di Raffaele Donnarumma

 

[LPLC ripubblica i migliori contributi dei suoi collaboratori. Questo articolo di Raffaele Donnarumma è uscito il 14 ottobre 2011].

 

Mi piacerebbe scoprire chi scrive sui forum dei blog letterari, e chi si nasconde dietro nick che, di solito, non eccedono in fantasia. Si leggono cose molto diseguali: interventi più o meno informati, denunce, divagazioni, rifritture di quello di cui si discute sin dal X libro della Repubblica e che ora ci viene presentato come l’inaudito del giorno, la promessa di una folgorazione per il domani; ma la mia curiosità va ai picchi negativi. È una curiosità di natura sociologica: in quali strati della popolazione nascono tanta incultura, tanto risentimento, tanta frustrazione, tanto bisogno di saltare sul palco, strappare il microfono al Bonolis di turno, e gridare: «So tutto, ci sono anch’io!»? Dev’essere gente che ha abbastanza tempo a disposizione, ha fatto l’università, compra (diciamo: sfoglia) un discreto numero di libri; e soprattutto, scrive: i più riempiranno il computer di inediti, qualcuno verrà pubblicato da editori minori, pochissimi si guadagneranno qualche recensione su un quotidiano. Ma sui blog e sui loro forum, mistero: come si chiamino davvero Vachrameev, Eloisa o Tvttb, non si sa; quanti anni abbiano, dove vivano, di che campino, neppure. Già. Che faranno nella vita, questi scrittori aspiranti o in incognito, e in una vacanza più protratta di quanto credano dalla scrittura? Sono dottorandi, addottorati? Insegnano? Sono signore per bene con l’hobby della lettura? Professionisti che si concedono il lusso della carriola? Dipendenti pubblici o privati che si imbucano in chat anziché andare a lavurà? Chissà. Di certo, trasformano i blog in glory hole per dilettanti dell’aggressione, del monologo esteriore, dell’esibizionismo: i blogger ci fanno vedere quanto ce l’hanno duro, nascondendo la faccia e tutto il resto. Rimane qualcosa da eccepire sulle dimensioni del corredo (la durata del servizio, si sa, è limitata per contratto).

 

Come funziona il forum di un blog? Prima regola: stravolgere quanto dice il malcapitato di partenza. Malafede? A volte; più spesso, genuina incapacità di comprendere. Scopo del fraintendimento: crearsi un avversario. Seconda regola: il nemico sostiene sciocchezze madornali, asinerie da arrossire, mostruosità diaboliche. Scopo: ergersi a paladini del Vero, del Santo, del Giusto. Ne consegue la terza regola: mostrare che il nemico è emissario di una potenza oscura e malefica, come amico di o servo di. Quarta regola: ma vorremo mica star dietro a quel che dice qualcun altro? Il discorso va subito spostato su quello che il blogger ha sempre pensato, ha già scritto, va ripetendo da anni. Conseguenza: il blog diventa una sequela di sparate a vanvera e divagazioni, in cui ciascuno si affanna a promuover se stesso e a far vedere quanto è bravo, profondo, spiritoso. Speravate almeno di trovarvi al cabaret? Siete al Bagaglino. Impazza l’aforisma sbilenco; si sciupano le hit parade dell’arbitrio; dilagano le confessioni, le filosofie tascabili, i sistemi ultimativi del là per là. Ulteriore, inopinata conseguenza: siccome il blogger è pseudonimo, non solo non promuove il se stesso anagrafico, ma neppure il suo avatar scempiato di anagrafe: promuove invece Babele e Babilonia, la chiacchiera a capocchia, l’isteria del pensiero, la convulsione dell’intestino, l’affossamento di qualunque minima decenza del discorso pubblico.

 

Blog!

Alef
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 16:52
Dante ha scritto la Divina Commedia.

 

Bet
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 17:34
Comedìa!

 

Gimel
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 17:35
Tzè! Ha scritto la Vita nuova, il Convivio, le Epistole e le Rime, tra le quali merita particolarissima menzione lo strenuo esercizio stilistico delle ‘petrose’.

 

Dalet
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 17:49
La mia nonna sapeva interi canti a memoria. Ce li recitava la sera, prima che la barbarie televisiva venisse a rovinare le famiglie e questo povero paese. Com’è cambiata, l’Italia! E anche mia nonna. Morta.

 

He
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 18:15
Cosa intende Alef per ‘scritto’? La Divina Commedia è una scrittura? Dante uno scrittore? Che significa scrivere? Lo chiedo per chiarezza, e senza nessun intento polemico.

 

Vav
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 19:21
Ma come si fa ancora a parlare di Divina Commedia, insabbiando il Fiore e il Detto d’amore? L’epistola a Cangrande è un falso! -isti!
[Va bene un Ismo qualunque: anche «vetrinista» puà essere una taccia d’infamia immedicabile.]

 

Zajn
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 20:44
E io?

 

Khet
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 20:59
Quoto in toto Bet: lo sanno tutti che la Società Dantesca è tenuta su dai soldi del narcotraffico.

 

Zajn
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 21:33
Io!

 

Tet
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 22:15
Per dirla con Baudrillard. Come scrive Lacan. Agamben ce l’ha insegnato. Lo spiega bene Zizek. Cito a memoria da mio cugino. P.P.P., ci manchi.
[Nei blog non letterari, a questo punto ci sarebbe il testo di una canzone. Ma basta aspettare: già ora, la musica è la stessa.]

 

Zajn
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 22:58
Io! Io! Io!

 

Jod
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 23:29
E io no?

 

Alef
Pubblicato il 31 dicembre 2008 alle 23:56
Dante ha scritto la Commedia, l’Eneide, la Bibbia e il Decameron! Shakespeare? Dostoevskij? Proust? Lui! sempre lui! Oggi vive in incognito a Brescello, e compila ogni anno il catalogo degli Oscar Mondadori e le Pagine gialle.

 

Kaf
Pubblicato il 1 gennaio 2009 alle 00:00
È Natale. Auguri. Bel post, Alef: grazie. In fondo abbiamo ragione tutti e siamo tutti d’accordo.

 

Lamed
Pubblicato il 1 gennaio 2009 alle 00:29
Pearl Matthew, sei un grande!

 

Mem
Pubblicato il 1 gennaio 2009 alle 01:55
No! Sì! Invece! Eh! Ah! Bah! Boh.

 

Zajn
Pubblicato il 1 gennaio 2009 alle 03:18
Io.

 

Bisogno di un avversario, falsificazione delle sue idee (idee…), screditamento parodistico: i blog sono un correlato del berlusconismo, visto il berlusconismo è la forma del pensiero (pensiero!) un po’ da tutte le parti, spesso antiberlusconiani inclusi. Vige la medesima simulazione di democrazia: la censura, quando può, si fa sentire, ma non è la regola vera. Qui ciascuno ha l’accesso formale alla parola. Vi tengono fuori dal salotto buono? I gran balli potete spiarli solo da lontano e da fuori, come i contadini alla Vaubyessard? Qualche aia disposta ad accogliervi per una sagra della cotica la troverete. Il signore concede a tutti di dire la loro, purché se ne stiano chiusi nei loro gabinetti. Al bagno ci si possono chiudere in cinque o anche in cinquanta: staranno stretti, ma per il signore non cambia nulla eguale (male che vada, in gabinetto ci si potrà chiudere momentaneamente lui: tanto c’è l’idromassaggio).

 

Del resto, i blogger sono innocui perché fra loro non esiste un vero terreno di intesa. L’intesa, anzi, è mortale: il blogger scrive per distinguersi, ogni sua frase ha un valore di posizione. Se dice a, è perché Tizio ha detto b, perché Caio aveva già detto a-1, per impedire a Marco Antonio di dire a per primo. Nietzscheanesimo da assemblea di condominio; lotta per un capitale simbolico virtuale, buono come i fondi d’investimento della Lehman Brothers.

 

Ciascuno parla una lingua propria, e per sé; ma poi, siccome la solitudine è uGirna triste condizione, a un certo punto deve cercarsi amici, alleati, compagni di merende: magari solo per cinque minuti, magari per intere annate. Allora partono gli scambi di cortesie, i flirt, i cuori messi a nudo, le memorie dall’oltretomba, i ‘questo l’ho letto anch’io’, i ‘che pianti ci siamo fatti su quelle rime’. Diffidate: sono compartecipazioni abusive di parole, innamoramenti per equivoco. Villaggio globale? Villaggio, anzitutto. Sembra davvero di stare al bar sotto casa: alla fine, i più si conoscono, si riconoscono, se la dicono e se la cantano. Formano una società letteraria parallela, di serie C, con il suo pantheon di idoli discordi, il suo ammasso di leggi perentorie, incerte e pregiustinianee, soprattutto le sue liste di proscrizione aggiornate di ora in ora, implementate di post in post. Per fondare questa pur minima comunità ci vuole un altro, un nemico, un capro espiatorio – non importa quel che dice, basta che assolva alla funzione senza la quale, altrimenti, l’allegra banda dei gitanti si disperderebbe al primo refolo di temporale. Il risentimento è una passione passiva, responsiva: se non ha qualcuno contro cui parlare, al blogger la voce vien fuori flebile, malinconica, senza tono né colore. Dietro il censore furibondo, che sbraita qualche imparaticcio consumato con l’aria di suscitare scandalo e sconcerto, c’è sempre un pallido contemplatore della luna e di sé: tutti questi castigamatti sono lirici con i condotti lacrimari intasati dalle lacrime, la testa ingombra della lista di libri che li hanno fatti stare tanto male, il cuore colmo dei versi che li hanno indotti a sognare. Disgraziati voi se incapperete nel loro amore: espropriati di voi stessi, trasformati in fantasmi, sarete solo la loro proiezione.

 

Come il tifo degli ultras, i forum dei blog sono forme vigilate per l’espressione del disagio, lo scarico della marginalità, lo sfogo della violenza. Bruciano macchine e si accoltellano solo a parole, ma il principio è lo stesso. Fanno finta di avere delle idee e che queste idee contino. Si danno un sistema loro di riconoscimento. Possono pure credere di essere avanguardisti incompresi, maestri del pensiero in rotta con la perversità dei tempi, eroi della controcultura e della resistenza all’ordine globale. Nella cui palude, invece, sguazzano affogando. Ma pazienza. Tanto, poi, tornano a fare il loro mestiere, e tutto resta come prima. A chi dovrebbe importare di quattro pseudonimi che arrancano nelle loro incertezze? Chi si commuoverà a questa ricerca patetica di riscatto, di fama e di ribalta, per i soliti quindici minuti warholiani?

 

A me, lo confesso, un po’ di magone viene. Lo spettacolo dell’inconsapevolezza mi deprime. Ma non è escluso che non se ne possa tirar su qualcosa. Fate caso. Qualche critico che trova nel bercio la sua aria, e fra i berciatori i partner di duetti o partouze in punta di penna o a colpi di clava, ogni tanto appare. Del resto, meglio tenerseli buoni. Non si sa mai: esiste un mercato delle citazioni e della visibilità, e doparlo torna sempre utile. E così, il critico soddisfa il bisogno più disperato del blogger che, povero donchisciotte in cerca di un avellaneda, rivolge alla sua notorietà invocazioni valdughiane: blandiscimi, lusingami, carezzami! correggimi, bacchettami, bastonami! ma notami, parlami, rispondimi! considerami, riconoscimi, legittimami! Però, questa fratellanza non può essere solo opportunistica ed estemporanea. Sotto sotto, ci dev’essere un’affinità vera. E se anche il critico ragionasse da troll? Se anche i suoi verdetti avessero solo un valore di posizione? Se anche le sue pagelline servissero a farsi degli amici e a procurarsi dei nemici, perché senza quelli non ci si fa vedere abbastanza? Se anche lui fosse non più un dilettante, ma un professionista della rissa pur che sia, della falsificazione interessata, della promozione di sé e del proprio clan? Certo, qui scivoleremmo dalla colpa al dolo, dall’irresponsabilità sprovveduta al calcolo della malafede. Qui, tutta la differenza starebbe proprio nel firmarsi: nel mettere il marchio su esternazioni, picconamenti, proclami. Se, allora, i blog fossero la verità di questa critica? Se la sovraesposizione del nome fosse questa stessa angoscia di anonimato, questa pseudonimia coatta, questo combattere affannoso contro il dubbio che tante chiacchiere, per quanto rumore facciano, non significano nulla? Se il critico soffrisse di non essere niente altro che un blogger, abbandonato al clamore e all’irrilevanza del proprio narcisismo?

 

E allora? Raccogliamo intanto firme per un referendum in cui si chieda la proibizione a chicchessia di scrivere sotto falso nome. Anzi, strafacciamo: chiediamo l’immediata abolizione dei forum, che dico?, dei blog letterari. Ci daranno dei fascisti: pazienza; tanto, se rifiuteremo di leggerli, i troll ci accuseranno comunque di avere appiccato le fiamme alla biblioteca di Alessandria o di aver portato taniche di benzina al rogo di Giordano Bruno. E quei critici? Chi volete li schiodi dai loro computer? Se ne staranno sempre lì; ma con una tribuna di meno, con una vertigine di solitudine in più. Sullo schermo nero, riconosceranno finalmente – ma deforme e slargata, con gli occhiali che riverberando li privano di occhi – la propria faccia.

 

[Immagine: Simone Giaiacopi, Cacciavite]

3 thoughts on “Aboliamo i blog letterari

  1. dipende sempre dalla variabile di un bagaglio culturale degno di essere chiamato tale! Vogliate vistare il mio Blog “Poetrydream” dedicato alla poesia contemporanea- Grazie !

  2. “Come funziona il forum di un blog? Prima regola: stravolgere quanto dice il malcapitato di partenza. Malafede? A volte; più spesso, genuina incapacità di comprendere”.
    Ammetto la mia genuina incapacità di comprendere fino in fondo il punto dell’autore. Con chi ce l’ha veramente? Con i commentatori dei blog letterari, o con i critici che (metti mai) li blandiscono e rivelano nel loro mestiere dinamiche analoghe a quelle degli sfigatissimi dilettanti? O con entrambe le categorie? Mah. Essendo una che commenta, e quindi per definizione che non capisce, non posso deciderlo.
    Quello che salta all’occhio (dei poveri stronzi) è una separazione netta. Da una parte gli intellettuali, dall’altra i poveri stronzi. Una distinzione direi preconciliare: clero e popolo. Che ha la sua giustificazione, non dico. Ma io preferisco le chiese protestanti – con tutti i limiti e i rischi.

  3. Abolire i blog letterari suona un po’ come abolire la povertà. Si ha il fondato sospetto che la povertà resti. E’ anche vero che la povertà non serve a niente, ma, forse, è sempre meglio di niente.

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