[Dal 1° al 25 agosto LPLC2 va in vacanza. In questi giorni ripubblicheremo alcuni articoli usciti da febbraio a oggi, con qualche sorpresa occasionale. Il post di oggi è uscito il 4 febbraio 2019. Buone vacanze!

 

A fine gennaio Marcos y Marcos  – nella collana Le Ali, diretta da Fabio Pusterla – ha mandato in libreria le Poesie scelte (1953-2010) di Luigi Di Ruscio (1930-2011), a cura di Massimo Gezzi. Si tratta di un’autoantologia e al contempo di una sorta di nuovo libro, perché Di Ruscio ha riscritto e riorganizzato i suoi testi, lavorando a questo progetto. Pubblichiamo la Prefazione di Massimo Raffaeli e alcune poesie dello scrittore di Fermo, emigrato in Norvegia nel 1957].

 

Prefazione

 

di Massimo Raffaeli

 

Per decenni rimasta in uno stato di marginalità geografica e di semiclandestinità editoriale (a parte il consenso di alcuni mallevadori d’eccezione, quali Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, Giancarlo Majorino, Antonio Porta) la poesia di Luigi Di Ruscio è emersa all’improvviso come un iceberg al passaggio del millennio e dunque nel contesto di una grave crisi sistemica, innanzitutto economico-politica, che ne ha svelata finalmente l’essenzialità, in senso stretto e persino etimologico. Il poeta del resto aveva sempre affermato, fino ad averne rauca la voce, che mentre la lingua del potere è sempre una lingua ricercata, contraffatta e intransitiva, quella di chi sta in basso viceversa è frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza. Una lingua, quest’ultima, che può essere variata ma non abiurata, semmai replicata con la necessaria ossessione e fedeltà al nucleo di percezione primordiale che intanto la legittima.

 

Quanto a ciò Di Ruscio è un poeta umanista in senso classico e già all’esordio, appena ventitreenne, sceglie un titolo, Non possiamo abituarci a morire (’53), che vale non tanto una dichiarazione di poetica quanto un progetto di resistenza o volontà di non accettare come ‘naturale’ quel che invece si determina nelle di namiche sociali e di classe. Venuto al mondo a Fermo in vicolo Borgia, al tempo della dominazione fascista e in un ghetto di sottoproletari, alunno indocile e ripetente che non andrà oltre la quinta elementare, monello sbandato, comunista con evidenti venature anarchiche, poi ragazzo di mille mestieri, infine nel ’57 migrante a Oslo dove per quarant’anni lavorerà da operaio alla catena di montaggio di una fabbrica metallurgica: tale è il suo cursus honorum, dove il tempo della poesia è un residuo sottratto con tenacia al tempo dell’asservimento ed è il solo privilegio concessogli da quello che chiama, alternando sarcasmo e ironia, il paradiso socialdemocratico. L’autore ne ha raccontata la vicenda nelle sue tarde partiture in prosa, da Palmiro (’86) a La neve nera di Oslo (2010), veri e propri romanzi picareschi, verbali autobiografici ai limitidella docufiction, insomma una prolungata diversione nel comico e nel grottesco laddove, tuttavia, la parabola del personale romanzo di formazione si duplica nella genetica di una dirompente vocazione alla poesia. Per lui, chiedersi come un uomo diventi un uomo equivale a chiedersi come e perché un uomo diventi un poeta. E infatti Luigi Di Ruscio, al di là delle ovvie etichette, non è stato né un poeta operaio né un operaio poeta ma, più semplicemente, qualcuno che ha saputo tradurre con i mezzi della poesia la condizione operaia nella condizione umana tout court.

 

Limiti incoercibili perimetrano da sempre la sua scrittura, che di regola si produce al crepuscolo in un appartamento all’ottavo piano della prima periferia di Oslo, in Aasengata 4/c, nella stanza adibita (sono parole che gli presta l’amatissimo Giordano Bruno) a ‘stalletto’ pieno di carte in cui domina, percussiva e fragorosa, una vecchia Olivetti. Nessuno in casa parla o intende l’italiano, né sua moglie Mary né i quattro figli, così come nessuno immagina in fabbrica la sua attività di scrittore, ma è proprio questa doppia condizione di parzialità (subordinazione sociale, alienazione geolinguistica) a garantire alla sua poesia il segno della totalità compiuta. Essere ‘sotto’ e nel frattempo essere ‘fuori’ significa per lui non poter essere che lì, eternamente, sulla pagina. Egli non deve nemmeno liberarsi di zavorra eccessiva e, pure se in realtà ha letto tutti i libri, continua a proclamare la propria ignoranza menzionando pochissimi riferimenti d’avvio come i sillabati di Ungaretti e Lavorare stanca di Pavese. Benché parli volentieri neanche in italiano ma in dialetto fermano, in realtà conosce le lingue, traduce le liriche di Ibsen dal norvegese, legge di continuo i filosofi, specie i classici del pensiero dialettico, ed è dalle lezioni di estetica di Hegel che deduce una volta per tutte l’idea secondo cui la poesia corrisponde a una coscienza disgregata che nella sua inversione si esprime in un linguaggio scintillante capace di verità e, pertanto, si esprime molto meglio della buona coscienza che le si contrappone. Per questo in ogni poesia di Di Ruscio c’è potenzialmente tutta la sua poesia e per questo la sua intera produzione (dalla plaquette d’esordio, passando fra l’altro per Apprendistati, ’78, Istruzioni per l’uso della repressione, ’80, fino alle clausole sapienziali de L’Iddio ridente, 2008) ha la circolarità di un autentico poema. Il poeta stesso ha detto più di una volta che la sua opera ha la forma del cosmo immaginato da Bruno e Spinoza, vale a dire un universo dove il centro si trovi dappertutto e i confini non si scorgano da nessuna parte. Non basta. Il cosmo poetico di Di Ruscio è una totalità dinamica, in perpetuo movimento, dove nulla è certo se non l’incalzare del ritmo, dentro uno stillicidio di varianti, correzioni, amputazioni che principiano da una particolare ortografia (morfologie distorte, metaplasmi, neologismi, dialettismi, lapsus d’autore) la quale deve rimanere allo stato incandescente, liquido, fino a rendere sinonimi lo scrivere e l’‘iscrivere’, massima capienza di un dire implacabile che neanche trova requie (tanto meno una rigidezza ne varietur) nella auto-antologia terminale delle Poesie scelte su cui, e con acribia, ha lavorato per la presente edizione Massimo Gezzi, uno studioso che è anche poeta conterraneo del grande fermano.

 

Caso più unico che raro per chi abbia esordito in pieno Novecento, la poesia di Di Ruscio ignora la metafora alla stregua di una ambigua o bugiarda contraffazione mentre predilige a oltranza la postura metonimica. Sospetta gli aggettivi e vive più che altro di nomi e di verbi, il suo centro è la frase di senso compiuto o, meglio ancora, la connessione di frasi coordinate all’interno di un periodo. Ciò probabilmente vuol dire che, per il poeta, il pensare contiene l’esprimere e che la poesia o è pensiero in atto o non è. Quasi indenne da punteggiatura, essa è poverissima di figure retoriche che non siano quelle, le più schematiche (ma si potrebbe anche dire le più dialettiche), della ripetizione e della inversione. Il verso è lungo, la misura è libera e rilanciata dal ritmo, il che significa, a sua volta, che sulla metrica prevale in ultima istanza la pulsazione prosodica. Il suo pronome è l’‘io’ convenuto dei lirici ma si propaga nel ‘noi’ dei poeti epici, non certo per la retorica surriscaldata di un engagement ma per il senso di prossimità e anzi di condivisione e letterale commensalità che il poeta prova nei confronti dei suoi simili, gli immolati nelle guerre volute dal potere, gli spatriati, i migranti, i subalterni alla catena di montaggio, chiunque patisca umiliazione e oblio nel micidiale meccanismo di inclusione/esclusione delle cosiddette società opulente o neocapitaliste. La sua materia prima è un costante andirivieni, trattenuto nel crogiuolo del presente insonorizzato, fra l’altrove assoluto di vicolo Borgia (flash della vita offesa, immagini antiche di asfissia, di anonimato) e la prossimità che il tempo ha reso indecente, normale o del tutto ‘naturale’, di uno sfruttamento per cui l’uomo diviene il lupo dell’altro uomo. (Quasimodo mezzo secolo fa aveva visto in Hobbes, nelle fauci di un moderno Leviatano, il contesto appropriato a quel giovane poeta, noi diremmo invece la società ordoliberale, non meno famelica.) Perché leggere Di Ruscio, che dai bassi della condizione proletaria amava ripetere con Joyce che noi abbiamo meno speranze di una palla di neve all’inferno, è comunque un antidoto a quanto oggi si chiama, crisma di una egemonia proterva e planetaria, il Pensiero Unico. Qui valga per tutti il testo rubricato al numero CCCXIV del poema complessivo, dove il particolare e l’universale, per cortocircuito di storia e geografia, si danno ormai come una cosa sola: “[…] la fabbrica è l’ultima stazione / se ti licenziano è come se venissi sputato fuori nell’ignoto / in una caduta che non verrà attutita / l’operaio metalmeccanico è attaccato a qualcosa di diabolico / il polacco dice che lavorare / per l’avvenire sotto i comunisti era ancora peggio / qualche macchina ferma sembra una cassa da morto / per chi sta veramente male / mettersi sotto cassa malattia è difficile / di questo italiano straniero non sappiamo niente / si sa solo che puzza ed esiste”. Perciò è bene che un poeta troppo a lungo appannaggio di autori e studiosi happy few (circa la generazione più recente, da Eugenio De Signoribus a Enrico Capodaglio e Biagio Cepollaro, da Francesco Scarabicchi a Emanuele Zinato e Andrea Cortellessa) incontri finalmente un pubblico senza ulteriori aggettivi ed è bene che divenga di senso comune la parola potente, penetrante, di questo “proletario preistorico” come lo definì una volta, e con totale affetto, lo scrittore che in vita gli fu più vicino, Angelo Ferracuti. Dentro un paesaggio sociale che sembra di immutabile devastazione e poi di sopravvenuta glaciazione, splende infatti nei versi di Di Ruscio, del tutto isolata (sta nell’intercapedine di Enunciati, rubrica 2), una immagine dove la storia sembra contraddirsi, ovvero smentirsi, in natura rediviva, “quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo / improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo” che brilla come “poca materia viva circondata di morte”. Quel mandorlo perso nel gelo al fondo dell’inverno è certamente un riflesso della esistenza che tuttora si propaga oltre gli interdetti storici e di classe, è un “debolissimo vessillo” ma è, come scrive, il vessillo medesimo della poesia, una fioritura in anticipo o in controtempo, nuda e inerme nella sua necessità.

 

*

Poesie

di Luigi Di Ruscio

 

da Non possiamo abituarci a morire (1953)

 

Sono senza lavoro da anni
e mi diverto a leggere tutti i manifesti
forse sono l’unico che li ragiona tutti
per perdere il tempo che non mi costa nulla
e perché sono nato non sta scritto in nessuna stella
neppure dio lo ricorda.
Gioco alla sisal
e ragiono sulla famosa catena
ma ormai poco mi lascia sperare ai miracoli
sarebbe meglio berli
i soldi che gioco per sperare un poco.
Tutti i giorni vado all’ufficio del lavoro
ed oggi vi erano due donne a riportare il libretto
ma le hanno consolate
gli hanno detto che per loro è più facile
potranno sempre trovare un posto da serve.
Poi sono rimasto sino alla sera ai giardini pubblici
una coppia si baciava
anch’io su quel sedile ho avuto una donna
ora ho lo sguardo di una che vorresti
che scivola dai capelli alle scarpe
per scoprirti che sei uno straccione.
Lavoravo poi tornavo a casa sulla bicicletta, pieno d’entusiasmo
dormivo di un sonno profondo
e alle feste con la donna
che ho lasciato per farla sempre aspettare
ora l’insonnia sino all’alba
poi un sonno pieno d’incubi.
Avevo pensato di farla finita
se resisto è per la speranza che cambierà
ma ormai ho qualche filo bianco
senza una sposa e un figlio
solo questo vorrei questo sogno da pazzi.

 

*

da Le streghe s’arrotano le dentiere (1966)

 

Ovunque l’ultimo
per questa razza orribile di primi
ultimo nella sua terra a mille lire a giornata
ultimo in questa nuova terra
per la sua voce italiana
ultimo ad odiare
e l’odio di quest’uomo vi marca tutti
schiodato e crocifisso in ogni ora
dannato per un mondo di dannati.

 

*

 

Otto ore moltiplicate per tutta la vita
che copre il coraggio degli eroi e di tutti i santi
uomini intercambiabili e danzanti
la macchina è l’anima nostra
nel cartellino delle timbrate
sono le date della nostra storia
la produzione è il diario nostro
che raspa su tutte le coperture pagliaccesche
tutta l’anima nostra tra quattro mura rivoltanti
dove l’Iddio del duemila crepa perpetuamente
e perpetuamente rinasce
ogni nostro giorno per questo Iddio che è voce nostra
il Dio che è nelle nostre mani
il Dio fresato e saldato ogni giorno
e non vi è nulla di più incantato
di quando questo furore s’arresta
colta da paralisi mortale
la macchina ferma mammut scannato
lo sciopero votato nelle riunioni dei sindacati
s’è arrestato l’Iddio
e il suo manovratore e la terra trema
la fabbrica ferma
butta sulla terra il terrore dell’ultimo giudizio
e se oggi timbrare è il verbo
è sospeso il giorno della vittoria nostra
per questo giorno viventi
viventi per questa attesa.

 

*

 

da Enunciati (1993)

 

2
quando nel paesaggio ancora invernale morso dal gelo
improvvisamente esplode la fioritura del mandorlo
la precocità e l’estrema debolezza del tuo splendore
la minaccia è sopra di te i primi sono in pericolo estremo
la fioritura del mandorlo brilla nostro debolissimo vessillo
tu vessillo di morte precoce e di tutti gli inizi
poca materia viva circondata di morte
i nostri debolissimi segni della speranza pronti a finire
i primi di un nuovo mondo splendidamente vivi
con la gola serrata dalla morte

 

*

 

da Apprendistati (1978)

 

XVII
battere su questa macchina da scrivere sino ad ammattirli battendo scrivendo
approfondire una poesia significa voler bucare la carta
scartare le velleità e non rimanere neppure il buco sulla carta
non c’è nulla da rimpiangere l’unica dignità è essere fuori e contro
ecco la pietra seminarci sopra anche quando le pietre germoglieranno
tutto provocava sbalordimenti bagliori
caricato in mondi di estrema lucidità e ottimismo
battendo sul cuneo sino a far schizzare la creaturina
vetri metalli plastiche alzo un braccio alzo una gamba
ma mentre scrivo posso solo scrivere le provo tutte
piombano i diti sulla tastiera troppa precipitazione nell’inseguire l’ispirazione
le levette dell’olivetti lettera ventidue s’intrecciano
su tale carta scrivere e ripetermi tutto mentre mi faccio la barba
quando preparo la faccia per uscire in queste strade
finita una produzione ne inizia un’altra il sottoscritto scritto anche sopra
con le fedi quasi sempre perse c’è una ultima fede
in qualcosa di vegetale e vacuo fede nel non poter morire arrotato
dondolare tra le due fedi opposte e le salto tutte e due
sono certo che esisto anche se le prove sono vacue e se preciso scompaio
per essere un sopravvissuto bisogna essere esistiti prima e anche dopo
fede vacua che mia moglie esiste mi ci metto in contatto e rimane incinta
cercare l’invenzione che casualmente centri un personaggio reale
che casualmente centri me stesso
non esiste un centro ogni colpo mi colpisce in pieno
sono capovolto non voglio raddrizzarmi

 

*

 

da Istruzioni per l’uso della repressione (1980)

 

chiudere un porco vero nel reparto
non un porco normale
un porco insomma un maiale insomma chiuderlo nel reparto per otto ore
vediamo come reagisce l’associazione protezione animali
vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale
schianta strozza impazzisce si indemonia vediamo se è ancora commestibile
vediamo se il sistema nervoso non gli si è spezzato
vediamo se è diventato impotente con il sesso aguzzato e torto come un cavatappi
se è sopravvissuto allo schianto liberiamo il maiale
portiamolo nelle tante terre abbandonate
e che pascoli e scovi radici e preziosissimi tartufi
sopravvissuto ad uno schianto atroce ora godi
sgambetta liberato respira arie pure saziati
però la proposta dimostrativa non può essere accettata
il maiale è stato selezionato perché ingrassi tenere bistecche di maiale
sottilissime fette di prosciutto
e ingrassi un grassissimo cervello
per la schifosa coppa di maiale saziati ingrassa riposa
ti aspetta un lungo coltello
chi lavora in un reparto è stato selezionato per tutta una cosa diversa
resisti allo schianto per tutta una stagione
sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente
devi resistere intero
(sarai selezionato sempre meglio sino a che non scoppi)
metti un uomo nel reparto
chiudili dentro per otto ore consecutive
vedi come reagisce
prendi un uomo dell’umanesimo staccalo
dai quadri affreschi dei grandi umanisti
prendi questo uomo umanizzatissimo vedi come reagisce
fare moltissime prove vediamo cosa succede
vedi se diventa pericoloso
(può diventare pericoloso
chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive
può diventare molto pericoloso
controllate tutti i telefoni
apri il suo cervello vedi cosa medita
misura la sua rabbia
aspettati che scoppi)

 

*

da L’ultima raccolta (2002)

 

CLXXV
non è destinata a noi una lunga e spettacolare agonia
non sarà per noi l’insulto di essere vivi senza coscienza
i clinici più rinomati
non appresteranno a noi lunghe strazianti agonie
la nostra miseria ci salva
dall’insulto di essere vivi senza più lo spirito nostro
ritorneremo tranquillamente nel niente da dove siamo venuti
è già tanto se il miracolo della mia esistenza ci sia stato
riuscivo perfino a testimoniarvi tutti

 

*

 

da L’iddio ridente (2008)

 

108
mio padre era muratore
e quando vedo i muri delle chiese
non penso a Dio
ma ai muratori e a mio padre
ed ora tocca a me diventare un padre
dopo essere stato figlio per troppo tempo
con una identità irrepetibile
come i piccoli segnali luminosi
pronti a sparire per sempre

 

 

225
le partite contro me stesso le perdo tutte
e mary continua ad urlarmi
che devo diventare normale
dovrei smettere di scrivere le poesie
e prendere la cittadinanza norvegese
ed io intestardito
persisto nell’orrore

 

 

[Immagine: Foto di Ennio Brilli].

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