di Milena Jesenská

[Milena Jesenská (1896-1944) fu la destinataria delle celebri lettere di Kafka, oltre che sua traduttrice e suo amore irrealizzato. La casa editrice Giometti & Antonello ha appena pubblicato Qui non può trovarmi nessuno, una scelta dei suoi scritti – a cura di Dorothea Rein – e delle sue lettere a Max Brod, per la traduzione di Donatella Frediani. Pubblichiamo due scritti di Jesenská apparsi sul quotidiano «Národný Listy» nel 1921 e nel 1923].

Finestre

Ci sono al mondo prodigi che appartengono a tutti, anche ai più miseri; prodigi della vita semplice, quotidiana, che si compiono magari durante una grigia giornata di pioggia, di cupe meditazioni, in mezzo agli oggetti familiari che ci circondano. Da allora li amiamo per tutta la vita, come Robinson Crusoe amava la casseruola scampata dal naufragio. Fino all’istante prima abbiamo vissuto insieme con essi senza vederli. Poi, d’un tratto si manifestano a noi, così preziosi, indispensabili, così confortanti nella loro modesta banalità e semplicità, e diventano per noi come un tesoro nascosto, un piccolo conforto in mezzo a un mare di affanni, piccoli compagni delle nostre ore di solitudine.

Come croci perfettamente allineate, lungo chilometri e chilometri, quattro croci una sull’altra, le finestre della città notturna brillano nell’oscurità celando dietro di sé migliaia di volti e di destini umani. Di sera, quando all’ingresso in una città sconosciuta il treno rallenta sbuffando e costeggia le nude facciate posteriori delle case, vi è mai capitato di vedere le finestrelle dei pianerottoli, le cucine, una donna che rifà il letto, un piumino a righe rosse, un tavolo nel cerchio di luce di una lampada a petrolio, un uomo in gilè, camicia e pantofole che mangia la minestra? Orologi da parete e sofà accanto a stufe di maiolica, bambini che giocano sul pavimento e una gabbia con dentro un canarino nella cameretta di una vecchia zitella? Il treno entra lentamente sotto la galleria della stazione e, qualche istante più tardi, eccovi in mezzo a una strada bella e illuminata, piena di gente, di riflessi e di luci. Nel cuore, però, conservate ancora l’angosciosa tristezza che vi ha colto alla vista di quegli uomini che, senza sapere di essere osservati, per un attimo vi hanno rivelato la loro dimora, la loro monotona miseria, la loro povera, squallida esistenza quotidiana, la loro vita umbratile.

Talvolta, di sera, camminando per le strade, mi fermo davanti a una finestra, presa da un’impaziente curiosità. La stanza che scorgo mi affascina per il suo mistero, la vita lì dentro mi appare piena di un silenzioso incanto. I gesti dell’uomo che è appena entrato sono inspiegabilmente enigmatici. Non conosco il suo nome, non so nulla di lui, vedo soltanto le rughe e il sorriso sul suo volto. Si toglie il cappotto, si guarda allo specchio, si siede al tavolo per scrivere una lettera. Fuori, la neve, le stelle o una leggera pioggia. Io rimango lì come stregata e, improvvisamente, nei gesti di quello sconosciuto prendo coscienza del mondo intero. Questa muta rivelazione della vita mi opprime, questa rivelazione che si ha allorché si guarda «bene» un cane, una statua, un albero oppure dei manifesti chiassosi. Se quell’uomo stesse al mio fianco non mi parrebbe così ammirevole. Ma fra me e lui c’è la finestra. Un rettangolo di vetro. Dotato di un magico potere.

Avete mai visto il viso di un detenuto dietro le sbarre di una prigione? Un viso tagliato dalla croce delle sbarre. Capirete allora che sono le finestre, non le porte, ad aprirsi sulla libertà. Davanti alla finestra c’è il mondo. Un volto dietro una finestra munita di inferriata è più terribile di un uomo dietro una porta chiusa. Perché è nella finestra che sono riposte tutte le speranze di luce, tramonti, orizzonti; è nella finestra che risiedono desideri e aspirazioni. Dietro la porta non c’è che la realtà. Io amo i finestrini dei tram, dei treni e degli autobus, sui quali scivolano i rumori della strada. Amo passare delle ore a girare per una città guardando dal finestrino. Vedere qualcosa da una finestra mi pare cento volte più affascinante, più divertente, più avvincente che vederlo direttamente. Vedere qualcosa da una finestra significa: non appartenervi. Esserne al di fuori. Serbare in me una parte ben circoscritta, indipendente di desiderio di ciò che vedo, ciò che non domino interamente come domino invece lo spazio in cui mi trovo. Vedere paesaggi da una finestra significa conoscerli doppiamente: attraverso gli occhi e attraverso i propri desideri.

Vi ricordate gli innumerevoli momenti in cui, allo stremo delle forze, avete rivolto «lo sguardo verso la finestra»? Quando vi hanno sorpreso a dire una bugia, quando siete stati offesi da qualcuno che amavate, quando avete pianto la scomparsa di una persona a voi cara, quando avete atteso con impazienza una lettera che non arrivava, quando siete stati afflitti da preoccupazioni e pene, quando avete detto addio, quando vi siete vergognati terribilmente, dolorosamente: sempre «il vostro sguardo si è rivolto verso la finestra». E ciò che avete visto non era il muro delle case di fronte, né un pezzo di cielo o una chioma d’albero, ma l’unica possibilità di liberarvi di quanto vi opprimeva, quella finestra che dava sul mondo. Una porta non è una via d’uscita, una finestra sì. Guardare da una finestra mi tranquillizza sempre, mi restituisce a me stessa. E questo vale non soltanto per me, ma per migliaia, milioni di persone.

Quante volte, sentendovi soffocare, vi siete precipitati a spalancare la finestra? Quante volte, affacciati a una finestra, avete respirato a pieni polmoni per trovare la forza di vivere il minuto seguente?

Tutti coloro che sono stati gravemente ammalati conoscono il fascino straordinario che può esercitare una finestra spalancata. I malati sono le creature più abbandonate a se stesse in quanto, già alle prime linee di febbre, penetrano in un regno di sensazioni dal quale i sani sono esclusi. Non c’è alcun legame fra il malato e chi si prende cura di lui. Vivono ciascuno nel proprio mondo, come due persone che non parlano la stessa lingua. Strade, città, prati e nuvole diventano, per chi è inchiodato in un letto, oggetto di una nostalgia struggente che egli nasconde con vergogna a chi è sano. Il panificio di fronte al quale passava tutti i giorni gli sembra ora una felicità irraggiungibile. Chi è sano abbandona colui che è malato, ma anche il malato abbandona il mondo e quelli che sono sani. Il suo unico bene è la finestra che apre una breccia nel suo orizzonte limitato. Le nuvole che passano davanti a questo vano quadrangolare cambiano, si dissolvono, si offuscano, si colorano. E, magari, una di queste nuvole viste attraverso la finestra riporta la voglia di vivere nel cuore. E questa voglia di vivere scaccia la malattia. I convalescenti siedono nelle loro poltrone, circondati da cuscini, al sole, presso la finestra e guardano fuori con tutta la ritrovata gioia di vivere.

Un giorno una persona mi descrisse la notte più disperata della sua vita: «…il mio unico miserabile conforto era la finestra dietro il mio letto, una finestra al terzo piano. Come chi soffre il mal di mare e si aggrappa al parapetto della nave per attendere più tranquillamente il momento di vomitare, così io mi tenevo alla finestra in modo che, se tutto fosse crollato – e nel corso della notte quel momento mi parve approssimarsi con la velocità del lampo – potessi buttarmi di sotto e porre fine così alla mia vita».

Vi è mai capitato, tornando a casa, di levare gli occhi verso le vostre finestre e di non avere più animo di salire? Quelle finestre grigie e polverose, dietro le quali c’è un ambiente a voi così familiare, dove per lunghi anni avete vissuto con le vostre gioie e i vostri dolori – e, a un tratto stremata e piena d’angoscia, rimango lì, sulla strada, mi volgo lentamente, vado dal negoziante all’angolo per riprendere coraggio, quindi torno sui miei passi e lassù, sul vetro grigio, vedo scritto con inchiostro invisibile: Come hai potuto, per anni, sopportare tutto questo? A volte però, con mia grande sorpresa, le finestre sono illuminate: forse un ospite mi attende di sopra, forse qualcuno è tornato inaspettatamente; le scale allora cessano di essere una fatica, io spalanco la porta e dico, con gratitudine: Buongiorno. E un senso di gioiosa umiltà mi acquieta mentre porto in tavola le stoviglie vecchie di anni, i piatti col bordo blu e la saliera ammaccata, riconoscente della sorpresa, del piccolo dono che la finestra illuminata mi ha fatto. E per un attimo mi fermo sulla porta, sorrido e un pensiero, come una piccola fiamma, mi attraversa la mente: come bella, come dolce la vita!

(Milena Jesenská, «Národný Listy», 27 settembre 1921)

Cuore in rodaggio
(Anche una descrizione di viaggio)

Questo sguardo dal finestrino, dritto, risoluto, uno sguardo che non coglie né i tetti né gli alberi né il cielo né le strade; questo sguardo fidato che, nei momenti d’angoscia, vola fuori, prima freccia all’arco della liberazione; che altro è, questo sguardo, se non il desiderio di fuggire nel mondo? Quel concetto del mondo che noi custodiamo da qualche parte in fondo al cuore non ha niente a che vedere con la realtà. In quel mondo non esistono né case, né strade, né ferrovie, non esistono uomini, non si vedono immondizie ai lati delle strade, né biancheria sporca stesa ad asciugare alle finestre. Lì non c’è nulla che l’occhio umano possa percepire. Lì è il regno dell’ignoto, dell’irraggiungibile, ciò che sta oltre l’orizzonte, qualcosa di talmente straordinario e fantastico, talmente forte e nuovo che preserva da ogni affanno e cancella ogni esitazione: qualcosa capace di colmare il vuoto che uno ha nel cuore. Lì c’è spazio per aprirsi a nuove vie. Lasciarsi alle spalle tutto ciò che è qui, e ricominciare «lì» da capo. Sì, ricominciare da zero, tutto diverso, a partire dalle scarpe sfondate, dalla minestra a pranzo, dal cuscino; qui tutto crolla, ma lì esiste una possibilità di salvezza. Questo è all’incirca ciò che immaginasti, mio cuore, una sera di tarda estate mentre eri affacciato alla finestra; d’un tratto sentisti di non voler altro che partire, partire, partire; mettesti a tacere tutto il resto, la facesti finita con tutto, gettasti alla rinfusa i tuoi sentimenti nelle valige, accatastandoli l’uno sull’altro. E, la mattina seguente, ti ritrovasti nel fresco grigiore della strada, spremendo lacrime agli occhi pieni di sonno, sotto un fardello incredibilmente pesante che a malapena riuscivi a portare. Per il mondo. Qualche giorno per il mondo. Vedere ponti, edifici, paesi, alberi, mari nuovi. Vedere continuamente qualcosa di nuovo. «Qualcosa di nuovo» e la «lontananza», ecco la salvezza. E una particella di gioia schizzò in aria, come se fosse stata per lungo tempo sotto montagne che ora venivano rimosse.

Non è strano che la via della salvezza corra lungo binari ferroviari? Il piccolo scompartimento con i sedili di velluto ti parve subito sospetto. Già allora pensasti: così non può essere. Sarebbe troppo semplice, troppo alla portata di tutti. Passare da un luogo all’altro, senza problemi? È soltanto vigliaccheria, voler evitare esperienze: se ci limitiamo a socchiudere gli occhi possiamo sempre prevedere come andrà a finire. Ma se realmente questi binari ci aprissero le porte del mondo, se questo biglietto e questa buffa locomotiva bastassero a condurci a Parigi, quella Parigi che per tutta la vita abbiamo sognato, allora non varrebbe più la pena di andare a Parigi. Riflessioni un po’ assurde, nel momento in cui il treno sta lasciando la stazione.

Suvvia, sii franco! Appena sceso dal treno – fu a Venezia – dimenticasti completamente lo scopo del tuo viaggio. Quei palazzi incantevoli, i canali, le gondole, il sole – non credevi che qualcosa di simile potesse esistere. Scordasti la tua pena. Smettesti di pensare, guardasti e basta, dicendoti: Al diavolo tutto il resto! Non cercasti più né strade né vie d’uscita. Avevi venti occhi, eppure non bastavano; eri triste perché quando chiudevi gli occhi ciò che vedevi scompariva; il desiderio di portare tutto con te, la paura di non poter più rivedere quel che vedevi una volta che te ne fossi andato, il timore di perdere qualcosa non potendo essere dovunque contemporaneamente, ecco quanto ti teneva del tutto occupato. Il resto era fluito via, come le acque di un lago artificiale che viene svuotato. Andavi in giro stringendo i pugni, pensando: ecco ancora qualcosa di diverso, deve esserci ancora qualcosa di diverso. Ma quando a Pisa, in pieno sole, acceso d’entusiasmo, incautamente ti chiedesti se avresti potuto vivere lì (in fin dei conti, non eri forse partito alla ricerca di qualcosa?) una paura folle ti attanagliò. Non ti eri mai sentito così perduto come all’idea di dover rimanere in quella città (in quella stupenda città). Non avevi mai avuto tanta paura; improvvisamente ti mettesti a fare il calcolo delle miglia che ti separavano da casa. Raggelasti: due giorni di viaggio. Due interminabili giorni. Il mondo si spaccò in due: casa tua e i paesi stranieri. Le strade tutt’intorno sboccavano le une nelle altre e portavano tutte in paesi stranieri. Il mondo è un’altra cosa, non arriverai mai al mondo, ci saranno sempre e soltanto casa tua e i paesi stranieri. Povero cuore sgomento, in hotel chiudesti le finestre, abbassasti le persiane e tirasti le tende, tanto i paesi stranieri ti facevano spavento. Accanto a te abitavano soltanto stranieri, muro a muro; una vita straniera si svolgeva rumorosa sotto la tua finestra, e la cameriera che chiamasti per un nonnulla, semplicemente per udire una voce, ti si rivolse in una lingua straniera. Ma che cosa cercavi lì? Non riuscivi più a ricordarlo. Battesti forte contro la tua gabbia, balzasti fino alla gola, poi ti addormentasti, stanco di piangere, allo stremo, sfinito come un bimbo di tre anni che si è smarrito per la strada.

Da allora nutristi una certa diffidenza verso ciò che fino a quel momento avevi chiamato mondo. Certo avevi visto che c’erano cose magnifiche, istruttive, entusiasmanti, avevi provato impressioni meravigliose: ma che cosa te ne era rimasto? Tutta la tua fiducia era andata in polvere. Avevi visto che il mondo era un qualcosa di continuo e raggiungibile, certamente più vasto di quanto tu avessi pensato, ma suddiviso in giorni di viaggio, a sessanta chilometri l’ora, e che in tutta la sua immensità non c’era in esso un luogo dove fosse possibile un qualche inizio, una nuova vita. Avevi capito con chiarezza che al mondo esisteva una sola cosa sulla quale potevi contare, tu stesso, o mio cuore, così piccolo da entrare nel cavo della mano. Ma questo era troppo per te, non potevi sopportarlo, così un giorno, a Padova, alla mezzanotte, cessasti di battere, sopraffatto dal terrore. Se non è possibile contare che su se stessi, allora è meglio morire, ti dicesti.

Allora tutto è insensato, assurdo, sciocco. Eri scoraggiato, semplicemente scoraggiato. Quel pulsare così ridicolo, quella paura del buio. Su se stessi, su se stessi, su se stessi; come quando si battono i tappeti nel cortile. Eri come impietrito, non riuscivi a capire come avresti potuto tornare a casa. Non riuscivi a capire come avresti potuto tollerare il rientro in hotel (fosti preso da una terribile repulsione per le valige, il conto da pagare, le mance, tutte queste fastidiose inezie), come avresti potuto sopportare dieci ore di attesa alla stazione – perché una cosa ormai era chiara: in questo mondo maledetto, mai più avresti visitato un monumento!

Vedi, cuore mio, ti svelo un segreto della vita: non è che l’uomo sopporti tutto quanto pare abbia sopportato solo perché è sopravvissuto ad esso. Egli sopporta tutto di minuto in minuto, come per caso. E lo aiuta il fatto che accade continuamente qualcosa. Nello scompartimento l’uomo seduto di fronte sbadiglia, una donna mangia prosciutto, un bimbo piange, fuori piove. Centomila nulla compongono il tessuto delle tue giornate, tu barcolli attraverso di esse, sopporti e in realtà non sopporti il tuo proprio dolore, non puoi difenderti, non puoi sfuggirgli, non fai ciò che ti sentiresti di fare perché non è conveniente, non gridi, non piangi, non ti disperi perché ti vergogni, e allora mangi e dormi, ti vesti, ti lavi, leggi il giornale, parli della crisi tedesca e dei cibi a buon mercato che si trovano in Italia, fai come se niente fosse, al pari degli altri. Così riuscisti in qualche modo a superare i due giorni e le due notti di viaggio. Quando arrivasti alla stazione della tua città, ti sembrò di aver sopportato tutto.

In verità, due cose non riuscirò mai a concepire: in primo luogo l’idea che qualcosa che conosco possa esistere anche quando io non ci sono, che quella via a Padova, quella bianca via orlata di arcate, quella stupenda via assolata e ridente, esista veramente anche adesso che sono qui, a casa mia; che rimanga sempre così, in eterno, e non sparisca, come quando si richiude un libro. Ma ancor meno capisco i luoghi in cui mi capita di ritornare. Io mi precipito là, eccitata, tesa, piena di aspettative. E li ritrovo avvolti in una comoda, imperturbabile quiete, esattamente identici a come li ho lasciati. Quando fui sulla soglia della casa che è la mia casa, provai di colpo il turbamento che mi coglie ogni volta che non riesco a comprendere qualcosa. Quella casa era veramente lì, nonostante tutta la mia nostalgia, con le sue quattro mura e le begonie alle finestre. Corsi su per le scale, spaventata all’idea di quanto poteva essere accaduto all’interno. Ma quando, senza fiato, aprii la porta, la mia stanza mi fissò così calma, cara, familiare, e mi disse, con una punta d’ironia: Piano, piano, perché tanta foga?

La prima cosa che facesti, mio cuore: guardasti fuori della finestra. Là, oltre i tetti, oltre il cielo e la strada, c’è il mondo. Oggi di nuovo così sconosciuto, agognato, attraente come il giorno in cui partisti. Oggi te ne stai lì, alla finestra, impoverito dall’esperienza, oppresso da questa scoperta: il mondo, là fuori, anche se fosse dieci volte più grande, non racchiuderebbe in sé la benché minima possibilità di un inizio. La via che conduce a un nuovo inizio non corre lungo i binari ferroviari che portano nel mondo. C’è una sola strada per arrivare a un nuovo mondo interiore: avere il coraggio di assistere al crollo del vecchio. La vista di questo sfacelo, le rovine, il caos più totale, ecco quanto occorrerebbe sopportare.

(Milena Jesenská, «Národní Listy», 23 ottobre 1923)

 

[Immagine: Milena Jesenská].

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