illusione. Ma alle “illusioni di Alain, Gide, Malraux, Nizan, Breton, Babel’, Pasternak” e poi di Musil e di Vittorini o della stessa “continuità fra umanesimo borghese e realsocialismo (Aragon)”, Brecht contrappose almeno quel richiamo a Marx (“Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà! “). E più tardi Fortini (nei confronti di Vittorini) almeno l’esigenza di tutt’altra alleanza tra politica e cultura. E fu la scommessa che si giocò negli anni Sessanta per non scivolare sulla sponda (“eterna”) del mugugno anarchico o diventare “intellettuali funzionari” del Pci. È stata persa. Ma solo la Cultura (l’umanesimo) non basta: sta dentro e non contrasta di per sé i “rapporti sociali capitalistici”.

    @ Massino
    Se ho capito bene la tua posizione, Larry, ti dico che puntare sulle “culture particolari” contro la (sedicente) “cultura universale” è una scelta debole. I rischi di ideologia o di totalitarismo non stanno solo e sempre da una parte. C’è un’ideologia anche della Cultura (e questa “cultura bene comune” lo è…). Come ci sono connivenze tra cultura e barbarie (e Benjamin, Brecht lo sapevano bene…). Non penso che la soluzione stia in “modelli inclusivi, sopra di tutto a livello artistico espressivo”, come se si potesse correggere i malanni della cultura con un’iniezione di Arte, che è anch’essa malconcia. Come ho detto sopra, penso che vada riaffrontato il rapporto tra cultura e politica per come si pongono entro questi insuperati e consolidati “rapporti sociali capitalistici”. Non ci sarà nuova cultura senza nuova politica. Le due cose vanno insieme o cadono insieme. Come si è visto e si vede. Per evitare che i “politici” (che non sono solo i professionisti della politica!) abbassino con politiche clientelari, “il contenuto artistico”, c’è un’unica (rischiosa) via da imboccare: i difensori del contenuto artistico siano POLITICI (Cfr. Bourdieu) e contrastino i “politici di professione”. Non puoi dire:” Ne vogliamo un’altra, ne vogliamo altre, il più possibile lontane dal controllo dei politici e dei partiti”. Si dovrebbe dire: Vogliamo un’altra cultura e un’altra politica… (Ma quale?.. qui la vedo dura anch’io).

    @ Alessandra Sarchi
    Quando scrive: “Sono i membri del MI6 (Military Intelligence, britannica), reclutati di norma fra gli intellettuali delle più selettive università inglesi, Cambridge e Oxford, e per quanto ne so provengono, anche oggi, da studi umanistici; è fuori di dubbio che l’MI6 possa avere per fine la cultura come bene comune, ma fa riflettere che si serva proprio della cultura umanistica, ai livelli più alti, per decifrare e forse controllare i movimenti degli uomini su scala planetaria”, lei svela che non possiamo fidarci di un umanesimo che compattamente farebbe da argine al peggio (il clientelismo , la tecnocrazia, ecc). Se “il sapere è una merce come tutte le altre…”… lo è anche quello umanistico! Tranne eccezioni. Ma se le eccezioni non trovano una propria, autonoma dimensione politica, portano acqua al mulino del sistema capitalistico. Quasi quanto ne portava il realismo socialista di Aragon a quello staliniano (che pur – non dimentichiamolo- era in competizione con quello capitalistico in modi che accettavano le regole competitive e brutali imparate dal primo!)

  11. @Ennio Abate

    Non è che ho capito tutto tutto, perché sei complicato da analizzare a quest’ora. Ma sul finale sono d’accordissimo, quando scrivi, assai brechtianamente ” Si dovrebbe dire: Vogliamo un’altra cultura e un’altra politica… (Ma quale?.. qui la vedo dura anch’io) “.

    Penso che l’altra politica passi dall’invenzione di nuove forme organizzative. Ma sono lustri che mi sgolo, e questa cosa non vuole capirla nessuno. Forse perché una vera esigenza di ” altra politica “, nella società, non c’è (nemmeno nei soggetti che si atteggiano a contestatori). Per capirsi almeno un po’: il sindacato è una forma organizzativa. Prima non c’era, poi… Lo stesso le cooperative… ecc.

  12. Comincio con una domanda: il 1935 come il 2012? Tra i due momenti esiste qualche analogia, ma i tempi sono molto cambiati. Viviamo in un mondo in cui non solo viene continuamente messa in discussione l’integrità della cultura e dei valori universali ma persino l’uomo rischia di diventare antiquato. Viviamo in un regime di “terrore e di mobilitazione permanente”(Marcuse) senza che a livello mondiale si riesca a costruire un’alternativa vincente, malgrado i segnali positivi provenienti dai movimenti sociali e politici dell’ultimo anno. La storia è andata in una direzione completamente diversa da come l’immaginavano gli intellettuali negli anni trenta e persino come noi l’abbiamo immaginata in gioventù. Alla sconfitta della sinistra vecchia e nuova è seguito un periodo di profonda crisi del marxismo e dei valori tradizionali, di grave difficoltà di carattere teorico e culturale e di appannamento della prospettiva politica. E alla fin fine la sinistra parlamentare ha finito per perdere la funzione alternativa svolta in passato e per accettare i valori dominanti e le regole del potere. Questo è stato un fenomeno mondiale, e non solo italiano, che da noi ha raggiunto la massima espansione nel periodo berlusconiano in cui è andato di moda la figura dell’intellettuale “pennivendolo”, per dirla con le parole del vecchio Lukacs, al servizio, appunto del potere e della cultura dominante.
    Emanuele Zinato nel suo articolo pone dei temi a mio avviso cruciali (tra cui il rapporto tra cultura e potere, intellettuali e società, pensiero radicale/sinistra) che però sono ormai diventati quasi totalmente estranei al dibattito teorico e culturale corrente. Se si escludono infatti il gruppo che fa capo alla rivista “Allegoria” e altre piccole minoranze della sinistra eterodossa, da quasi un trentennio la sinistra istituzionale ha completamente abbandonato questo terreno di analisi e di discussione, con le conseguenze disastrose che tutti conosciamo, anche in termini di consenso elettorale. E invece, a mio avviso, è indispensabile rimettere al centro della riflessione il tema della organizzazione della cultura, dei rapporti tra cultura e politica, del ruolo e della responsabilità dell’intellettuale, ben sapendo che questo discorso debba passare attraverso una ridefinizione della “cultura” e della “politica”, un rinnovamento dello stesso pensiero critico e una ricostruzione della stessa sinistra, su basi nuove. Qualcuno potrebbe dire che questa è roba d’altri tempi, che la stagione dell’impegno e della politica culturale si è conclusa già con la crisi del 1956, però, tra l’altro, è indispensabile che la sinistra si torni a dotare di una nuova “politica della cultura” come base di partenza per un rinnovato rapporto con gli intellettuali (artisti, scrittori, filosofi, studiosi di varia natura, docenti, ecc). Per esempio, non mi pare che alla “Riforma Gelmini” la sinistra sia riuscita a contrapporre un progetto alternativo di Università e di Scuola, al di là delle vaghe intenzioni… E allora? In fondo quel che serve oggi è una nuova “rivoluzione culturale”.
    Il Congresso del 1935 fu per molte ragioni un evento straordinario. A renderlo possibile non fu soltanto la regia di intellettuali di grande prestigio come Gide, Malraux, Aragon, ecc. ma anche l’adesione e il contributo di tanti scrittori e artisti di varia collocazione politica e appartenenti a numerosi paesi. Allora esisteva un fronte della cultura, oggi no. Per di più negli ultimi decenni il prestigio degli intellettuali è diminuito di parecchio, anche per ragioni morali … E poi mi sapete dire come fare per riunire nella stessa assemblea gli scrittori sovietici con gli scrittori statunitensi, quegli iraniani con quelli australiani?

  13. Il mio cortocircuito con gli anni Trenta è un paradosso: ma vorrebbe alludere alla possibilità concreta di un ulteriore imbarbarimento dei rapporti fra gli uomini, davanti a noi, come possibile risposta alla Crisi e alle tensioni sociali. Non nei termini dei paragoni mediatici fra Hitler e Saddam, che ci stanno ormai alle spalle, nella leggenda tramontata del nuovo ordine mondiale, ma proprio come possibilità inedite di risposte antidemocratiche, autoritarie e fasciste da parte dei vari tardo-capitalismi in crisi e in competizione. E, dunque, alle risposte “intellettuali” a queste tendenze. Brecht al Congresso parigino criticava i suoi colleghi scrittori per un loro eccesso di fiducia nell’educazione dell’uomo (“anche quelli che tra noi scorgono nella brutalità, nella barbarie, il male maggiore parlano soltanto di educazione, soltanto di interventi sullo spirito. Parlano di educazione al bene. Ma il bene non verrà dall’esigenza del bene”). Sempre negli anni Trenta, nel Quaderno 3, Gramsci ha usato la celebre espressione “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e che il nuovo non può nascere”. Gramsci individuava nell’unità di teoria e prassi il modo per superare l’idealismo e il solipsismo. Pur riconoscendo tutte le contraddizioni dell’umanesimo, esso gli appariva così ricco di civiltà, passione e ragione da potersi offrire, rinnovato, alla logica del mondo. Analogamente, il pensatore contemporaneo più gramsciano, Said, proprio nell’atto di criticare l’universalismo eurocentrico nel suo volumetto postumo “Umanesimo e critica democratica” (2007), invita a “criticare l’umanesimo in nome dell’umanesimo”, valorizzando educazione e spirito filologico (Vico e Auerbach) come “progetto di autocritica e di liberazione”. Said constata come le idee reazionarie diffuse dai new humanists negli anni Trenta e riprese a fine secolo da Allan Bloom e da Bennet rischiassero di prevalere nelle università americane in nome di un nazinalismo autoprotettivo e bigotto. A ciò contrappone un umanesimo critico e democratico: simile a quello gramsciano, capace di pensare al superamento della tradizionale dicotomia tradizione/modernità. E’ Gramsci l’autore che negli anni Trenta ripensa più a fondo la parola-chiave “cultura”, partendo da fatto che la prospettiva rivoluzionaria, che gli era sembrata vicina negli anni venti, di colpo – vista dal carcere – si era allontanata stellarmente, col nazifascismo in Europa, lo stalinismo a Mosca, l’americanismo e fordismo a Detroit.
    Mi sono limitato a dar voce alle ombre e ad attualizzare i fantasmi che vedevo scorrere dietro lo slogan, pur a me caro, di “cultura bene comune”. Dobbiamo inventare , sul terreno della cultura, le forme per farla diventare “comunione del bene”: e certo che è anche la cultura dei bulloni e dei chip. Del resto Primo Levi, sempre di quegli anni Trenta, mentre studiava chimica, scriveva “‎”La chimica conduceva al cuore della materia e la materia ci era alleata appunto perche´ lo spirito, caro al fascismo, ci era nemico”.

  14. @Abate
    Temo di non avere capito l’obiezione che solleva a quanto ho scritto. Cosa c’è che non va nel considerare l’uomo come misura di tutto? Cosa sarebbe mai questo fortilizio idealistica a cui Lei fa riferimento?
    Per me, dire che l’uomo è misura di tutto può essere al massimo tacciato di ovvietà, non contestato. Io lo lo richiamavo per riaffermare che nella concatenazione della prassi politica, si tende spesso a perdere il bandolo della matassa, e così sarebbe sempre importante confrontare i mezzi con i fini per non fare divenire come per incanto i mezzi fini, e fare con altrettanta maestria sparire i fini originali.

    @Zinato
    Non richiamavo i bulloni come metafora della cultura tecnica, ma solo per sottolineare la vastità del termine che dovrebbe interdire ogni possibilità di giudizio di valore sul concetto di cultura.
    A me leggendo anche i suoi commenti successivi, pare di capire che lo stimolo principale sia stato quello di respingere il tentativo di considerare la cultura una merce come qualsiasi altra.
    Su questo obiettivo, non ho difficoltà alcuna a convenire, ma mi chiedo soltanto se ne valga la pena, se ci sia davvero bisogno di argomentare contro una simile sciocchezza, che confonde i prodotti culturali con la cultura. La cultura abita le menti e quindi viene prima, non è qualcosa che si può fare coincidere con un’opera teatrale o un libro, ne è piuttosto il presupposto.
    Poi, certamente, si può realizzare un buon film o un filmaccio, ma a questo punto siamo costretti a entrare nel merito di quale cultura, della qualità della cultura, così abbandonando ogni speranza di potere discutere di cultura in generale.

  15. @ Cucinotta

    In tutta sincerità lei vede in giro per il mondo e nella storia esempi sufficienti che permettano di convalidare seriamente (non come “ovvietà”) l’affermazione che “l’uomo è misura di tutte le cose”?
    Io no. Non contesto la desiderabilità, la logicità, la bellezza, il valore orientativo dell’affermazione ma l’esistenza della cosa. Tutto qua.

  16. Il richiamo all’unità “tra teoria e prassi” nel pensiero di Gramsci contenuto nella replica di Emanuele Zinato mi sembra un punto fondamentale del nostro ragionamento. Di questa questione si parlò molto negli anni sessanta all’interno dei gruppi della nuova sinistra, nel processo che portò al superamento dell’idealismo e dello storicismo e al rinnovamento del marxismo. Mi sembra un’acquisizione di carattere teorico-politico valida ancora oggi. Così come condivido le precisazioni dell’amico Abate sul discorso di Brecht al Congresso parigino del 1935, la riflessione sul rapporto tra “politica e cultura”, tra “intellettuali e organizzazioni della sinistra” a partire dagli anni dello stalinismo e dall’esperienza fondamentale de <> (1945-1947), dalla lettera di Franco Fortini del 1947 poi inserita nel suo bellissimo saggio-testimonianza Che cosa è stato il <> del 1953 (in Dieci inverni). E’ il filo rosso che lega l’attività dei gruppi minoritari della sinistra eterodossa negli anni dello stalinismo e del togliattismo (con le riviste <> e <>, ecc. ecc.) e tutta la cultura di sinistra fino alla fine degli anni settanta, ma va ripensato in relazione alla lunga crisi della stessa sinistra e del pensiero marxista nell’ultimo trentennio, e più… E comunque, io l’articolo di Emanuele Zinato lo interpreto così (ma potrei anche sbagliare): come un invito a ripercorrere e ripensare alcuni nodi essenziali della cultura e della storia del Novecento, e in particolare il rapporto tra intellettuali e politica, tra cultura e potere, con gli occhi del presente… Sappiamo benissimo che non basta scrivere una bella poesia o un bel libro per fermare la guerra e che gli intellettuali non sono sufficienti a difendere la cultura e l’uomo dalla barbarie, a cambiare il mondo, ma possono e devono fare la loro parte. A tale riguardo penso che l’attività degli intellettuali non si può limitare ad un generico impegno e a una semplice opera di denuncia. Negli ultimi trent’anni forse siamo stati troppo servili con il potere, ci siamo illusi che bastava svolgere onestamente e seriamente il nostro lavoro delegando ai politici il compito di interessarsi delle cose del mondo, con i risultati che tutti conosciamo. Forse siamo rimasti troppo chiusi dentro i confini ristretti dell’esercizio intellettuale accettando passivamente i piccoli o i grandi privilegi che il potere ci ha via via elargito senza mai presentare il conto alla classe dirigente. Della situazione in cui versa l’Italia attualmente io credo che il ceto intellettuale di questo paese abbia la sua parte di responsabilità… E allora: quali sono i compiti dell’intellettuale, e dell’intellettuale radicale in particolare, all’alba del XXI secolo? E su questo punto che è necessario ancora una volta riflettere; e se è il caso voltare pagina.

  17. Ripercorrendo la vicenda intellettuale – degli intellettuali “di sinistra” – del secondo Novecento, mi salta agli occhi, per dirla con le parole di Piergiorgio Bellocchio (il fondatore dei “Quaderni piacentini” che andrebbe oggi letto un po’ di più, insieme alla sua costellazione di scrittori e saggisti) “la smania di aggiornamento, la corsa all’adeguamento”. “E’ vero – scrive ancora Bellocchio pensando alla cultura comunista – che c’è (c’era) da rimediare decenni di gretta virtù, miopi economie, canina fedeltà. Ma una cosa è l’apertura di trattative, un’altra è la resa senza condizioni”. (P. Bellocchio, Dalla parte del torto)

  18. @ Zinato

    “Ma una cosa è l’apertura di trattative, un’altra è la resa senza condizioni”. (P. Bellocchio, Dalla parte del torto)”.

    Sulla resa senza condizioni di quasi tutta la cultura “di sinistra” all’esistente (che io continuo a chiamre capitalistico) convengo. Ma non ho chiaro a quale “apertura di trattative” pensava (o abbia mai tentato) Bellocchio.

    @ Muraca

    ” l’attività degli intellettuali non si può limitare ad un generico impegno e a una semplice opera di denuncia. Negli ultimi trent’anni forse siamo stati troppo servili con il potere, ci siamo illusi che bastava svolgere onestamente e seriamente il nostro lavoro delegando ai politici il compito di interessarsi delle cose del mondo, con i risultati che tutti conosciamo”.

    Non ho mai capito come si fa a “svolgere onestamente e seriamente il nostro lavoro” senza oltrepassare i limiti di “un generico impegno” o della “semplice opera di denuncia”.
    Mi sa che, gratta grata, tutta quella onestà e serietà che gli attribuisci sia una favola o il solito lavoro per il re di Prussia.

  19. @Ennio Abate

    Mi dici anche: ” Se ho capito bene la tua posizione, Larry, ti dico che puntare sulle “culture particolari” contro la (sedicente) “cultura universale” è una scelta debole “.

    Io non dico affatto questo. Dico che è pericoloso andare verso l’universalizzazione culturale (politica) ignorando e in definitiva combattendo le culture particolari. Bisogna trovare il mondo di difenderle, di dichiararle inviolabili, le culture particolari, altrimenti il rischio totalitarismo (omologazione) universale è molto forte. Sai bene che Stalin fece una lotta feroce contro l’uso dei dialetti, improvvisandosi anche linguista (o linguaio?). Andrea Zanzotto, in una delle ultime interviste, fattagli da una redattrice di questo stesso blog, Gilda Policastro, diceva così: ” Bisognerà che diventiamo tutti capaci di parlare in cinese e nello stesso tempo di parlare nel dialetto dei propri avi “. Penso lo stesso di Zanzotto.

    @A tutti: peccato non si sia voluto discutere della provocazione di Alessandra Sarchi circa la destinazione finale di buona parte delle migliori menti sfornate dalle migliori Università (verrebbe voglia di scrivere sformate…). Penso sia una questione decisiva. Se è vero, come è vero, quello che dice la Sarchi (ma è anche peggio perchè è il mondo militare a fare i maggiori investimenti in ricerca scientifica; e perché no umanistica, almeno in termini di studi logistici e di organizzazione sociale all’interno dell’esercito, di reazioni psicologiche delle popolazioni civili degli stati aggrediti, di reazioni dell’opinione pubblica internazionale, di demografia di pace e di guerra; e anche di urbanistica, perché notava giustamente paul Virilio, è importante sapere se è spuntato un grattacielo nella traiettoria del missile che spari su un bersaglio a 10.000 km di distanza… e insomma, penso che la ricerca scientifica di ambito militare si sia allargata a tutte le discipline scientifiche, anche le cosiddette umanistiche). Tradotto in termini calcistici viene fuori così: gli apparati, per far funzionare le istituzioni sotto il loro controllo, si pigliano i migliori giocatori; a fare eventuale critica del sistema restano le schiappe, ed eventualmente gli ingestibili, marchiati a vita come inaffidabili, in genere ritenuti sospetti anche nella comunità di ” schiappe ” che si definisce critica verso il sistema. Va da sé che i migliori giocatori contro i peggiori giocatori è una partita persa in partenza, almeno se si gioca sul piano dell’umanesimo. Quindi bisogna tentare di cambiare piano, ri cominciare per esempio a considerare la barbarie ( o cos’altro, dato che sono passati più di quaranta anni dal sogno libertario dell’immaginazione al potere, senza grossi risultati) una posizione dalla quale si può almeno in parte modificare il piano dell’umanesimo, se non ribaltarlo completamente, se possibile annullarlo, umanesimo che così com’è non va (ma a questo punto viene da pensare che gli apparati abbiano guià occupazo, alla zitta, pure i posti di controllo del piano della barbarie), umanesimo antiumano che sempre più legittima l’antiumanesimo umanista che sognava, tra gli altri, Foucault. Non è un caso che dalla postmodernità, postulata dal suo maggiore teorico come epoca antitotalitaria, di frammentazione della soggettività, di fine dei grandi racconti demagogici, si stia piano piano scivolando verso un’epoca anti moderna, almeno se si intende il moderno come spazio di insorgenza della critica, della libertà di critica, che infatti sta diventando sempre più un’istanza sospetta, quasi criminale, a meno che non provenga da personalità vicino al potere, protette da uno o l’altro dei fortini (…) dell’apparato, dove il sapere è stato tecnicizzato e via via impacchettato per essere distribuito ai più bisognosi… con atteggiamento assolutamente caritatevole… Beninteso, distribuito da voci autorevoli (quelle a cui dà la patente…). E’ così che chi fa critica da posizioni individuali, nei nostri tempi, viene di volta dipinto come represso, risentito, frustrato, invidioso, malato di mente (Ah Basaglia!), oclocratico, antropologicamente insopportabile, seminatore d’odio…

    Lo so, me l’accomodo un po’, ma si fa per chiacchierare. E poi, troppe parentesi (o ipotassi?). Me ne scuso prima di essere rimandato aff… are corsi di recupero grammaticale.

  20. Caro Larry,
    chi dovrebbe trovare il modo di difendere le culture particolari o “tentare di cambiare piano”? Chi, dopo averle dichiarate inviolabili, rispetterà la nuova dichiarazione “zanzottiana”? Non siamo sovraccarichi di diritti inviolabili quotidianamente e solennemente affermati e violati? E proprio in nome dell’antitotalitarismo e dell’universalismo (dei più forti)?
    Sì, mi associo: peccato che lo spunto della Sarchi sia stato lasciato cadere (ma anche quello di Brecht non era poi male, anche se tu ed altri sentite in lui soprattutto il puzzo dello zolfo stalinista…).
    Aggiungo che non vedo nessuna possibilità di accaparrarci per una nuova Grande Causa (innominata e forse a lungo innominabile) i ”migliori giocatori” (= gli intellettuali teste d’uovo, ecc.). Possiamo puntare solo sulle “schiappe” (e su una ragionata selezione dei “migliori tra le schiappe”), allenarle in qualche campetto di periferia (dell’Impero); e, chissà, un giorno schierare la nostra squadretta contro i “migliori giocatori” globalizzati. Sarà dura vincere come capitò a Lenin, ma proviamoci.
    Abìtuati però (lo dico anche a me stesso perché fa parte della scommessa) a beccarti le accuse di sempre: “represso, risentito, frustrato, invidioso, malato di mente (Ah Basaglia!), oclocratico, antropologicamente insopportabile, seminatore d’odio”. E’ il minimo. Se le “schiappe” si organizzassero davvero e non solo simbolicamente e non solo nei recinti consentiti, sta’ certo che i mezzi di disinfestazione saranno potenziati.
    Per adesso e per la tua e la mia edificazione ti omaggio di questo brano che dice in *lingua mortua* (meno sportiva della tua) le cose di cui abbiamo bisogno per allenarci e allenare le “schiappe”:

    A un giovane che me ne chiedeva ho consigliato di scegliersi una morale di subordinato, di servo; come credo di aver fatto io. Con quel tanto di e quivoco e magari di ripugnante (come l’invidia, il rancore, l’intenzione di dominare umiliandosi) che ogni morale di servo comporta. La ragione di quel consiglio? Anzitutto che una morale di servo è, da noi, meno immaginaria di una da signore; almeno per chi viva alla periferia dell’Impero. Basta riflettere all’impegno che i nostri signori e i loro delegati mettono a persuaderci che, via, siamo anche noi ormai parte del mondo dei signori. Il che, in una certa misura, è vero. Sganarello, infatti, mangia, dorme e beve molto meglio del cavallante, del contadino o del poveraccio per il quale il suo padrone stanzia (in Molière), per la lotta contro la fame nel mondo e «per amor dell’umanità», una certa cifra «purché bestemmi il Signore» cioè la propria cultura e verità. Che dico, Sganarello fruisce anche della cultura e delle agevolazioni tariffarie di Don Giovanni e deve buona parte della propria astuzia alla conoscenza degli splendori mondani cui partecipa indirettamente. Eppure, di un servo non ci si può mai fidare; e questa è grande superiorità, la cui rinuncia non consiglio a nessuno.
    C’è qualcosa che tuttavia il servo non possiede: l’ironia e la leggerezza. Il servo ha solo riso e sarcasmo; sempre, in qualche misura, plebei. Nulla di più doloroso dell’apostolo della leggerezza, Nietzsche, incapace di danza, e condannato alla più tremenda serietà. Eppure – contro l’opinione corrente – dubito che l’ironia e la leggerezza siano davvero sempre supreme virtù (o privilegi signorili). Sono virtù; ma secondarie. Esse infatti non possono essere praticate se non in gruppo, fra pari.
    Insomma, la morale del servo è anche quella che ti consiglia insistenza e petulanza, offerta di spiegarsi meglio e di porgere scuse. («Si spieghi meglio!». «…Disposto … disposto sempre all’ubbidienza».) Docenti, moralisti, pedagoghi, preti, psicanalisti, funzionari di partito, d’ogni sorta addetti alla manutenzione delle anime, tutti costoro – dei quali certo faccio parte – sono perpetuamente esposti al disprezzo signorile degli spiritosi libertini ma sfuggono tuttavia di mano a questi ultimi perché la loro verifica è sempre altrove, è qualcosa che è sempre un oltre, metafisico o storico, un dover essere, un «verrà un giorno …». Mentre lo spiritoso libertino ha tutto interiorizzato; ha o crede di avere tutti in sé i propri diavoli e angeli; è costretto all’ateismo (<<pèntiti!», «no!») e all'autoinganno dello stoicismo. Don Giovanni non può essere «serio come il piacere». «Sarò serio come il piacere» è locuzione di Baudelaire; l'altro infelice apologeta dell'ironia e della leggerezza, grande anche per la sua incapacità di essere ironico e leggero.
    Il giovane se n'è andato, com'è giusto, scuotendo il capo. Spero di avergli lasciato, almeno, una spina fastidiosa. Nella loro pressoché integrale ignoranza del nostro passato e al di là dell'abisso profondissimo, quasi insuperabile, di quest'ultimo decennio, ho la certezza, non per fede ma per ragione, che si stiano formando anche nel nostro paese – e forse proprio attraverso una maggiore frequentazione del mondo dei padroni – delle minoranze che possono assumere deliberatamente una morale di servi per uscirne nella sola direzione capace di fondare, come sempre è stato, una aristocrazia vera; facendosi cioè disinteressati e, al bisogno, sacrificali difensori dei più, delle folle accecate. Il loro primo moto sarà, anzi già è, di seppellire sotto lo scherno le false aristocrazie, straccione o snob, che si riproducono nella nostra cultura nazionale.
    ( F. Fortini, Avere ragione, pagg. 102-103 in Insistenze , Garzanti, Milano 1985

  21. Non capisco di quali migliori si parli, se ritengono di dovere operare come attori del potere in auge. Migliori da quale punto di vista, forse da quello dell’efficienza? Si potrebbero sostituire con dei robots, almeno in linea di principio.
    Alla fine, ciò che conta è avere speso bene la propria vita: chi può affermare che avere successo costituisca oggettivamente il miglior modo?

  22. @ Abate
    Io penso che “l’onestà” e la “serietà” non siano legati al tipo di impegno profuso. Probabilmente abbiamo dei pareri diversi. E comunque io affermo che non basta svolgere con onestà e serietà il proprio lavoro, limitarsi ad generico impegno e a una semplice opera di denuncia. Su questi aspetti consiglio la lettura del volumetto di Leo Lowenthal, L’integrità degli intellettuali, Chieti, Solfanelli, 1991, dedicato ai suoi amici francofortesi Benjamin e Adorno e all’impegno degli intellettuali.

    @Zinato
    Sono completamente d’accordo con te: “Dalla parte del torto” è un libro eccezionale, da meditare attentamente, un libro che io amo molto che presenta in chiave satirica e polemica un quadro desolante del panorama culturale e politico italiano, in cui domina la smania di aggiornamento e la cancellazione del passato. Egli paragona l’intellettuale comunista ad una donna cinquantenne che di colpo scopre il sesso libero e si concede a tutti per la paura di <>. E’ da lì che bisogna partire per ricostruire la storia degli intellettuali italiani degli ultimi trent’anni. Io nel corso del tempo ho dedicato ai Quaderni piacentini e a Bellocchio vari saggi e recensioni che ora sto cercando di raccogliere in volume. Spero di poterlo pubblicare.

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