di Clotilde Bertoni

 

[Clotilde Bertoni ha sempre fatto parte dei collaboratori fissi di LPLC. Questo suo articolo è apparso il 28 marzo 2012].

 

«La seduta è cominciata […] I miei vicini parlano a voce alta. […] I miei colleghi, di sotto, vanno, vengono, rimuovonsi, leggono i giornali […] Il presidente strimpella col suo campanello. Gl’intolleranti interrompono. Si rumoreggia, si strepita, si sbadiglia […] In verità, io non so come un deputato possa combinar due idee di seguito in mezzo a questo frastuono».

 

Noia, dispersione, sciatteria; il parlamento, centro nevralgico della nazione, ridotto a bettola di paese, il luogo delle decisioni essenziali convertito in smorta routine: una tra le svariate istantanee dello sconcerto che l’istituzione suscita sempre in chi le è estraneo, e della frustrazione che sempre infligge a chi le è avvezzo. Ma con un dettaglio in più, risale a centocinquanta anni fa; riguarda non Montecitorio ma il primo parlamento unitario, quello di Torino: è un brano dei Moribondi di Palazzo Carignano, libro del 1862 di uno scrittore-giornalista, parlamentare dell’Estrema Sinistra, con un senso del ridicolo all’altezza della ridicolaggine del suo (posticcio) predicato nobiliare, Ferdinando Petruccelli della Gattina.

   Il volume (riproposto di recente, a cura di Beppe Benvenuto) nasce da alcune corrispondenze per «La Presse», corredate di un’introduzione e varie aggiunte: schizza una fitta serie di ritratti (l’elogio, non a tutto tondo, di Cavour, il profilo sfaccettato di Rattazzi, quello a tinte romanzesche di Ricasoli); riserva stoccate strabilianti (e spassosissime) a personaggi del calibro di De Sanctis o Poerio; coglie mali già in agguato, quali lo spreco di risorse o l’individualismo opportunista, che contraddistingue sia trascurabili «farfalline» sempre pronte a cambiare linea, sia politici di grande avvenire («Un giorno io domandava a Crispi: Siete voi Mazziniano? – No, mi rispose egli. – Siete voi Garibaldino? – Neppure, ei replicò. – E chi siete voi dunque? – Io sono Crispi»); ma termina definendo il parlamento «arca santa della nazione», destinata a sopravvivere «quando ministri e re non saranno più». In maniera noncurante, a tratti sventata o faziosa, Petruccelli riesce a sottolineare l’ambivalenza della democrazia rappresentativa: delicata delega dei molti ai pochi, continuamente a rischio di trasformarsi da roccaforte di libertà in sua negazione, da teatro di grandi confronti in congrega di meschini interessi; ma, specie per l’Italia che sta uscendo da secoli di dispotismo e arretratezza, conquista più di tutte vitale.

 

    L’ambivalenza si fa presto evidente: a cavallo tra Otto e Novecento, con l’approdo nella Roma capitale e con il graduale ampliamento del suffragio, il peso del parlamento diviene sempre maggiore, e insieme sempre più inquinato dal trasformismo, dai brogli elettorali, dai nessi torbidi con l’imprenditoria e la finanza. I suoi intrighi e disordini, e le loro deflagrazioni – lo scandalo clamoroso, e clamorosamente insabbiato, della Banca Romana, i tentativi di espansione coloniale, la repressione delle prime lotte sindacali – attirano non solo il giornalismo e la saggistica ma anche la narrativa, generando un filone rigoglioso, il cosiddetto romanzo parlamentare. Filone che abbraccia opere eterogenee, dimenticate come Le ostriche di Carlo Del Balzo o L’onorevole di Achille Bizzoni, celebri come Daniele Cortis di Fogazzaro, l’incompiuto Imperio di De Roberto, I vecchi e i giovani di Pirandello: registrazioni a caldo o raffigurazioni complesse della vita politica, intrecci che ne comprimono il corso in copioni patetico-sentimentali o che ne indagano a fondo il senso; ma tutti protesi a scrutarla da vicino (spesso attraverso riferimenti “a chiave” a figure e fatti veri) e tutti improntati a un cupo pessimismo.

 

    Il pessimismo però non si rinchiude sempre in anatema, la critica serrata del parlamento include interrogativi sulle sue lacerazioni, spiragli di fiducia nelle sue potenzialità; di tipo diverso. A volte si tratta di precise speranze, sostenute da un saldo orientamento ideologico: in Daniele Cortis lo squallore del «pelago parlamentare» è controbilanciato dalla tensione del protagonista a riformarlo con un nuovo programma (che al lettore di oggi fa inevitabilmente tremare le vene e i polsi),  «un luminoso e possibile ideale di democrazia cristiana». A volte invece si tratta di aperture più indefinite, sollecitate soprattutto da esempi concreti di politici che incarnano al meglio il loro ruolo. Esempi così forti da non ispirare solo gli autori già inclini a contrasti netti e morali categoriche: prevedibilmente, la trama melodrammatica delle Ostriche di Del Balzo contrappone agli onorevoli scherniti nel titolo – «ostriche» attaccate allo «scoglio di Montecitorio», che vivono «politicamente e materialmente prostituendosi a tutti i ministeri» – un deputato-tribuno senza macchia, che ricorda il coraggioso radicale Felice Cavallotti; meno prevedibilmente, l’universo polifonico dei Vecchi e i giovani – che si inoltra nelle prospettive dei sindacalisti ribelli quanto dei potenti corrotti, e non si stringe in un messaggio univoco –  riserva un’esaltazione incondizionata all’«onestà degli intenti» e alla «franchezza rude e dispettosa» di un parlamentare repubblicano modellato sul Napoleone Colajanni denunziatore inflessibile dello scandalo della Banca Romana e del massacro dei manifestanti di Caltavuturo.

 

    Ma ad attecchire nella ricezione è principalmente la condanna. Le sfumature e i chiaroscuri del discorso letterario, come spesso avviene, sono tralasciati in favore dei suoi sensi più espliciti, e nella situazione specifica più congeniali al sentire diffuso: più facili cioè da assorbire in quell’ondata montante di antiparlamentarismo che, accresciuta dai travagli della guerra e del dopoguerra, e sospinta dagli intellettuali più in vista (basti pensare a Prezzolini o a d’Annunzio), risucchia anche scrittori (come Pirandello) sul piano creativo capaci di una visione assai più sottile, e va incontro a una rischiosa deriva: l’auspicio di un risanamento d’autorità, di un potere unico e forte.

 

    La fine è nota. Il «Potevo fare di questa aula sorda e grigia un bivacco di manipoli» pronunciato da Mussolini nella seduta di insediamento alla Camera del 15 novembre 1922 non è solo esempio orribile di aggressione al parlamento, ma soprattutto esempio orribile di un parlamento che si consegna, approvando a schiacciante maggioranza un governo fascista in cui entrano liberali, popolari, socialdemocratici: un’incredibile acquiescenza dovuta, si sa, a ragioni di interesse, calcoli erronei, illusioni infondate; ma forse anche a sfiducia verso un’istituzione troppo screditata, agli occhi del paese come dei suoi esponenti.

 

    Non mancano, però, deputati che non si piegano, comprendendo che quella democrazia rappresentativa, già in astratto imperfetta e in concreto prostrata, resta l’«arca santa» in cui confidava Petruccelli, il solo baluardo di salvezza: Modigliani, in tutta l’aula l’unico che davanti all’insulto mussoliniano ha l’orgoglio di gridare «Viva il parlamento!»; Turati, che il giorno successivo ingaggia con il duce un aspro duello verbale – basato anche, ma è un altro discorso, su un ripugnante immaginario sessista («Mussolini […] tratta la Camera da supina e arrendevole femmina consumata» «Come merita!»); Matteotti, che, invitato alla prudenza durante la sua requisitoria sulle elezioni del 1924, chiede di proseguire «né prudentemente né imprudentemente, ma parlamentarmente»; Amendola, che conclude un altro discorso antifascista appellandosi alla base di tutto, l’impegno con gli elettori («Noi non deluderemo il loro mandato; noi non tradiremo le loro speranze!»); personaggi che andranno avanti fino in fondo, si conosce con quali costi. Eroi che però, diversamente dai loro predecessori, non avranno una vitalità letteraria, per una ragione semplicissima ma non scontata, che merita riflessione ulteriore: alla rinascita del parlamento dopo il ventennio, non tiene dietro una ripresa del romanzo parlamentare; da una svolta all’altra della nostra repubblica, e da una metamorfosi all’altra della nostra letteratura, l’istituzione un tempo fonte di ispirazione copiosissima, resta costantemente in ombra.

 

     Con il secondo dopoguerra, le cose grosso modo ricominciano nel solco della tradizione. Uno dei primi libri sul parlamento postfascista, I moribondi di Montecitorio di Vittorio Gorresio (1947), gioca evidentemente a riecheggiare I moribondi di Palazzo Carignano; e la scelta non è di buon auspicio. Dalla partitocrazia di un tempo ai partiti senza identità di oggi, dalle manovre segrete del passato agli scandali che ormai ingolliamo quotidianamente, la democrazia rappresentativa torna nuovamente a coprirsi di discredito; e alimenta nuovamente articoli, saggi, pamphlet a profusione. Ma non più vere trame narrative: il parlamento ricomincia subito a far parlare di sé ma il romanzo parlamentare non rifiorisce.

 

    Come è stato già indicato (ultimamente da Gabriele Pedullà nell’introduzione all’antologia di discorsi parlamentari Le parole al potere), per motivi diversi: da un lato, la lunga crisi del realismo; dall’altro, nelle creazioni che restano addossate al contesto storico-sociale, la concentrazione su centri di potere più determinanti, come l’industria e la finanza argomento delle opere di Volponi, o i disegni mafiosi retroscena della politica, esplorati da quelle di Sciascia. Le rare narrazioni in cui il parlamento riguadagna risalto eludono l’invenzione romanzesca: magari per vie opposte, caricandola in chiave fantastico-paradossale o rifiutandola in partenza.

 

    Proprio l’appena ricordato Volponi, dal 1983 al 1993 senatore come indipendente del Pci, progetta, insieme al collega Edoardo Perna, di ricavare dall’esperienza un romanzo, rimasto allo stadio di abbozzo, e ora pubblicato, con il titolo Il senatore segreto, nella raccolta dei suoi interventi parlamentari (Parlamenti), a cura di Emanuele Zinato. Come rilevano i saggi di Zinato e Sofia Pellegrin compresi nel volume, il testo intreccia generi e registri differenti, strizza l’occhio al poliziesco per dissolverlo nell’allegoria: ipotizza la presenza a Palazzo Madama di un misterioso senatore clandestino, ma presto evidenzia che questo senatore, «sfilato in avanti con le legislature di vario regime e con le maggioranze via via al potere» è non un intruso effettivo, ma l’incarnazione di quel gusto dell’autorità che minaccia sempre di convertire il parlamento da trait d’union con il paese in cittadella sprezzante delle sue esigenze, e che salda i mali dell’epoca (il craxismo, i tagli alla scala mobile, l’autorizzazione allo strapotere televisivo berlusconiano) ai soprusi di stagioni precedenti. Un gusto dell’autorità che appare troppo pervicace e stratificato per essere affrontato da una narrazione canonica, e che infatti è colto attraverso un tessuto di metafore, accostamenti, salti temporali, restio, come l’autore segnala («Non può reggere tale impennata surrealista»), a sciogliersi in racconto: al di là delle ragioni che l’arrestano, la scrittura sembra votata all’incompiutezza, protesa non al recupero ma al ribaltamento della tradizione, non a un romanzo ma a uno spiazzante antiromanzo parlamentare.

 

    Invece Corrado Stajano, a sua volta senatore come indipendente del Pds, dedica alla sua unica legislatura, quella travagliatissima del 1994-96, un libro, Promemoria (1997), orchestrato come un diario, che aderisce capillarmente alla realtà, ma attraverso un passo narrativo o meglio teatrale. L’incrocio tra la pesante eredità della prima Repubblica e l’avvento accidentato della seconda è restituito mediante un crepitante avvicendamento di momenti ufficiali o fortuiti: l’insediamento del governo berlusconiano, irresistibilmente paragonato a un’accolita di briganti; il feretro di Spadolini attorniato da parlamentari vecchi e nuovi, che «parlano senza requie, citando se stessi e le proprie memorie»; l’accento romagnolo e quello pugliese di due agguerriti senatori di minoranza che si accavallano in aula, «segno di un’Italia unita e civile»; l’Andreotti inquisito sempre presente «come se solo tra queste mura si sentisse al sicuro»; l’intervallo alla buvette durante il quale un indipendente di sinistra fa a un capogruppo di partito, con un sorriso «più gelido di una cateratta di insulti», l’elenco dei timori e cedimenti in cui si è impantanata l’opposizione; il «povero Agnelli destinato a votare sì per tutti i governi», che ammicca prima a Berlusconi presidente, poi alla sorella Susanna ministro degli Esteri con Dini. L’arte degli scorci, l’efficacia del presente scenico catturano il peso simbolico delle situazioni; l’azzeramento della fantasia romanzesca permette di illuminare meglio eventi frammisti di tragedia e farsa, che si possono ben definire più romanzeschi di ogni romanzo.

 

    Adesso, però, in epoca di revival dei grandi intrecci, di ritorni al realismo, di infinite narrazioni storiche, la perdurante assenza del parlamento dalla letteratura e dal cinema (tra le rare eccezioni Il divo di Sorrentino) potrebbe stupire; schematizzando molto, si può ricondurla a due fattori principali.

 

    Innanzitutto – come ha appena mostrato un libro di Daniele Giglioli, Senza trauma – parecchie opere, oltre a filtrare la grande storia attraverso vicende avventurose e intrighi noir, attribuiscono i suoi enigmi e drammi a un giro di imperscrutabili poteri occulti, a una rete inestricabile di cospirazioni: dunque non solo il dominio della suspense e del brivido inibisce la raffigurazione della vita politica ordinaria, ma la persuasione (più estremizzata che argomentata) che le vere partite si giocano altrove la fa apparire quasi irrilevante.

 

    Inoltre, spesso queste opere risolvono lo sgretolamento degli orizzonti ideologici nella ripresa di vecchi (e rischiosi) culti dell’eroismo individuale, nei contrasti non tra rappresentanti di diverse opinioni, ma tra membri delle istituzioni e uomini d’azione, alle istituzioni avversi per i motivi più vari. Per fare esempi disparati (per ambientazione, orientamento, spessore d’insieme), nei Traditori di De Cataldo, sul Risorgimento, i caratteri positivi sono pochi ribelli isolati, tra cui un mafioso di lungo corso; in 54 dei Wu Ming, sul 1954, la stessa fine audace accomuna un ex partigiano e un gangster; l’appena comparso La legge dell’odio, di Alberto Garlini, sul 1968-69, esalta l’ardore dei ragazzi della destra eversiva; in tutti e tre, i politici di professione sono personaggi di sfondo o di contorno, torvi e cinici o flaccidi e imbelli.

 

    Se, come si è visto, la visione della politica, pessimista ma anche sfaccettata, proposta dal vecchio romanzo parlamentare viene semplificata dalla ricezione al punto da cementare un antiparlamentarismo nefasto, stavolta il rimbalzo è più immediato: nell’immaginario che le opere menzionate e altre nutrono e insieme assorbono, le figure dominanti sono quelle ostili allo Stato come i terroristi, o da esso traumaticamente uscite, come il Moro sequestrato  (santificato un po’ alla svelta); non quelle come il Pio La Torre che combatte le magagne dello Stato con l’attività sindacale e parlamentare, e la promozione di fondamentali leggi (fin quando viene ucciso); il fascino di chi cerca o trova la bella morte è ancora superiore a quello di chi (a costo di morirci) lotta per la buona vita.

 

    Beninteso, la creazione artistica non può essere vincolata a compiti lineari di impegno civile. Ma l’apparente trasgressività di molta produzione attuale sembra, più che scavare nelle zone represse o scabrose dell’esperienza, schiacciarla su miti polverosi di onore e coraggio, più che addentrarsi nei silenzi della storia, ribadirne letture sbrigative o tendenziose; finendo per appiattirsi su un ruolo edificante alla rovescia, basato non sulla propaganda di convinzioni politiche ma sulla loro recisa liquidazione. Il «Viva il parlamento!» di Modigliani non è certo facile da rilanciare, ma il categorico affossamento del suo senso lascia perplessi: sembra trascurare non solo che l’aula sorda e grigia è stata arena di decisivi conflitti, ma anche che la letteratura e il cinema possono essere, anziché spazio di radicali condanne d’insieme e consolatorie apologie di singoli, a loro volta teatro di confronto tra differenti prospettive e luogo di aggressione problematica alla realtà.

 

[Questo articolo è uscito in due puntate sul Manifesto].

 

[Immagine: Giovanni Battista Piranesi, Veduta della Gran Curia Innocenziana (oggi Camera dei Deputati), 1752 (gm)].

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