a cura di Lorenzo Ferlinghetti

L’editoria indipendente italiana ha recentemente conosciuto molteplici occasioni di affermazione. Negli ultimi decenni l’indie editoriale si è fatto portatore di un modulo di lavoro ben distinto da quello delle major, producendo sovente i titoli più interessanti della storia letteraria recente. Ma sono stati principalmente due i momenti che hanno permesso un riconoscimento ulteriore tra pari: la proposta di revisione della legge Levi, che già regolamentava gli sconti sui libri, affinché questa garantisse la pluralità della proposta editoriale, e la difesa del Salone Internazionale del Libro di Torino, nel momento in cui la secessione milanese, sostenuta dai grandi gruppi editoriali e configuratasi con Tempo di Libri, sembrava aver tagliato fuori dai tavoli di dialogo dell’editoria italiana tutto il macroinsieme indie. Questi due momenti hanno sancito una costante emersione sia di un segmento di mercato sempre meno perimetrabile, sia di un gruppo di editori sempre più marcatamente individuabile, dichiaratamente indipendenti dal punto di vista societario (attività che non siano cioè partecipate o non appartengano ai grandi gruppi editoriali), così come dal punto di vista delle scelte sui prodotti, del taglio selettivo, dalla modalità attraverso la quale viene seguita la produzione dei propri titoli.

 

Dal 2015 gli editori indipendenti trovano la loro ecclesia in Book Pride, la fiera nazionale promossa da ODEI (Osservatorio Degli Editori Indipendenti), la quale – inizialmente proposta solo a Milano – ha trovato nel 2017 la città di Genova come seconda sede operativa, lasciando intendere una futuribile vocazione itinerante. Nel 2018 il tema scelto dal gruppo di lavoro creativo, diretto da Giorgio Vasta – che ricopre l’incarico da due edizioni – per le due tappe di Milano e Genova è Tutti i Viventi: «tutti gli organismi ascritti dentro un ciclo vitale» si legge nei dépliant introduttivi della fiera «Immersi nella molteplicità e nel mutamento, tutti i viventi si confrontano con l’incertezza, con la vulnerabilità, con una condizione di ambiguità che non è anomalia, ma struttura». Il tema che lega le edizioni di Book Pride del 2018 – a Milano nel marzo 2018 e a Genova lo scorso weekend – si è articolato in nove percorsi, sviscerati dal singolo nucleo tematico; otto sentieri con i quali i visitatori si sono potuti confrontare con le manifestazioni del “vivente” espresso attraverso il libro. I percorsi sono: Parole viventi (la letteratura, il linguaggio, la fertilità delle parole), Futuro presente (le immaginazioni del mondo che ci aspetta, le ipotesi per renderlo migliore), Forme del male (il male che ci tocca, il male che agiamo, l’esperienza della nostra vulnerabilità), Corpi nel tempo (i modi in cui lo scorrere del tempo si manifesta nei nostri corpi, nelle nostre vite, trasformando la biologia in storia), Paesaggi con figure (luoghi viventi, scenari che diventano personaggi: dal pianeta alla città), Nessuno escluso (disuguaglianze, discriminazioni, diritti, rivoluzioni), Il desiderio umano (l’arte, la fede, le passioni, gli ideali, il desiderio che ha l’umano di elevarsi oltre se stesso), Strumenti (istruzioni per l’uso del libro e dell’editoria, dalla carta all’inchiostro, dai dati alle leggi). Oltre a questi, per la fiera genovese è stato inserito un altro percorso aggiuntivo, rispetto agli otto di Milano, ed è Genova per noi (la vitalità e le ferite di una città vivente).

 

È la varietà dei viventi a interessare l’organizzazione di Book Pride. Non tanto la pleonastica tutela dell’editoria indipendente – retta dalla consueta e impropria narrazione per la quale se da una parte le major rispondono ad esigenze di mercato ed hanno come unica finalità il lucro, dall’altra gli indipendenti perseguono una precisa idea di diffusione culturale – ma è soprattutto la bibliodiversità ad interessare l’organizzazione di settore. La verità è che gli editori indie sono rimasti gli unici a lavorare sui parametri delle loro pubblicazioni, a seguire passo dopo passo la produzione di un libro, a curare i concept e la coerenza interna delle collane. Questa forte identificazione dell’editore fa sì che nel momento in cui ci si immerge in una fiera come Book Pride, e si notino le lampanti differenze tra una casa e l’altra, si percepisca chiaramente la funzione di un editore e il rapporto che questo ha con i suoi libri. Si percepisce anche come Edizioni e/o, La Nave di Teseo, Minimum Fax o Sellerio – che hanno pubblicato titoli di rilievo anche sotto l’aspetto delle vendite – possano coesistere nello stesso segmento di mercato di realtà più piccole come Nero o Effequ, Voland o ExOrma, che propongono offerte tra loro divergenti ma complementari. È nella varietà che si configura la reale forza dell’editoria indipendente.

 

Abbiamo parlato di questi ed altri spunti con Isabella Ferretti, membra del consiglio direttivo di ODEI e quindi promotrice dell’evento, nonché fondatrice assieme a Tommaso Cenci della casa 66thand2nd, e Giorgio Vasta, direttore creativo di Book Pride.

 

LPLC: Come si parla ad un pubblico di non evangelizzati – quello che banalmente chiamiamo il grande pubblico e che magari non ha la sensibilità per discernere il grande editore da quello indipendente – attraverso un evento come Book Pride?

 

Isabella Ferretti: Dunque, l’idea di organizzare una fiera come Book Pride vuole fuggire dal concetto di evangelizzazione. Secondo noi parlare al pubblico coinvolge prima di tutto un tema di visibilità per un determinato gruppo di editori. Per parlare al pubblico è necessario essere visibili. Esserci. Ecco allora la ricerca di un agone in cui ottenere questa visibilità. Abbiamo scelto la forma di una manifestazione che fosse da una parte di stampo culturale, ma che dall’altra desse la possibilità al pubblico di poter prendere i mano i libri, i prodotti dell’editoria indipendente italiana. Gli eventi che si stanno svolgendo sono la riproduzione della varietà di queste produzioni, molto disomogenee tra loro. L’intervento di Giorgio Vasta come direttore creativo consiste nel dare una forma a questa multi-forma. Cerchiamo di non chiuderci in un unico canale di diffusione: nel momento in cui ti sto parlando, in sala Maggior Consiglio, sta presentando il suo libro Maurizio Maggiani, che non è edito da un indipendente ma che è caro al pubblico e valorizza la diversità della fiera in maniera coerente. Quindi noi non percepiamo quest’attività come un’attività di “evangelizzazione”, piuttosto di emersione. In cui è data la possibilità al pubblico di accostarsi a questo tipo di editoria, dove le cose da scoprire sono tante e di tanti tipi.

 

LPLC: Parliamo invece della rete ADEI e delle associazioni ad essa collegate. Cosa rappresenta e quali sono i vuoti che questo reticolo cerca di riempire?

 

Isabella Ferretti: L’Associazione Degli Editori Indipendenti è nata nel maggio 2018, dalla fusione di reti preesistenti che sono FIDARE (Federazione Italiana degli Editori Indipendenti); ODEI (Osservatorio Degli Editori Indipendenti) e Amici del Salone Internazionale del Libro di Torino. Proprio quest’ultima, nata nel settembre 2016, ha dato maggiore concretezza pubblica alla forza che sottaceva nel comparto dell’editoria indipendente italiana. In molti già appartenevano alle tre associazioni sopra citate e a quel punto nel corso di questi tavoli di lavoro, ci si è posti la domanda se avesse più senso costituirsi in un’associazione unitaria che potesse raccogliere tutte le istanze del mondo indipendente e trasformarle in proposte concrete. Naturalmente Le istanze degli indipendenti sono molto diversificate poiché un bisogno estremo del mercato viene da microeditori: parliamo di società che propongono 4 o 5 libri annui, che hanno un fatturato annuo inferiore ai 100.000 euro – a volte anche sostanzialmente inferiore – e che hanno necessità basilari, che vanno dalla tenuta delle scritture contabili all’esternalizzazione di un’attività di comunicazione. È una galassia molto parcellizzata su tutto il territorio nazionale e che non ha sostegno. Le quote di iscrizione a molte associazioni di settore sono molto elevate ed esclusive, così da lasciare i più piccoli privi di servizi. Certo, il mercato è guidato dalle esigenze degli editori maggiori e dei gruppi integrati – it’s the market baby, si potrebbe dire – però, è necessario attivare un dialogo che coinvolga anche i piccoli e microeditori. Attenzione, in questa situazione globale, i numeri ci dicono che il crollo – in termini di copie e in termini di valori – è più sostanziale per la grande distribuzione che per gli editori minori. Questo cosa significa? Che il comparto editoriale soprattutto indipendente è un indotto importante per il paese, che produce lavoro e per questo non va trascurato.

 

LPLC: Qual è l’incidenza effettiva nell’editoria indipendente? Quanto rischio c’è di chiudersi nella nicchia e rivolgersi solo agli addetti ai lavori e agli specializzati?

 

Isabella Ferretti: Io sono un’editrice indipendente e spesso c’è questa tentazione di svolgere il ruolo di incompresi. Essere portatori dell’unica vera offerta di qualità sul mercato che però per responsabilità non endogene non riscontra il successo che merita. Questa è una posizione vetusta e infondata. L’incidenza di un evento come questo sia a Milano che a Genova intende svolgere una funzione di marketing; una fiera di questo tipo consente agli editori che magari non hanno altri palcoscenici di raggiungere migliaia di persone in un weekend. Non si agisce in ottica di prevalenza o di concorrenza ad excludendum. Il costo di partecipazione è inferiore rispetto a quello di altre fiere, abbiamo dei pre-allestiti che vengono inseriti nel prezzo di adesione. Ecco, BookPride non deve essere una manifestazione di resistenza, di chiusura nel ghetto e rivolgersi solo agli addetti ai lavori, voglio pensarla come un’occasione di fioritura, di prosperità e di crescita.

 

LPLC: Palazzo Ducale è in pieno centro storico a Genova. Una differenziazione forte rispetto alle grandi fiere nazionali, sovente locate in grandi stabili periferici come Lingotto o Rho Fiere. Cosa significa questo dal punto di vista percettivo e ideale?

 

Giorgio Vasta: Impostando il discorso in questo modo sembra che si siano valutate delle opzioni e si sia scelto eticamente e culturalmente di proporre Book Pride nel centro storico. In realtà le situazioni accadono non avendo necessariamente a disposizione spettri di possibilità, ma cercando di interpretare le occasioni che si presentano. Si è creato un rapporto con Palazzo Ducale e quello che a partire da ciò è accaduto è stato dare la miglior interpretazione possibile all’ambiente nel quale ci siamo trovati ad organizzare l’evento. Parlando però di spazio, è interessante come Book Pride a Genova sia diverso da Book Pride a Milano perché la morfologia dello spazio è un’altra. Quello che mi colpisce di Palazzo Ducale è come questo sia sì una struttura al coperto, ma essendo un chiostro è al contempo legato al fuori. Questa continuità tra dentro e fuori è un altro modo di articolare la continuità tra dentro e fuori, l’apertura concettuale di Book Pride, determinata dal fatto ad esempio che non ci sia biglietto di ingresso.

 

LPLC: Una delle cose che saltano all’occhio osservando il programma è il forte aspetto territoriale degli incontri. Questa manifestazione, in maniera molto diversa dalle altre dello stesso tipo, si lega radicalmente alla città che la ospita. C’è ad esempio molta Liguria – e molta Genova – nel programma. È un’impressione o Book Pride ha l’ambizione di fiera itinerante, che punta a trovare altre sedi?

 

Giorgio Vasta: Il desiderio del futuro è certamente quello di individuare un’ulteriore sede. Possibilmente che questa sia sotto Roma. Per ragioni anche politiche e strategiche. Per rispondere alla tua domanda, legata alla territorialità del festival, faccio un ragionamento ulteriore: a Milano il libro più milanese arrivava da una casa editrice palermitana (Milano di Carta – guida letteraria della città di Edizioni Il Palindromo). Un incontro profondamente connesso con il suo territorio si è appena concluso – si è presentato La Superba di Ilja Leonard Pfeijffer, pubblicato da Nutrimenti, e quindi una casa editrice romana. Le case editrici liguri hanno una relazione più diretta con il contesto, rispetto a quelle milanesi – fa eccezione Il Melangolo, connotata da una proposta nazionale e internazionale. Abbiamo quindi aggiunto il percorso Genova per Noi, che calcifica questo rapporto di scambio tra l’evento e il contesto.

 

LPLC: Nello scritto che appare sulla brochure dell’evento, parli di Book Pride come di un «metodo di edificazione culturale». Parlando dell’Italia del 2018, di quali significati ulteriori si nutre un’operazione del genere e quali sono le pratiche plausibili per questa edificazione?

 

Giorgio Vasta: Partiamo dalle caratteristiche del tema che abbiamo scelto: quello di cui mi sono reso conto è che Tutti i viventi, prima ancora di andare nello specifico, è un tema che desidera allontanarsi da quelli che sono tradizionalmente i temi degli eventi culturali. I temi solitamente vengono scelti – in una parola, una frase, in un angolo visuale – si fanno veicolo di un universo valoriale sicuro. È come se portassero ad una proposta sempre obbligatoriamente virtuosa, conforme, certa. Tutti i viventi invece è sospeso. Tanto sospeso da avere bisogno, per prendere forma, di nove sentieri per essere articolato. È un tema che rimanda all’esistente, che prova a dilatare la nozione tradizionale di vivente arrivando a toccare tutto ciò che l’immaginazione è in grado di reificare. Questo modulo di pensiero legato al tema crea le premesse per un’esplorazione. È un tema che chiede di essere attraversato per indagare su parecchie sue possibili manifestazioni. Questo è il metodo cui faccio riferimento.

 

LPLC: Isabella Ferretti ha preferito parlare di fioritura e di emersione piuttosto che di resistenza. Secondo te, in questo contesto storico e ambientale, una fiera di editoria indipendente è un gesto di emersione o di resistenza?

 

Giorgio Vasta: Per come mi sono formato, considero il libro un punto di riferimento imprescindibile: per la mia generazione il libro è una sintesi, un modo necessario per entrare in relazione con le cose. Non considero il libro in sé un oggetto virtuoso, così come non considero la lettura un comportamento virtuoso. È naturale e inevitabile che i modi di fare conoscenza, le forme di apprendimento e di relazione con la realtà, cambino nel corso del tempo. Sempre per ragioni generazionali, ho l’impressione di vivere in un momento in cui si comincia a sentire una metamorfosi in cui la fiducia, fin qui accordata da un’epoca al libro, si vada contraendo. A questo punto si può reagire con un atteggiamento di profonda resistenza: io e gli altri che si sono formati attraverso il libro abbiamo ragione, il libro è l’unica tecnologia attraverso la quale le cose si possano comprendere e tutto quello che succede o succederà uno scadimento, una corruzione.

 

LPLC: Parli di libro ma parli più in generale di testo

 

Giorgio Vasta: giusto, è esatto far riferimento al testo, così come possiamo far riferimento a un’idea di umanesimo. Ecco, può esserci questo atteggiamento di resistenza. Credo però che si debba invece sopportare all’inizio, e poi addirittura a cogliere con curiosità e famelicità, le cose che stanno accadendo. Io non credo che sta avvenendo una corruzione, neppure un’evoluzione. Sicuramente le forme di conoscenza del mondo si stanno modificando. Detto questo: è ancora possibile presentare una fiera del libro nel 2018, seppur la fiducia accordata al testo si stia riducendo, perché è ancora cospicua, considerevole, quella parte di umanità che desidera passare per il libro. La produzione editoriale italiana continua ad avere una vitalità notevole, e questa non trova spesso corrispondenza nella ricezione. Ci sono libri bellissimi, letterari, saggistici, che vengono intercettati da molte meno persone rispetto a quelle che in realtà potrebbero davvero essere interessate. Ecco il desiderio rispetto al contesto: si devono creare occasioni che dilatino la ricezione di quello che c’è, di quello che esiste.

 

4 thoughts on “Bibliodiversità. Book Pride, Genova 2018. Interviste a Isabella Ferretti e Giorgio Vasta

  1. Non ho mai capito perché imprenditori dell’editoria, che (per campare, per seguire una propria passione) devono badare a non inimicarsi (troppo) o del tutto i Grossi del settore cercando di ritagliarsi uno spazio ai margini o negli interstizi [1], possano – onestamente e pesando il significato delle parole – dichiararsi “indipendenti”. Ma indipendente da cosa? Non dal Mercato e neppure di fatto dalle grandi case editrici. Al massimo convivono con i Grossi restando Piccoli e sperando di diventare col tempo Medi o Grossi anche loro. E allora? Essere Piccoli non equivale a essere Indipendenti. Mi somigliano agli “indipendenti” che si facevano eleggere nelle liste dei Partiti di una volta. Il termine abbellisce la loro Piccolezza? Non mi pare. Copre e consola semmai la loro reale subordinazione al Mercato ( a Das Kapital), invece di riconoscerla.

    [1] E fanno, di conseguenza, queste affermazioni: «Cerchiamo di non chiuderci in un unico canale di diffusione: nel momento in cui ti sto parlando, in sala Maggior Consiglio, sta presentando il suo libro Maurizio Maggiani, che non è edito da un indipendente ma che è caro al pubblico e valorizza la diversità della fiera in maniera coerente»; «c erto, il mercato è guidato dalle esigenze degli editori maggiori e dei gruppi integrati – it’s the market baby, si potrebbe dire – però, è necessario attivare un dialogo che coinvolga anche i piccoli e microeditori».

  2. @ Abate

    non so bene come funzioni nell’editoria, ma nella musica, dove il termine indie si è fatto anche estetica, un’etichetta indipendente è semplicemente una etichetta discografica che non fa parte di un gruppo editoriale. Non dunque indipendenti dal mercato, cosa che non avrebbe senso, dal momento che ogni etichetta vende un prodotto. Quindi, se un editore non fa parte di nessun gruppo editoriale può dirsi indipendente in tutta onestà. Qui si potrebbe discutere il senso di dichiararsi indipendenti, perché è superfluo nel suo vero significato e indefinito nel presunto concetto che dovrebbe implicare l’essere indipendenti. Ovvero il non seguire certe logiche di mercato. Il punto per me è che non solo queste logiche non si sa bene quali siano, ma soprattutto che non vedo il motivo per cui uno non dovrebbe seguirle, se sono logiche. L’effetto consolatorio c’è, ma dipende dall’errore a monte di una certa mentalità ribelle, che ha bisogno di sentirsi migliore. Siamo pochi, ma buoni; il profitto è il demonio, eccetera. E serve più che altro a consolarsi di non avere successo, che per certa mentalità equivale a essere meritevoli. Se non vendi è perché non ti sei piegato e perché fai robe di qualità che la gente non capisce. Sebbene ci sia un’effettiva possibilità di condurre un’etichetta pubblicando le cose nelle quali si crede e lavorando con i creatori in maniera equa. Ma per questo non c’è bisogno di dirsi indipendenti, perché nulla assicura che un editore indipendente si comporti bene. Non capisco in che senso sarebbero subordinati al mercato, al capitale. Il mercato è l’insieme dei lettori.

  3. “Il punto per me è che non solo queste logiche non si sa bene quali siano, ma soprattutto che non vedo il motivo per cui uno non dovrebbe seguirle, se sono logiche”

    Ci sono o non ci sono “queste logiche”? Si sa bene quali siano o no? Uno dovrebbe seguire una logica che arricchisce pochi e immiserisce molti? E perché mai? Non esiste mica una sola Logica ( specie nelle cose umane e l’economia lo è). No, il mercato non è “l’insieme dei lettori”. Quelli che investono capitali per produrre libri-merce i libri possono anche non leggerli. Leggono con cura i resoconti delle vendite.

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