di Caterina Ricciardi

[Questo articolo è uscito su «Alias»]

All’inizio degli anni Sessanta Alice Munro inviava sei delle sue storie, il nucleo di ciò che sarebbe diventato Danza delle ombre felici, a Jack McClelland, allora il più quotato editore canadese. Il manoscritto fu restituito alla mittente con parole di elogio ma con un secco “no”. Le raccolte di racconti, scriveva McClelland, non vanno (do not sell), e non solo: esse non costituiscono un buon esordio per uno scrittore. Meglio finire un romanzo, nel caso ce ne fosse uno già gestazione – egli continuava – e poi passare ai racconti. La legge del mercato in un paese sul punto di lanciarsi in una avventura letteraria che, per la prima volta nella sua storia, prometteva un futuro di una certa distinzione, sacrificava qualità per quantità (di vendite). Le cose poi andranno diversamente e la pregevolissima Danza uscirà presso un altro editore nel 1968. Nel frattempo, il consiglio di McClelland non viene dimenticato e Munro inizia a pensare a un romanzo, anche se, dirà in seguito, lei riesce a vedere la realtà e le persone in riquadri da “istantanee” (snapshots) e non in un fluire a lungo raggio o in una linearità da Bildung. E quindi da un compromesso con le sue doti più istintive nasce La vita delle ragazze e delle donne (traduzione di Susanna Basso, Einaudi, pp. 293, Є 20,00), l’anello mancante in italiano a una ricostruzione dell’intera saga della scrittrice canadese, ambientata per lo più (se si eccettuano alcune parentesi, quella di Vancouver in particolare) nella Contea del Lago Huron (Ontario meridionale).

Pubblicato nel 1971 da McGrow-Hill, lo stesso editore che aveva dato alle stampe Danza delle ombre felici, lo pseudo romanzo di Alice Munro è in effetti, nella sostanza, una storia di formazione, narrata in prima persona. In otto episodi dislocati nel tempo si segue la crescita della protagonista, Dell Jordan, dall’infanzia alla fine dell’adolescenza (da ragazzina a donna, con ambizioni letterarie), poco prima che, all’inizio degli anni Cinquanta, una borsa di studio la porti lontana dalla nativa Jubilee (la Wingham di Munro), sul fiume Wawanash (il Maitland: locus di futuri misteri). C’è, dunque, la parvenza del romanzo, sostenuta dall’andirivieni di alcuni personaggi, ma in realtà la formula osservata in questi ritagli di vita quasi autobiografici è quella selettiva del racconto. Non siamo ancora alle altezze tecniche delle raccolte future, quelle pubblicate fra gli anni Ottanta e Novanta. Anzi, fatta l’eccezione di alcuni casi, qui sembra registrarsi una flessione persino rispetto ai primi quindici magnifici racconti. Munro ripeterà l’esperimento con risultati più brillanti qualche anno dopo con Chi ti credi di essere? (1978), anch’esso costruito su momenti di esistenza di un unico personaggio, la giovane Rose, alle prese con gli stessi disagi esperiti da Dell Jordan e alla fine, come Dell, in fuga verso altre mete. Entrambi i volumi – e soprattutto il primo – fanno da soglia al mondo che Munro va riscoprendo a posteriori, partendo dalle fondamenta della sua infanzia. Per conoscerlo meglio quel mondo – rappresentato sempre sul filo dell’insondabilità – è dalla Vita delle ragazze e delle donne che si deve incominciare.

            Sì, perché è qui che Munro allestisce il suo teatro, lo stesso che continuerà a esplorare anche in seguito con modalità diverse e in un tempo prolungato (dagli anni Quaranta al nuovo secolo), condizione che le permette abili sovrapposizioni di presente e passato, come se il passato non intenda esaurire la sua storia, anzi continui a produrla nei giochi dei riverberi della memoria. Il centro focale di Munro resta il suo luogo d’origine, una cittadina di fondazione ottocentesca (camuffata di volta in volta sotto nomi diversi), una come tante nella più gretta provincia canadese, divisa da differenze sociali (una pseudo gentility vittoriana e i meno fortunati), religiose (metodisti e presbiteriani, qualche cattolico), etniche (scozzesi e irlandesi) e di gender. A questa èlite contraddittoria fanno da contorno gli spazi limitrofi, le frange della lower town, poste al confine con un paesaggio ancora indomito e al contempo contaminato dal degrado. Qui vivono gli esclusi, come lo Uncle Benny di “Flats Road”, un eccentrico che colleziona rifiuti e rottami, dai quali si liberano tracce indecifrabili del loro passato, su cui si accendono i germi della fantasia infantile e gotica di Dell; o il padre di Dell (controfigura del padre di Munro) che alleva volpi argentate (o visoni e poi tacchini) da destinare al commercio. Le impietose scene di scuoiamento che si ripetono, quasi ossessive, in varie raccolte fanno intuire la persistenza di una memoria scomoda, un conflitto sanguinolento tra natura e cultura, che Munro non tiene nascosto nello scantinato della propria coscienza. Ma è in questi margini ambigui che il paesaggio cambia tono nel restituire spazio attivo (e simbolico) al fiume e alle rive del Lago Huron. Entrambi, il fiume e il lago, con le loro profondità ataviche, misteriose e insidiose, si innestano nell’intero canone di Munro come l’anima pulsante di una più autentica geografia locale, fino a trasformarla in una geografia mentale, uno specchio riflettente anche il mistero del vivere umano.

Su tale duplice sfondo nascono e s’incamminano le sue protagoniste da noviziato. Sono ragazze solitamente ribelli, tormentate da vergogna e diffidenza, vergogna per la propria condizione subalterna e diffidenza verso la comunità che vive oltre il fiume, dove esse si confrontano con le ipocrisie, le piccole e grandi perversioni sessuali, le solitudini, gli inspiegabili suicidi, il grottesco dietro le facciate delle case e dei volti dei concittadini. Tutto si sfiora con tocco lieve: difficile è immergere la mano fino al fondo dei precordi. Si raccolgono solo frammenti, istantanee, per il futuro. È in “Epilogo: il Fotografo”, l’ultimo, perturbante racconto della Vita delle ragazze e delle donne, che, in un’affermazione più volte citata, si fissa il cardine di una poetica che Munro manterrà inalterata: “Le vite delle persone, a Jubilee come altrove, erano monotone, semplici, sorprendenti e insondabili … caverne profonde dai pavimenti in linoleum”. E su questa constatazione la narratrice Dell (e Rose) si arresta, abbandonando l’arena del suo battesimo alla vita in una città ironicamente “giubilare”, alla quale però, forse come Rose, finirà per tornare. Un arco narrativo si chiude, come potrebbe avvenire in un romanzo.

Se c’è storia di formazione, utile intanto a fermare sulla pagina l’anatomia incompleta di un territorio, restano tuttavia chiuse le “caverne profonde”. Ed è su queste che Munro ricomincerà il suo viaggio nelle raccolte successive a partire da Il percorso dell’amore (1986), con altro metodo e approccio: entrambi più slegati dall’autobiografismo, più frammentati, più ellittici, e dall’andamento multidirezionale, deviante da o convergente su possibili fili in trasparenza, piccole scintille sulla soglia dell’inattingibile sotto quello strato di linoleum ancora da scrostare.

 

[Immagine: Alice Munro]

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