di Clotilde Bertoni

 

Celebrazioni pubbliche, dirette televisive, pagine a profusione di quotidiani e siti, social a lutto, dichiarazioni di scrittori, politici, attori, opinionisti e via dicendo: come era prevedibile, e pure doveroso, in questi giorni si parla quasi solo di Camilleri.

 

Per ora almeno, però, non si dice granché della sua produzione. Di sicuro, Nunzio La Fauci lo ha giustamente ricordato, non è proprio il momento di lanciare interpretazioni approfondite: nondimeno, colpisce quanto, al di là di eccezioni significative – l’analisi dell’ultimo romanzo appena proposta da Gianfranco Marrone – siano scarsi o vaghi i riferimenti ai libri specifici; pure a quelli di Montalbano, sebbene – con formula che, per inciso, sarebbe parsa desueta già a fine Ottocento – lo scrittore sia designato a ogni piè sospinto come il suo “papà”. Perché chi ne sarebbe in grado non ne ha ancora voglia? Perché i giornalisti e i conduttori televisivi che a Camilleri hanno voluto tanto bene, forse in effetti questi libri non li hanno letti mai?

 

Magari anche perché ogni accenno un po’ circostanziato al riguardo entra fatalmente in urto con il discorso dominante: in fondo tutto puntellato da quell’equazione tra autore e opera, che, pur tanto muffita, pur contestata e liquidata in tempi ormai preistorici, finisce poi per tornare sempre a galla. Camilleri è stato amato perché (nel suo modo burbero e sornione) garbato, faceto, distensivo; automaticamente vengono ritenuti garbati, faceti e distensivi i suoi lavori, tanto più perché l’ostracismo loro riservato dalla maggior parte della critica è facilissimo da trasformare in consacrazione ulteriore: si sa, i bestseller vengono disprezzati per principio, gli intellettuali freddi, antipatici e contorti non mangiano pane e formaggio e non apprezzano la letteratura schietta e genuina, i romanzi che non beneficiano di esegesi numerose sono quelli che parlano davvero al cuore della gente. Allo snobismo pregiudiziale si replica con un antisnobismo pregiudiziale altrettanto: certi steccati vengono ostinatamente protetti e raramente una vera riflessione interviene a infrangerli.

 

Ma il fatto è che, come i loro accaniti lettori e i loro rari critici già sanno bene, in realtà i libri di Camilleri non sono garbati, faceti e distensivi affatto: l’equivoco di cui sono ancora oggetto (malgrado alcuni saggi illuminanti) è quasi paragonabile a quelli toccati alla produzione del Goldoni a lungo “buon papà” per eccellenza, o del Dickens fiore all’occhiello dell’Inghilterra vittoriana; sono sì spassosissimi, ma il loro è un umorismo acre, pungente, innestato su un implacabile, stratificato pessimismo.

 

Lo stesso ciclo di Montalbano è un po’ più complesso di come appaia nella versione televisiva e nella vulgata popolare: il commissario dei romanzi è tormentato dall’invecchiamento, dai dubbi, dal logoramento del suo rapporto di coppia, soprattutto da un’incapacità cronica di fronteggiare, al di là dei singoli casi più o meno brillantemente risolti, lo sconquasso della società e della politica che è loro costante sfondo; le sue reazioni al riguardo sono sconsiderate, goffe, censurabili. Ma innegabilmente, il successo toccato a questo ciclo ha finito per condizionarlo: le trasposizioni televisive, per quanto l’autore le abbia qua e là canzonate e contraddette, ne hanno comunque influenzato il corso (fondamentale in proposito lo studio di Marrone); non mancano, pure negli ultimi volumi, guizzi residui di acume e fantasia (ad esempio, nella Rete di protezione colpisce la capacità di raffigurare i giovanissimi fuori dai soliti, insopportabili cliché), ma via via i personaggi si sono fatti più stereotipati e le invenzioni più ripetitive, la scrittura è divenuta più meccanica e scialba.

 

Non si potevano invece serializzare né addomesticare i romanzi e i racconti storici, situati sempre nella Sicilia agrigentina, ma in epoche differenti, di volta in volta a ridosso dell’unità, alla fine dell’Ottocento, al principio del Settecento (è il caso del Re di Girgenti, il preferito dell’autore ma probabilmente non il più riuscito), al tempo del fascismo.

 

In particolare (in omaggio ancora a un luogo comune, che stavolta però a parer mio ha una solida conferma), il pessimismo è virato nelle forme più sottili e più spietate in alcuni dei libri più remoti, quelli maturati negli anni lontani dai riflettori: Il filo di fumo, in cui le collusioni fra istituzioni, Chiesa e malaffare sono consacrate da una conclusione di ferocissima tristezza; La stagione della caccia, in cui l’eroe positivo finisce per rivelarsi il vero villain – senza per questo smettere di suscitare l’empatia del lettore – e la forza dell’amore, che sembrava insignita di un canonico trionfo, è invece smentita alle radici; Il birraio di Preston, in cui l’alleanza immediata tra l’Italia unita e la mafia locale ha esiti insieme farseschi e calamitosi; La Concessione del telefono, in cui tanto la sfera pubblica quanto quella privata sono aggrovigliate da imbrogli e ipocrisie, e il personaggio preso in mezzo tra Stato e delinquenza è un antieroe dei più meschini.

 

Non solo, come già tanta fiction popolare, queste opere evitano il lieto fine, ma inoltre azzerano o indeboliscono gli spazi ideali di risarcimento, i netti contrasti tra bene e male nella fiction popolare imprescindibili: le passioni amorose sono negate o incrinate, a spadroneggiare è esclusivamente l’imperiosità dei desideri (abbia poi un volto allegro, morboso o truce); gli eroi latitano, oppure, come il delegato di polizia del Birraio, il questore e il delegato della Concessione, l’ispettore della Mossa del cavallo, vengono annientati o neutralizzati; appaiono polverizzate quelle mitologie del coraggio, dell’onore, delle sfide solitarie, che, transitate dall’epos alla produzione di consumo, in effetti dilagano attualmente pure nella fiction e nella non fiction più prese sul serio dalla critica. E per quanto accattivante e scorrevole, l’orchestrazione del racconto non è così prevedibile: Il birraio scardina la trama con capitoli che si possono incastrare in modi diversi, e incipit che fanno il verso a classici letterari disparati; La concessione e La scomparsa di Patò squadernano un serrato incastro di documenti scritti e scene dialogate, che accantona ogni voce narrante e rende più ambiguo il senso degli eventi; tutti gli intrecci sono intessuti di un citazionismo più ostentato o più nascosto. Non mancano casi meno felici: nella Presa di Macallè il tentativo di raccontare il ventennio sulla scorta di Eros e Priapo non è sostenuto con equilibrio, nella Setta degli angeli l’amalgama di tragico e grottesco risulta sforzato e greve. Ma non c’è uno di questi romanzi che non valga la pena di leggere.

 

Secondo alcuni, Camilleri verrà dimenticato in una manciata d’anni, secondo altri durerà eterno, ci sono tante possibilità intermedie, insomma si vedrà. Ma se la sua fortuna si è snodata su versanti diversi, è probabile che su versanti diversi si snoderà pure la sua sopravvivenza. Da un lato, sicuramente per un po’, forse pure a lungo, resterà il Camilleri trastullo e vanto nazionale, Made in Italy dei più saporiti e più esportabili: continueremo a fare turismo nei luoghi dei suoi volumi o dei film da essi tratti (con discreto margine di scelta, visto che non sono gli stessi); a nutrire il nostro lessico familiare del suo ghiotto impasto di italiano e siciliano reinventato (di cui La Fauci soprattutto ha messo a fuoco la peculiarità); a stravaccarci davanti alle innumerevoli repliche del Montalbano televisivo, che il bottino di audience ce l’hanno garantito; a rimpiangerlo come uno dei vecchi saggi delle cui parole avrebbe ancora bisogno di alimentarsi il nostro spirito, magari strafocandoci in suo onore di arancini, sarde e pasta al nero di seppia. E d’altro lato, le sue opere continueranno nel frattempo ad attirare lettori nuovi, certo intrattenendoli, ma pure disturbandoli, disorientandoli, mettendo in moto il loro immaginario e la loro testa: sarà un tipo di sopravvivenza meno rumoroso, impossibile da compattare in una reazione unitaria, filtrato da infinite, eterogenee esperienze personali. E forse, più resistente.

2 thoughts on “Non solo (non tanto) un buon papà. Su Andrea Camilleri

  1. ” Martedì 9 maggio 2000 – A pensarci bene è interessante il caso Camilleri: un Gadda for the last Millennium. « Ma non era next? » Senti, facciamo least e non parliamone più. “.

  2. “Una volta Silvio D’Amico , un uomo che di teatro ne capiva, scrisse, citando titoli, autori ed editori , un saggio che si intitolava La crisi del teatro, nel quale erano elencati non so più quanti, sessanta o settanta libri, intitolati proprio così, come il suo, La crisi del teatro, apparsi in Francia, se ben ricordo, tra il 1820 e il 1890. La verità è che il teatro deve vivere di crisi, perché il teatro che non è in crisi è un teatro che è assolutamente, imbecillemente beato di sé.
    Sono convinto che se si scavasse bene, assieme alle opere di Eschilo che sono andate perse, si troverebbe sicuramente un trattatello del medesimo titolo: La crisi del teatro in Grecia.”

    Andrea Camilleri, Le parole raccontate: un piccolo dizionario dei termini teatrali, Milano, Rizzoli. p. 130

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