di Eugenio Gazzola

 

[Questa sera, presso la Fondazione Feltrinelli di Milano (viale Pasubio 5), dopo l’incontro intitolato Fogli di battaglia. Prendere parola sulle contraddizioni del presente – al quale parteciperanno, alle 17.30, i redattori delle riviste «Jacobin», «Gli Asini», «Scomodo», «Codici404» e «Lo Stato delle Città» -, sarà proiettato il documentario di Eugenio Gazzola I quaderni piacentini. Introducono Piergiorgio Bellocchio e Marcello Flores. Pubblichiamo una presentazione del documentario scritta da Eugenio Gazzola. Nel corpo dell’intervento si possono vedere la locandina e il trailer. In coda l’invito per l’incontro di stasera e la scheda del film].

 

I quaderni piacentini è la biografia di una rivista intessuta per natura alla biografia del Paese. Per natura, cioè non potrebbe essere diversamente. Per la precisione, a quel tratto di biografia che tuttora è tra i più notevoli sul piano delle trasformazioni sociali, compreso, grosso modo, tra gli anni Sessanta e Ottanta. Ovvero, per così dire, tra il massimo e il minimo dell’impegno politico comune. La lavorazione del film è iniziata con le interviste ai testimoni ancora in vita. Dal fondatore Piergiorgio Bellocchio, che l’iniziò con Grazia Cherchi, scomparsa nel 1995, a redattori e collaboratori quali Goffredo Fofi, Luca Baranelli, Francesco Ciafaloni, Alfonso Berardinelli, Marcello Flores (qui responsabile scientifico del film per conto dell’Istituto di Storia Contemporanea di Piacenza, che lo produce), Federico Stame, Michele Salvati, Bianca Beccalli, Alberto Cadioli, Luisa Muraro, Sergio Bologna, Augusto Vegezzi, Alberto e Marco Bellocchio. E con essi, anche in veste di biografi, alcuni studiosi come Massimo Raffaeli, Luca Lenzini, Stefano Mistura, Stefania Cherchi, Gianfranco Dragoni, Gianni D’Amo e Fabio Milana.

 

 

Gli autori intervistati esprimono per lo più una certa prossimità alle vicende trattate, per quanto lontane nel tempo, ma quasi mai indulgono all’autobiografismo. Sono interviste senza domande, cioè a una voce sola che racconta; monologhi in cui l’improvvisazione del ricordo ha la massima parte e che un tono novellistico rende curiosi. Ogni testimonianza è articolata in parti e messa in circolo con una sequenza di immagini e di letture dai fascicoli della rivista. A tal fine sono stati selezionati alcuni testi chiave sia tra i più noti e antologizzati, che tra quelli quasi dimenticati, ovvero di autori meno esposti al giudizio storico di quanto non fossero i Fortini o i Cases o Fofi o la Masi. Se allora, secondo questa visione, è bene rileggere Il desiderio dissidente di Fachinelli, è anche utile non tralasciare, per fare un solo esempio, un documento di Guido Neri sulla situazione cecoslovacca che appare decisivo, oggi, per rileggere i mesi tra il ‘67 e il ’68.

 

Tre voci diverse per timbro e per età hanno letto in teatro i testi nei loro passaggi emblematici. Anche in modo anacronistico, se vogliamo, poiché è inevitabile confrontare un testo di allora con la realtà successiva alla data in cui fu pubblicato o addirittura con l’odierna condizione umana.

 

Nell’opera scorrono molti film di repertorio; altre immagini, invece, sono state riprese oggi tra la città di origine (Piacenza) e quella di “cucina” della rivista (Milano). Le prime, il repertorio, provengono da archivi della Rai e dell’Aamod (l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico) e, per quanto riguarda i film citati, dalle rispettive case di produzione. Le fotografie sono invece dell’archivio di Uliano Lucas e di alcuni album familiari. Le immagini portano con sè un carico di parole e voci che provoca uno scorrimento ininterrotto tra il tempo di ieri, cioè il tempo cronologico della rivista, e il tempo di sempre, costituito dall’orbita perenne dei problemi «che sono sempre lì», come dice a un certo punto Ciafaloni.

 

 

Il materiale è dunque composto da voci, riprese e letture successivamente montati secondo il principio suggerito nel 1936 da Walter Benjamin per il suo libro su Parigi: «Metodo di questo lavoro: montaggio letterario. Non ho nulla da dire, solo da mostrare». Ed è parso naturale ricorrere ancora una volta all’esempio del grande critico berlinese avendo in mano materiale vero interamente in forma di immagini: immagine dei testi e immagini delle voci e dei corpi.

 

Il repertorio storico si legge come un «romanzo naturale» secondo il titolo del poema di Giorgio Cesarano, poeta dimenticato che a metà degli anni Sessanta i «piacentini» pubblicavano e che nel film è ricordato da Massimo Raffaeli. Cioè per antifrasi, tenendo a mente che non c’è più nulla di «naturale» nella riserva di immagini di cui oggi disponiamo dal boom economico al «riflusso» degli anni Ottanta.

 

Il risultato finale è un film di quasi nove ore che non vive secondo una successione cronologica, bensì articolato per “aggregati tematici” rappresentativi dei passaggi storici che i «piacentini» hanno interpretato (forse non trasformato, ma a questo volevano pure servire). I temi delle singole parti sono i seguenti. Dalla versione integrale del film è stata ricavata una versione “pubblica”, nel senso di un’opera della durata di un’ora e mezza adatta a essere proiettata e discussa in pubblico: è la versione che vediamo a Milano il 13 aprile, alla Fondazione Feltrinelli.

 

Crediamo dover dire, in conclusione, due cose a sostegno dell’utilità di un film incentrato su una rivista culturale, e di questa rivista in particolare. La prima è una ragione di apprendimento, una sempre nuova scoperta del mondo: «Quaderni piacentini» fu la più longeva nella storia dell’editoria di questo paese (uscì dal 1962 al 1984) e lo fu, crediamo, in virtù di due elementi: da una parte la completa autogestione di tutti i passaggi della produzione da parte dei due fondatori (Bellocchio-Cherchi): dal lavoro di redazione a quello di distribuzione e amministrazione; dall’altra, una formula editoriale che riprendeva il modello del «Politecnico» di Elio Vittorini, ovvero la rivista culturale e politica insieme, trasformandolo in una scuola di critica permanente. Diversi commentatori, a questo proposito, hanno fatto esplicito riferimento all’esempio della Scuola di Francoforte. L’elemento della critica ha consentito ai «Quaderni piacentini» di diventare in pochissimi anni la rivista più letta nel campo della nuova sinistra italiana e tra i giovani “impegnati” nella scuola e nel lavoro. E ancora un terzo elemento, se vogliamo, agiva a livello dei singoli autori che partecipavano all’avventura, ed era il tratto di distinzione “liberal-marxista”, per così dire, che li segnava all’interno della sinistra italiana. In tale osservanza erano recensiti fatti e opinioni che non si incontravano comunemente in tutto il parco stampabile di allora; e nemmeno gli stessi libri già commentati ogni giorno (come accade oggi per gioco degli uffici stampa), bensì fatti e libri e film scelti secondo un sentimento, più che altro, di gioia o liberazione.

 

La seconda ragione di utilità è che il film mostra come la forza interiore della rivista fosse data da un elemento naturale, “difficile” da stabilizzare, che si ritrova nell’immagine della comunità, cioè del gruppo di persone che da una posizione già matura si mette intorno a un tavolo nel segno del lavoro critico. È ancora possibile, oggi, ristabilire una comunità secondo quella forma? Crediamo di sì, poiché «ogni tempo ha la sua rivista» dice Fofi, ma con l’intesa che le forze in gioco, davanti e fuori dal tavolo (o dal monitor) di una redazione, sono più sottili e insieme più tenaci e vischiose: fuori dal tavolo non c’è più solamente un feticcio economico che inorba i proletari (vecchi e nuovi), ma c’è un’economia immateriale di cui si toccano le conseguenze solo se sei realmente povero; una politica spettacolare e un sistema culturale «sirenico» (Anders) che tira avanti regalando l’illusione di una settimana, di un mese. Se fossero un anno o due anni sarebbe già ideologia. E più in generale, fuori dal tavolo c’è un sistema politico e culturale che non teme l’attacco degli intellettuali – che per altro disprezza – perché mangia solo del presente o, tutt’al più, di un trascorso che più prossimo che si può. Siamo insomma rivolti a un futuro senza padri. E gli scrittori scrivono d’altro e molto spesso parlano di cose che non c’entrano o «che-non-si-capisce-bene-che-cosa–vogliono-dire», come ha detto Piergiorgio Bellocchio.

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Scheda e descrizione del film

 

 

 

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