di Francesco Scarabicchi

Premesssa

Dario Bellezza arrivò in ritardo alla stazione di Ancona quel pomeriggio di febbraio del 1988. La sala della biblioteca civica era gremitissima e il pubblico attendeva da oltre mezz’ora, paziente ed irritato. Volle passare prima in albergo. Poi salimmo lo scalone che portava al primo piano dove le letture si tenevano. Sedemmo, ascoltammo le parole di Alessandra Sfrappini, la Direttrice, che salutò, inserendo la presenza di Bellezza nel corpo degli altri autori che avrebbero segnato le stazioni del viaggio aperto da Franco Scataglini. Dario stava al centro, tra lei e me, le mani giunte, uno dei suoi foulard annodato al collo, la giacca a scacchi, gli occhiali neri. Fissava le persone che lo guardavano come un uccello curioso e regale. In mano non aveva appunti, ma solo una copia di un numero del settimanale “L’espresso” nel quale aveva pubblicato un articolo relativo ad una riedizione delle memorie di Antonio Ranieri , Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, che lesse e commentò. Poi ci fu la cena al ristorante dell’Hotel “Roma & Pace”, dopo una passeggiata serale nel cuore di quel che resta dell’Ancona antica. Dario era venuto in compagnia di un suo giovane amico calabrese, se rammento bene. Non ci vedevamo da qualche anno e furono ore affettuose, piene di confidenza e racconti.

Il breve brano che segue è l’appunto del mio intervento che precedette il suo.

* * *

C’è una poesia di Dario Bellezza (probabilmente del 1975) che mi piace leggervi per introdurre a voi la seconda presenza d’autore di questo programma leopardiano. La poesia si intitola Morte segreta e sta in clausola al libro eponimo apparso da Garzanti nel gennaio del 1976:

Ora alla fine della tregua
tutto s’è adempiuto; vecchiaia
chiama morte e so che gioventù
è un lontano ricordo. Così
senza speranza di sapere mai
cosa stato sarei più che poeta
se non m’avesse tanta morte
dentro occluso e divorato, da me
prendo infernale commiato.

Bellezza dice: “senza speranza di sapere mai /cosa stato sarei più che poeta” e dà di sé, nella stupenda anastrofe, disperata e lacerante, una definizione di identità senza remissioni. E poeta, infatti, egli è dall’origine, in quella sorta di universo preverbale e pregrammaticale che precede ogni insorgenza di parola o di scrittura. Egli, in questo Novecento contemporaneo, è uno dei pochi che porta, come la sua pelle o la sua andatura, i caratteri non esteriori della sua poesia. Voglio dire, insomma, che tutto in lui è vero anche fra gli indumenti dell’artificio. Una caratura del destino, un evento fra gli eventi del mondo, ché tale è un poeta quando interamente si affida al proprio sogno e alla propria vocazione ineludibile e totale.

Quasi diciotto anni della sua storia d’autore stanno a confermare l’intensità di una presenza. Rammento l’apparire del suo primo libro di versi (Invettive e licenze), battezzato, in bandella, da Pier Paolo Pasolini, come “il miglior poeta della nuova generazione”, che fiorì nel febbraio del 1971, Per chi, come me, aveva allora vent’anni (Dario ventisette) e una passione senza confini, fu come l’offrirsi di un nuovo cielo. Bellezza indicava una via ulteriore e colmava l’ansia di un’attesa, quella di una poesia che ci fosse prossima e quotidiana e desse conto di un reale legato alla generazione, al solitario vuoto della vita e al dramma che stava appena dietro le spalle e non s’era compiuto, un dramma che sapeva più di tradimento e sconfitta che non di vittoria e di liberazione. L’odore dei fuochi del sessantotto saliva dalla cenere e non dalla fiamma. In quel libro Dario usava un verbo – “precipitare” – e le riferiva alla “rivoluzione”.

A dare scandalo era la diversità di sentire la vita e le cose della vita, la diversità nel dirlo e nello scriverlo. Poesia di un reale recluso e pure libero dentro l’interna illibertà della storia.

C’era un presentimento di volgare perpetuazione del conformismo, di una cancellazione graduale e radicale d’ogni sorta di individualità. C’era il patimento per una offesa e la consapevolezza d’essere stati violati. La gioventù già vecchia.

La storia di questi diciotto anni dell’Italia è anche nelle trame della poesia di alcuni. Sicuramente in quelle dei versi di Dario Bellezza che questa sera volgerà il suo sguardo a Leopardi e lo farà dal di dentro della sua testualità, senza abdicare al proprio stato e alla propria poetica.

Anzi, ogni elemento del dettato risuonerà del suo irripetibile destino nell’inconfondibile voce che, parlando d’altro o dell’altro, è di sé che ci parla e sé rivela.

[Immagine: Dario Bellezza con il suo libro L’innocenza (1970)]

2 thoughts on “Dario Bellezza, “Straniera valle”

  1. “tutto in lui è vero anche fra gli indumenti dell’artificio”.

    bellissima la poesia e l’amore che ne viene…

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