di Renata Morresi

[Questi testi fanno parte dell’ultima sezione eponima del libro di esordio di Renata Morresi, edito da peQuod nel 2010. La sezione è costituita da un poemetto suddiviso in diciotto movimenti. Ne presento otto (mg)].

Cuore comune

1.

Non ci sono cose
senza evento in questa casa

come: contenitori,
cubi, coperture.

Il letto si allunga a terra

girata sul fianco ne sento
più chiaro il suo cuore comune.

Da parte a parte si scambiano
l’aria, la luce

venendo dall’incavo
dell’appartamento

come se fosse nato ora
dall’interno, un fiume

2.

Sto dormendo, un evento
condiviso

……………..come la domenica.

È domenica ecco è pomeriggio

verso le sette le persone
tornano dal giorno fuori
in giro per contrade,
deluse dalla pioggia,
seccate al ristorante
con la televisione sullo sfondo.

Li sento scalpicciare lentamente
ricordare l’esistenza di canzoni

dalla finestra un’aria d’opera
piena di luce dopo il temporale.

La pura gioia meteorologica
è chiara quanto la smania
incomprensibile.

Ma non siamo tutti malati
non siamo tutti incompresi.

9.

Mentre dormo nel suono
dei risultati del referendum
la lavatrice di sopra
il secchio e lo straccio che stai
passando con dolcezza
per non disturbare il mio sonno
appostato a meraviglia
tra gli scrosci casuali,
i sussulti dei vicini,
il sogno distratto di tirarti i capelli,
gli ombrelli trascinati pigramente
un discorso che continua sul selciato
per conto nostro –

è una prima luce,
dove questo sta avvenendo,
nuova in tutto l’universo.

10.

Mentre dormo consapevole

del movimento delle braccia

avanti e indietro come un mantra

ti ascolto far colare l’acqua

lo so quello che stai facendo

ma ti chiamo per saperlo

forse voglio che tu sappia

che ti ascolto

persino galleggiando

sul tuo letto

su un mondo di letti.

11.

Con lo sguardo vago in corridoio
passando dal riflesso delle foglie
al mormorio condominiale:
parcheggiare, portone, la sedia,
tapparelle, aperte e chiuse,
una figlia.

12.

Ti chiamo forse in sogno
ma sembro un goccio d’acqua
mi confondo col rubinetto
col sorso che hai bevuto dalla bottiglia
con la grondaia che gorgoglia.

15.

Arrivi e io fingo di dormire
addormentandomi
e la maglietta rossa che ti infili
alla rovescia si chiude
sul mio sogno
come una tenda
a separarmi dagli sguardi troppo desti
del palazzo davanti.

18.

Accanto ti addormenti
non finisci in te
continui dopo la maglietta
e non finisci nella mano
che hai chiuso nella mia
che un poco è mia
non finisci nel mio braccio,
che t’ho appoggiato al petto
e è petto un poco,
non nel qualche posto dove batto
o nel paesaggio attento
tutto un bagliore di pioggia sulle querce.

Noi forse
sa restare
mai, qui dentro.

[Immagine: Zagabria, una finestra. Foto di Daniela Piergallini  (mg)]

6 thoughts on “Da “Cuore comune”

  1. “Erompe una battuta netta / da fuori, da un telefono / come se la pioggia di poco prima / battesse ancora nella mente. // Non siamo tutti nello stesso tempo”. Gianni Montieri ha intravisto giustamente in questi versi appartenenti all’ultima sezione di “Cuore comune”, nel loro tematizzare una temporalità discontinua, il senso dell’importante raccolta di Renata Morresi. Ma la vera ragione credo sia in quel “tutti” che implica un “noi”, una “comunità”. Nel tritume privato di ogni giorno, lapidariamente scolpito, in “Cuore comune” erompe costantemente la “trasfigurazione del quotidiano” ( Gezzi nella nota di copertina ). Ma in questo oltrepassamento, la vita collettiva ha un peso rilevante, come dato sensibile, spesso tragico e proprio per questo passibile di verifica comune: qui “il risultato del referendum” , in “Regole”, l’ “azienda della felicità”, e poi le terribili “vite di coppia”, assunte come tragedia sociologica. A cui si contrappone – come per spinta archimedica – la comparsa dell ‘idrometra caproniana a fine verso, o ancora l’enigmatica “Conciliazione” coi suoi echi “brigatisti” .
    Renata Morresi, insomma, può assumere la sdrucciolevolissima parola “cuore” ( il terribile “Va dove ti porta il c.”! ) proprio perché sa destituirla fin dal titolo dei suoi significati dominanti, “sentimentali” e solispistici, accostandola alle “cose del mondo” alla “carne del mondo”.

  2. Una meraviglia, ogni volta, rileggere questi versi. Il commento di Emanuele Zinato è chiarissimo, concordo assolutamente. Renata con questi testi ci ricorda (tra le altre cose) che quando si scrive, di qualunque cosa si scriva, non si può non tenere conto del contesto sociale, del “dove” e “quando” stiamo. Che un referendum o un televisore, o un vicino di casa, entrino (direttamente o indirettamente) in una poesia è inevitabile; mi pare molto difficile il contrario. grazie

  3. confermo quello che sento
    tra i migliori libri di poesia e non solo italiani
    un lavoro grandioso
    c.

  4. Grazie a Le parole e le cose per l’ospitalità, grazie di cuore ai commentatori per le note di lettura così generose.

    “Noi”, scriveva una studiosa americana, è il pronome più politico e più “pericoloso”, genera frizione, salda intenti e corporazioni; può farsi atto linguistico appropriativo, agonistico, cannibale o, lungo l’estesa sponda dei suoi usi, anche utopico, fusionale. Ad arroganza se la batte con quell’ “io” a cui tanto è stato imputato. Entrambi, va da sé, si soffrono in molti modi e questo mio libretto, credo, è anche un esercizio di patteggiamento coi pronomi. In inglese li chiamano “shifters”: quelli che si spostano, i “turnisti” o, come vuole il freddo gergo della linguistica, i “commutatori” (giacché non indicano mai una cosa e una sola, ma ce li scambiamo, e indicano tutti). La paura è che non ritornino indietro, perché si sta o troppo lontani o troppo ammassati perché abbia senso dire ‘io’, perché si abbia voglia di chiamare ‘tu’.

    Un passo di Hannah Arendt mi torna sempre quando penso a questa strana, contemporanea vertigine (che non è più, non è solo essere persi, ma essere lanciati in mezzo): “Vivere insieme nel mondo significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che lo hanno in comune, come un tavolo è posto tra quelli che vi siedono intorno; il mondo, come ogni in-fra [in-between], mette in relazione e separa gli uomini nello stesso tempo. La sfera pubblica, in quanto mondo comune, ci riunisce insieme e tuttavia impedisce, per così dire, di caderci addosso a vicenda. Ciò che rende la società di massa così difficile da sopportare non è, o almeno non è principalmente, il numero delle persone che la compongono, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle.”

    La sezione “Cuore comune” si teneva (provava a tenersi) su questa aspirazione: aggrapparsi a dati minimi, briciole civiche, l’ordinario ripetersi persino dell’unicum sentimentale, per sondare i residui del “comune” ancora possibile. Avveniva (forse non a caso, ahimè) in uno stato onirico. Devo dire che non ho smesso di indagare queste temperature, questo ondeggiare di persone, rastremarne le figure, le parole casuali, fino alla notizia del riverbero della storia (la Storia) attraverso di esse.
    Andrei avanti, ma questo ormai è un altro libro.

    Grazie ancora e un caro saluto,
    renata

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