di Fabio Pusterla

 

Storia di una lettura intricata: ho letto per la prima volta Il Conoscente più di un anno fa, in dattiloscritto; mi aveva colpito molto, e avevo steso una scheda di lettura che oggi mi sembra misera e insufficiente. Perché? Perché penso che siamo di fronte a un’opera particolare, una specie di poema allegorico che chiede di essere meditato, decifrato e ragionato, e che muta con il passare del tempo e con l’affinarsi della coscienza. Storia di un autore partito da lontano: Case (1986), Esempi (1992), Chiarimenti (1996), Parlare al muro (1996), Tutti (1998), La bella vista (2002), fino ai più recenti Voi (2009) e all’Oscar Poesie 1986-2014 di cinque anni fa. Di questo lunghissimo cammino, che fa di Fiori uno dei maggiori poeti contemporanei, Il conoscente rappresenta in un certo senso la summa, ma anche la rivisitazione, o meglio ancora l’indagine del momento di profonda crisi (crisi politica, ontologica e potremmo persino dire antropologica) da cui la parola poetica di Fiori trae origine.

 

Questo libro, il cui protagonista si chiama Umberto Fiori, si definisce “falsissimamente autobiografico”. L’avverbio è nell’aletta di presentazione, ma riprende ed esplicita lo spirito che aleggia nella conclusiva Nota d’autore; salvo che proprio il valore di quell’avverbio è ambiguo: potrebbe voler dire che il libro in questione non è affatto, non è in nessun modo “autobiografico”; oppure, cosa che a me sembra più interessante, che è sì “autobiografico”, ma in modo “falsissimo”. Il che significa, secondo me, che siamo di fronte a una specie di autobiografica poetica, cioè di risalita alle sorgenti di una postura di fronte al mondo e alle cose del mondo e alle parole per dire quel mondo e quelle cose. Sbaglieremmo insomma a cercare nei versi de Il conoscente squarci più o meno piccanti sulla vita dell’autore: in questo il Conoscente non è affatto un libro esibizionista, e non chiede pertanto lettori voyeuristici. Ma non sbaglieremmo, io credo, a leggere questo libro come un libro estremo, ossia che porta all’estremo un percorso poetico da sempre estremamente radicale, nelle sue scelte linguistiche e espressive, e che qui viene messo per così dire a nudo, in un vasto e complesso poema che ne indaga e ne dispiega le ragioni profonde e drammatiche.

 

Per descrivere sommariamente e commentare parcamente il libro, vorrei anticiparne arbitrariamente due aspetti, che non è detto incontrino esattamente la volontà e il favore di Umberto.

 

Il primo potrei affidarlo a una battuta quasi scema, che sospetto non appaia per la prima volta nella vicenda di Umberto. Siccome spesso in questi versi si citano, spesso volutamente storpiandoli o confondendoli, gli autori della tradizione (da Platone a Heidegger, da Omero a Leopardi a Baudelaire: altro indizio, a mio avviso, di quanto Il conoscente sia anche una resa dei conti con un percorso di lettura e formazione), mi consento anch’io un gioco di parole, che potrebbe non stonare sulle labbra sgradevoli del secondo protagonista dell’opera, cioè appunto Il conoscente, che dà al libro l’ambiguità del titolo: “colui che conosce” (o che asserisce di conoscere) ciò che invece l’io di Umberto Fiori ignora o rimuove; ma anche “colui che non è un amico, ma una semplice conoscenza”, faticosamente subita dal protagonista; colui che dalla propria posizione prossima eppure esterna può manipolare il personaggio Umberto Fiori, attirarlo in una serie di trappole sfruttando la sua onestà e facendolo sprofondare sempre di più in un pantano ontologico che lo turba e lo svia. Allora, ecco la battuta scema: Umberto Fiori (il personaggio dell’opera) è colto qui in un momento di crisi, di dubbio, di vertigine; tutto ciò in cui credeva di credere, tutto ciò che pensava di essere riuscito a salvare nel transito dalla sconfitta politica (un panorama di rovine ideologiche e ideali si staglia alle sue spalle; e chi ha vissuto con la stessa intensità gli anni sessanta e settanta non fatica a riconoscere in questo una dimensione collettiva, L’aria della fine di cui ci parlava un libro di Antonio Porta), tutto ciò che in lui ha cominciato ad assumere i contorni di una posizione poetica nel mondo (e che storicamente si manifesterà nei primi titoli che ho richiamato all’inizio, e forse soprattutto in Case), è ora profondamente minacciato. Il personaggio Fiori, che ha tentato di salvaguardare un’idea di bene, una proposta di bene (leggo a p. 66: «Eppure vedi… eppure / ci sono giorni/ in cui, mentre i miei simili mi parlano, / mentre ragionano insieme a me che ragiono, / sento montare invece una gioia altissima. / Una gioia che è molto più che mia. / Sento, tra noi, un bene / che non facciamo. / E non potremmo farlo: è troppo grande. / Un bene che ci precede. / È da lì / che vengono le parole. Albero, case, / nuvola, cane, mondo: l’Uno e l’Altro / convengono in loro, concordano. / Si abbracciano fino a confondersi») è in bilico su una voragine aperta davanti a lui dal perfido Conoscente. È tentato di diventare un “fiori del male” (ecco la battuta scema). Un simile tentazione è presente sin dall’inizio, ma appare con l’evidenza di una brutta ferita nella più breve delle sei parti o sezioni che scandiscono il poema, la quarta, vero e proprio giro di boa che separa le prime tre parti, in cui il rapporto con il Conoscente e il mellifluo effetto di quest’ultimo si sviluppano, dalle ultime due, ambientate in un luogo allegorico e enigmatico chiamato La Convenzione. È in questa parte che la portata della crisi viene dichiarata e esplicitata orribilmente: «Le piazze, gli alberi, / le case, i muri, i giardini, che per qualcuno / che una volta ero stato / erano favolose spiegazione / voltavano le spalle, si inclinavano ( dal lato della fine». (p. 191)

 

Cosa ha potuto minare così profondamente la fiducia iniziale, cosa ha oscurato a tal punto quel «bene che ci precede» da rendere ora insensate e terribili quelle stesse parole che dal bene originavano, Albero, case, nuvola, cane, mondo e che adesso si inclinano «dal lato della fine»? Cosa minaccia di rendere impossibile e vana la poesia come azione nel mondo? Per provare a rispondere, bisogna aprire un altro discorso, non facilissimo; e del resto, dietro la gradevolezza e l’apparente semplicità del dire, la poesia di Umberto Fiori non è affatto una poesia “facile”. Ho già accennato alla struttura dell’opera, articolata in sei parti. Nelle prime tre, in linea di massima, si mette in scena l’apparizione del Conoscente, il suo lento, dissimulato lavorìo, che conduce l’altro personaggio, Umberto Fiori, sempre più addentro nella sua tela tentatrice, squadernandogli in faccia, con lenta e inesorabile maestria, lo strapotere di una realtà che si vuole unica: realtà politica, economica, che inizia a manifestarsi in tutta la sua non più dissimulata oscenità negli anni ’80 del secolo scorso (in cui è appunto ambientato il poema) e che da allora non ha smesso di proliferare quasi indisturbata. In questa realtà che non ammette alternative (ammetterle significherebbe riconoscere il proprio vizio di fondo, aprire una crepa pericolosa) e che si pretende unica e successiva all’epoca delle ideologie, i concetti su cui poggia la mite proposta poetica di Fiori (del personaggio Fiori), e quell’idea di bene di cui si diceva, non sembrano poter avere ragion d’essere; a contraddirli, l’evidenza delle cose, la precarietà del tutto, la vanità del tutto, che si traduce per il Conoscente in una sorta di impunità libertà totale, priva di limiti, senso o progetto. Se tutto è vano e inutile, allora tutto è possibile, si potrebbe dire; e la “rieducazione” del recalcitrante Umberto Fiori avverrà, per fortuna nostra in modo alla fine fallimentare, nelle due ultime parti dell’opera, dentro una lussuosa tenuta o prigione dorata da cui per finire il protagonista riuscirà a fuggire, rovinando verso il basso di un pendio montuoso, per ritrovare, come Dante sbucato fuori dall’inferno, un’ipotesi di senso, le stelle: negli ultimi versi del poema leggiamo infatti: «Ho alzato gli occhi. In mezzo al mare, laggiù, / ho visto avvicinarsi la mia nave».

 

Un episodio, tuttavia, merita di essere sottolineato, perché è già anticipato nel prologo che apre la prima parte dell’opera, e ritorna poi verso la fine, al termine della quinta parte; è un episodio fondamentale, in cui forse si riassume tutta la voragine nichilista schiusa dal conoscente, e che forse ci permette di rispondere all’interrogativo da cui siamo partiti. Nel bel mezzo della festa, il Conoscente conduce Umberto Fiori a visitare “la Collezione”, il tesoro gelosamente custodito nei sotterranei della tenuta, dietro «una porticina di ferro, verde, / e poi più giù per una scaletta di sasso, / sempre più fresca, sempre più stretta, fino / a una volta muschiosa, a un’altra porta». Qui, dentro una grotta illuminata da luci al neon, appare il tesoro: casse e casse colme di unghie e di capelli, che il misterioso proprietario ha collezionato nel corso della sua vita: sue unghie, suoi capelli, conservate a milioni. A che scopo? L’autore non lo spiega, ma lascia che siamo noi a desumere tutto l’orrore di una collezione che riduce ogni cosa al suo elemento puramente materico, al suo nulla più totale; è questo che viene custodito nei sotterranei della tenuta, nei sotterranei della realtà unica: il senso del vuoto, del niente, della non durata. Le unghie, i capelli: come non ripensare all’orrore dei lager, alla descrizione terrificante che ci viene offerta da Vasiliy Grosmann nel suo spietato reportage su Treblinka del 1944? Prima di giungere al campo, ormai abbandonato dai nazisti, prima di poter capire, il narratore racconta di come, nei boschi, si camminava attraverso mucchi di capelli, incomprensibili e proprio per questo paurosi, preannuncio di un vuoto inimmaginabile eppure presentito. I capelli nelle boscaglie attorno a Treblinka hanno un significato per noi evidente e scandaloso; quelli conservati nei sotterranei del libro di Fiori non rimandano ad altro che al nulla, a un nulla fondativo che nega ogni progetto dignitoso di senso. Se nulla dura, se ogni cosa si riduce a unghie e capelli, e se dal nulla una luce oscena si riverbera sull’essere, la poesia diventa impossibile; o per lo meno diventa impossibile quell’idea di poesia a cui noi attribuiamo senso, e su cui poggia l’esile destino del personaggio Umberto Fiori. Questo risulta a mio avviso molto chiaro se si mette in corto circuito il tesoro di unghie e capelli, cioè il tesoro negativo e paralizzante della Collezione, con un verso di Hölderlin su cui si fonda, o si è voluta fondare da parte di Heidegger, la poesia degli ultimi duecento anni, cioè la poesia intesa come ricerca e manifestazione dell’essere. Il richiamo a Heidegger non è fuori luogo, se il nome del filosofo ricorre con una certa frequenza nel libro di Fiori, di solito sulla bocca del Conoscente, e spesso citato a sproposito. E il verso di Hölderlin a cui si fa riferimento, per altro celeberrimo, conclude la poesia Andenken e recita: «Was bleibet, aber, stiften die Dichter», ossia « Ma ciò che resta, lo fondano i poeti» (così la traduzione di Giorgio Vigolo). Ciò che rimane: nel senso della durata, della resistenza al tempo; e forse anche nel senso di ciò che resta dopo una distruzione, di ciò che la poesia sa estrarre dalle rovine del mondo. Nell’uno e nell’altro caso, il progetto della poesia ha a che vedere con la durata di ciò che la poesia sa dire e rappresentare, con l’opposizione tra la presenza manifestata dalla poesia e l’attrazione del nulla. Ecco perché le unghie e i capelli della Collezione negano il principio stesso della poesia; è questo il punto terminale del magistero del Conoscente: «Pochi al mondo, io credo, hanno il talento / che aveva il Conoscente / di ridurre le cose al loro fondo / più crudo e squallido. / Era il bambino che mentre i compagni / pilotano il sommergibile / ripete che è soltanto un tavolo marcio / con su quattro coperte da cavallo» (p. 109).

 

«Ho visto avvicinarsi la mia nave», recita l’ultimo verso del poema; e su quella nave, su quella scia potrà svilupparsi pienamente la poesia di Umberto Fiori. Sicché questo libro si colloca contemporaneamente all’inizio e alla fine, nel passato e nel presente; all’inizio, dentro il passato di quasi quarant’anni fa, se prova a scandagliare le ragioni, le contraddizioni, le difficoltà di una scelta di campo poetica che forse non può più «abitare poeticamente il mondo», secondo le celebri parole di un tardo e forse dubbio Hölderlin, ma neppure può del tutto rinunciarvi; e che dentro le corrente incrociate di Scilla e Cariddi deve cercare la sua rotta, inevitabilmente di collisione rispetto al vuoto schiuso dal Conoscente; oggi, dentro il presente di un lungo cammino poetico, se Il Conoscente può esistere anche grazie a un linguaggio espressivo faticosamente conquistato negli anni e nei decenni di lavoro. Questa osservazione aprirebbe le porte a una ricognizione linguistica e stilistica che non è oggi il caso di fare, ma che andrà senz’altro fatta; per il momento, basterà forse osservare che anche da questo punto di vista Il Conoscente, libro particolarissimo e forse per qualcuno persino spiazzante, potrebbe essere considerato la summa del percorso compiuto da Umberto Fiori: quello vero, stavolta, non il personaggio dell’opera; il poeta che merita tutta la nostra attenzione anche per questa sua nuova opera.

 

[Immagine: Foto © di Evgenia Arbugaeva (particolare)].

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