di Alessandro Brizzi

[Liberi e Uguali ha aperto la campagna elettorale proponendo di abolire le tasse universitarie. È un tema importante che tocca la questione del diritto allo studio e sul quale esistono pareri diversi. In questi giorni ospiteremo due opinioni opposte, quella di Marco Bollettino e quella di Alessandro Brizzi]

Nel 1875, nella sua celebre Critica del programma di Gotha, Marx prendeva in esame le proposte approvate dal congresso fondativo del Partito socialista dei lavoratori, largamente ispirate alle posizioni di Ferdinand Lassalle. Il programma di Gotha prevedeva, tra i principali obiettivi del nuovo partito operaio, l’«educazione popolare generale ed uguale per tutti per opera dello Stato», l’«istruzione generale obbligatoria» e l’«insegnamento gratuito». Notava Marx che l’istruzione generale obbligatoria esisteva già in Germania, così come l’insegnamento gratuito era garantito in Svizzera e nelle scuole elementari statunitensi. Inoltre, chiosava, «se in alcuni Stati dell’America del Nord anche gli istituti di istruzione superiore sono “gratuiti”, in linea di fatto ciò significa soltanto che si sopperisce alle spese per l’educazione delle classi dirigenti coi mezzi forniti in generale dalle imposte»[1].

Ricordare un brano di Marx del 1875 in riferimento al dibattito odierno sull’abolizione delle tasse universitarie può sembrare un esercizio ozioso, da confinare al tempo dei dibattiti novecenteschi sui «testi sacri» del movimento comunista. Eppure il recupero in tempi recenti di questa annotazione – tutt’altro che secondaria – non si deve ai reduci delle formazioni marxiste-leniniste, ma alla rivista «Forbes», che nel settembre 2017 ha ospitato un articolo intitolato Karl Marx Was Right. L’autore, l’economista Richard Vedder, sostiene di ritrovare in Marx una lucida visione dell’istruzione superiore come bene privato e individuale, di cui beneficiano soprattutto le classi superiori. Di qui la tesi: poiché ancora nel 2017 sono ancora i più ricchi a frequentare le università, l’accesso gratuito consentirebbe loro di scaricare i costi della propria formazione sulla fiscalità generale, dunque sulle classi medio-basse[2].

L’articolo di «Forbes» non viene dal nulla, ma si inserisce nel dibattito sulla gratuità dell’istruzione superiore, che almeno nel mondo anglofono si è da poco ravvivato. La prima mossa è stata la proposta di abolire i tuition fees negli Stati Uniti, avanzata da Bernie Sanders durante le primarie del Partito democratico[3]. A Sanders è seguito dopo pochi mesi il Labour di Jeremy Corbyn, che ha fatto del tema uno dei cardini della sua campagna elettorale, in un paese in cui il problema dell’accesso all’università e dell’indebitamento degli studenti è particolarmente sentito[4]. Se si aggiunge che l’università gratuita è uno dei punti del programma della France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, si può stabilire un nesso tra questa proposta e l’emergere di un’opzione genericamente «neosocialista» negli ultimi appuntamenti elettorali di alcuni paesi a capitalismo avanzato. Come mai, dunque, lo spettro di Marx si trova schierato con Vedder – e contro Sanders, Corbyn e Mélenchon – sulla questione dell’istruzione gratuita? La questione sarebbe di scarso interesse, ma si potrebbe riformulare la domanda in termini più adatti al dibattito recente, nelle sue varie declinazioni: se l’abolizione delle rette sia una proposta «di sinistra», se sia «giusta» o, meno vagamente, se vada a vantaggio dei ceti più ricchi, a sostegno delle classi medie o verso l’emancipazione degli sfruttati.

Forse non è così rilevante stabilire se l’università gratuita sia una proposta o meno di sinistra, ma conviene almeno delineare la sua evoluzione storica. Nello stesso anno in cui Marx scriveva, infatti, negli Stati Uniti ottenevano la laurea circa 12mila cittadini, su una popolazione totale di poco inferiore ai 50 milioni[5]: il quadro, rispetto ad allora, è del tutto diverso. In questa sede sarebbe impossibile ripercorrere gli enormi cambiamenti tra il 1875 e oggi, connessi all’innovazione tecnologica e al cambiamento dei processi produttivi, o alla scolarizzazione di massa, o ancora agli stravolgimenti politici del «secolo breve», alle rivoluzioni e all’edificazione del welfare State nei paesi occidentali. Bastino allora tre istantanee. Unione Sovietica, 1936: nella nuova Costituzione dell’era staliniana l’articolo 121 stabilisce che «i cittadini dell’URSS hanno diritto all’istruzione» e che tale diritto è garantito, tra l’altro, dal fatto che «l’istruzione, inclusa l’istruzione superiore, sia priva di costi»[6]. (Inutile precisare che la preoccupazione dello Stato sovietico non è la cultura intesa come fattore di emancipazione, ma la capacità di fornire quadri e tecnici alla politica di piano). Germania, 1959: nel programma di Bad Godesberg, tra i documenti fondanti della socialdemocrazia novecentesca, si scrive che «la frequenza di tutte le scuole e università pubbliche deve essere gratuita»[7]. Pisa, 1967: nella piattaforma programmatica delle Tesi della Sapienza, uno dei testi principali del ’68 italiano, si esige l’«abolizione di ogni tipo di tassa o tributo» per l’università[8].

Si potrà obiettare che l’accostamento tra questi testi è arbitrario e non dimostra nulla. Tuttavia, mi sembra significativo ritrovare il tema dell’università gratuita in un documento cardine del «socialismo reale», poi nel programma di un partito decisamente anticomunista come la SPD e, infine, tra le rivendicazioni di movimento studentesco ostile alla socialdemocrazia e a ogni tentativo di programmazione. Partiti e movimenti dichiaratamente nemici, catalogabili sotto l’etichetta della «sinistra» solo a costo di anacronismi e forzature, eppure tutti votati – almeno a parole – all’emancipazione delle classi subalterne. Per farla breve, l’obiettivo (finale, strategico, tattico che fosse) della gratuità dell’istruzione non è stato messo in discussione da intere generazioni militanti della sinistra comunista, socialdemocratica o della «nuova sinistra». Diverse, o diversamente pesate, erano le motivazioni, che andavano dall’insistenza sulle necessità dello Stato – formazione della classe dirigente e della burocrazia – all’attenzione alle domande sociali di masse sempre più scolarizzate.

È dall’insieme di queste esigenze (interesse degli Stati e pressioni sociali), spesso accelerate dai processi di terziarizzazione del lavoro, che deriva l’attuale assetto del sistema dell’istruzione superiore in paesi come Svezia, Danimarca, Scozia, Finlandia e Norvegia. Nelle socialdemocrazie nordeuropee – come evidenzia il rapporto Eurydice – la maggior parte degli studenti universitari sono esentati dal pagamento delle rette e godono di un buon sistema di diritto allo studio per la copertura delle spese di vitto, alloggio e trasporto[9]. Il paese paragonato più spesso all’Italia è la Germania, dove l’abolizione delle rette è stata gradualmente sperimentata dai Länder[10]. Il semplice confronto tra l’Italia e gli altri paesi OCSE evidenzia dunque, prima di tutto, un dato storico: si tratta di un caso abbastanza clamoroso di incapacità di gestire politicamente l’università di massa.

Questa incapacità, dopo il 2008-10, è precipitata in una forma di governo della crisi particolarmente feroce verso i servizi pubblici e il welfare State. Un aspetto fondamentale delle politiche di austerità è stato proprio il raccordo con le forme più avanzate della governance neoliberista, la cui cifra sta proprio nell’abbattimento del carattere universale dello Stato sociale e nella ridefinizione del servizio pubblico come prestazione all’individuo (rigorosamente a pagamento). Non è quindi un caso che in Europa, dopo il Regno Unito (e, per motivi diversi, i Paesi Bassi e la Spagna), le tasse universitarie più alte si ritrovino in Italia[11]. Nel nostro paese, però, si aggiungono due fattori. In primo luogo, la totale insufficienza del sistema del diritto allo studio che, nonostante l’approvazione di alcune leggi piuttosto avanzate nelle regioni governate dal centrosinistra, sollecitata dai movimenti e dai sindacati studenteschi, è strozzato dai vincoli di bilancio. Ne risulta una copertura del tutto insufficiente (il 9% degli studenti) e l’emersione della figura dei cosiddetti «idonei non beneficiari»[12]. D’altronde, la totale assenza di finanziamenti è lo stesso destino riservato a due diritti fondamentali – e direttamente connessi a quello allo studio – come il diritto all’abitare (del tutto inesistente in Italia) e il diritto alla città.

In secondo luogo, è da osservare la relazione diretta tra la diminuzione del finanziamento dell’università e l’aumento della contribuzione studentesca. Il fenomeno ha assunto dimensioni talmente rilevanti che quando l’importo totale della contribuzione studentesca si è avvicinato al tetto (stabilito per legge) del 20% del Fondo di finanziamento ordinario (FFO, cioè i fondi statali), il governo Monti ha consentito di «spremere» ulteriormente i fuori corso[13]. Questo dato è essenziale, perché rivela un’evoluzione che chi si oppone all’abolizione delle rette tende a nascondere: le università si sono sempre rette per la maggior parte sulla fiscalità generale. Solo da un certo punto, di fronte ai tagli, la contribuzione studentesca ha assunto tutta questa importanza. Lo dimostra il fatto che, quando il governo ha approvato la no tax area fino a un ISEE di 13mila euro – a fronte delle richieste delle organizzazioni studentesche di estenderla fino ai 30mila euro, esentando dunque la maggior parte degli studenti – si è aperto un buco, stimato intorno ai 55 milioni, che solo l’aumento del FFO (e quindi il ricorso alla fiscalità generale) potrebbe colmare[14].

Il problema dell’aumento dei finanziamenti si è quindi già posto. L’aumento della fascia degli esentati dalle rette e il potenziamento del diritto allo studio, riconosciuti anche da coloro che hanno limitato o criticato la proposta di Liberi e Uguali[15], chiama già in causa il tema della fiscalità generale. Non si può quindi immaginare che l’abolizione delle rette universitarie avvenga ceteris paribus, ovvero con l’attuale sistema di tassazione, sempre più vicino al polo della proporzionalità che a quello della progressività. È indicativo che Claudia Pratelli, responsabile Scuola di Sinistra Italiana, abbia dovuto specificare che il provvedimento a) sarebbe accompagnato dal potenziamento del diritto allo studio e dall’aumento del finanziamento dell’università, e soprattutto b) richiederebbe una ridefinizione in senso progressivo della tassazione dei redditi e della tassa regionale per il diritto allo studio[16]. Dopo anni e anni di egemonia del discorso neoliberista, ai socialdemocratici si chiede di dire l’ovvio: o lo Stato si regge sulla fiscalità progressiva (magari accompagnata da una patrimoniale), o non è Stato «sociale».

Si può obiettare che non si può volere tutto e subito. Eppure questo argomento non solo si scontra con un rifiuto (fortunatamente) sempre più netto e diffuso delle logiche compatibiliste, ma anche con il buon senso politico, riformista (e post-keynesiano) di fronte a una situazione che presenta un carattere emergenziale ben più valido di quello che ha giustificato, in questi anni, la socializzazione delle perdite delle banche e le regalie alle imprese. Di fronte a un 18% di laureati e alla presenza di numerose barriere all’ingresso, chiedere tutto e subito è giusto e necessario. Chi segue coerentemente la logica dell’austerità, una volta al governo, non può fare altro che rimuovere qualche ostacolo con una mano e tagliare con l’altra. Chi segue Vedder e l’ideologia neoliberista, secondo cui il sistema dell’università statale è di per sé classista, allora riterrà che la privatizzazione e la concorrenza siano l’unica soluzione. Chi, come Marx più di cento anni fa, e tutti i movimenti fino a oggi, riconosce che l’attuale sistema è classista e si impegna per cambiarlo, deve inalberare la bandiera dell’istruzione gratuita.

[1] Karl Marx, Critica del Programma di Gotha, 1975, https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1875/gotha/cpg-cp.htm

[2] Richard Vedder, Karl Marx Was Right, sul sito di «Forbes», 1 settembre 2017, https://www.forbes.com/sites/ccap/2017/09/01/karl-marx-was-right/#526a4371fe6b

[3] It’s Time to Make College Tuition Free and Debt Free, sul sito della campagna di Sanders, https://berniesanders.com/issues/its-time-to-make-college-tuition-free-and-debt-free/

[4] Towards a National Education Service, sul Manifesto del Labour, https://labour.org.uk/manifesto/education/#fourth

[5]US Census, https://www2.census.gov/library/publications/1975/compendia/hist_stats_colonial-1970/hist_stats_colonial-1970p1-chH.pdf

[6] Legge fondamentale dell’URSS (1936), https://www.marxists.org/reference/archive/stalin/works/1936/12/05.htm

[7] «Der Besuch aller öffentlichen Schulen und Hochschulen muß kostenlos sein», da Programma di Bad Godesberg (1959), https://web.archive.org/web/20140723181855/http:/www.hdg.de/lemo/html/dokumente/DieZuspitzungDesKaltenKrieges_programmGodesbergerProgramm/

[8]Le Tesi della Sapienza. Pisa, 7-11 febbraio 1967, Pisa University Press, 2017, p. 21.

[9]Angelo Romano, Accesso, tasse universitarie e sostegno agli studenti: siamo il paese peggiore dove studiare, su «Valigia blu», https://www.valigiablu.it/italia-europa-tasse-universita/

[10]  La questione ha poi assunto un rilievo costituzionale, quando gli ultimi governi socialdemocratici hanno provato a estendere il provvedimento all’intero territorio nazionale. Cfr. Alberto Magnani, Perché in Germania si può studiare (quasi) gratis, sul sito di «Il Sole 24 Ore», 9 gennaio 2018, http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2018-01-08/perche-in-germania-si-puo-studiare-quasi-gratis-104928.shtml?uuid=AE2NAodD e Philip Oltermann, Germany axed tuition fees – but is it working out?, «The Guardian», 4 giugno 2016, https://www.theguardian.com/world/2016/jun/04/tuition-fees-germany-higher-education

[11] Abolire le tasse universitarie si può? Ecco cosa dicono i numeri e i confronti internazionali, su «ROARS», 8 gennaio 2018, https://www.roars.it/online/abolire-le-tasse-universitarie-si-puo-ecco-cosa-dicono-i-numeri-e-i-confronti-internazionali/

[12]Link Coordinamento universitario, Basta con la vergogna italiana dell’idoneo non beneficiario alla borsa di studio!, http://linkcoordinamentouniversitario.it/basta-con-la-vergogna-italiana-dellidoneo-non-beneficiario-alla-borsa-di-studio/

[13] Federica Laudisia, Come cambia la contribuzione studentesca nella revisione della spesa, su «ROARS», 18 ottobre 2012, https://www.roars.it/online/come-cambia-la-contribuzione-studentesca-nella-revisione-della-spesa-2/

[14] Francesca Barbieri, Università, un terzo degli studenti esentati dal pagamento delle tasse, sul sito di «Il Sole 24 Ore», 4 dicembre 2017, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-12-02/tasse-all-universita-esclusi-600mila-studenti-172644.shtml?uuid=AE67G0KD

[15]Vede la proposta con simpatia Gianfranco Viesti, A chi tocca il costo della nostra università, rivista «il Mulino» on line, 8 gennaio 2008, https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:4215 e la critica, proponendo il finanziamento del diritto allo studio, Marco Bollettino, Università per tutti: perché la proposta di Grasso non funziona, su «Strade», 10 gennaio 2018, http://stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/3248-universita-per-tutti-perche-la-proposta-di-grasso-non-funziona

[16] Claudia Pratelli, Università gratuita: che vuole dire, perché e giusto, perché fa scandalo?, su «Huffington Post», 8 gennaio 2018, http://www.huffingtonpost.it/claudia-pratelli/universita-gratuita-che-vuole-dire-perche-e-giusto-perche-fa-scandalo_a_23327034/

 

[Immgine: Aula magna dell’Università di Stoccolma].

 

19 thoughts on “Perché rivendicare la gratuità dell’istruzione universitaria

  1. Intervento lungo e pieno di riferimenti, ma che non spiega perché togliere le tasse universitarie ai ricchi sia una buona idea, soprattutto se, come dice Brizzi stesso, il sistema è già sottofinanziato.

  2. @Francesco Rocchi Per lei chi ha un ISEE compreso tra i 13mila e i 30mila euro è ricco? Per quanto riguarda la mia famiglia, la presenza o meno della retta è un elemento abbastanza dirimente per la possibilità di far studiare anche mia sorella.

  3. @ Brizzi

    La proposta di Grasso non era alzare la soglia ISEE, ma annullare ogni tassa. È importante essere precisi.
    In secondo luogo, chi è tra i 13.000 e 30.000 punti ISEE gode di forti sconti, non è abbandonato a sé stesso.

  4. @ Rocchi
    Esentare il più del 60 degli studenti dal pagamento delle rette conduce logicamente all’abolizione della contribuzione studentesca, dato che il peso si sposta sulla fiscalità generale. Claudia Pratelli ha già parlato a sufficienza dei vantaggi che comporterebbe il ricorso a risorse prelevate dai più ricchi in generale, non solo dai quelli che mandano i figli all’università pubblica.
    In secondo luogo, queste fantastiche agevolazioni di cui parla sono il frutto di dure battaglie delle organizzazioni studentesche per una fasciazione progressiva delle rette. Lo sviluppo coerente di quelle posizioni – basta fare un giro sui siti dei sindacati universitari – è la gratuità dell’istruzione. La logica interna alla contribuzione, invece, è inizialmente quella della tassazione indiretta; poi è scesa a compromessi con la progressività e infine con l’esenzione. Ripeto: se si guarda allo sviluppo storico della contribuzione studentesca, non ci sono ragioni valide per mantenerla nemmeno un secondo di più.
    Infine, la pregherei di fidarsi di quello che dico in merito al peso che possono o meno avere mille euro all’anno per una famiglia. Tra l’altro, appartengo a quello scarso numero di studenti (300mila, se non erro) che non devono spostarsi per studiare. Figurarsi se ci fossero altre spese (che dovrebbero essere coperte dal diritto allo studio).

  5. @Brizzi
    la soluzione per far studiare sua sorella, che sono sicuro sia capace e meritevole, è mettere in campo borse di studio che coprono, oltre che la retta, anche vitto, alloggio e materiale didattico, non eliminare le tasse universitarie (anche) a ricchi e fuori corso.

    Il ricco le tasse universitarie le può pagare agilmente, il capace e meritevole con ISEE da 25.000€, che magari deve studiare fuori sede, fa poco con uno sconto di 1.000€ l’anno di tasse universitarie quando poi ne deve sborsare 30.000 per vivere a Milano o a Torino. E noi a questi dobbiamo dare una soluzione.

    Tutto questo senza contare che, come spiega questo articolo (http://www.linkiesta.it/it/article/2018/01/17/le-tasse-in-italia-le-pagano-i-poveri-e-il-ceto-medio-e-i-ricchi-la-fa/36814/), che si focalizza unicamente sull’Irpef, anche le tasse “progressive” in Italia sono pagate in gran parte dal ceto medio. Figuriamoci, poi, se aggiungiamo quelle regressive come l’Iva.

  6. @Bollettino

    Forse non è abbastanza chiaro un punto: l’università si regge già quasi all’80% sulla fiscalità generale. Bisogna ripeterlo ancora qualche volta? Non c’è alcuna dimostrazione del fatto che fare ricadere interamente il costo sulla fiscalità generale sia più regressivo di ciò che c’è già ora (20% basato su una progressività scarsa, tra l’altro imposta al sistema universitario dalle organizzazioni studentesche, e 80% sulla fiscalità generale). Chiamare in causa l’IVA non sposta i termini della questione, di fronte a queste percentuali.
    Allora qui abbiamo due vie, per essere coerenti: o l’istruzione è un bene privato, e allora spostiamo tutto il peso sulle rette (e allora vediamo quanto si alzano le tasse), o consideriamo l’istruzione un bene comune e la facciamo pesare su tutti. Non capisco il senso di mantenere in vita un sistema misto, in cui tra l’altro, come dico nell’articolo, il peso sta già tornando sulla fiscalità generale a causa dell’introduzione della no tax area.

    Sull’altro punto che solleva, ripeto: istruzione gratuita ora e subito. Non capisco la necessità di opporre rette e diritto allo studio. È una strategia argomentativa inconsistente, a meno che non si accetti la logica dell’austerità. In tal caso, evitiamo di discutere del tema: con l’austerità la politica sono solo tagli e bonus, punto.

    Infine, trovo significativo che si pensi che il capace e meritevole possa rivelarsi nella scarsità di mezzi. Magari su questo punto si potrebbe superare il dettato costituzionale, che si riferiva a un sistema ancora profondamente classista e si concentrava sulla promozione di alcuni casi eccezionali. La giurisprudenza e la politica sono già andate oltre, per fortuna. L’obiettivo è dare a tutti la possibilità di seguire le loro inclinazioni e i loro talenti.

  7. Aggiungo: questi fuori corso che ipostatizza come una categoria criminale, meritevole di pagare l’università, spesso sono persone che devono lavorare e non accedono al diritto allo studio. Rimangono solo i ricchi, a cui non ho capito che favore si farebbe se si alzasse la tassa regionale (e in generale le tasse).

  8. Occhio a questa frase: “Esentare il più del 60 degli studenti dal pagamento delle rette conduce logicamente all’abolizione della contribuzione studentesca, dato che il peso si sposta sulla fiscalità generale.”

    Si potrebbe adattare in altro contesto, così: “Esentare il più del 60 (per cento) degli Italiani dal pagamento della tassa sulla prima casa, conduce logicamente all’abolizione della tassa per tutti, dato che il peso si sposta sulla fiscalità generale”.

    E invece, giustamente, la tassa sulla prima casa l’abbiamo mantenuta per le ville di categoria A1, A8, A9, cioè le ville signorili.

    Poi, ribadisco, hai una gran fiducia che “spostare nella fiscalità generale” significhi far pagare “ai ricchi” quando, anche solo parlando di Irpef, il valore mediano si ottiene nello scaglione tra i 35 e i 55 mila euro. Quindi più del 50% del gettito Irpef è versato da chi guadagna MENO di 55 mila euro lordi l’anno.

    Dall’articolo che ti ho linkato puoi vedere che in Germania il valore mediano è nello scaglione 75 mila – 125 mila euro e negli Stati Uniti, patria del “neoliberismo reaganiano affamatore di popoli”, il valore mediano è tra i 100 mila e i 200 mila dollari.

  9. Ho letto l’articolo di Claudia Pratelli e questo di Brizzi, e mi è venuta un’illuminazione circa i miei dubbi. Ho capito perché sono incline a una visione di sinistra, ma anche perché ho forti problemi con articoli e pensieri del genere. Il problema principale, che a questo punto appatiene alla sinistra rivoluzionaria e riformista pure, è questa pretesa di parlare di giustizia, senza dare alcuna giustificazione. Il diritto allo studio. Scrive Pratella che l’Università gratuita è un principio sacrosanto, senza ovviamente dimostrare nulla. Continua dicendo che questo diritto lo deve pagare chi ha di più, perché chi ha di più deve pagare di più, altro principio dato per scontato, e che ovviamente di sacrosanto non ha nulla, perché non sta scritto da nessuna parte che chi ha di più deve pagare di più, è solo la volontà predatoria di chi ha di meno a parlare. Tutto ciò condito con una retorica vuota, cito ancora Pratella, per cui la conoscenza è il mezzo per essere liberi. Quando la maggior parte dei laureati di oggi sono capre senza appello. Lo stabilisce Pratella ciò che ci rende liberi. Allora forse invece di tirare in ballo princìpi sacrosanti che tali non sono, è più utile chiedere alla collettività, ovvero la fiscalità generale, se sono tutti d’accordo. Perché se ci sono così tante brave persone pronte a finanziare gli studi di tutti, i soldi ce li possono mettere loro.

  10. Poi ecco, come scritto sopra, non si capisce questa follia di studenti che pagano 400€ una stanza. Da un lato si vuole chiedere un po’ di più alla gente con le tasse, dall’altro si lasciano comuni cittadini spennare gli studenti.

  11. Caro Marco, caro Alessandro,
    la mia posizione è tendenzialmente incline a quella di Marco (“esenzione progressiva”) e contraria alla proposta di Grasso sostenuta da Alessandro (“esenzione totale”). Tuttavia, dopo la lettura di alcuni interventi sul problema, e anche di questi, ritengo che la questione sia aperta più di quanto sembri, e che siano opportuni dei chiarimenti.
    Faccio quindi una domanda a ognuno di voi due, continuando sotto questo post la discussione già in corso.

    Per Marco:
    il tuo ragionamento in termini di progressività contributiva e di reali ostacoli all’accesso universitario è corretto. Tuttavia: un sistema universitario senza contributi da parte degli studenti non si potrebbe giustificare sul modello di quanto facciamo per il sistema scolastico? Cioè, sulla base dell’intento di generalizzare l’istruzione universitaria, così come in quello scolastico l’assenza di reali tasse scolastiche si giustifica con l’intento di rendere universale l’istruzione?

    Per Alessandro:
    se si aboliscono le tasse universitarie, bisogna anche aumentare in maniera adeguata il finanziamento ordinario e il diritto allo studio, altrimenti la prima misura incide ben poco nel favorire l’accesso all’università; allora le spese diventano molto più alte di 1,6 miliardi; come si garantisce la copertura finanziaria, in una situazione di alto debito pubblico e imposizione fiscale già piuttosto elevata?

  12. @Bollettino
    Sono d’accordo sul fatto che l’attuale assetto del sistema fiscale sia ingiusto: bisogna aumentare la tassazione dei redditi più alti e condurre una lotta spietata all’evasione dei più ricchi. Un aumento della progressività sarebbe giustificato dall’incremento dell’indice di Gini registrato in questi anni.
    Il paragone con l’IMU non mi sembra regga molto, dato che si parla di beni di natura diversa. Poi ripeto: se si vuole esentare coloro che hanno un ISEE fino ai 30mila euro, allora va da sé che il FFO vada aumentato. Se poi si vuole mantenere il 20% della contribuzione studentesca e farla ricadere sempre più sul vertice, si può anche fare, ma non mi sembra molto ragionevole, soprattutto se si segue la proposta di Pratelli di una tassa regionale fortemente progressiva.

    @Piras
    Sulla copertura, io sarei per raggiungerla in vari modi. Dal punto di vista fiscale: 1) patrimoniale; 2) aumento della progressività della tassazione dei redditi; 3) lotta all’evasione; 4) ridefinizione in senso progressivo della tassa regionale sul diritto allo studio. Dal punto di vista finanziario: 1) eliminazione dei generosi contributi alle imprese erogati in questi anni (si sta parlando di 70 miliardi buttati); 2) riduzione delle spese militari. Dal punto di vista politico: rinegoziazione dei trattati europei, ristrutturazione del debito ed eliminazione del vincolo del 3%.

  13. “perché non sta scritto da nessuna parte che chi ha di più deve pagare di più, è solo la volontà predatoria di chi ha di meno a parlare” (FF vs PPP)

    Perché invece la volontà predatoria di chi ha di più ha fondamenta naturali o divine o scientifiche, vero?

  14. @Mauro Piras:

    Premesso che anch’io sulla tassazione propenderei per le posizioni di Marco Bollettino, vorrei approfondire cosa tu intendi per “generalizzare l’istruzione universitaria”. Ritieni che si debba estendere l’obbligo scolastico fino a 22 anni in modo che tutti i ragazzi, compresi quelli che ispirano a diventare cuochi, operai specializzati, metalmeccanici, addetti ai macchinari e simili debbano conseguire almeno una laurea triennale? Questo scenario mi pare alquanto improbabile al giorno d’oggi…

  15. Abate, la volontà predatoria di tutti credo sia appunto naturale, che non vuol dire giusta (ma neppure sbagliata, dipende da come si esprime). Solo che quella del “capitalista” nessuno di “noi” ha problemi a riconoscerla, mentre la volontà di togliere viene ammantata di una presunta giustizia sociale, che a ben vedere non ha nulla di giusto. Io senza i miei genitori sarei povero in canna, ma non vedo alcun motivo per cui dovrebbero essere diverse le cose, dal momento che non faccio nulla per cambiare la mia condizione. Né penso che le mie inclinazioni e i miei talenti debbano essere finanziati dagli altri a prescindere. Nel passo iniziale Marx parla di istruzione generale, che mi fa pensare alla scuola. L’Università è cosa diversa e non vedo il motivo per cui chi la può pagare non se la paghi.

  16. Ho trovato questo post interessante anche perché prova a evitare i conticini da ragioniere prendendola più alla larga, dando così una qualche prospettiva (indipendentemente da quanto essa sia condivisibile). Ma ogni tanto i conticini da ragioniere aiutano anche a capire di cosa si deve effettivamente discutere, e cosa invece è meno importante. Sono appena usciti dei conti che mostrano come la proposta di LeU non sposterebbe risorse verso le fasce di reddito più elevate, se analizzata nel suo complesso: http://www.lavoce.info/archives/51164/tasse-universitarie-vale-la-pena-tagliarle/

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