11 thoughts on “Il poema contemporaneo tra bios e Storia

  1. Alla Casa della Poesia di Milano è stato inaugurato la settimana scorsa un ciclo di letture sul poemetto contemporaneo, a cura di Milo De Angelis (nell’ordine del programma: Cucchi, Loi, Majorino, Mussapi, Coviello, Pagliarani, Frungillo, Raimondi). Vorrei chiedere all’autore un commento su questa iniziativa.

  2. Ho seguito le prime due letture con le rispettive presentazioni di Milo De Angelis. Ho trovato la lettura di Viviana Nicodemo ottima: espressiva, ma non gravata da impostazioni teatrali della voce che solitamente coprono il valore dei versi. La Nicodemo ha avuto la bravura di evitare tutti gli steriotipi della lettura “recitata”. La parole di presentazione di De Angelis sono state profonde e precise. Se poi mi si chiede un commento sulla scelta degli autori, non saprei che dire. Sono felice naturalmente di essere tra gli autori scelti da De Angelis . Certo solo alcuni dei poeti scelti da De Angelis sono citati nel mio saggio, Pagliarani e Majorino. Nella seconda parte del mio testo mi premeva occuparmi di opere di autori più vicini alla mia generazione (autori nati negli anni settanta).

  3. articolo molto interessante, ricco. complimenti

    Sulla prima serata a La casa della poesia: io c’ero e dissento profondamente da Frungillo, certe cose bisogna dirle. Molti dei presenti dormivano o rischiavano la catalessi e non parlo di persone che non sapessero di cosa si stava parlando; non faccio nomi perché non è il caso. Conto otto/dieci catatonici (me compreso).
    La lettura della Nicodemo a me non è piaciuta, soprattutto la seconda parte, quella sul poemetto di Loi; l’ho trovata eccessivamente enfatica. La serata, in generale, non è mai decollata e me ne dispiaccio molto. Spero davvero in un miglioramento nelle prossime.

    Grazie per l’articolo e buona giornata

  4. a volte la colpa non è solo delle attrici….comunque io resto convinto della bravura della Nicodemo. Sulla scelta dei testi si può discutere, ma questo è naturale. A me sarebbe piaciuto sentire i versi di altri autori, così come mi sarebbe piaciuto sentire qualche commento su quanto ho scritto io e non su quanto è accaduto alla casa della poesia di Milano il giorno 16 febbraio dell’anno 2012.

  5. Scusami Vincenzo non avrei detto nulla sulla serata se non avessi letto i commenti precedenti. Non ho detto che la Nicodemo non sia brava e non ho detto che la scelta dei testi sia stata sbagliata. L’insieme, a mio avviso, non ha funzionato. Troppa severità, se vuoi, una serata così lascia molto poco e certo a nessuno farà mai venir voglia di andarsi a prendere uno dei due poemetti presentati. Questo è quello che penso.

    Sul tuo articolo hai ragione, a me è piaciuto. Tornerò per un commento adeguato

    grazie

  6. Trovo questo articolo veramente interessante, così come il “rinato” interesse per la scrittura poematica in Italia, di cui, tra le altre cose, anche se non si “autocita”, Frungillo è un ottimo esponente: penso, ovviamente ad Ogni cinque bracciate.
    Vorrei fare qualche piccola integrazione.
    Tu introduci dicendo che “I modelli per la scrittura poematica in Italia, a partire dagli anni quaranta, sono per lo più stranieri: The Age of Anxiety di W. Auden, The Waste Land di T. Eliot e i Cantos di E. Pound. ” Concordo, ma non del tutto. Tra i modelli stranieri, ad esempio, aggiungerei Majakovskij, non solo per la mole sterminata di poemi che ha composto l’autore della rivoluzione, ma anche per le innovazioni formali, che il capostipite della scrittura poematica secondo-novecentesca in Italia (mi riferisco a Pagliarani), ha ereditato dal poeta sovietico. Intendo in questo caso il “verso gradino” e le poesie a “fisarmonica”, come le definiva Ripellino, che nel primo poema post-bellico, La ragazza Carla, dettano un modello di scrittura del tutto nuova – anzi novissima.
    Spostando l’attenzione dal centro alla periferia, mi sembra utile ricordare che anche nell’Ottocento italiano la “narrativa in versi” ha avuto un suo ruolo, nonostante le spinte eterogenee romantiche, o “egocentriche” (quelle di cui parla Mazzoni in La poesia moderna). Guglielmi, ad esempio, indicava tra i modelli di Pagliarani, la famosissima Ninetta del Verzèe di Carlo Porta, mentre Fortini parlava di Ottocento basso, di Pompeo Bettini e Vittorio Bettelloni.
    Anche quest’ultimo aspetto, quello dei cosiddetti “poeti veristi”, per fare un’indagine tra le fonti, non mi sembra secondario, specie se poi dobbiamo giungere fino alle scritture poematiche del XXI secolo, quali la tua, Le api migratori di Raos, o, di questo non mi pare se ne sia parlato nel nuovo numero de L’ulisse, di Neon 80 di Lidia Riviello.
    Luciano Anceschi ad esempio analizzava il binomio poesia-scienza, poesia-rivoluzione scientifica, in Graf, Bettelloni e Bettini.
    Ora questo binomio e questa corrente che si sviluppava a fine Ottocento, ripreso da Pagliarani nelle Lezioni di fisica, ritorna con tutta la sua irruenza anche oggi.
    Pensiamo al tema del laboratorio ed alla figura dello scienziato che nella nuova narrativa in versi svolgono un ruolo di primo piano, cosa che, mi sembra sì di derivazione “veristica” ma anche una sostituzione dell’Olimpo omerico. Starkino e la pillola blu nel tuo caso, il Neon, nel poema di Lidia Riviello, il laboratorio e la fuga delle api dal laboratorio nel caso di Raos.
    Insomma, sono più che altro felice per questo interesse per la scrittura poematica, e auspico studi sempre più approfonditi su questo tema (per esempio Mazzoni in La poesia moderna sosteneva che gli studi sulla poesia narrativa dal romanticismo ai nostri giorni erano più che altro in polemica rispetto alla dimensione dominante della lirica, magari oggi, a distanza di pochi anni, potrebbe non essere più così).

    Scusate l’eccesso di scrittura – ma è un tema che mi sta particolarmente a cuore.

    Grazie a Italo per questo post ed a Vincenzo per aver scritto.

    Luciano

  7. Caro Luciano, il tuo intervento è molto ricco. I modelli che cito sono ripresi dallo stesso Pagliarani in un suo appunto autobiografico, ma, come tu giustamente dici, manca il nome di Majakovskij. Il poeta russo è in tutto e per tutto un poeta epico (forse la prima a sottolinearlo è stato la Cvetaeva nei suoi scritti saggistici). I suoi poemi sono riferimento importante e fondamentale per Pagliarani e direi per molti poeti contemporanei (penso a Lello Voce e a molti altri). Ammetto che conosco poco o niente gli altri poemi veristi che citi. Non conoscevo i nomi di Betteloni e Bettini. Li leggerò. Ti ringrazio. Trovo giusto quello che dici sulla scienza. dovrebbe essere il tema dominante della nuova poesia mondo o poesia poematica. Il libro di Raos è, le Api migratorie, è fantastico, ma io aggiungerei all’elenco anche il bellissimo libro poematico di Trucillo, Darwin, e magari il testo di Bruno Galluccio, Verticali, dedicato al matematico russo Cantor, che ibrida il linguaggio poetico con quello matematico (sia Trucillo che Galluccio sono napoletani, in barba al folclore sentimentalista della mia città). Sull’importanza del poematico come genere ho tentato di dire qualcosa nel saggio, si può aggiungere che fa piacere poter usare certi termini (poema, epica etc) senza suscitare diffidenza…Per ora ti saluto e ti ringrazio per l’intervento.

  8. L’articolo è molto interessante e ben argomentato, complimenti. Avrei tuttavia qualche breve osservazione. In primo luogo, mi parrebbe che una lettura, etimologicamente pertinente, in senso prettamente biologico del “bios” sarebbe stata una pista feconda da percorrere, specialmente per la poematica successiva agli anni Cinquanta; l’assimilazione storica ed evenemenziale del bios non rischia di portare a un’eccessiva semplificazione? In secondo luogo, dalla non sempre cristallina evidenza del filo rosso che legherebbe il Dante continiano al Tasso teorico alla poematica ipercontemporanea mi sembra che traluca un tentativo di autolegittimazione, di compilazione posticcia di patenti di nobiltà. Niente da dire, invece, sulla serata milanese alla quale non sono stata.

  9. Bios significa vita e, come fa notare Agamben, è il termine greco che contende a zoon questo significato. Mentre il primo è l’espressione naturale o diremmo biologica della vita, il secondo è la declinazione politica dell’essenza umana. Uso il termine bios solo in relazione alla storia per alludere alla forbice tra natura e cultura, tra simbolo e natura, tra carne e memoria. Una forbice mai azzerabile. Non esiste per l’uomo biologia senza una simbologia. La riduzione della vita a mero bios è per l’uomo effetto di un’utopia negativa, in fondo superata già da Leopardi nella seconda fase dei suoi idilli. Se uso la parola bios è proprio per provocare le tante poetiche del corpo ridotto a pura biologia. Sinceramente non trovo interessante le poetiche a cui lei si riferisce, se ho inteso il senso della sua obiezione. IL mio è il tentativo di mettere in luce un’esigenza contemporanea e di evidenziare come modelli del passato, aldilà della retorica antipoematica, possano venirci in aiuto. Non volevo certo scrivere una storia della poesia. La linea che traccio va da Contini a Mandelstam a Tasso per mettere in evidenza come in tre tempi, e in tre epoche differenti, si sia letto il poema dantesco, il poema dei poemi, a partire proprio dalla messa in evidenza della forbice che citavo sopra. Cercavo di costruire uno schema teorico, un modello, proprio nel senso della filosofia della scienza. Sono scarsamente interessato alle patenti di nobiltà, “le lascio ai poeti che dicono io”.

  10. Ripasso dopo molto tempo su questo bell’articolo di Vincenzo Frungillo, che ringrazio per aver letto (tra i pochissimi) “Il margine di una città” e avermi inserito insieme a tanti altri autori contemporanei nel suo articolo. Vorrei aggiungere alle opere citate da Frungillo la sua “Ogni cinque bracciate”, che del rapporto tra storia e bios coglie aspetti essenziali e drammatici e li mostra poeticamente nel gesto agonico delle nuotatrici protagoniste del poema e nella metamorfosi chimica dei loro corpi.

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