di Paolo Costa

 

[Dal 17 al 19 giugno 2019 Charles Taylor ha tenuto a Berlino la prima edizione delle Benjamin Lectures, istituite dallo Humanities and Social Change Center, diretto da Rahel Jaeggi. Tema delle tre lezioni era la crisi delle democrazie contemporanee. Negli stessi giorni, sempre nella capitale tedesca, l’Istituto Italiano di Cultura ha organizzato una settimana di eventi entro la cornice del progetto DediKa per celebrare Giorgio Agamben].

 

Ho l’impressione, a volte, che non si rifletta a sufficienza sul peso che il culto delle celebrities ha anche nella ricerca scientifica – e sulla stranezza di tutto ciò.

 

Lo scambio tra celebrità e sapere è noto e reciprocamente vantaggioso. La celebrity intellettuale porta in dotazione un condensato di reputazione che non è più oggetto di discussione e tale reputazione cristallizzata gratifica di luce riflessa anche l’istituzione che riesce a reclutarla. La celebrity, a sua volta, se non ha scrupoli, può massimizzare l’Effetto San Matteo di cui gode per default e ricevere in cambio denaro, opportunità e, last but not least, vagonate di adulazione. Questo caso da manuale di ingiustizia epistemica ribadisce una delle leggi più affidabili della socialità umana: the rich are bound to get richer and the poor to get poorer: that’s the way it is.

 

Soprattutto per istituzioni che faticano oggi a legittimarsi, come i centri di ricerca umanistici, la notorietà – un indicatore incontestabile del fatidico “impact factor” – è spesso l’unico surrogato plausibile dell’utilità percepita, ovvero delle remuneratività.

 

Ma vi siete mai messi nei panni di una celebrity? Si direbbe un esperimento mentale interessante. Se la reputazione scientifica è meritata, questa dovrebbe andare di pari passo con l’umiltà. Il detto socratico “so di non sapere”, non è infatti un tributo alle buone maniere o, peggio ancora, un gesto di falsa modestia. È il riconoscimento prudente della sproporzione tra l’estensione e la profondità delle grandi questioni filosofiche che stanno sullo sfondo di qualsiasi indagine scientifica e la portata reale delle capacità della mente umana, o meglio delle episodiche performance cognitive di una persona in carne e ossa.

 

Ora, immaginate che un nuovo Centro di ricerca, con sede in una prestigiosa capitale europea, vi inviti a tenere un ciclo di lezioni pubbliche su una questione cruciale della contemporaneità – ad esempio, la crisi della democrazia – voi come vi disporrete psicologicamente all’evento?

 

In uno spettro ragionevolmente variegato di possibili atteggiamenti, direi che i due abiti opposti che uno potrebbe scegliere di vestire sono o quelli del profeta/oracolo – cioè di chi abbraccia senza remore e secondi pensieri l’immagine irrealistica che gli altri si sono fatti di te e che ti proiettano addosso – o quella ultramodesta di chi, appunto, “sa di non sapere” e cerca di trasmettere anzitutto un senso della difficoltà del compito che le è stato affidato.

 

Chi conosce anche solo superficialmente l’opera di Charles Taylor, filosofo canadese noto soprattutto per i suoi lavori sul multiculturalismo e l’identità moderna, non credo che si aspettasse che avrebbe approfittato dell’occasione offertagli dal fatto di essere il primo relatore delle “Benjamin Lectures”, organizzate dallo “Humanities and Social Change Center” – il neonato Centro studi diretto da Rahel Jaeggi – per proclamare chissà quali verità iniziatiche sulla politica moderna o proporre ricette infallibili per curare definitivamente i mali del nostro tempo. È stato comunque interessante osservare il modo sistematico in cui ha contrapposto al massimalismo della cultura delle celebrities il minimalismo pragmatico di chi alla fine si sente depositario soltanto di una modesta perizia artigianale: il sapere di un sarto che si sente a suo agio solo quando è chiamato a scucire e ricucire con solerzia i tessuti che gli vengono affidati.

 

Nella sua prima lezione, intitolata “Losing Faith in Democracy”, Taylor si è a lungo esercitato sull’ovvio, riflettendo su evidenze che, tuttavia, vengono troppo spesso trascurate, a proprio rischio e pericolo. La prima ovvietà è che la delusione per il triste stato in cui versano oggi più o meno ovunque le democrazie, anche quelle di più antica data, è esacerbata dall’entusiasmo generale che aveva circondato negli anni Novanta la constatazione che il modello di legittimazione democratica della sovranità statale era rimasto sostanzialmente senza avversari. Questo trionfo effimero ha indotto molti a dimenticare la lezione aristotelica che fin dalle origini ha messo in guardia contro l’instabilità congenita delle democrazie e la loro tendenza a degenerare in regimi politici corrotti. Le democrazie stabili, in effetti, sono da sempre governi misti, che compensano con l’eclettismo le spinte tiranniche che sono connaturate a qualsiasi esercizio della sovranità, compresa la sovranità popolare.

 

La principale preoccupazione suscitata dall’attuale ondata di sfiducia nelle effettive potenzialità dell’autogoverno, secondo Taylor, è che essa sembra avere minato quella che egli definisce la dimensione “telica” dell’esperienza democratica moderna. A essere in crisi, infatti, è soprattutto la convinzione tacita di fare parte di un processo che, pur tra alti e bassi e senza la certezza di raggiungere mai una condizione di perfezione ideale, conservi comunque uno slancio verso il futuro, ossia una disposizione al superamento delle sue stesse contraddizioni. Una delle principali fonti di questo dinamismo va cercata nel fatto che la democrazia vive della tensione dialettica tra l’idea di “popolo” come totalità dei cittadini e l’idea di “popolo” come plebe, come massa di diseredati la cui aspirazione alla giustizia e a una vita migliore è letteralmente una questione di vita o di morte. È proprio questa dialettica tra universalismo dei principi e l’aspirazione concretissima a una esistenza decorosa che orienta lo sviluppo storico verso l’ideale asintotico di una condizione di reale eguaglianza tra gli individui.

 

Se la democrazia smette di essere vissuta come il teatro di un possibile empowerment collettivo, i problemi possono diventare molto seri. Ed è questo che sta accadendo ai nostri giorni per l’effetto cumulativo del senso di una perdita di efficacia dell’iniziativa politica dei cittadini, per le sconfitte sindacali dei lavoratori, per la diffusione di uno stile di vita sempre più individualista e incentrato sui consumi e, ovviamente, per le dinamiche economico-finanziarie innescate dalla gobalizzazione neoliberale e da una fiducia ingiustificata delle classi dirigenti nella capacità dei mercati di autoregolarsi, di giungere cioè spontaneamente a una condizione di equilibrio ottimale.

 

Una volta tolto il contrappeso dello slancio verso il futuro, la tradizionale tendenza alla degenerazione delle democrazie rischia perciò di diventare catastrofica. Bloccando dal lato del disembeddedment il movimento back and forth di cui parlava Karl Polanyi ne La grande trasformazione, il pericolo per le democrazie può diventare esiziale.

 

Nella seconda lezione, intitolata “Marketization and Polarization”, Taylor ha concentrato la sua attenzione su quegli elementi dell’embeddedment democratico che, anziché compensare l’effetto di sradicamento dell’economia capitalistica, possono invece agevolare un’involuzione verso la tirannide, al punto da renderla potenzialmente irreversibile. Qui il filosofo canadese ha rispolverato un suo vecchio cavallo di battaglia: il tema, sempre attuale, dell’esclusione democratica. Le democrazie moderne, per funzionare, hanno bisogno di un’identità politica e di un senso di comunanza di “destino” su cui possa poggiare quel sentimento di solidarietà nazionale senza il quale non possono funzionare dignitosamente. Nei momenti di crisi, tuttavia, può subentrare la tentazione psicologica di rafforzare tale identità comunitaria bloccandola attorno ad alcuni marcatori identitari regressivi che rendono difficile, se non impossibile, il rinnovamento del senso di solidarietà democratica necessario per essere all’altezza delle sempre mutevoli condizioni storiche e delle sfide che ne derivano. (E la mente va subito alla pressione migratoria e all’iperpluralismo culturale dei nostri tempi.) Il populismo xenofobico contemporaneo utilizza con grande abilità e spregiudicatezza lo scontento che ribolle anche nelle società con forti tradizioni politiche democratiche, polarizzando e imbarbarendo i conflitti socio-culturali. In particolare, i populisti alla Trump trasformano i conflitti di interesse e valore in teatri di crudeltà espressiva in cui la dedizione alla causa e il senso di frustrazione si traducono in fiammate di devozione per il leader e odio verso il nemico simbolico che lasciano dietro di sé poco più che un istante volatile di gratificazione psicologica.

 

La conseguenza politica più nefasta di questo imbarbarimento della vita pubblica è che così viene ostacolata o addirittura impedita qualsiasi modalità di soluzione dei conflitti sociali che, invece che guardare verso il passato, mobiliti le energie delle persone di buona volontà per immaginare soluzioni che vadano oltre i giochi strategici a somma zero dischiudendo nuovi orizzonti all’azione politica comune. Il danno diventa letale soprattutto quando la crisi mina il sentimento trasversale di appartenenza a una comunità storica particolare, per preservare la quale non sono sufficienti gli impegni morali universali, come il rispetto dei diritti umani, che pure rappresentano una componente fondamentale della vita democratica moderna.

 

Ma è con la terza lezione, intitolata “What Can Be Done?”, che la sensazione di trovarsi di fronte a un tentativo sistematico di riportare tutti, incluso il relatore, con i piedi ben piantati per terra raggiunge il suo apice. Così, nel caldo torrido dell’emiciclo della Emil-Fischer-Hörsaal, è sembrato quasi di vedere materializzarsi il celebre invito di Wittgenstein a rallentare, perché di fronte alle questioni più difficili solo chi arriva per ultimo ha qualche possibilità di vincere.

 

L’elenco delle possibili azioni per contrastare la tendenza alla degenerazione dello spirito democratico è stato offerto al pubblico da Taylor col tono esitante di chi, dopo avere tratteggiato una diagnosi del tempo così cupa, sa di doversi appellare all’ottimismo della volontà per sventare la tentazione del fatalismo o del disfattismo. Da un lato, sicuramente ha pesato l’esperienza di un uomo di quasi novant’anni che nella sua vita ha visto alternarsi regolarmente motivi per sperare e per disperare nella sanità mentale del genere umano. Dall’altro lato, era visibile la prudenza del filosofo aristotelico allergico alle ricette politiche onnicomprensive e incuriosito soprattutto dalle scelte di azioni contestuali. Si spiega così la lista di proposte di buon senso con cui si è chiuso il ciclo di lezioni: il Green New Deal per risollevare le aree industriali più depresse, il recupero di un senso di citizen efficacy mediante l’attivismo locale, i provvedimenti legislativi per arginare la finanziarizzazione dell’economia, la battaglia culturale contro le concezioni dell’identità politica rivolte al passato anziché al futuro, ecc.

 

“Possibile che sia tutto qui?”, è la domanda che sembrava aleggiare sugli spalti nell’attimo che ha preceduto il lungo applauso liberatorio: “non è un po’ poco, tenuto conto della forza distruttiva delle tendenze storiche in atto?”. A questi dubbi hanno cercato di dare una forma riconoscibile le tre discussant (Maeve Cooke, Patrizia Nanz, Zhan Shuangli) che si sono avvicendate sul podio alla fine di ogni lecture. Tutte, senza eccezioni, hanno cercato di radicalizzare l’analisi di Taylor, sottoponendogli facce diverse della crisi contemporanea – da quella ecologica a quella dei nuovi media, per arrivare infine alle insidie del nuovo capitalismo – che sembrano effettivamente reclamare risorse politiche eccezionali. Il risultato, però, è stato inferiore alle aspettative.

 

Il senso della riluttanza di Taylor a cedere agli appelli alla drammatizzazione della crisi contemporanea resta in parte opaco. Evidentemente è in gioco qui un aspetto temperamentale: l’ottimismo e il senso della misura sono due caratteristiche strutturali del modo di essere e pensare del filosofo canadese che, non a caso, aveva intitolato uno dei capitoli centrali del suo manifesto filosofico (The Malaise of Modernity, 1991) in italiano: “La lotta continua”. È sembrato di avvertire, però, nelle parole di Taylor anche un pizzico di rassegnazione. La consapevolezza, cioè, che nella modernità non sia prudente chiedere più di tanto alla politica. Che il rischio di degenerazioni totalitarie giustifichi un’adesione qualificata a una variante di liberalismo della paura che, più di ogni altra cosa, trema di fronte alla prospettiva di un regime politico che si ponga senza remore al servizio della crudeltà.

 

Era palpabile la delusione del pubblico berlinese alla fine del ciclo di lezioni. Molti di loro, immagino, si erano recati nella maestosa Emil-Fischer-Hörsaal con il desiderio di dare una forma articolata alla loro sensazione che “il troppo è troppo” – enough is enough. Ne sono usciti, invece, con l’idea che il loro primo dovere sia tenere a bada l’indignazione per non fare il gioco dei nemici senza scrupoli della democrazia. È verosimile che il monito wittgensteiniano a rallentare sia la risposta più ragionevole che si possa dare alla crisi epocale che ci prepariamo ad affrontare. Il fatto è, però, che se non si ha la fibra morale di Wittgenstein (o Taylor), in certe occasioni rallentare richiede una forza d’animo non comune, che pochi riescono a mobilitare senza attingere a una qualche forma di effervescenza sociale che spinga provvisoriamente le persone oltre gli scrupoli della prudenza.

 

Per usare un lessico weberiano, siamo ancora alla ricerca, insomma, di un difficile punto di equilibrio tra onestà intellettuale e profetismo della cattedra che appaghi sia il nostro bisogno di osservare la situazione con lucidità sia di immaginare un futuro che non sia semplicemente la conseguenza catastrofica dei nostri errori presenti e passati.

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Negli stessi giorni e alla stessa ora, a pochi chilometri di distanza dalla Emil-Fischer-Hörsaal, Giorgio Agamben concludeva una settimana di eventi celebrativi organizzati dall’Istituto Italiano di Cultura (https://iicberlino.esteri.it/iic_berlino/resource/doc/2019/04/dedika_2019_giorgio_agamben.pdf), discutendo insieme ad Alexander García Düttmann, Barbara Gronau e Stefan Klein l’edizione integrale di Homo sacer. Lo stile opposto con cui questi due protagonisti della vita intellettuale contemporanea hanno testimoniato il loro status di celebrities globali e la sorprendente somiglianza tra i pubblici che hanno affollato le loro lezioni berlinesi hanno offerto una prova tangibile dell’impasse da cui la riflessione filosofica fatica a uscire oggi, mentre le crisi si cronicizzano e l’urgenza delle persone di trovare buone ragioni per mobilitarsi si fa di giorno in giorno sempre più pressante.

2 thoughts on “Democracy and its crises: le lezioni berlinesi di Charles Taylor

  1. “È il riconoscimento prudente della sproporzione tra l’estensione e la profondità delle grandi questioni filosofiche che stanno sullo sfondo di qualsiasi indagine scientifica e la portata reale delle capacità della mente umana, o meglio delle episodiche performance cognitive di una persona in carne e ossa.” Talmente vero…

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