di Luca Marangolo

 

Una delle tendenze sotterranee più interessanti che sembrano emergere nel pensiero filosofico del nostro tempo è il fatto che, lentamente ma progressivamente, le idee tendano a imporsi da sole, proprio perché, è ormai chiaro a tutti, il nostro pensiero è messo alle strette dopo troppi anni di un’autoreferenzialità sofisticata, raffinata, talvolta addirittura sublimata, ma forse poco utile allo scopo.

 

Se viviamo in un tempo che, disperatamente, ha bisogno di nuove categorie per essere compreso uno autore che, credo, non andrebbe lasciato fuori dal nostro retaggio collettivo è Antonio Gramsci. Ma le valutazioni soggettive, su questo, contano relativamente: proprio perché il pensiero, come dicevo, si impone sempre più da sè, grazie alla capacità che ha di essere interprete del nostro mondo. E così scopriamo che Gramsci è, nell’ambito della critica letteraria e della cultura, uno degli autori italiani più letti e interrogati in Occidente. Ci sono gli studi culturali, certamente, che hanno fatto loro il pensiero di quest’autore da tempo, ma anche una nuova concezione critica e sovranazionale che, lentamente ma con decisione, si sta facendo strada nella sensibilità di sinistra: penso ai vari movimenti legati a Varoufakis, Jeremy Corbin e Bernie Sanders. Ma il richiamo quanto più possibile urgente all’attualità di Antonio Gramsci del resto è la rivolta in corso in queste ore sugli Champs Elysées. Le violenze di strada che avvengono in questi istanti sono il segno di una Francia divisa che riemerge sotto l’esilissima superfice di una ricostruzione socialdemocratica che, sotto la “guida” di Macron, non è altro che l’ennesimo esempio, nell’Occidente degli ultimi anni, di conflitti sociali deprivati di una narrazione ideologica autentica, che sia espressione degli interessi concreti delle persone che la abbracciano.

 

Quando il pensiero e la storia si muovono, il lavoro intellettuale non può far altro che seguirli; e tuttavia non può farlo passivamente, nel senso gramsciano del termine: deve cercare di capire perché Gramsci è così presente nel nostro Zeitgeist, ritessere le complesse fila di una domanda di pensiero che viene da più parti e cercare di darvi risposta. Ma, nel far ciò, sono due gli errori che dobbiamo assolutamente evitare. Il primo: dobbiamo evitare di abdicare alle istanze di cambiamento più profonde nella nostra coscienza, perché esse sono il nucleo ideologico che fa da propulsione alla nostra attività intellettuale, tiene insieme in un modo irrequieto e vivo il passato della nostra formazione intellettuale e il futuro che da essa riusciamo ad immaginare. Il secondo errore che, fatalmente, bisogna evitare di commettere, è quello di assimilare l’oggetto della nostra indagine alle nostre categorie intellettuali, trasformando il nostro desiderio di cambiamento in una strana forma di cecità. In un tempo in cui si marginalizza radicalmente l’ideologia dal dibattito politico, chiunque voglia fare una critica militante deve avere, insomma, l’intelligenza di pensare alla propria ideologia come a qualcosa di simile al super-io di Freud, una formazione di compromesso sempre e costantemente in bilico fra la più nobile tensione ideale – necessaria, con la propria capacità di vedere oltre, per trasformare il presente – e la schiavitù di un imperativo irrazionale.

 

È con questo spirito che consiglio vivamente la lettura de Il presente di Gramsci (Galaad), una bella raccolta curata da Mimmo Cangiano, Paolo Desogus, Marco Gatto e Lorenzo Mari che, mi sembra, hanno fatto esattamente quel che bisognava: più che dimostrare l’attualità del pensiero gramsciano, hanno provato a farla emergere dalle cose stesse, senza feticismi. Si comincia con un lungo saggio di Marco Gatto, che distende sull’intera raccolta un senso di prospettiva e affonda le sue radici fra l’altro nelle intuizioni critiche di Frederic Jameson e Gilles Lispensky, con le quali Gatto si preoccupa di separare la posizione critica e militante dei due autori dalle molte riletture della modernità elaborate dal postmodernismo:

 

“La falsa coscienza dell’antagonismo poggia le basi sulla svolta culturale e linguistica che la filosofia francese ha inaugurato e che […] ha sostituito la lotta di classe con la lotta per il proprio irriducibile desiderio”. (p. 28)

 

Con questa mossa argomentativa Gatto compie un primo, basilare, passo: spostare le categorie del conflitto politico da una equivoca e impalpabile concezione, quasi metafisica, della natura umana − come quella propugnata da autori engagé come Gilles Deleuze, ad esempio − verso categorie sociali e materiali intellegibili; ma già diverso e più complesso, probabilmente, è il caso di Michel Foucault e Althusser, che pure vengono trattati in modo analitico e critico. Ma sciolto questo equivoco, può in definitiva il gramscismo aiutarci a forgiarle? Proprio in questa direzione sembra andare Paolo Desogus, che propone una lunga e particolareggiata ricostruzione della ricezione del lavoro di Gramsci nell’ambiente intellettuale italiano proprio nel ventennio che precede e prelude l’avvento della cultura postmodernista, con una particolare attenzione al nesso, ancora attualissimo, fra la forma letteraria e l’ideologia, sconfessando con decisione ogni legame deterministico ed economicistico fra queste due componenti della comunicazione sociale:

 

“L’economico esiste come campo di possibilità che esprime linee di resistenza, percorsi e vincoli, ma non come «una legge metafisica di “determinismo”» avulsa dalla sovrastruttura”. (p .70)

 

È con la mente libera da questi pregiudizi che possiamo leggere, in stretta connessione tra loro, i saggi di Dainotto e Cangiano, intitolati rispettivamente Storicismo e letteratura e Oltre la critica, il concetto di “oggettività” nei quaderni di Gramsci. il primo analizza con grande puntualità il percorso del pensatore sardo nei meandri del coevo storicismo, restituendogli con chiarezza il primato, all’interno del pensiero marxista, fra quelli che si sono sforzati di emancipare il marxismo dal suo retaggio volgare. La storia per Gramsci diventava così qualcosa di molto simile a quanto già concepito da Vico, emergendo dalle cose stesse piuttosto che da visioni astratte fallimentari. E la letteratura diventava insomma, sotto la lente gramsciana, qualcosa di molto simile a ciò che abbiamo menzionato all’inizio, una lente dell’ideologia intesa come espressione totale della nostra forma di vita. Una analoga funzione teorica svolge il saggio di Mimmo Cangiano, che ci dimostra come lo storicismo di Antonio Gramsci contemplasse in sè già dalle origini alcune forme di resistenza al potere politico di matrice culturale, che sono poi risultate feconde nel secondo Novecento rendendo Gramsci un punto di riferimento cruciale per la tradizione culturalista della critica. È proprio sul concetto di oggettività in Gramsci che vorrei soffermarmi, perché mi sembra estremamente interessante. Oggettività vorrebbe dire mettere l’interpretazione corretta della storia davanti all’interpretazione che ne dà il nostro pensiero critico: le varie correnti di pensiero contemporanee a Gramsci, dall’idealismo al nichilismo, più che essere criticate o confutate andrebbero valorizzate all’interno di un percorso, dialettico, che porta la verità dei fatti dalle contraddizioni storiche ad emergere. Ci avviciniamo ai nodi cruciali più vivi delle problematiche poposte dal volume: questo lavoro è stato, di fatto, compiuto, ad esempio, sul pensiero di autori come Foucault, Althusser e altri da cui gli autori, in misura diversa, si smarcano? Linee di pensiero attuali sono valutate con la giusta oggettività? Ad esempio, menzionerei Peter Sloterdijk, le cui posizioni filosofiche, critiche del marxismo, dovrebbero essere uno stimolo dialettico che sia degno dell’ampiezza di sguardo della sua antropologia, un’ampiezza di cui mi sembra la critica militante, talvolta, abbia bisogno.

Prima di provare a rispondere, però, addentriamoci ancora nella complessità del pensiero gramsciano e della sua, indubitabile, attualità.

 

Non si capirebbe a fondo l’operazione compiuta in questo volume, infatti, se non si prendesse nella dovuta considerazione il saggio di Lorenzo Mari, il quale si riallaccia in modo pertinente a una nota polemica all’interno degli stessi studi culturali, che riguarda l’interpretazione del gramscismo in autori come Neelam Srivastava e Baidik Bhattacharya, che sostengono una lettura – tutta interna all’orizzonte dei cultural studies – del pensiero di Gramsci consapevolmente “traditrice”, molto più attenta all’analisi relativistica dei contesti culturali che al nucleo storicistico e materialistico del suo pensiero. Mari poi argomenta sull’utilità di questa seconda opzione nell’interpretare Gramsci: un pensiero che non rinunci mai alla contestualizzazione non solo etnogeografica, ma anche storica, sociale ed economica. In questa chiave Mari rilegge un’esperienza culturalmente significativa come il viaggio di Fortini in Cina in chiave culturalista; ciò gli permette di non perdere mai di vista la storicità dei processi culturali e la loro intersezione con i processi di produzione. In un ottica simile si muove anche Gallerani che rilegge alcuni elementi dell’estetica marxista con una certa originalità: il contributo analizza due film, Ressources humaines di Laurent Cantet e Il capitale umano di Paolo Virzì, che fin dal titolo enucleano in sé la latente domanda di umanesimo cui si appella il pensiero di sinistra, di cui i due registi vorrebbero, da parti diverse, farsi esponenti. L’articolo riattualizza convincentemente la polemica di Gramsci contro gli intellettuali che sussumono nel loro orizzonte ideologico differenze e dinamiche sociali, semplificando la realtà dei processi storici di cui sono espressione.

 

A partire dagli interventi fin ora citati possiamo provare a rispondere alla domanda formulata in apertura dal libro: come può il gramscismo migliorare la nostra condizione politica facendoci comprendere quali sono le nostre possibilità di azione, in quanto soggetti storici e politici, nel presente? Questa idea di storicismo si è imposta incisivamente nei nostri studi. Mi sembra che ne risentano sia grandi ricostruzioni storico-letterarie recenti (penso a Donnarumma, a Guido Mazzoni) sia, ovviamente, gli studi culturali. Ma, leggendo dell’importanza dello storicismo, mi chiedevo: siamo veramente in grado di maneggiare questa – delicatissima – categoria? L’orizzonte degli eventi storici che abbiamo di fronte richiede da parte nostra un’interpretazione che va molto oltre, spesso, la nostra postura di analisi e, di conseguenza, la nostra capacità di interpretarli. Cosa può ad oggi, effettivamente, la critica di stampo gramsciano di fronte, ad esempio, ai rapidissimi mutamenti della comunicazione dell’ultimo trentennio? Le premesse storiche delle nostre analisi sono, di fatto, abbastanza vaste e complesse per comprenderli? O piuttosto rischiamo che il compito che la nostra generazione si auto-attribuisce, quello di essere e formare degli intellettuali organici, ci escluda dalla storia? L’esempio di Pier Paolo Pasolini, nella raffinatissima ricostruzione di Antonio Tricomi, in questo senso è cruciale. Vediamo allora che, già negli anni Sessanta, il poeta fa una lettura molto amara della propria condizione storica:

 

“Ecco che negli anni Sessanta, essendosi l’intero consorzio civile ridotto a una massa di ameboidi consumatori piccolo-borghesi, non esistono più individui realmente disposti a fruire le opere d’arte, e i discorsi culturali in genere, non come se si trattasse di concedersi pure occasioni di svago (…) ma attribuendo alle prime, e in egual misura ai secondi, un imprescindibile significato etico-pubblico: il compito, cioè, di educare alla verità interlocutoria in maniera neanche troppo implicita invitati, dopo averla appresa, a renderla politicamente esecutiva.” (p. 223)

 

Come sottolinea l’autore, Pasolini si trovò letteralmente sradicato dal suo ruolo di intellettuale, secondo il modello post-resistenziale che aveva in mente fino alla fine di quegli anni, e il poeta delle ceneri o dell’impossibile – come le chiama, in un bell’intervento gemello, Francesco Marola – si sente costretto ad automarginalizzarsi, a rinchiudersi in un’amara prigione di autoreferenzialità; male con cui gli intellettuali di sinistra hanno, mi sembra, lottato dal’esperienza pasoliniana in poi; e nel quale si trova, fra l’altro, lo stesso Volponi, della cui esperienza dà conto Gian Luca Picconi.

 

Quando Pasolini dipingeva il presente come “una Nuova Preistoria”, però, credo avesse una visione molto sfaccettata e lucida piuttosto che meramente di rifiuto, come forse semplicisticamente potrebbe sembrare, quantomeno mettendo in luce, nella stessa scelta di una simile formula, una certa qual tarda sfiducia nell’analisi storica dei rapporti sociali. Se il compito dello storicismo gramsciano è quello di redimere dialetticamente le contraddizioni ideologiche del presente con il fine dell’azione politica, il lavoro da fare è, in questo senso, ancora molto. Ed è proprio il crinale pericolosissimo su cui si è trovato un intellettuale assai raffinato come Pier Paolo Pasolini quello da cui ci sporgiamo ancora noi oggi. In altri termini, se da un lato il nesso tra storia e ideologia è tutt’ora estremamente attuale, il rischio, molto serio, è quello di individuare una prassi a partire da una visione della storia, nel presente, inevitabilmente parziale e situata, ritenendo che le categorie con le quali la interpretiamo siano più vaste di quel che sono. La sfida storica che mi sembra affidata alla nostra generazione – e gli autori di questo libro hanno senza dubbio il grande merito di abbracciare questa sfida – sta tutta qui.

 

Vorrei ricordare ancora una famosa frase di Jean-Paul Sartre, usata già qualche anno fa da Florian Mussgung per recensire un’altra influente opera militante della critica letteraria contemporanea, ovvero Ipermodernità di Donnarumma. “L’esperienza del presente” scrive Sartre nel suo famoso saggio sulla metafisica del tempo di Faulkener, del ‘48 “è simile all’esperienza di un uomo seduto sul retro di una decappottabile in corsa”. La linea di demarcazione che passa fra l’éngagement intellettuale, denunciato nella sua ingenuità da Gallerani nel suo saggio su Il Capitale umano, e quella dell’intellettuale organico, storicista e militante, è più sottile che mai; perciò, se è ancora possibile una critica dialettica della storia, deve essere attrezzata per comprendere fenomeni estremamente complessi; di fatto non lo è ancora. Ne cito solo pochi, in conclusione: il mutamento radicale della cultura dagli anni Sessanta ad oggi (la svolta linguistica, per l’appunto), la semiotica dei nuovi media e una geopolitica che, dalla crisi dei mutui subprime di dieci anni fa, si è trasformata, decentrata e polverizzata, spiazzando non pochi analisti. Del resto, la divisione politica della Francia cui si accennava in apertura, così come quella dell’Italia e, in maniera sempre più visibile, anche della Germania, mi sembrano solo conseguenze di questo fenomeno. Il nostro impegno politico, e l’interesse per la storia di quell’arte così particolare che è la letteratura, è in grado di guardare l’orizzonte da una simile decapottabile in corsa? O una comprensione non adeguata, non profonda e viziata dei fatti storici, forse non ancora alla nostra portata intellettuale, ci farà ripiombare in un’ideologia non sufficientemente dialettica, magari accademica nel senso deteriore e isolata dalla realtà sociale che vogliamo avvicinare? Se gli autori di questo lavoro hanno sicuramente avuto il merito di abbracciare la sfida, senza rinunciarvi in modo ipocrita, non c’è dubbio, però, che dalla risposta – ancora aperta – a queste domande dipende il nostro presente.

 

 

[Immagine: Chekos, Agitatevi project. Un murale per Antonio Gramsci]

3 thoughts on “Il presente di Gramsci

  1. Articolo globalmente interessante,. Per ora, però, mi sembra che lei legga meglio i libri e meno una realtà sociale troppo distante. Se potessi riscrivere un passo preso dal suo testo e che mi trova in profondo disaccordo, lo farei in questo modo. Non me ne voglia ,se gioco:
    ” Le violenze di strada che avvengono in questi istanti sono il segno di una Francia UNITA che riemerge sotto la superfice di una ricostruzione NAPOLEONICA che, sotto la guida di Macron, non FA altro che DARE ADITO, nell’Occidente degli ultimi anni, A conflitti sociali deprivati di una narrazione ideologica autentica, MA che E’ espressione degli interessi concreti delle persone che la abbracciano”.
    Quando si illude l’elettorato affermando di prendere le migliori cose della destra e della sinistra ma in definitiva e nella pratica rimanendo irriduttibilmente a destra, si raccoglie una protesta gialla (sostenuta dall’80% dell’opinione pubblica), senza ideologia, eppure consapevole di ciò che vuole ottenere, al di là delle apparenze e di quel che raccontano i quotidiani nazionali. Giustizia sociale.

  2. “Era opinione di Molière che la cultura non fosse, in se stessa, un valore. Ma come spiegare a Verdiglione che un imbecille colto è più imbecille (è una citazione da Femme savantes) di un imbecille analfabeta? E che la cultura può essere, indifferentemente, patrimonio di Antonio Gramsci e di Antonio Negri?”

    Cesare Garboli, Ricordi tristi e civili. Einaudi. Einaudi 2001. p. 29

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