di Sergio Benvenuto

 

Da mesi, dopo la sconfitta elettorale della sinistra del 4 marzo 2018, si moltiplicano esortazioni e ammonimenti al PD da parte di gente comune e di intellettuali. Tutti ripetono più o meno la stessa cosa: che la sinistra ha perso il contatto con la gente, che occorre tornare ad ascoltare chi si duole nelle periferie, che occorre una politica che aiuti i più deboli, ecc. ecc. Sembra quasi la nenia incessantemente ripetuta Namu Myōhō Renge Kyō del buddismo Nichiren. Queste virtuose sollecitazioni, se applicate però alla realtà politica, rivelano la loro intrinseca vuotezza.

 

Che si debba andare tra la gente ad ascoltare le loro lamentele, è certamente cosa necessaria. Ma la gente non vuole solo politici a cui parlare, vuole anche che siano i politici a fare proposte, tanto meglio se demagogiche (che siano poi realizzabili o meno, conta poco). Lega e M5S sono andati tra la gente agitando queste parole d’ordine: aboliamo la Fornero! (Lega e M5S) Armiamo la gente contro i ladri! (Lega) Mettiamo il reddito di cittadinanza! (M5S) Tagliamo le tasse! (Lega) Fermiamo l’ondata di migranti e cacciamone un bel po’ (Lega) Togliamo i vitalizi ai parlamentari! (M5S) Proposte precise, anche se alcune – per me – deleterie. La sinistra invece è andata alle elezioni esaltando semplicemente il modo in cui ha governato per cinque anni (PD) o agitando i soliti filosofemi di Libertà ed Eguaglianza (LeU). Nessuna proposta concreta per attirare voti. Possibile che la sinistra non si sia resa conto che la massa della gente non vuole affatto più eguaglianza (economica)? L’eguaglianza è un dato statistico, coefficiente Gini, mentre quel che importa a ciascuno è stare meglio. Ciascuno vuole avere di più di quel che ha, non essere eguale. Anche chi è benestante piange miseria e vuole di più.

 

Quasi tutte le forze politiche praticano oggi una retorica populista, dall’estrema sinistra (“Potere al Popolo”) fino all’estrema destra del popolo nazionale e identitario. Tutti dicono che vogliono fare il bene del popolo nel suo insieme. Ma si tratta di un raggiro, perché il popolo non è una massa coesa con uguali interessi, bensì una miriade di interessi e richieste per lo più tra loro contraddittorie. Gli interessi di chi lavora non sono gli stessi di chi non lavora, di quelli del Nord non sono quelli del Sud, alcuni vogliono pagare meno tasse altri invece vogliono essere più assistiti grazie alle tasse pagate da altri, alcuni vogliono più facilmente evadere le tasse e altri invece vogliono che tutti le paghino… All’interno di una stessa persona possono agitarsi esigenze tra di loro di fatto contraddittorie: la più tipica, volere pagare meno tasse e avere più servizi pubblici efficienti. E’ demagogia quindi invocare “politiche per il bene di tutti”. Non esiste un bene per tutti. Se si dà qualcosa a qualcuno, si toglie ad altri.

 

Il solo slogan che una sinistra che si voglia tale potrebbe fare proprio è quello che i grillini – oggi magari piuttosto dimaiani – hanno chiamato pomposamente reddito di cittadinanza. E in effetti il governo Gentiloni aveva introdotto il “reddito di inclusione” che gli è molto simile, ma troppo poco, e senza strombazzarlo come si deve strombazzare, ormai, in politica. Si tratta di un ammortizzatore sociale che altri paesi europei hanno, e che di solito assume questa forma: se non hai lavoro, io stato ti do dei soldi e ti cerco il lavoro; se rifiuti due o tre lavori che ti propongo, perdi il sussidio. Mi chiedo perché la sinistra non abbia puntato tutto su questa riforma, cercando di togliere ai dimaiani quello che gli americani chiamano issue ownership, ovvero l’aver lanciato per primi un dato tema.

 

E’ interessante che le critiche alle misure del governo giallo-verde (non a caso nessuno lo chiama governo Conte) che vengono oggi da sinistra non riflettano bandiere o utopie della sinistra, ma semplicemente quelle del buon senso amministrativo. Un tempo si accusava la sinistra di non avere una cultura di governo. Umberto Eco ricordava un aneddoto del 1996, quando la sinistra per la prima volta vinse le elezioni. Un’anziana militante andò a congratularsi con D’Alema dicendogli: “Adesso sì che potremo fare una opposizione efficace!” Eco lo citava per lamentare la mancanza di una mentalità governativa a sinistra. Bisogna dire però che negli ultimi anni la sinistra (ovvero il PD) ha preso una mentalità di governo, non diversamente dalle altre socialdemocrazie occidentali – e proprio per questo ha perso una barca di voti a favore dei dimaiani. Avere senso di governo significa capire che fare riforme troppo generose costa troppo, e che alla fine, per l’eterogenesi dei fini, quelle riforme concepite per servire il popolo finiscono con l’affamare il popolo. Per chi non volesse capirlo, ce lo ricorda il “bolivarismo” del Venezuela: Chávez e Maduro, per sostenere la povera gente, hanno prodotto più povertà e l’emigrazione all’estero di milioni di venezuelani… Ormai la sinistra che ha messo la testa a posto sa che in politica non si può fare quello che si vuole, che non basta sbraitare contro i mercati, le banche, l’Europa, la troika, ecc., che ogni sistema economico-politico è molto complesso, e che non basta volere il Bene per fare bene. Per questa ragione, si dice, la sinistra ormai è quasi indistinguibile dalla destra, nella misura in cui entrambe governano. E’ proprio così, e così la sinistra – almeno quella rispettabile, per chiamarla così – ha rinunciato alla demagogia. Diciamo che è diventata troppo seria… Siccome però viviamo in un mondo dove invece la politica diventa sempre più demagogica, dove sembra di stare sempre in campagna elettorale (“argomenti deboli, urlali forte” diceva un politico americano), è evidente che la sinistra di governo perde colpi dappertutto. Ormai per vincere bisogna spararla grossa, più una misura è insostenibile più attrae consenso.

 

Fa perciò impressione vedere esponenti di sinistra anche radicale tirare le orecchie ai nostri nuovi governanti in nome dell’equilibrio di bilancio, della riduzione dello spread, della crescita della Borsa, della riduzione dei costi pubblici: hanno l’aria di pignoli economi di un’azienda, ma certamente questa opposizione “saggia” non scalda alcun cuore. Perché i cuori sono irrazionali, e la sinistra è diventata razionale, saggiamente grigia.

 

Certamente alcune riforme indispensabili per il rilancio economico – ovvero, per creare più lavoro e più ricchezza – sono state fatte dalla sinistra. Fu il capolavoro di Schröder a cavallo del 2000: una serie di riforme dure, certo non “socialiste”, che hanno però permesso alla Germania di uscire dalla crisi e di ridiventare la locomotiva economica dell’Europa. Schröder divenne impopolare, ma ha messo la Germania sulla retta via. E discorsi analoghi si potrebbero fare per il Jobs Act italiano e per la Loi Travail di Hollande. La conversione della sinistra “rispettabile” al realismo pragmatico ha certo creato in certi paesi una forte reazione di sinistra radicale, come è stato il caso di Bernie Sanders in US, di Corbyn in Gran Bretagna, di Mélenchon in Francia, e di Tzipras in Grecia (prima che anche Tzipras uscisse dall’eterna adolescenza della sinistra e diventasse un politico maturo, cioè disincantato). Ma la reazione alla “saggezza” della sinistra assume per lo più forme di destra xenofoba e sovranista – Lepenismo, Lega, Afd in Germania, Trump in US, ecc. Perché le classi meno favorite ormai in tutto l’Occidente stanno slittando dalla sinistra alla destra. E’ un ribaltamento più che epocale. Per circa 150 anni essere povero era un buon indicatore di voto a sinistra, oggi essere povero è un buon indicatore di voto a destra estrema. Dopo un secolo e mezzo, è cessata la sintonia tra i meno abbienti e le élite intellettuali (di sinistra): una rottura catastrofica.

 

Perché la realtà è questa ormai: i ceti più poveri – culturalmente ed economicamente – non credono più allo slogan classico della sinistra, “più eguaglianza”, ma alle sirene identitarie. Io nel mio piccolo ho provato a spiegare il perché. Ovvero, nelle periferie povere delle grandi metropoli quel che sembra essenziale è: meno emigranti (e magari nessuno), più repressione della piccola criminalità (anche se da decenni la criminalità diminuisce in Occidente), più rispetto per i valori tradizionali della “mia parrocchia”. La sinistra rivincerebbe tra i più sfavoriti se facesse proprie queste istanze, ovvero, se smettesse di essere sinistra.

 

Perché allora questa spettacolare inversione, per cui i quartieri bene delle metropoli votano per la sinistra e i quartieri più sgarrupati per la destra? Perché i benestanti e più colti credono meno nella demagogia, dato che hanno meno rabbia in corpo. Chi sta meglio è mero adirato. Chi vota oggi a sinistra pensa che la nostra vita nelle società più industrializzate non è certo la migliore delle vite possibili, ma è, tutto sommato, la migliore rispetto a tutte le altre sparse per il pianeta, in paesi non industrializzati o non democratici. Così, in tutto l’Occidente la sinistra ha assunto le posizioni, rimaste sempre minoritarie, del partito radicale di Pannella e Bonino qui da noi: fondamentale accettazione del liberalismo globalizzato, puntare tutto sull’estensione dei diritti civili, ovvero delle libertà individuali e delle minoranze.

 

Negli ultimi decenni lo stato, ovvero la politica, ha perso molto potere nei confronti dell’economia. Le banche centrali si sono del tutto autonomizzate rispetto al potere politico, il mondo finanziario si è globalizzato sfuggendo ai controlli degli stati, le multinazionali trovano il modo di non pagare le tasse… Negli stati democratici, questo significa semplicemente che la democrazia – e quindi la politica che essa genera – perde colpi rispetto ai mercati e all’economia in generale. Da qui la paradossalità dell’odio per i politici: sono sempre più disprezzate figure elette democraticamente, anche se di fatto perdono sempre più potere nel regolare la vita economica dei propri paesi. Il cosiddetto populismo – in cui includo il nostro governo italiano – sembra essere quindi un tentativo di riscossa della politica, ovvero della democrazia: ci si ribella ai meccanismi economici che sfuggono a qualsiasi controllo politico. Ma i tentativi sovranisti – che sono di fatto tentativi di dare più spazio alla politica – si infrangeranno sempre, prima o poi, di fronte alla sovranità dei mercati e delle istituzioni economiche (borse, grandi banche, multinazionali, banche centrali).

 

Il paradosso è che la sinistra ha sempre combattuto per dare il maggior spazio possibile alla politica (quindi allo stato) contro gli automatismi economici, ma oggi le parti si sono rovesciate: sono demagoghi come Trump o Boris Johnson o Salvini che si ribellano all’internazionalizzazione dell’economia e rivendicano un potere decisionale alla politica, che resta essenzialmente politica nazionale. L’utopia è scivolata dalla sinistra alle destre estreme e ai populisti. La sinistra ha cessato di essere cultura di opposizione, e proprio per questo perde il governo.

 

Qualcuno chiederà allora: che cosa deve fare la sinistra? Credo che la sinistra debba fare meglio quello che già fa: richiamare alla ragione attraverso scritti, discorsi, comportamenti. Persuadere sulle posizioni che la caratterizzano: combattere la povertà tagliando sprechi e privilegi; accettare l’immigrazione come grande opportunità mantenendo però il controllo dei flussi; integrare al meglio gli immigrati dando loro diritti e protezione; ampliare l’area dei diritti civili (matrimonio gay, diritti e parità delle donne, diritto a morire); diminuire la pressione fiscale sulle imprese produttive; lottare contro l’evasione fiscale e contro la corruzione; rendere efficiente la burocrazia oggi vessatoria; investire di più nelle regioni più arretrate…. In breve: fare come hanno fatto e fanno i paesi scandinavi, paesi con meno problemi degli altri. Non sono questi i tratti che distinguono uno che vota la sinistra non radicale? Certo, anche se deve sapere che, con queste proposte, andrà incontro a una lunga serie di sconfitte.

17 thoughts on “Andare fra la gente

  1. Mi scusi Sergio Benevenuto ma ho raramente letto un articolo più demagogico e disinformato del suo

    -Cioè, il crollo dei DEM europei sarebbe una questione di pubblicità? Molto profonda come analisi.
    -Il PD sarebbe per l’uguaglianza? Ma ha letto Picketty e Krugman?
    -La riforma Schröder ha avuto successo? Ma li ha letti i dati sulla povertà in Germania. La Germania, per altro, anche come PIL cresce poco e perché il mercato comune è suo tutto vantaggio.
    -Gentiloni (eletto? No. Forse anche questo spiega qualcosa?) non ha strombazzato l’assegno sociale perché sapeva benissimo che era cosa infima e facilmente superabile. Se Gentiloni voleva fare qualcosa di non populista e allo stesso tempo di efficace in campagna popolare avrebbe potuto richiamare la Germania a rispettare il rapporto import/export, secondo quanto scritto nei TRATTATI UE. Il motivo per cui non lo ha fatto forse spiega molto meglio la crisi della sinistra che la mancanza di capacità comunicativa. A Renzi non mancava, eppure…

  2. Bravo, analisi del tutto condivisibile. Aggiungo solo alcune osservazioni.
    1. I cosiddetti “populismi” vincono perché propongono quello che gli elettori, certe fasce sociali deboli e in crisi certo, vogliono: protezione, sussidi, sicurezza. E la sinistra riformista perde perché non ha saputo rispondere e fare proposte su questi fronti, ma per troppo tempo ha “gestito” il sistema. Tuttavia, le promesse impossibili stanno distruggendo le basi di legittimità stesse della democrazia: guardate le delusioni su Ilva e Tap, la prossima prevedibile delusione sulla Tav e, probabilmente, anche sul reddito di cittadinanza (e in generale sulla legge di bilancio). La rabbia dei delusi si sposterà di nuovo, elettoralmente, solo che quando non ci saranno più referenti politici rimarrà solo la rabbia e il disprezzo della democrazia. Ecco perché la prima cosa è denunciare la follia delle “promesse impossibili”, senza mai cadere in questa tentazione demagogica.
    2. E’ vero: è molto sbagliato attaccare le proposte delle destre identitarie difendendo il paraggio di bilancio, allarmandosi per le reazioni dei mercati ecc. Su questo terreno, bisogna mostrare, senza incertezze, che le soluzioni politiche delle destre sono più inique, nonostante l’apparenza, e che lo sono meno quelle della sinistra riformista. Es.: la riforma delle pensioni, o la politica scolastica, o, come sottolinea giustamente l’intervento, la riforma del mercato del lavoro; o ancora: il risarcimento a tutti i “truffati delle banche”, che non è per niente giusto. Ma va anche mostrato che, entro certi limiti, rispettare i vincoli economici e finanziari è un problema di giustizia: se non li rispetti, sono i più poveri a pagare.
    3. La partita che si sta giocando adesso è tutta politica, cioè elettorale: Salvini, Di Maio e i loro sodali respingono senza appello ogni richiesta della UE, ogni interferenza di autorità economiche o finanziarie non perché la loro politica economica sia più o meno sostenibile, non perché non ci siano margini di manovra e di flessibilità con la UE, ma perché sanno che la pancia dell’elettorato va nel senso di questa contrapposizione netta e semplice: noi, popolo, contro loro, le élite che ci strangolano. Così si prendono voti. Ma non si governa un paese, lo si porta allo sfascio. Questo va detto, anche.

  3. L’articolo mette ben in evidenza i cambiamenti degli scenari di politica e ideologia rispetto al XX sec. La Sinistra Terzinternazionale nel primo Novecento lottava contro il Capitalismo diffuso in tutti i paesi della Borghesia conservatrice. Dopo la II guerra mondiale il welfare e la socialdemocrazia europee hanno fatto molto per sottrarre i motivi di rivalsa al Comunismo, rivelatosi a sua volta un sistema vessatorio.
    Il grande cambiamento – come nota Benvenuto – è nella rabbia/rivalsa dei ceti deboli, passata come rappresentanza dalla Sinistra operaia e contadina (attività quasi scomparse e trasformate dalla modernizzazione tecnologica) alla Destra sovranista e xenofoba (prima gli italiani). In fondo tra chi un lavoro ce l’ha e l’attesa di un impiego con ammortizzatori sociali, il vero benessere percepito della società granulare e individuale è offerto dal possesso di uno smartphone. Venute meno le grandi ideologie è il bene effimero che soddisfa immediatamente il cittadino/consumatore; non a caso destinatario della nuova propaganda social del Salvini su FB e del M5S nato con Internet (piattaforma Rousseau).
    In un’epoca post-postmoderna ci si può aspettare di tutto; anche il ritorno a certe mode del Ventennio o la scritta su una maglietta di “Auschwitzland” con lo stile di caratteri del parco a tema Disneyland. Il mondo globalmente connesso del Web (una rivoluzione tecnologica con pro e contro) ha generato una melassa della comunicazione e informazione (Blob) dove i populisti possono fare manbassa di consensi (da Berlusconi via Renzi fino ai diarchi Salvini-Di Maio). L’amministrazione della cosa pubblica richiede responsabilità e scelte sofferte (legge Fornero), non certo la possibilità di accontentare tutti (a Napoli la Giunta arancione del pur volenteroso De Magistris deve rispondere delle decisioni amministrative a gruppuscoli come il PMLI e via dicendo).
    In fondo anche il Welfare – ricordato da Benvenuto nella versione scandinava – ha richiesto la fine dei privilegi borghesi con i diritti sindacali strappati dalla classe lavoratrice. Se oggi in Italia i ceti privilegiati ci sono, toccherà a loro dare di più per creare meno disuguaglianza sociale e più lavoro: lotta alla corruzione, all’evasione, progressività della tassazione; rimedi i cui frutti si apprezzeranno a medio-lungo periodo, non certo per riscuotere nei seggi elettorali gli effetti di bocconi avvelenati (slogan lega-pentastellati) i cui disastri peseranno sulle generazioni future, a cominciare da chi ha vent’anni oggi.

  4. Leggo Benvenuto: ” Io nel mio piccolo ” e mi torna in mente un diario: “ 24 febbraio 1988 – « Vogliono capire insomma come il tosacani, piccolo, mingherlino, possa avete avuto ragione dell’ex pugile, grande e forte, temuto da tutti alla Magliana… » (Dai giornali) “.

  5. Si potrebbero accogliere o discutere alcune delle osservazioni di Benvenuto se tutto l’articolo non fosse sotteso dalla irritante presupposizione che ci siano i bambini che seguono il principio di piacere e gli adulti responsabili e di governo che seguono il principio di realtà. Più che un’analisi, un’esibizione da primi della classe.
    Affrontare un tema come la semplificazione, l’infantilizzazione, l’emersione delle viscere dando per scontato che ci sia chi ci casca e chi no quasi come se fosse una distinzione a priori (e chi non ci casca perde perché gli altri sono cretini), senza nemmeno domandarsi come mai chi ci casca ci caschi è come dire “che roba contessa”.
    Abbiamo un gigantesco problema con la superfetazione dell’infotainment, con la ormai totale coincidenza tra spazio pubblico di dibattito e spazio spettacolarizzato, abbiamo una scuola che strutturalmente non riesce più a fare i conti con questo mondo esploso e il punto qual è? Che il popolo non è ancora maturato, perciò vota a destra.
    A me viene solo una grande tristezza.

  6. Dunque il Jobs Act, sostiene en passant l’articolo, ci ha messo sulla retta via. E io che, così poco realistico, non me ne sono accorto.

  7. fa un po’ impressione, però, che in un discorso che si vuole di sinistra l’argomento ‘la gente non vuole tutta le stesse cose’ faccia accuratamente, platealmente a meno della parola ‘classe’. L’elenco fornito (chi vuole pagare meno tasse, chi vuole assistenzialismo ecc) è illuminante. Desolante, anche, visto da una come me che é di sinistra e non a caso non può proprio votare pd (né cinque stelle, dio mi scampi!). L’analisi che ne esce é di una frammentazione non ricomponibile. L’unica prospettiva, una gestione alla meno peggio dell’esistente. Lo slancio ideale, par di capire, é roba da sciocchi – concordo con LoVetere, che ha colto bene questo tono paternalista . Pare poco bon ton accennare, che so, al precariato, a un’Europa che fa passare il liberismo come legge di natura, a un Minniti che non é tanto diverso da Salvini, solo meno volgare. E poi vi chiedete perché non vi votano.

  8. “Mi chiedo perché la sinistra non abbia puntato tutto su questa riforma, cercando di togliere ai dimaiani quello che gli americani chiamano issue ownership, ovvero l’aver lanciato per primi un dato tema.”

    Perché, banalmente, non sono di sinistra, Renzi e compari. Non sono un cazzo, andrebbe detto. Sono dei ciarlieri arroganti e ignoranti, ai quali nulla importa dei poveri, come dimostrano in questi giorni di opposizione al reddito proposto dal governo. Ritengono meglio spendere 10 miliardi di euro per dare 80 euro al mese a chi ha già un reddito piuttosto che destinare la stessa cifra a chi non ha reddito, in totale disprezzo perfino della logica, se mai ne avessero una. Ritengono persino meglio sussidiare le imprese. Assistenzialismo per chi ha bisogno di assistenza no, per le aziende sì.

    Un’altra cosa che andrebbe detta è che in questo momento lo Stato non è in grado di offrire posti di lavoro a tutti coloro che ricevono il Reddito di inclusione (REI) che poi dovrebbe essere convertito e ampliato nel Reddito di cittadinanza. E questo non solo perché i centri per l’impiego non funzionano, ma perché, ancora banalmente, tali posti di lavoro non ci sono. Per cui nel frattempo che aspettiamo di tornare a crescere e produrre lavoro rimane il tema della povertà. Qui si distinguono quelli che hanno a cuore i poveri da quelli che li disprezzano, come molti elettori del PD si stanno dimostrando in rete insieme con la classe dirigente. Una critica che avrebbe senso è invece quella di utilizzare questa spesa pubblica creando direttamente posti di lavoro attraverso gli interventi di manutenzione di cui hanno bisogno le infrastrutture.

  9. – la sinistra negli ultimi 20-30 anni si mette a seguire politiche sempre meno di sinistra
    – la sinistra va in crisi
    – per uscire dalla crisi deve continuare a proporre le stesse politiche
    non fa una piega

    P.S.: mi verrebbe da chiedere se per i diritti dei lavoratori hanno fatto di più le utopie novecentesche piene di promesse irrealizzabili oppure la razionale gestione dell’esistente degli ultimi decenni

  10. Mi verrebbe da commentare il suo “fare come hanno fatto e fanno i paesi scandinavi, paesi con meno problemi degli altri” osservando semplicemente “come ad esempio Svezia e Norvegia che sono fuori dalla moneta unica e ad entrarci non ci pensano proprio anche per non fare la fine della Finlandia o della Danimarca cui problemi macroeconomici sono legati in buona misura all’aggancio valutario con l’euro”. Ma cercherò di essere serio anche se non aiuta il fatto che il suo articolo ignora completamente (e credo coscientemente) il vero gigantesco problema che andrebbe messo a tema quando si parla di mutazione e crisi della cultura politica della sinistra, ossia il rapporto fra democrazia, globalizzazione economica e sovranità politica. Un problema così grande che in effetti non si può pensare neppure di impostarlo nei limiti di un articolo e ancora meno, ovviamente di un commento. Ciò che però mi lascia soprattutto perplesso in uno scritto che per limiti di ampiezza e per destinazione dovrebbe essere, credo, funzionale a stimolare ricerca, studio e approfondimento è la sicurezza, molto prossima alla superficialità, con cui vengono offerti assunti teorici sui quali in letteratura (economico-politica, sociologica, antropologica e filosofica) la discussione è apertissima e molto stimolante. L’elenco dei testi (specialistici, tecnici o anche solo divulgativi) è ovviamente sterminato e io non mi permetto neppure di suggerire a lei la lettura di nulla perché, davvero, non è mia intenzione polemizzare. Però forse ai lettori del suo articolo potrebbe interessare il volume, ormai non così recente, di W.Streeck, Tempo guadagnato, La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli 2013. Qui ne trovano una stimolante recensione a cura di Alessandro Visalli.
    http://tempofertile.blogspot.com/2013/07/wolfgang-streeck-tempo-guadagnato.html

  11. “Arrivarono a Napoli di giorno, tra l’immensa popolazione che è animata e pigra ad un tempo. Prima attraversarono la via Toledo e videro i Lazzaroni sdraiati sul selciato o rannicchiati in un paniere di giunco che serve loro da abitazione sia di giorno che di notte. […] Tra quelle persone ce ne sono alcune che non conoscono nemmeno il proprio nome e che quindi quando si confessano, denunciano peccati anonimi, perché non sanno il nome di chi li ha commessi”.

    Madame de Staël, Corinna o L’Italia. (traduzione di Anna Eleanor Signorini) Milano, Mondadori 2006. p. 290

  12. “ Mercoledì 25 maggio 2005 – « Napoli, 8 maggio 1877 – […] Di tutte le plebi in mezzo alle quali mi son trovato girellando per l’Italia, quella di Napoli è senza dubbio la più originale e la più grottesca di tutte. Basta guardare in viso questa gente per capire che son furbi come gatti; serve dare un’occhiata alle loro membra per ammirarne la eleganza delle proporzioni e per ridere del modo col quale le adoperano negli usi più comuni della vita. Allorché parlano, la lingua è il membro che soffre minor attrito di tutti. Chiudono gli occhi, li riaprono e li battono come bertucce; sgualciscono le labbra; con le mani affettano l’aria in tutti i sensi; si scuotono, si torcono su la vita in modo che qualche volta la lingua si mette in riposo assoluto e conversano ed esprimono i più riposti sentimenti dell’animo con un gergo tacito che chiamerei semaforico, corrugando la fronte, stralunando gli occhi e lavorando di braccia, di mani e di dita come allievi perfetti del più accreditato istituto dei sordomuti. » (Renato Fucini, Napoli a occhio nudo. Lettere ad un amico, 1913) “.

  13. “I Cantabri sempre in guerra
    Gli Sciti a cui sbarra il passo
    L’Adriatico a cosa mirano? Tu
    Rimandane il pensiero, Quinzo Irpino;
    Non tormentarti perché la vita
    Ti sia un unico affanno se da scarni
    Trucchi si fa distrarre”

    Orazio, Odi, scelte e tradotte da Guido Ceronetti, Milano, Adelphi, 2018, p. 42

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