di Marco Santoro

 

Ho conosciuto Alessandro Pizzorno quando era già professore emerito, e io troppo maturo per potermi considerare più che un giovane collega, incidentalmente compagno, o forse già marito di una sua ex allieva. Un legame molto indiretto dunque, che non mi dà diritto di chiamarlo o anche pensarlo come maestro. Tanto più che allievi reali o presunti, riconosciuti o sedicenti, non gli sono mai mancati. Eppure, non saprei come altrimenti pensarlo.

 

Ricordo bene la prima volta che ho incontrato il suo lavoro: è stato da studente in un seminario sulla stratificazione sociale, e il suo già classico saggio sui Ceti medi nel meccanismo del consenso era tra le letture obbligatorie[1]. Ma ero un studente del primo anno, e non credo di averlo notato più di tanto in mezzo a tutti quei nomi. La sua presenza ha continuato ad accompagnare la mia carriera studentesca quando, iniziando la tesi di laurea in una disciplina che non era neppure la sua, il professore che mi guidava si soffermò proprio sulla scheda bibliografica (scheda spuntata dopo centinaia di altre schede che gli stavo mostrando e che lo lasciavano indifferente) di un suo articolo di molti anni prima, l’eccellente critica alla tesi di un presunto “familismo amorale” che l’americano Banfield credeva di aver rintracciato tra gli abitanti della fantomatica “Montegrano”[2]: mi disse di prestarvi molta attenzione, perché sicuramente ne avrei ricavato qualcosa di buono. Ho registrato il suggerimento e l’ho archiviato in uno di quegli angoli della mente dove trovano posto i ricordi che scopriamo destinati a durare.

 

Ne trovo di continuo, ora che Pizzorno non c’è più. Un paio di anni dopo, il supervisore della mia tesi di dottorato, questa volta sì nella sua disciplina, se ne uscì con una battuta che indirettamente lo riguardava: se vuoi andare in California a trovare il tal insigne professore vacci pure, mi disse, ma vacci per il mare e per fare surf se vuoi, perché tutto quel che l’insigne pensa tanto lo scrive e non ne ricaveresti più di una gita in biblioteca. E per convincermi, tira fuori a mo’ di contrasto proprio il nome di Alessandro Pizzorno, attribuendogli una capacità di pensiero e di analisi che di gran lunga sopravanzava la sua scrittura, la sua disponibilità a mettere su carta e rendere pubblico in modo indelebile l’esito sempre in movimento della sua acuta, spiazzante intelligenza. Se proprio avessi voluto confrontarmi con qualcuno, insomma, non c’era bisogno di andare in California. Non feci mai la visita a Fiesole che implicitamente mi era stata suggerita, perdendo così l’occasione di incontrare Pizzorno in quei primi anni Novanta. Come sempre c’era però la scrittura a rimediare alla pigrizia. Scrittura che avevo in effetti imparato a conoscere o meglio riconoscere, e con cui mi ero già scontrato, in occasione della preparazione per una lezione dottorale in cui mi ero incautamente proposto per presentare uno dei più celebri saggi pizzorniani, quello su Scambio politico e identità collettiva nei conflitti di classe[3], saggio di cui mi ero sforzato senza molto successo di trovare il filo rosso che guidava il suo ragionamento in una rete intricatissima di ipotesi e controipotesi, così ricca di intuizioni da mettere a dura prova il lettore non disposto a prendersi il tempo necessario per leggerlo. E io, studente di dottorato un po’ impaziente, tutto questo tempo non me lo ero dato. (Qualcuno dei suoi primi allievi poi mi raccontò che quel saggio era passato, come del resto tutti i suoi testi, attraverso svariate scritture e riscritture, e che ad ogni nuova versione la limpidezza decresceva in modo proporzionale alla crescita di complessità della tessitura argomentativa, strati su strati di pensieri e ripensamenti forieri di nuovi pensieri).

 

Non ho mai capito quanto i suoi e miei colleghi sociologi lo leggessero davvero, o meglio quanto di ciò che leggevano venisse trattenuto e meditato. Non ho mai capito quanto della sua amplissima cultura e curiosità – che spaziava tra filosofia, letteratura, antropologia, storia e certo anche sociologia – passasse attraverso il filtro di quell’immaginazione che noi sociologi ci compiacciamo di possedere. Eppure, è sempre stata questa pluralità di voci, ispirazioni e fonti a rendere unica la sua produzione intellettuale nel campo della sociologia, non solo italiana. Pizzorno è autore di un’opera molto vasta, se non per pagine per varietà di temi. Quelli su cui ci ha lasciato testi che non mancano di colpire anche a distanza di anni dalla loro composizione per ingegno e provocazione intellettuale sono davvero tanti: industrializzazione, classi sociali, partecipazione politica, partiti, movimenti, conflitto sindacale, diseguaglianze culturali, rappresentanza degli interessi, formazione dello stato, marginalità storica, corruzione, mafia, giustizia, capitale sociale, e poi – categorie centrali, intorno a cui avrebbe sviluppato negli anni un modello analitico che resta la sua cifra interpretativa della vita sociale – identità e riconoscimento[4]: su ciascuno dei questi temi il contributo di Pizzorno è immancabilmente quello di una mente lucidissima e informatissima, capace di penetrare sin negli intimi recessi e nelle pieghe nascoste del mondo umano.

 

Quando l’ho incontrato per la prima volta, al di là dei testi e nella vivida concretezza, come direbbe Goffman, della situazione di co-presenza, è stato per intervistarlo sulle origini un po’ romanzesche della sua carriera intellettuale: reduce da studi di filosofia e in particolare di estetica (con quello stesso Luigi Pareyson dal cui magistero sarebbe uscito qualche anno dopo la sua laurea anche Umberto Eco) Pizzorno si era diretto a Parigi con la passione del teatro – e delle donne – per appassionarsi però subito anche di etnologia, o meglio di psicologia comparata, come la chiamava Ignace Meyerson il cui Centre de recherches e i cui seminari prese a frequentare nei primi anni Cinquanta. Lì avrebbe scritto il suo primo articolo, rimasto a lungo inedito in Italia, sino a quando – era appunto il 2004 – noi che avevamo appena fondato la rivista “Studi Culturali” abbiamo pensato di pubblicarlo nella sua originaria versione italiana, che l’autore non solo aveva conservato ma molto gentilmente ci aveva voluto fornire, acconsentendo a farsi intervistare sui tempi in cui quel saggio era stato scritto[5].

 

È stata quella l’occasione in cui l’ho conosciuto: un uomo anziano, gentile e premuroso, disponibile e affabile, elegante nei modi e nei tratti del viso, magnetizzato da due occhi di un azzurro penetrante che lo facevano somigliare al Paul Newman di Era mio padre. Eppure non era (solo) questo Pizzorno, a giudicare dai racconti di chi lo aveva frequentato prima. Sono entrati nella leggenda, e nella memoria di chi c’era, i suoi seminari all’Istituto Europeo, occasioni insieme ambite e temute dai suoi studenti in cui dimostrare la propria smartness correndo sempre il rischio, molto spesso attualizzato mi dicono, di una sua critica capace di far crollare i castelli argomentativi più elaborati.

 

Non l’ho mai visto nella veste del temuto professore di seminario o supervisor – altri ne hanno avuto esperienza così, e a loro cedo volentieri la parola quando e dove vorranno prenderla. Io mi ricordo altro. Quella volta, ad esempio, che siamo andati, io e Roberta Sassatelli, la sua ex-allieva allora mia moglie, con il nostro allora piccolo Riccardo, a trovarlo nella sua bella casa nella campagna adiacente a Fiesole. Abbiamo passato un pomeriggio a parlare di sociologia, certo, ma anche di figli: il nostro, che allora stava attraversando un momento difficile per la sua salute, e i suoi, il più giovane che allora si trovava, mi pare, a studiare a Londra o non so dove, e il più vecchio, artista scomparso qualche anno prima. Ci ha fatto vedere le sue opere d’arte, e il catalogo della mostra che aveva fatto qualche tempo prima di morire a New York, se ben ricordo. Era commosso, e mi sono commosso anche io.

 

Così lo ricordo. Non son mai riuscito a pensarlo, al modo di altri, come il temibile, infuocato, impetuoso, quasi mefistofelico Pizzorno. Mi ricordo quando gli chiesi spiegazione di quella curiosa coincidenza – che coincidenza non poteva essere – della presenza di un tal “sociologo Pizzorno” tra i personaggi di Rogopag, il film a episodi diretto da Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti nel 1963[6]. Mi ricordo, ancora, di quella volta che mi sono trovato a fargli da discussant a Bologna all’Istituto Cattaneo in occasione della presentazione del suo libro Il velo della diversità[7], che conteneva in appendice l’ormai celebre Saggio sulla maschera che noi di “Studi Culturali” avevamo appunto recuperato dall’oblio (degli altri, ma non suo) e che su sua indicazione Feltrinelli aveva accluso nel nuovo libro, come tutti i suoi libri (ad eccezione del primo)[8], nato dalla collazione di saggi usciti su volumi collettanei e riviste. Pizzorno non è mai stato uno scrittore di libri. Era il saggio la sua autentica dimensione, il formato espressivo a lui congeniale, come lo era per suoi illustri predecessori, da Simmel a Benjamin sino a Merton. (Chissà che fine faranno i volumi di saggi su cui stava lavorando negli ultimi anni, riprendendo e portando a compimento i molti suoi interessi giovanili?)

 

Ricordo, ancora, quella volta che mi scrisse dicendomi di andare a casa sua perché aveva scoperto in garage o forse in cantina uno scatolone del suo periodo americano, quando aveva deciso di dedicarsi allo studio della mafia italo-americana – un tema perfetto in effetti per i suoi interessi di sempre, sull’identità, sulla dissimulazione e sulla maschera – ma aveva poi abbandonato una volta tornato in Italia, nonostante avesse raccolto materiale interessante che, mi diceva, forse si trovava lì. Sapeva che mi occupavo di mafia, perché gli avevo già mandato alcuni capitoli di un libro che stavo allora scrivendo, a cui dopo qualche giorno aveva risposto con tre preziose pagine di commento, così preziose che ho voluto riprenderle nelle conclusioni del libro, in qualche modo rispondendogli. Non era un mio privilegio: molti altri hanno potuto avvalersi in tutti questi lunghi anni dei commenti che puntualmente mandava a chi gli chiedeva di leggere, segno irrinunciabile di una autentica vocazione intellettuale che non bada a titoli o posizioni ma si cura solo del confronto tra menti in azione.

 

Chissà quanto avrebbe potuto scrivere di più se non avesse dedicato così tanto tempo a leggere e commentare gli scritti altrui. Ci vuole tempo per il lavoro intellettuale, e questo Pizzorno lo sapeva bene. Anzi, proprio questo mi ha indirettamente insegnato, quando – fu l’ultima volta che ci siamo visti, credo fosse l’estate del 2012– sono andato a trovarlo a Fiesole, nel suo studiolo da emerito (unico credo con questo titolo o almeno con un proprio spazio all’IUE), perché volevo chiedergli dei suoi primi passi nel mondo della sociologia italiana, quando, giovane studioso che dirigeva allora l’ufficio studi alla Olivetti di Ivrea, si era trovato catapultato in questa nuova disciplina che stava facendo il suo ingresso nell’università italiana. Mi raccontò di quando a fare sociologia erano menti insieme curiose, brillanti e impegnate, come Danilo Dolci e Danilo Montaldi, forse troppo libere e insofferenti per sopravvivere nel mondo accademico; mi raccontò delle vicende del concorso che vinse in quei primissimi anni Sessanta, e mi disse di Corrado Gini che era in commissione e di come, nonostante i suoi trascorsi nel fascismo, fosse comunque di gran lunga una delle menti più fini nel campo delle scienze sociali di quei tempi (anche questo un suo tratto che ho sempre amato, la capacità così rara di saper distinguere il valore intellettuale dal giudizio morale e politico); mi raccontò ancora di come già allora c’erano patti e spartizioni per distribuire i vincitori a cattedra non solo tra sedi universitarie ma anche tra colori, ovvero partiti politici. Si sentiva dalle sue parole quanto tutto ciò gli fosse alieno, benché inevitabilmente ne fosse parte e vi partecipasse. E lo capivo. Mi raccontò poi del concorso da ordinario tenuto qualche anno dopo, nei primi anni Settanta, a cui partecipò non come concorrente ma come presidente di commissione, appena rientrato da Teheran dove era stato per qualche tempo a prendere un po’ d’aria nuova. «Mi hanno dato un foglio con un elenco di nomi!», mi raccontò, tra il divertito e lo sconsolato. Era la lista di chi doveva vincere. Lui la strappò e fece vincere chi credeva avesse più valore intellettuale e scientifico, testimoniato dalle pubblicazioni (mi piace segnalare che tra questi vi era colui che sarebbe poi stato mio supervisor di dottorato). Quello è stato – mi pare di ricordare che così mi disse – anche l’ultimo concorso italiano con cui ebbe a che fare, prima di lasciare nuovamente l’Italia per gli Stati Uniti, per Harvard, dove avrebbe trovato altri colleghi, altri allievi, e si sarebbe liberato per sempre delle pastoie di un sistema accademico nazionale che sembra non riuscire a fare a meno di quella politica (assoluta o relativa che sia) da lui studiata nelle sue radici e nelle sue logiche per buona parte della vita[9].

 

Io ero allora molto coinvolto in un movimentino interno alla disciplina sociologica che si era dato uno strumento insieme di comunicazione e di aggregazione, il blog Per la sociologia. Il nostro bersaglio polemico erano le cosiddette “componenti”, quelle specie di centrali sindacali ovvero di clan accademico-baronali che, nella forma della triade simmeliana (perché tre erano le componenti con tutto ciò che questo numero comporta per la vita sociale) ci sembravano star distruggendo la sociologia italiana, con le sue logiche appunto di clan che nulla avevano a che fare con la valutazione e la valorizzazione delle capacità e delle competenze (del “merito” come dicevamo, in modo certo semplicistico e un po’ ingenuo). Gli ho chiesto cosa pensasse di queste benedette componenti. Le sue parole di risposta le ricordo come fosse ieri: «la valutazione è sempre difficile, e ci vuole tempo per valutare bene. Occorre leggere, entrare nel pensiero altrui, penetrarlo, comprenderlo. Accordi e concertazioni semplificano, sono scorciatoie. Ma non è così che si raggiunge la conoscenza».

 

A volte mi chiedo come sarebbe stata la sociologia italiana se il sociologo Pizzorno non fosse andato prima in Iran, poi ad Harvard ed infine all’Istituto Europeo. E non riesco a non rispondermi che sarebbe stata in salute migliore. Poi mi chiedo come sarebbe se il filosofo ed etnologo Pizzorno non fosse stato portato, dal vento dei tempi forse più che da una specifica vocazione, alla nascente sociologia, e la mia risposta può essere solo questa: una ben più povera, triste, grigia disciplina. Che la sua ricchezza, la sua curiosità, la sua disponibilità, il suo tempo, ci resti in eredità.

 

Note

 

[1] A. Pizzorno, I ceti medi nei meccanismi del consenso, in Il caso italiano, a cura di F.L. Cavazza e S.R. Graubard, Milano, Garzanti, 1974.

[2] A. Pizzorno, Familismo amorale e marginalità storica ovvero perché non c’è niente da fare a Montegrano, riedito in Appendice a E. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 1976.

[3] Scambio politico e identità collettiva nel conflitto di classe, in C. Crouch e A. Pizzorno (a cura di), Conflitti in Europa, Milano, Etas Libri, 1977. Il contributo di Pizzorno al campo degli studi sul conflitto industriale è stato decisivo: vedi l’opera, in sei volumi, Lotte operaie e sindacato in Italia (1968-1972), a cura di Alessandro Pizzorno, Bologna, Il Mulino, 1978.

[4] Troppi sarebbero i riferimenti a scritti di Pizzorno per queste due categorie: rimando perciò a D. della Porta, M. Greco, A. Szakolczai (a cura di) Identità, riconoscimento, scambio. Saggi in onore di Alessandro Pizzorno, Roma-Bari, Laterza, 2000. E vedi ora il sintetico ma preciso profilo che ne traccia Riccardo Emilio Chesta sul sito della Fondazione Feltrinelli al link: http://fondazionefeltrinelli.it/alessandro-pizzorno-sociologo-ed-intellettuale-senza-confini/

[5] Vedi R. Sassatelli, La maschera e l’identità. Conversazione con Alessandro Pizzorno, in “Studi culturali” 1/2005, pp. 69-84, che introduce il Saggio sulla maschera, di A. Pizzorno, ibidem, pp. 85-100. Quest’ultimo poi anche in volumetto autonomo: A. Pizzorno, Sulla maschera, Bologna, Il Mulino, 2008, con postfazione inedita di R. Sassatelli.

[6] Il “professor Pizzorno” (”laureato ad Harvard e guest professor al MIT (…) in Italia intende aprire un centro di sociologia applicata al settore pubblicitario dei consumi”) è personaggio chiave, ancorché grottesco, dell’episodio Il pollo ruspante di Ugo Gregoretti, ironica denuncia della società dei consumi che stava trasformando il volto dell’Italia del secondo dopoguerra.

[7] A. Pizzorno, Il velo della diversità. Studi su razionalità e riconoscimento, Milano, Feltrinelli 2007.

[8] A. Pizzorno, Comunità e razionalizzazione: ricerca sociologica su un caso di sviluppo industriale, Torino, Einaudi, 1960, ripubblicato nel 2010 da Marsilio con introduzione di T. Vitale.

[9] A. Pizzorno, Le radici della politica assoluta e altri saggi, Milano, Feltrinelli 1993; vedi anche Id., I soggetti del pluralismo. Classi, partiti, sindacati, Bologna, Il Mulino 1982.

 

[Immagine: Olivetti, Scalinata del Palazzo Uffici 1, Ivrea].

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