di Beppe Fenoglio, a cura di Gabriele Pedullà

[Per festeggiare il 25 aprile, riproponiamo il brano di Fenoglio che abbiamo proposto tre anni fa. È tratto da Il libro di Johnny (Einaudi), a cura di Gabriele Pedullà – un’edizione radicalmente nuova del più importante romanzo sulla Resistenza italiana. In un primo momento Fenoglio aveva ideato un’unica grande storia che aveva come protagonista Johnny. Partiva dagli anni del liceo ad Alba e proseguiva con il corso ufficiali, l’8 settembre, il ritorno in Piemonte, l’adesione alla guerra partigiana, il passaggio dai garibaldini ai badogliani. Poi, su indicazioni editoriali, riscrisse la prima parte di questo progetto trasformando Primavera di bellezza in un libro autonomo: tagliò le prime ottanta pagine e aggiunse tre capitoli finali facendo morire Johnny al primo scontro a fuoco. La seconda parte, riscritta più volte, fu recuperata postuma col titolo Il partigiano Johnny. In questa edizione Gabriele Pedullà ricostruisce la struttura del grande romanzo così come Fenoglio lo aveva pensato. Pubblichiamo il primo capitolo, che è assente dalle edizioni di Primavera di bellezza e del Partigiano Johnny, e le prime pagine del saggio introduttivo di Gabriele Pedullà, dedicate alla storia letteraria ed editoriale di questo capolavoro del Novecento].

Dall’alto della torre medievale la sirena ululò nella notte di giugno. Subito la madre lo chiamò con la sua voce imperterrita: – Johnny? L’UNPA –. Johnny rotolò da un ciglio all’altro del letto, sospirando vestí una parte dei suoi leggeri indumenti estivi. Poi passò nella camera dei genitori, torrida. Suo padre giaceva in un sonno inviolabile, con un fendente di luce lunare attraverso il viso. – Posso frugare nelle tasche di papà per una sigaretta? – bisbigliò, rivolto all’angolo di buio assoluto in cui era coricata sua madre. Non poteva affrontare senza tabacco ore e ore di vagabondo servizio UNPA. Trovò nelle tasche del padre una sigaretta, deformata dalla pressione di un mazzo di chiavi.

Fuori, la notte premeva concreta e vischiosa, non meno lugubre nelle radure di chiaro di luna; e giusto in quel momento vi si iniettava il rumorio dei bombardieri, flebile e smarrito, interamente patetico.

Davanti al municipio, alcune guardie civiche stavano infilandosi la giubba sulle braccia sudate e rimproverando vanamente i borghesi che allo smorire del primo sibilo si erano affacciati alle finestre sulla piazza, grasse macchie bianchicce effondenti a distanza odore di sonno faticoso e di carne surriscaldata. – Quando si renderanno conto che siamo in guerra? – deprecò un civico, finendo d’abbottonarsi tutto. – E che gli inglesi ci volano sulla testa? – aggiunse un altro dalla tenebra dei portici. Poi sbucarono i pompieri dai loro misteriosi recessi, in divisa militaresca, fiutando l’aria, l’aria elettrica eppure estenuata delle notti di allarme aereo. E già mendicavano svergognatamente da fumare, da questo la cartina e da quello la presa di tabacco. Buona parte erano uomini della città, fattisi accettare nei vigili del fuoco per non voler conoscere altro fronte che l’interno; ad occhio li distinguevi dai comuni pompieri d’estrazione contadina per la minor mole fisica e la superiore attillatezza dell’uniforme.

Johnny accese la sigaretta e all’ultima luce del fiammifero setacciò quella folla evaporante, senza trovarvi un solo camerata dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea. Sospese di fumare, perché alle sue spalle gracidò una voce idiotamente sarcastica. Era, inconfondibilmente, il caposquadra della DICAT Giovanni Rabino, detto Juancito, ex legionario di Spagna: l’oscurità non ancora cosí folta da mascherare la devastazione dell’acne sulle sue guance spolpate. – Siamo alle maledette solite con voi giovani, – cominciò: – E stanotte, per la prima ed ultima volta in vita mia, darò torto al Duce. No, non mi avete frainteso. Perché il Duce sbaglia a confidare tanto in voi giovani –. Qualcuno tra guardie e pompieri approvò confusamente. – In noi, – continuò Juancito, percuotendosi il petto, – in noi Egli può e deve aver fiducia. Siamo in allarme da dieci minuti e di tutto il servizio UNPA c’è un solo presente –. Gli anziani rigorgogliarono e Juancito annunziò che non piú tardi di domani avrebbe conferito col Segretario Politico per questo sconcio dei giovani fascisti arruolati nell’UNPA. – Ma non voglio intabaccarmi oltre. Tanto sono convinto che noi, noi della vecchia guardia, siamo piú che sufficienti per vincere questa guerra.

Johnny tentò la difesa dei compagni: molto probabilmente erano già di ronda, in piena attività; conoscevano il servizio a memoria e dovevano aver pensato di… – Proprio questo è lo sconcio! – troncò il caposquadra. – Gli ordini non si pensano, gli ordini si ricevono. Ma voi giovani sapete tutto da prima, vero? Siete intelligentissimi, voi giovani, al punto che un primo ed unico ordine vi basta per sempre. Ebbene, dovete diventare come noi anziani, che siamo intelligenti almeno quanto voi, eppure amiamo ricevere ordini, li de‐si‐de‐ria‐mo gli ordini. Ma vi raddrizzeremo. Avremo un’infinità di tempo per raddrizzarvi, dopo la vittoria.

Squillò il telefono nell’aria saponosa del corpo di guardia: certamente un posto di vedetta DICAT su qualche pura, ventilata collina. Un civico colmò il vano giallastro della porta e invitò Juancito all’apparecchio; lo chiamò Juancito in pieno rispetto e per antica sodalità, ma Juancito gli sibilò che lui era il caposquadra Rabino, Juancito esclusivamente quando bevevano birra insieme o insieme giocavano a biliardo. Poi marciò al telefono e presto ridacchiò in gola al microfono. – Macché, macché, macché. Ridere mi fanno. No pasaran. Ciao. – No pasaran, – ripeté, rimescolandosi, col gusto del capo popola‐ re, alla frotta subordinata. Gli aerei scivolavano a nord, all’altitudine massima. Un pompiere disse che cercavano Torino, una guardia che miravano, i porci, a rovinarci la fiat. Juancito interruppe di spremersi sebo dalla faccia e scherní: – Non ci riusciranno mai. Sentite da voi stessi, sono quattro gatti e tutti insieme fanno il rumore di una macchina da cucire. E a noi stanno arrivando a grande velocità le batterie contraeree tedesche. Oh, intendiamoci: non le avremmo viste mai, non fosse per l’enorme amicizia personale fra il Duce e il Führer. Voi non siete affatto scemi, ciononostante non potete formarvi un minimo concetto dell’amicizia che lega i Due. Un’amicizia…! – Parlò adagio un contadino‐pompiere: – Non c’è che dire. Abbiamo scelto bene, abbiamo scelto giusto, stavolta.

– Sergente, – esordí una voce sottile: ed era una finezza, perché le camicie nere godevano a rifilargli il corrispettivo grado militare; – Sergente, contro la noia raccontateci qualcosa della Spagna –. Juancito raggiò, ma non accondiscese. – È cosa passata, e una robetta in confronto all’attuale… –

Qualcosa delle donne spagnole, caposquadra, – pregò un lussurioso. – Siete un branco di puttanieri, ecco quello che siete. E questa è una caratteristica che deve sparire, spa‐ri‐re, dal carattere nazionale. Maschi sí, maschioni pure, ma puttanieri assolutamente no. – Sergente, il generale Franco è sempre dalla nostra parte, non è vero? E presto o tardi scenderà in campo al nostro fianco. – Seguro como la muerte, sicuro come la morte. Il fatto è che al momento l’intervento della Spagna al Duce e al Führer proprio non serve. Ma naturalmente, io lo conosco, il Caudillo sta mordendo il freno. Sapeste però l’amicizia che c’è tra Loro Tre! Un’amicizia…!

Il rumore degli aerei era soltanto piú una gracile vibrazione, ma ancora un alto lamento della loro solitudine, smarrimento, impotenza. Mezzanotte batté all’orologio civico, quindi al campanile della cattedrale. Uno dell’UNPA veniva, sfruttando abilmente i riquadri d’ombra dei portici; Johnny sperò fosse Ettore, ma non ne aveva la taglia né l’andatura. Gli si affrettò incontro ugualmente, a preservarlo da Juancito. Era Mario, un garzone meccanico del quartiere di Johnny, sui diciotto anni, sgraziato e appassionatamente serio. Eccettuati Ettore e Franco, Johnny non poteva augurarsi miglior compagno per la ronda dell’UNPA. – Avviamoci subito, cosí non ti sorbisci Juancito. – Quell’ignorante! – scattò il ragazzo, con una strappata sfilandosi di tasca il bracciale giallo dell’Unione.

Rasentarono il piú tenebroso dei muri municipali e si addentrarono nella loro zona per una viuzza del borgo antico. Le selci secolari luccicavano come rigenerate dalla galvanica luce lunare. E la stessa prigione era vivace, il regolamento allentato dallo stato d’allarme: dalle finestre a bocca di lupo cadeva in segmenti la conversazione dei detenuti, monotona, gergale, fuori della guerra.

Mario finí di lisciare il bracciale infilato di rabbia. – Lasciamelo dire una volta, come unico sfogo per tutta stanotte. Io li odio. Tutti, da Mussolini a questo somaro di Juancito –.

Disse Johnny: – Io li disprezzo. Sono nato nello stesso anno e mese in cui marciarono su Roma, e sento di disprezzarli dalla nascita 1. – Ma disprezzarli basta? Io credo che bisogna odiarli. O forse sono arrivato a odiarli perché sono un ignorante anch’io. Ci vorrebbe la tua grande istruzione, forse, per fermarsi al disprezzo.

Johnny s’era distratto: ora modulava Polvere di Stelle su versi inglesi di sua propria fattura, abbandonata la lunga ricerca del testo originale. E Mario chiese in che lingua cantasse, poiché italiano non era. – Puro caso, ma avevo indovinato che era inglese. Dio che soddisfazione dev’essere saper l’inglese! – Johnny annuí. – Spesso, quando sono furibondo o nauseato, gli grido o canto inglese sulla faccia. – Tanto ne capiscono un K., – ghignò Mario. – Al corso premilitare, al maggiore Borgna e ai cadetti l’avrò fatto venti volte. – Fortuna tua, Johnny. Hai un bel sollievo, tu. Ma come fai a saper l’inglese cosí bene, come dicono le persone competenti? – L’ho studiato piú e meglio d’ogni altra cosa, ma ciò non basta a spiegar tutto. Perché, ad esempio, a me la parola inglese venga piú pronta e piú esatta dell’italiana, e perché tutti i discorsi che faccio a me stesso siano in inglese, automaticamente. Non capisci? Non è colpa tua, è misterioso pure a me.

All’altezza del convento di clausura: – E il nome Johnny? Non può essere il tuo vero nome di battesimo. – No, fu la mia professoressa d’inglese a chiamarmi Johnny, in terza ginnasio. Entrò nell’uso dei miei compagni di scuola, poi dei miei di casa e infine di tutti in città. – Un giorno o l’altro, mi dispiace, passerai un guaio per chiamarti cosí, per lasciarti chiamare cosí. – È una sciocchezza. Persino il Segretario Politico mi chiama Johnny. – Gli hai già parlato assieme? – indagò Mario, deluso e guardingo. – Aspetta. Fu quando vincemmo il campionato provinciale di pallacanestro. Ci invitarono in Federazione per la bicchierata e naturalmente il Segretario e il Vice parlarono con ciascuno di noi giocatori –. La squadra del GUF, ricordò Mario. Del NUF, corresse Johnny. – GUF o NUF, è sempre la medesima str… Io sono franco, e tu non ti offendere. Ma io non vi digerisco, nessuno di noi operai vi può digerire, con tutte le vostre arie e la divisa da ufficiali. Non negare che c’è una buona percentuale di scemi e di porci in questo NUF. – Prego, una maggioranza.

Erano arrivati sui bastioni dominanti gli argini e il fiume, e l’afa annichiliva anche il suono processionale delle acque. L’oscuramento era ineccepibile, fin nei paesi sulle prime colline, nei borghi della pianura oltrefiume. Il ronzio degli aerei era stato completamente assorbito dal tessuto spugnoso della notte. E Mario pregò che il cessato allarme suonasse a minuti: domani, cioè oggi, doveva alzarsi alle cinque, come sempre, e a che ora si alzava normalmente Johnny lo studente?

L’allarme non cessò, ed essi tornarono alla truce mole del Municipio, sulla piazza canuta. Gli uomini in servizio si erano quasi tutti ritirati sotto i portici, afflosciati sul lastricato tiepido, e le bianche flanelle sbocconcellavano la tenebra. Gruppi nuovi, pattuglie UNPA reduci dalla prima ispezione, Ettore, tuttora assente. – Dov’è Juancito? Pardon, il caposquadra Rabino? – Seppero che il proprietario del Caffè Calissano si era mezzo affacciato per una boccata d’aria libera e Juancito ne aveva approfittato per farsi servire una ghiacciata. Johnny entrò nel corpo di guardia. Il volontario telefonista, un impiega‐ to già avanti negli anni, borghesissimo, sedeva austeramente abbottonato e incravattato davanti a un romanzo poliziesco aperto fra il telefono e la lampada da tavolo; il sudore gli scivolava oleoso fra la stoppia bianca delle guance. – Nessuna novità particolare, ma la faranno lunga stanotte, – e ricadde sul giallo. Dalla soglia del Caffè Calissano esorbitava una chiazza di luce segosa, e Johnny vi corse: gli uomini attenti pensarono balzasse a sopprimere quella luce e mortificare il responsabile, e gli gridarono appresso che sbagliava, dentro stava il caposquadra, per una consumazione fuori orario. Sventolò nervosamente una mano all’indietro, non s’impicciassero e soprattutto non schiamazzassero. Le monete nella tasca sfuggivano alla conta nel sussulto della corsa, ma dovevano bastare per cinque sigarette a borsa nera. Juancito pendeva sul banco zincato, succhiando fragorosamente da una cannuccia, per la completa decolorazione del povero ghiaccio residuo. Il caffettiere smise di spugnarsi il petto flaccido, livido. Johnny gli sillabò alla muta «sigarette», spostando‐ si alla cassa aggiunse appena audibilmente: – Al prezzo che volete voi, ma cinque sole. Mi sono alzato alla sirena, e non so precisamente quanto mi trovo in tasca –. L’assorto fasci‐ sta non si voltò mai.

Si risentivano i bombardieri, come se cariassero la notte, e Ettore era giunto al Municipio per il primo rapporto. – Che ci fai eternamente qui? – subito criticò: – Dici che è la tua zona. E che significa? Anch’io ho una zona ben delimitata, eppure in un’ora ho girato tutta la città. Avresti una sigaretta, Johnny? – Di un anno piú giovane di Johnny, la sua istruzione oscuramente conclusa all’Avviamento Professionale, era magro e nodoso, villosissimo, con baffi adulti, una generale emanazione di virilità precoce ed un’assurda, ma costante, inarginabile pretesa di essere, in tutte le circostanze pratiche, l’uomo‐guida. – Grazie. Il tuo difetto, Johnny, è la troppa grammatica. Prima che spunti Juancito, vuoi filartela con me e avere un assaggio di pratica come la intendo io?

Verso il termine della Via Principale deviarono nel nobile portone di Palazzo Pagani. – Il primo rifugio della città, – commentò Ettore, forse per ingraziarsi il capofabbricato, interito e a braccia conserte, come un aiutante giustiziere, sul primo pianerottolo. Ma l’uomo aveva corrugato la fronte e sbuffò che si trattava della quarta ronda UNPA che stanotte gli invadeva il rifugio: a che farci poi? comunque, scendessero, scendessero. Li avrebbe certamente sermoneggiati piú a lungo, e forse respinti, se i due fossero stati del popolo anziché, notoriamente, della buona borghesia.

I rifugiati erano una quarantina, tutta una collezione di ceti: dai grandi proprietari terrieri del piano nobile ai dirigenti e procuratori del secondo, dai floridi bottegai del pianterreno agli impiegati di categoria B del terzo, fino ai proletari delle casucce‐stie in fondo al cortile; un democratico agglomerato che si dava soltanto perché a Palazzo Pagani imperava, da sirena a sirena, il piú draconiano capofabbricato dell’intera città. Le donne sventagliavano se stesse e i loro queruli discorsi di razioni alimentari: gli uomini giocavano a carte su casse da imballaggio o svisceravano le ultime operazioni belliche; la gioventú flirtava o leggeva o canterellava ritmi e canzoni.

Esplorando dall’ingresso, Johnny incontrò subito lo sguardo di Gheri Pagani, sua compagna di liceo a una classe di distanza, le smorte, tarde trecce grevemente immobili sulla vestaglia logora. Arrivò da lei, arando quell’umanità incantinata. – Ciao, Johnny. Perdona la vestaglia vecchia e brutta. Qui non siamo a Torino, dove mi dicono furoreggi una ve‐ ra e propria moda da rifugio –. Il libro posato in grembo era di Charles Morgan 3. – A questo punto che sta facendo Piers Tenniel, Lord Sparkenbroke? Sei una pecora nera, Margaret. Il tuo preciso dovere sarebbe di leggere Körmendi e l’altra mezza dozzina di romanzieri magiari nostri alleati. – Li la‐ scio tutti alle pettinatrici laggiú. Ma non stanno esattamente leggendo. Johnny, saluta la mamma, per favore –. All’anziana signora una fungaia rinnovantesi di gocce di sudore brillantava il labbro smagrito. – Johnny caro. Tua madre patisce il caldo quanto me? È anche lei in cantina? – No, signora, sta languendo nel suo letto. Noi non possediamo un capofabbricato di ferro come il vostro. – È un bruto, il nostro! Capacissimo di forzare la porta e rovesciar dal letto una signora indisposta. – Non è cosí, mamma, – sospirò Gheri: – è soltanto un poveraccio dipendente, fatto terribile dal suo atroce terrore della legge. – Povera me, piú nulla che mi vivifichi. Con la nostra bella casa di Spotorno, la barca di famiglia davanti… Sei mai stato da noi a Spotorno, Johnny? Non farmici pensare, Gheri. Figlia mia, impediscimi di pensarci. Mi riferiscono che la Riviera è diventata un inferno. Orribili storie di spie, di mine e sommergibili e tutte quelle altre diavolerie di cui voi uomini siete tanto piú pratici di noi.

La compagnia fervidamente stretta attorno alle tre sorelle pettinatrici crepitava di risa e interiezioni: Ettore stava a un passo dal cerchio intimo, rigido fisso e muto, amante ed avversario. Un uomo alla sinistra di Johnny ammise di non aver mai ritenuto Grazianiun generale di quella forza. – Grazia‐ ni? – sbottò un vicino: – Ma Graziani è il piú grande genera‐ le che sia al mondo. Dovresti saperlo dall’Africa. – Diciamo il vero, quelli però erano soltanto selvaggi… – Una signora domandò se in cielo si risentiva il ron‐ron degli aerei, e dalla sua rampa il capofabbricato rispose gravemente che mai me‐ glio che in quell’attimo. – Cercano Torino, non c’è dubbio.

Gheri accavallò le gambe, voluminose e molli. – Scusami, Johnny, ma sei una tale delusione con quel bracciale dell’UNPA. – Che debbo fare? – Mi riuscirebbe di vedere chiunque con quel bracciale, chiunque tranne te. Non puoi piú aspi‐ rare ad essere il dream‐boy con quel bracciale indosso. – Il dream‐boy! – scattò Johnny: – Tu sai dirmi che dovrei fare? – L’uomo accanto sentenziò: – Come generale, come condottiero, Graziani è superiore allo stesso Badoglio. Sí, sí, sebbene il riconoscerlo bruci un po’ a piemontesi come noi –. La signora Pagani osservò pacatamente che le sue pigionali pettinatrici ora esageravano. – Intendiamoci. Per la piú vecchia, o meglio per la meno giovane, io ho una tremenda ammira‐ zione personale. Mai vista una donna piú donna.

Un’altra ronda UNPA scese, guidata da Franco Biglino, amico di Johnny e compagno di NUF, iscritto a Magistero. Alla prima occhiata scoprí Gheri e Johnny, ma si limitò a dondolare una mano, a significare «Lieto di vedervi, ma per il mio gusto di stanotte siete troppo intellettuali, scusatemi», e si aggregò alle pettinatrici, sotto la smorfia di Ettore.

– Dodi Mongardi, – riprese Gheri, – mi ha scritto da Spoleto, dalla scuola ufficiali. Sai che sono la sua madrina. Una lettera amara, pericolosa, da stupire che la censura non l’abbia intercettata. Dodi, sai, un pochino s’illudeva sull’esercito. Bene, pare ne sia rimasto rudemente deluso. Mi scrive che è brutto e sudicio come ogni altro ambiente in Italia, scrive cose che veramente mi pare miracolo che la censura non abbia trattenuto la lettera. Non vorrei gli capitasse come al mio cugino d’Alessandria. Scrisse dalla scuola ufficiali cose del genere, ma la censura gli bloccò la lettera e fu immediatamente espulso dal corso e spedito al reggimento come sol‐ dato semplice –. Johnny schioccò le labbra: – Ti pare grave, Gheri? – Ma non diventare ufficiale!? Ed era quasi avvocato! – Dico, ti pare grave? – Seriamente, Johnny, a te non importerebbe di passare nell’esercito come soldato semplice? Con tutta la tua cultura? – E chi si è coltivato per diventare ufficiale? Rispondendo a Dodi, aggiungi i miei saluti, vuoi?

– Certo, ma mi trovo imbarazzatissima a rispondergli. Io sono solamente una ragazza. Piú avanti, boccheggiando nell’aria consunta, Gheri s’informò se Johnny andava prossimamente a Torino, e saputo che domani stesso: – Ci verrei tanto anch’io, ma la mamma non mi lascia piú viaggiare in treno. È convinta che gli inglesi arriveranno presto a bombardare i nostri treni di giorno. Vai per esami? – Johnny andava per ritirare il libretto delle firme regolarizzato. – Che avete fatto per ultimo al corso d’inglese? – Edgar Allan Poe. Sí, Gheri, il tuo Poe. Siamo stati un mese fermi sulla Casa di Usher. – Stupendo! Poe piace molto anche a te, non è vero, Johnny? – Piace molto anche a me, ma un pochino meno che a te e Baudelaire.

– Certo, ma mi trovo imbarazzatissima a rispondergli. Io sono solamente una ragazza.

Alla lontanissima percussione, i rifugiati si riscossero orgasticamente, come rendendosi conto di un principio d’asfissia. Le ronde dell’UNPA si slanciarono all’aperto, contendendosi i gradini muscosi.

I bombardieri sganciavano e la contraerea ribatteva, i due grandi fragori sembrando spiaccicarsi l’un contro l’altro a mezz’aria, cosicché la notte ne era franta per la connessura, come una noce. Franco disse: – Picchiano Torino. Se qualcosa è destinato a saltare, sia il Magistero –. Corsero alla foce della Via Principale, a una traversa perpendicolare alle collinette oltrefiume. Ma nessun sboccio sanguigno, nessun lampo rovescio dirompeva il catramoso orizzonte. Ettore suggerí autoritariamente di correre ancora a tutte gambe alla villa di B. sul primo poggio, da dove avrebbero visto tutto quanto c’era da vedere. Ma avanti che fossero tutti d’accordo, gli inglesi avevano virato sulle Alpi, e venti minuti dopo suonò il cessato allarme.

Note

Johnny è nato dunque nell’ottobre del 1922. La precisazione è importante per le successive chiamate alle armi.

Adattamento italiano di Natalino Otto della canzone di Hoagy Carmichael (1899‐ 1981) Stardust (1927). Durante il fascismo era assai frequente che le canzoni inglesi e ame‐ ricane venissero tradotte e riadattate da musicisti italiani.

Charles Langbridge Morgan (1894‐1957), scrittore inglese, autore tra l’altro del ro‐ manzo cui allude qui Johnny: Sparkenbroke. A Tale of Piers Tenniel, tradotto in italiano co‐ me Nel bosco d’amore (1938).

Ferenc Körmendi (1900‐1972); scrittore ungherese molto popolare negli anni Trenta, sarà nuovamente evocato nel romanzo.

Rodolfo Graziani (1882‐1955), maresciallo italiano, governatore della Somalia e dal 1937 viceré d’Etiopia; dal 1939 capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano. Sostituito nel 1941 dopo gli insuccessi contro gli inglesi in Africa, per due anni Graziani si ritirò a vita privata, fino a quando, il 29 settembre 1943, non assunse la carica di Ministro della Guerra della Repubblica Sociale.

* * *

Le armi e il ragazzo

di Gabriele Pedullà

Nei suoi quarantuno anni di vita Beppe Fenoglio sembra essere riuscito a inanellare uno dopo l’altro quasi tutti gli errori che, nei casi piú sfortunati, accompagnano i primi passi dei giovani scrittori nel mondo dell’editoria: ha firmato distrattamente contratti di esclusiva con due distinte case editrici allo stesso tempo; non ha protetto abbastanza i propri dattiloscritti dalle inevitabili richieste di «normalizzazione», salvo poi far seguire a questi eccessi di condiscendenza lunghi silenzi e opporre rifiuti sdegnosi a richieste assai piú ragione- voli, con il risultato – sí, è successo anche questo – che la sua insicurezza e il suo riserbo sono stati qualche volta scambiati per una singolare forma di superbia.

Al netto del temperamento non facile di Elio Vittorini e di Livio Garzanti, non ci vuole molto a riconoscere che anche Fenoglio ha avuto qualche responsabilità nella sequenza di equivoci che hanno avvelenato i suoi ultimi anni. Il piú grande errore di Fenoglio, l’errore di cui ancora oggi i suoi lettori non riescono a capacitarsi, è legato però senza dubbio al grande progetto narrativo nel quale lo scrittore di Alba si lanciò dopo la pubblicazione della Malora (1954). Del giovane narratore che sapeva di avere scritto alcuni racconti magistrali ma non aveva ancora raggiunto il successo, oltre all’insicurezza, Fenoglio possedeva un altro tratto tipico: il timore di non riuscire ad approdare al romanzo (una ossessione assurda nel suo caso, e tanto piú se consideriamo che a quel punto della sua vita un romanzo Fenoglio lo aveva portato a compimento, e un bel romanzo, La paga del sabato, ma con uno dei suoi tanti atti di arbitrio Vittorini era riuscito a persuaderlo a metterlo da parte). Il materiale per una storia lunga l’avrebbe preso dalla propria esperienza di partigiano nelle Langhe, esatta- mente come aveva fatto almeno in parte per la sua raccolta d’esordio, I ventitre giorni della città di Alba (1952). Ma – forse perché cercava di distanziare un argomento ancora cosí scottante biograficamente, o magari perché sentiva di non aver trovato ancora lo stile adatto per un progetto tanto impegnativo – Fenoglio si impose questa volta un singolare detour: il romanzo sarebbe stato scritto prima in inglese, la lingua dei suoi autori prediletti, e solo in un secondo tempo lui stesso si sarebbe preoccupato di riportarlo in italiano.

Del duro lavoro di Fenoglio negli anni successivi sappiamo poco. Ma ecco che, dopo un numero imprecisato di ri- scritture, a metà del 1958 la prima parte del dattiloscritto è ormai abbastanza pulita perché Fenoglio possa finalmente mostrarla all’editore cui ha destinato il libro: quel Garzanti che da qualche tempo ha preso a pubblicare alcuni degli autori piú interessanti del periodo, da Carlo Emilio Gadda a Pier Paolo Pasolini e Goffredo Parise. Scrivendo e riscrivendo, la storia ha assunto ormai dimensioni assai cospicue, attorno alle ottocento pagine, e Fenoglio si rende conto che una mole simile può essere un ostacolo. Forse accusa anche una certa stanchezza. Cosí, consegnata in lettura la parte iniziale del romanzo che intende intitolare Primavera di bellezza, per non rimandare troppo l’uscita del volume propone all’editore una pubblicazione scaglionata in due volumi. Garzanti però è appena stato scottato dall’uscita di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Gadda (1957): un giallo, anch’esso inizialmente previsto in due parti, di cui la seconda non avrebbe mai visto la luce. Cosí con Fenoglio la risposta dell’editore è cortese ma inevitabilmente freddina (lettera del 5 settembre 1959). piuttosto, suggerisce Garzanti, i capitoli iniziali andrebbero resi piú sciolti («potrebbe giovarsi di qualche taglio»): anche Pietro Citati, giovane critico e collaboratore della casa editrice, ha letto infatti il dattiloscritto e ha avuto l’impressione che la partenza sia eccessivamente lenta («credo che tutti le abbiano detto che le prime 40 pagine non sono delle piú invitanti»).

Fenoglio esita, non sa che fare. poi, all’improvviso, la decisione. niente volume in due parti e niente ulteriori dilazioni. Asciugato, potato di tutta la prima parte che ai «garzantiani» piace meno, il dattiloscritto è rapidamente pronto per la stampa. Basterà trovare una conclusione per la storia, che narra l’esperienza del giovane alter-ego di Fenoglio nel Regio Esercito dal principio del 1943 sino alla crisi dell’8 settembre arricchita da un paio di flash-back sulla vita precedente del protagonista. Fenoglio aggiunge cosí tre capitoli supplementari: fa entrare il suo Johnny nella Resistenza in un sussulto di orgoglio e altrettanto rapidamente lo fa morire nella prima azione di guerra, con uno straordinario effetto delusivo.

E le altre seicento pagine, che Fenoglio ha già riscritto parecchie volte (almeno una in inglese e due in italiano)? Da Garzanti nessuno le ha lette perché il testo è ancora troppo «sporco» e qua e là conserva singole parole e intere frasi non tradotte, per non parlare del gran numero di sigle («S.C.», «A1», «A2»…) che ne certificano la condizione precaria di brogliaccio privato. E Fenoglio saluta la scelta di lasciar cadere queste pagine addirittura con sollievo: la morte di Johnny, scrive a Garzanti, gli lascia il campo libero per altre storie da ambientare «non già sullo sfondo della guerra civile in Italia, ma nel fitto di detta guerra» (lettera del 10 marzo 1959). L’autore pare contento cosí e dunque in casa editrice nessuno ha da ridire. Rimaneggiato secondo il nuovo piano, Primavera di bellezza viene perciò pubblicato in fretta e furia nell’aprile del 1959 con un discreto successo di vendite e di critica, che per Fenoglio vuol dire soprattutto la rappacificazione con i recensori della stampa comunista che avevano accolto con aperta ostilità i suoi esordi. Cosí, una volta uscito il libro, a quei fogli nel cassetto Fenoglio sembra addirittura smettere di pensare, troppo preso dai nuovi progetti narrativi che lo incalzano a ritmo sempre crescente. Ancora partigiani, certo. Ma storie improvvisamente piú svincolate dall’armatura autobiografica di cui Fenoglio si era servito per sorreggere il suo primo progetto romanzesco impegnativo dopo il rifiuto opposto da Vittorini alla Paga del sabato e il lungo apprendistato coi racconti.

Sono anni fervidi e straordinariamente creativi. purtroppo però Fenoglio presto si ammala. Grande fumatore, nell’autunno del 1962 entra in clinica per disturbi respiratori e si vede diagnosticare un tumore ai bronchi. Non c’è piú niente da fare e la morte lo coglie nel febbraio dell’anno successivo. La tragedia consente però se non altro di dirimere la controversia legale tra le due case editrici a cui si è legato, Einaudi e Garzanti, e alla fine sarà quest’ultima a pubblicare una raccolta dei suoi racconti e un romanzo breve che secondo molti è il suo capolavoro (Una questione privata) sotto il titolo complessivo di Un giorno di fuoco (1963).

L’accoglienza questa volta è piú calorosa che mai. non si tratta solo della scontata emozione per la morte precoce dell’autore: tutte le voci piú autorevoli della critica del tempo, a cominciare da Gianfranco Contini e da Emilio Cecchi, parlano di Fenoglio con profondo rimpianto; chi lo ha trattato male, come Carlo Bo, pronuncia un significativo mea culpa. Cosí, prevedibilmente, attorno allo scrittore appena scomparso si scatena anche una piccola caccia all’inedito. Fenoglio pare abbia lasciato molte altre carte oltre a quelle con cui è stato messo assieme Un giorno di fuoco ed è Einaudi questa volta ad aggiudicarsi i diritti per i futuri libri e la ristampa dei passati. Dei tanti frammenti rinvenuti il piú editorialmente appetitoso sembrerebbe essere proprio la continuazione della storia di Johnny. È dunque da qui che, nell’estate del 1968, riparte la vicenda di Fenoglio nelle librerie. Da Un giorno di fuoco sono passati cinque anni e il nuovo clima letterario, segnato dal neo-sperimentalismo del Gruppo ’63, non potrebbe essere meglio disposto verso un’opera che attraverso la fusione di italiano e inglese sembra potersi leggere in chiave espressionistica e di contestazione della lingua media. Ma Johnny sembra al contempo un fratello maggiore dei giovani militanti del movimento studentesco: e c’è da subito chi, tra i primi recensori, saluta il romanzo di Fenoglio come il ponte ideale tra due generazioni di «ribelli».

Il titolo del libro – Il partigiano Johnny – è redazionale ed è stato scelto dal curatore del volume, il giornalista e critico letterario Lorenzo Mondo, che approntando il testo ha mirato soprattutto ad offrire ai lettori un volume accessibile, dunque senza preoccuparsi troppo di incrociare liberamente le due stesure pervenuteci. La battaglia della leggibilità è sicuramente vinta ma il grande clamore suscitato dal caso Fenoglio mette in allarme i critici accademici. Qualcosa non torna, e Maria Corti, allora uno dei grandi nomi dello strutturalismo italiano, attacca con durezza il lavoro di Mondo. C’è un problema di rispetto dell’ultima volontà dell’autore e un problema di cronologia da stabilire. E ci sono, soprattutto, un gran numero di altri inediti da presentare al pubblico, perché Fenoglio è stato a tratti uno scrittore compulsivo, ca- pace di lanciarsi contemporaneamente in piú progetti. Cosí, sulla scia delle polemiche filologiche, la Corti (già autrice di saggi rivoluzionari sul sistema delle varianti nell’Arcadia di Sannazaro e nei racconti di Romano Bilenchi) convince l’editore Einaudi a lanciarsi in un’edizione completa delle opere di Fenoglio che metta finalmente ordine nelle carte e presenti ai lettori, in cinque volumi, l’intero corpus dei manoscritti, comprese le versioni provvisorie superate dai testi a stampa apparsi durante la vita dell’autore. Un unicum assoluto nella storia della filologia italiana per un autore contemporaneo.

L’edizione della Corti esce nel 1978 e rivela che del Partigiano Johnny (ormai tutti lo chiamano cosí) sono sopravvissute tre stesure distinte: la piú antica, in inglese, copre unicamente il marzo e l’aprile del 1945; una versione successiva, in italiano con saltuari inserti in inglese, procede invece dal rientro ad Alba di Johnny sino alla battaglia di Valdivilla, con cui la storia si conclude (febbraio 1945); vi è infine un terzo rifacimento, sempre in italiano occasionalmente «anglicizzato», ma – a differenza del precedente – sopravvissuto solo in parte, e in maniera quasi continua solo dalla liberazione di Alba (ottobre 1944) allo scontro di Valdivilla; in questa terza forma la storia si conclude però con la morte di Johnny. Anche di Primavera di bellezza viene scoperta una versione alternativa, piú antica e assai piú lunga (ma senza gli ultimi tre capitoli), che con ogni verosimiglianza è la stessa che Fenoglio aveva fatto leggere a Citati e a Garzanti nell’estate del 1958. Ma essendoci in questo caso una redazione a stampa esplicitamente approvata dall’autore, questo ritrovamento appare di gran lunga meno significativo e passa quasi sotto silenzio nelle critiche dell’epoca.

Il problema della nuova edizione della Corti – lo rilevarono subito i recensori piú acuti, come Alfredo Giuliani – è che, nello stesso momento in cui offre ai futuri studiosi di Fenoglio uno strumento preziosissimo per entrare nel laboratorio creativo dell’autore, rifiuta di mettere in mano ai lettori comuni un testo leggibile. Per questa via il pericolo è che il libro che ormai in molti hanno già preso a considerare una delle vette della letteratura italiana del xx secolo rimanga confinato all’accademia. O – altra possibilità – che l’ammirevole impresa del team diretto dalla Corti non sia servita a nulla, perché i lettori comuni continueranno a leggere comunque l’edizione Mondo con tutti i suoi evidenti problemi.

È in questo contesto che, quattordici anni dopo l’edizione Corti e ventiquattro anni dopo l’edizione Mondo, nel 1992 l’Einaudi decide di dare alle stampe una terza edizione critica nel quadro di un piú generale riordinamento delle opere di Fenoglio affidato a un altro grande nome della filologia italiana: Dante Isella. La domanda adesso è: come evitare le pratiche contaminatorie di Mondo senza togliere al grande pubblico la possibilità di leggere il romanzo di Fenoglio? La soluzione di Isella, semplice ed economica, è stata grosso modo quella di adoperare l’ultima stesura soltanto a partire dal punto in cui essa procede senza interruzioni; per le sezioni precedenti, anche quando possediamo l’ultimo rifacimento, si offre lo stesso la redazione piú antica, cosí da evitare innesti illegittimi dal punto di vista filologico; una cesura in parte prima e parte seconda segnalerà al lettore dove finisce un dattiloscritto e dove comincia l’altro.

Su queste basi il compromesso di Isella è stato accolto con favore dai colleghi e, soprattutto, ha superato la decisiva prova del pubblico, promuovendo la conoscenza di Fenoglio per poi imporsi rapidamente come testo «canonico» del Partigiano: quello, tanto per intenderci, che leggono gli studenti a scuola e su cui si effettuano le traduzioni. Sembrerebbe dunque che grazie a Isella la questione sia stata risolta una volta per tutte. perché, allora, una nuova sistemazione del ciclo di Johnny? La prima considerazione da cui occorre partire è che Fenoglio non ha mai immaginato un libro con le caratteristiche del Partigiano Johnny. per alcuni anni della sua vita Fenoglio ha pensato a una storia che raccontasse l’esperienza del suo alter-ego letterario dal giugno del 1942 alla primavera del 1945 (con alcuni flash-back che risalgono indietro sino al 1935, in modo da coprire l’intero periodo di formazione di Johnny). Questo progetto, come si è detto, è entrato in crisi nell’estate del 1958 per la scarsa simpatia di Garzanti verso l’ipotesi di una pubblicazione in due volumi distanziati nel tempo. Di fronte alla sordità dell’editore, Fenoglio ha optato a questo punto per la soluzione che sarebbe apparsa di lí a poco con il titolo di Primavera di bellezza, dove – attraverso un duplice taglio della prima e dell’ultima, piú consistente parte – la storia finisce per coprire solo il periodo gennaio-settembre 1943 e si conclude, come si è visto, con l’uccisione improvvisa del protagonista al momento del battesimo del fuoco partigiano.

Dopo l’uscita di Primavera di bellezza, per quanto ne sappiamo, l’autore si è disinteressato del lungo manoscritto rimasto nel cassetto. Con Johnny morto, le pagine successive al ritorno ad Alba erano inutilizzabili in quanto tali e potevano essere recuperate al massimo come bozza di lavoro per singoli episodi (alcune pagine per esempio rifluiranno in Una questione privata) o per trarne qualche racconto breve con cui soddisfare le richieste delle riviste: scene di colore e brevi tranches de vie partigiane. Nulla di piú.

Chi però legge Primavera di bellezza Il partigiano Johnny non può non rimanere colpito da quanto le due vicende combacino quasi perfettamente (l’eccezione essendo gli ultimi tre capitoli del primo) e come anzi molti partico- lari del Partigiano – che rimane di gran lunga il piú letto dei due romanzi – si chiariscano assai meglio alla luce del lungo antefatto sull’università, il corso per allievi ufficiali e lo scioglimento dell’esercito regio. Il primo pensiero, in questi casi, è che sarebbe bello riunire le due metà: ma l’operazione che ogni lettore è portato a fare mentalmente, ignorando il finale un poco posticcio con cui a un certo punto Fenoglio si è sbarazzato del suo Johnny, non può essere ripetuta sulla carta. Primavera di bellezza è il risultato di una precisa scelta dell’autore e nessun filologo degno di questo nome si presterebbe mai a un’operazione discutibile come quella di tagliare arbitrariamente le ultime pagine del romanzo in modo da riunire i capitoli precedenti con l’edizione Isella in un’unica grande saga.

Se però riconosciamo, come pare inevitabile, che Il partigiano Johnny in quanto tale è una creazione artificiale dei filologi (non importa quale delle tre versioni si scelga), perché Fenoglio non ha mai concepito le avventure di Johnny dopo il ritorno a casa come un segmento narrativamente autonomo, che potesse cioè stare da solo senza il lungo preambolo scolastico-militare, rischiamo di trovarci dinnanzi a una nuova impasse. E una impasse tanto piú grave in quanto – diciamo la verità – nessuno sembra oggi disposto a rinunciare al libro che in forme diverse Lorenzo Mondo, Maria Corti e Dante Isella hanno avuto il grande merito di far conoscere e apprezzare a tre generazioni di lettori.

Le ragioni della filologia condannano Il partigiano in quanto frammento di un organismo piú vasto ma impediscono che lo si ricongiunga al preambolo che Fenoglio, a un certo momento, ha esplicitamente voluto autoconcluso. Allo stesso tempo, però, le ragioni della letteratura collocano la storia di Johnny, e in particolare la sua seconda parte, tra le massime espressioni del romanzo italiano. Come comportarsi allora? Non sono mancate le proposte, e qualche anno fa uno dei maggiori specialisti di Fenoglio, Roberto Bigazzi, ha suggerito addirittura di saldare assieme la Primavera di bellezza del 1959 (compresi dunque gli ultimi tre capitoli), il Partigiano di Isella e i capitoli della primissima stesura in inglese che porterebbero piú avanti di due mesi la vicenda, senza darsi troppi pensieri per le ripetute morti e resurrezioni del protagonista. In tal modo, scrive Bigazzi, «considerando che un lettore filologicamente avvertito o anche semplicemente post-moderno, deve avere la libertà di scegliere il suo Partigiano», ognuno potrà «decidere se accettare una delle due volte in cui vede morire Johnny […] o se invece dare alla sua storia il finale meno eroico ma molto piú amaro» del lungo frammento in inglese.

La soluzione che si è adottata con Il libro di Johnny è ancora differente, e si basa sulla scelta di valorizzare anzitutto la redazione piú antica di Primavera di bellezza (recuperata dalla Corti nel 1978), vale a dire la stesura che lessero Garzanti e Citati nell’estate del 1958: di una sessantina di pagine piú lunga di quella andata a stampa (al netto dei tre capitoli aggiunti per dare un finale al libro) ma soprattutto ancora sprovvista della conclusione con cui il protagonista veniva affrettatamente fatto morire al rientro in Piemonte. A partire dal ritorno di Johnny ad Alba qua e là l’inglese comincia a chiazzare l’italiano, segno inequivocabile che la seconda parte del romanzo è rimasta a un livello di elaborazione linguistica piú primitivo rispetto alla prima; dal punto di vista del racconto però le due metà si saldano perfettamente, rendendo possibile il ricongiungimento dell’unica stesura di Primavera di bellezza pensata per avere una continuazione (la piú antica) con il troncone di romanzo che siamo normalmente abituati a chiamare Il partigiano Johnny.

Quanto alla seconda parte, per evitare inaccettabili soluzioni contaminatorie, due erano le ipotesi sul tavolo: adottare l’edizione critica del Partigiano approntata da Isella e fondata, come si è detto, sulla stesura piú antica per i primi venti capitoli e sulla stesura piú recente per i successivi ventuno; oppure rifarsi interamente alla sola redazione piú antica, che è tra l’altro l’unica a esserci giunta completa. Si è optato per la seconda soluzione per almeno tre diversi ordini di motivi. Recuperando nella sua integralità il primo Partigiano è possibile infatti:

– evitare di costruire il testo su tre testimoni distinti, ognuno dei quali relativo a un diverso stadio di composizione. La prima stesura del Partigiano ha infatti il non trascurabile vantaggio di offrire ai lettori un testo piú coeso linguisticamente e piú coerente narrativamente;

– documentare la forma originaria, ma anche piú completa, del progetto fenogliano (con l’esclusione dei materiali in inglese, troppo provvisori), attestandosi in tal modo all’estremo opposto dell’ultima volontà dell’autore. per l’intero ciclo di Johnny, infatti, tale ultima volontà coincide con l’edizione di Primavera di bellezza edita nel 1959 (e dunque con la morte del protagonista e la scelta di lasciar cadere la seconda parte della storia). Di ogni singola sezione sopravvissuta, Il libro di Johnny offre invece ora, uniformemente, la piú antica stesura pervenutaci;

– adottare la versione dell’ultima parte del Partigiano che meglio lega con le sezioni precedenti dell’opera. Preoccupato per la mole considerevole del libro (che in parte doveva essergli sfuggito di mano), nell’ultimo rifacimento Fenoglio sembra essere stato mosso anzitutto dal desiderio di potare tutto il non necessario, ma cosí ha finito spesso per rinunciare proprio a quei passaggi che consentivano di legare meglio l’ultima parte della storia di Johnny a Primavera di bellezza, e in particolare ai fondamentali capitoli albesi sacrificati nel 1958.

 

1 thought on “Il libro di Johnny

  1. “ Giovedì 23 ottobre 2003 – « Il Comandante dice: “ Vanno molto i nomi inglesi tra i nostri partigiani. Avevo un partigiano in brigata che se n’era scelto uno così difficile che nemmeno lui sapeva insegnarlo. Gli altri, stufi di doverlo sempre chiamare tu e coso, montarono consiglio di squadra e lo battezzarono Stefano. Lui non ci sta, propone di chiamarlo almeno Fredrich; gli altri insistono per Stefano. Lui si mette a rapporto al Comando Plotone. Questo, d’accordo, boccia, perché Fredrich suona tedesco. Lui ci pianta tutti e passa alla Garibaldi “. » (Beppe Fenoglio, Appunti partigiani 1944-1945, [1994]) “.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.